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Cara Ministra,

so che questa mia non le giungerà mai. Non diventerà un post virale che le arriverà a solleticare il dubbio che a volte voi ministri dell’istruzione altro non fate che sparare cazzate, una sorta di gara a chi la dice più grossa per arrivare agli organi di informazione come novelli salvatori della scuola pubblica.

Dunque lei ha detto “Il 15 settembre partirà un gruppo di lavoro con le migliori e i migliori esperti del Paese per rivedere le indicazioni nazionali e intervenire su cosa le nostre studentesse e i nostri studenti studiano a scuola”.

A questo verrà affiancato un gruppo che servirà a chiarire l’utilizzo di smartphone e tablet degli studenti in classe, intervenendo sulle attuali circolari, risalenti a un periodo troppo lontano da oggi. “E promuovendo – aggiunge – un uso consapevole e in linea con le esigenze didattiche. Questo gruppo avrà 45 giorni per pubblicare delle linee guida chiare ed efficaci per le scuole”

Intanto vorrei chiederle su quali basi lei sceglierà le migliori e i migliori esperti del Paese, perché – mi consenta (come diceva un inquilino di palazzo) – quando utilizzate la parola esperto a noi insegnanti sale la febbre a 40. Per non parlare della locuzione linee guida. A me fa venire in mente il ragazzino del film Il Grande Cocomero affetto da una patologia per cui  il mondo circostante era fatto di linee e demarcazioni entro le quali muoversi, lo vedevi saltare ipotetiche corde, terrorizzato dal romperne qualcuna.

È buona norma, prassi consolidata, che gli esperti che mettono mano alle riforme, alle circolari, alle innovazioni (presunte) didattiche, nella scuola non c’hanno mai messo un alluce, non sanno niente degli adolescenti (se non quello che leggono sui trattati sociologici scontati come le minestre) e soprattutto non conoscono il lavoro che svolgiamo quotidianamente, del quale non avete mai né considerazione né rispetto.

Che lei mi venga a suggerire “l’uso consapevole” degli smartphone è presuntuoso (e questo in viale Trastevere è atteggiamento ostinato) e irrispettoso. Le dico francamente che è una sparata che come sempre reputa gli insegnanti un gregge che agisce secondo le direttive.

Io, ad esempio,  crede davvero stessi qui ad aspettare lei e la sua circolare? Ci prende per scemi? E’ da un pezzo che quest’uso consapevole tento (tentiamo, non solo la sola) di promuoverlo nelle classi, perché “il buon senso” mi ha portato a non demonizzare uno strumento che oramai i ragazzi usano con una tale regolarità che separarli è praticamente impossibile.

Tuttavia i risultati di questi tentativi, sappia anche questo, nella maggior parte dei casi, falliscono. Perché? Per farglielo capire le racconto un aneddoto.

Qualche anno fa mi trovavo all’aeroporto Vespucci di Firenze. In attesa dell’aereo vado a sedermi. Accanto a me c’era una giovanissima coppia di stranieri beatamente immersi nella lettura di un libro, ciascuno il prorpio. Dopo qualche minuto arrivano sei baldi adolescenti, tre coppiette (tre ragazzi e tre ragazzi). Si fanno notare per la caciara, per l’abbigliamento griffato e succinto, poi si separano e si siedono. Le tre ragazze alla nostra destra, i ragazzi alla nostra sinistra. Tempo dieci secondi, tutti e sei avevano in mano il cellulare, cominciano a spippolare come dei pazzi, ognuno per conto proprio. Insieme, ma separati: dal cellulare.

Ecco, non ho potuto fare a meno di notare la tristezza di quell’immagine, con quei ragazzi stranieri al centro con un libro in mano, e gli altri sei con lo sguardo piantato su un minuscolo monitor, persi chissà dove. Sei adolescenti che stavano andando in vacanza.

Se questo non le basta come esempio dei modelli culturali che NOI e il MERCATO stiamo fornendo loro, la invito a venire in una classe, a sollecitare un allievo che sta usando impropriamente il cellulare  (con il quale giocano, sono in costante comunicazione su instagram e whatsapp) a consegnarle il cellulare. Scoprirà che la scena avrà del paradossale, vedrà il panico sulla faccia dell’allievo, vedrà il cellulare sparire nella sua tasca dove lei non può mettere le mani, vedrà l’ansia da separazione quasi stia chiedendo di darle un pezzo della sua mano, della sua testa, del suo cuore.

Nella stragrande maggioranza dei casi sarà lui a vincere, a meno che lei non sia di quelli che si piazzano lì, poi lo prendano da un braccio, lo portino dalla dirigente e minaccino provvedimenti disciplinari. Il che presupporrebbe trascorrere gran parte delle lezioni in questo genere di attività.

Moltissime scuole non sono provviste di adeguate reti, per cui se lei proverà a chiedere ai ragazzi: cercate su google questo testo poetico, si sentirà rispondere che non ha giga sufficienti. Gli stessi alla fine della lezione, quando si abbassa la guardia per cinque minuti, correranno da lei per farle vedere qualche stupidissimo video su you tube per farla sorridere.

Cosa otterrà questa circolare? Siamo pratici:  ancora una volta perderemo credibilità, ci sentiremo rispondere: siamo autorizzati. Ormai li autorizziamo a far tutto.

E sia chiaro, non parla un’insegnante che demonizza la tecnologia, retrograda o che non sa usarla, la uso eccome, però – come ho detto una volta in classe – la differenza tra “me” e loro è che io so usare i loro strumenti, loro – di questo passo – non impareranno mai i miei, quelli che stanno nella testa, i meccanismi del cervello, quelli indotti dalla manualità della scrittura, quelli del pensiero critico di cui li stiamo privando a forza di crocette e di competenze.

Come vede non sono una bastian contraria. È solo che non se ne può davvero più.

Qualche giorno fa ho letto un interessante articolo di un insegnante, Franco Nembrini, per decenni professore di italiano e fondatore della scuola media libera “La Traccia” di Calcinate (provincia di Bergamo), il quale ha scritto:

“LA TECNOLOGIA. I giovani di oggi sono sottoposti ad una pressione sociale molto forte dovuta alla pubblicità e a nuovi modelli comportamentali, per questo il compito di guidarli verso l’età adulta spetta a «maestri più decisi e attrezzati di un tempo».

Nembrini è scettico sulle speranze risposte nei nuovi strumenti tecnologici, secondo lui sopravvalutati, utilizzati a scuola nel tentativo di catturare l’attenzione degli alunni. «Non funzionerà perché la vita dei ragazzi è già piena di tecnologia. Il suo uso esasperato li ha confinati alla solitudine. La sfida dell’insegnante sta nel proporre un’esperienza reale e diretta, che li spinga a mettere volontariamente da parte i cellulari o tablet e li appassioni ad un’avventura conoscitiva».

MEMORIA ESTERNA. Il pieno accesso al sapere tramite Internet, osserva Nembrini, ha portato i ragazzi a memorizzare meno informazioni. «Chiedi a un ragazzo chi è stato il primo presidente italiano dopo la Seconda Guerra Mondiale e lui trova la risposta con un click. Ma se gli ripeti la domanda la sera stessa, se ne è già dimenticato». Il rischio di una “memoria esterna” è estremamente insidiosa e assolutamente da non sottovalutare: «La perdita della memoria è una tragedia incalcolabile perché senza di essa, senza la storia, non si è uomini. Si diventa burattini facilmente controllabili dall’esterno».
Lei lo chiamerà questo insegnante tra i suoi “migliori esperti”?

Mi perdonerà se ne dubito.

Siamo stanchi minestra. Stanchi di direttive che ci trattano come idioti che non sanno quando fare o non fare una cosa, stanchi di esperti che ci raccontano come dev’essere la scuola e cosa dobbiamo e non dobbiamo fare.

Ci dia reti funzionanti, scuole attrezzate, sicure. Ci dia meno classi pollai. Ci dia risorse. Ci restituisca la credibilità sociale che meritiamo in funzione della gravosa responsabilità che rivestiamo come educatori. E si tenga le sue cazzate nel cassetto. Giusto per non levarci quel minimo di entusiasmo che ancora ci è rimasto quando entriamo in classe e abbiamo davanti universi sbandati, ai quali noi dovremmo indicare una direzione.

La saluto.

Prof. Daniela Grandinetti

PS   ho davvero molte cose da fare. Se ho perso tempo per me prezioso nello scrivere questa mia, mi creda, è perché non se ne può davvero, ma davvero, più.

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When you’re a star,  you can do anything. Grab ‘em by the pussy. You can do anything (D. Trump)

Mi avvio a scuola contrariata, che in America abbiano potuto eleggere un tale babbeo mi pare il fondo del baratro. Non me ne importa un fico secco delle analisi politiche, neanche le voglio ascoltare le banalità che vomiteranno i media nelle prossime ore, tanto lo so che in meno di ventiquattr’ore troveranno una logica.

Entro nell’aula vuota, apro la finestra, mi siedo e guardo i banchi, mi godo quei pochi minuti di quiete, tra un po’ qui dentro si scatenerà l’inferno.
Sono in 3° C, qui nelle ultime settimane ho dichiarato guerra: una classe scomposta, disordinata, fare lezione qua dentro è diventato difficilissimo. Sono quasi tre mesi dall’inizio dell’anno e mi arrabatto tra urla, sequestri di cellulare, Dante, la Commedia e il Dolce Stil Novo. A questi non gliene frega niente. Ho persino scritto un patto d’aula, l’abbiamo concordato, l’hanno firmato tutti ed è in bella mostra sul muro. Non c’è verso.

All’improvviso mi balena un’idea, sta per suonare la campanella e loro stanno per arrivare. Io divido la lavagna in due colonne e su una comincio a scrivere versi dei vari sonetti, tutte le prime strofe di Cavalcanti, Guinizelli, Dante.
Loro arrivano nella solita baraonda, urla e strepiti miei e loro per sistemarsi. Sto ancora scrivendo, intimo loro di ricopiare tutto sul quaderno.
Sempre a scrivere“. Mi volto, fulmino con lo sguardo: “Stai zitto e scrivi.
Copiano tutto, per un po’ c’è un bel silenzio. Mi assicuro che abbiano scritto tutti, rileggo i versi. Ogni strofa è accompagnata dall’autore e dalla data di nascita.
Poi comincio a scrivere sulla seconda colonna: al primo verso si bloccano, spiazzati, al secondo cominciano a ridere, al terzo cominciano a capire, al quarto iniziano a suggerirmi loro quello che potrei scrivere. Riempiamo la seconda colonna con tutti gli improperi, le male parole, le espressioni a dir poco colorite che sono soliti pronunciare senza troppi freni o complimenti.
Così accanto a Tanto gentile e tanto onesta pare, o al Io voglio del ver la mia donna laudare, compare – Dio mi perdoni – in culo a mammata, mi hai cacato il cazzo e così via.
Non me ne vogliano Dante e Guinizelli e nemmeno i puristi e i benpensanti, ma a male estremi estremi rimedi, dice il proverbio. Di fronte a quella lavagna oggi ho messo a confronto due linguaggi, quello che dovrei insegnar loro e quello che usano, quello che si rifiutano di capire e quello che invece è il loro pane quotidiano. Ho parlato loro di gentilezza e cortesia, del bisogno di ritrovarle, ho tentato di far loro sentire la violenza di quelle espressioni, fuori contesto in un’aula di scuola.
E così per un po’ mi hanno seguito, e so che hanno capito. E’ servito? Beh, gli ultimi cinque minuti di lezione è ritornata la fanfara di sempre, sembravano usciti dalla bolla comunicativa che si era creata fino a cinque minuti prima. Sembrava svanito tutto.
Però so una cosa: che nel nostro lavoro bisogna sminare, a costo di saltare per aria, a volte. Bisogna levare le mine una dopo l’altra, perché è così che lavoriamo: in un campo minato.
E se oggi ho disinnescato qualche mina estremizzando la spiegazione di un argomento (che mi sta a cuore), ebbene, da idealista impenitente quale sono, penso che mina dopo mina è questo il lavoro che si deve fare per non fare vincere (come sta vincendo) l’ignoranza e la maleducazione sulla conoscenza, l’arroganza e la volgarità sulla decenza, la cafonaggine e l’inciviltà sulla cultura e la civiltà.

E in questo c’entra anche Trump.

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Scuola e quotidiani combattimenti

Oggi oscillazioni umorali dal basso al bassissimo all’alto, andata e ritorno. Ci sono giornate lunghe e faticose costellate dalle solite frustrazioni e straordinari incitamenti.
Durante la lezione in terza ho chiesto ai ragazzi di fare una relazione sulla visita in un’azienda del luogo svolta il giorno prima. Alla fine del lavoro le abbiamo corrette insieme.
Il dato che mi ha colpito e fatto riflettere è il seguente: i toni entusiastici con i quali hanno descritto questa attività, a cominciare dalla disponibilità dei due colleghi che li hanno condotti sul posto con le loro auto, alla disponibilità dimostrata dai titolari e dai dipendenti dell’azienda che hanno mostrato loro macchinari in funzionamento e slides illustrative dei procedimenti, al brodo di giuggiole per il piccolo buffet di dolci, salati e succhi di frutta che hanno offerto loro alla fine della visita, senza tralasciare l’omaggio di una borsa con dentro penne e block-notes che si sono prodigati anche a mostrarmi.
Dalle loro parole e dai loro sguardi ho capito soprattutto che è stata la considerazione che li ha resi attenti, partecipi e contenti di aver fatto questa esperienza.
La considerazione è in effetti spesso la chiave del successo nella relazione tra docente e allievo. I ragazzi sono abilissimi a distinguere i docenti ai quali di loro in fondo importa relativamente da quelli che hanno a cuore il loro personale destino. E’ inutile girarci intorno, questo mestiere senza empatia non si può fare, è inutile bluffare, quella è una qualità che non si inventa o c’è o non c’è. E quando non c’è fa danni tangibili.
Considerazione ed empatia appunto.
Nell’intervallo incontro la collega incaricata di funzione strumentale (non finirò mai di stupirmi per queste qualifiche da macchietta) la quale mi dice che ha avuto l’incontro con la dirigente per l’organizzazione di un incontro tra le quinte e uno scrittore. Un libro importante, un autore prestigioso, un’occasione notevole e soprattutto gratuita.
Problemi: la pratica deve seguire l’iter, va fatto un progetto da presentare all’attenzione del dirigente.
Obiezione: abbiamo tempi brevi.
Risposta: non so che dire, l’iter è lungo e il dubbio è: i docenti leggeranno il libro per guidare gli allievi?
Che faccio, rido? Rido o piango?
Mi sale una rabbia infinita. E improperi a iosa. Sono forse i ragazzi la parte offesa? Sì, in primis, ma anche noi, noi docenti. Costretti e misurarci con cotanti inutili pericolosi frustranti meccanismi di un nuovo potere.
Nessuna capacità di giudizio, pur nella buona volontà e nella gratuità dell’azione, è riconosciuta ad insegnanti che vogliano rendere la scuola un luogo di promozione culturale e di crescita. Considerazione appunto. Vien voglia di mandare tutto a quel paese. E se vi capita di incontrare un insegnante che ha questo atteggiamento, sappiate che ne ha ben donde.

Poi alla quinta ora l’episodio spiacevole: i carabinieri a scuola. Anche a Borgo, in Toscana, i carabinieri a scuola li ho visti varie volte e sempre per lo stesso motivo: droga o furti. In questo caso si trattava di un furto ai danni di uno studente lavoratore di un’altra classe, una cifra considerevole, la sua paga a nero di un mese.
Spiacevole è stato vedere i ragazzi infilarsi in un’aula vuota per essere perquisiti, spiacevole è sentirsi impotenti.
Tutto stride in questo luogo sempre più fottuto.
Esci da scuola delusa.
Così sono certi giorni.
Sembra di combattere contro i mulini  a vento.
Un fallimento.
Con rima.

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C’è qualcosa di più importante della logica: l’immaginazione (A. Hitchcock)

La scorsa settimana ho iniziato un piccolo percorso in seconda. L’idea non è mia, l’ho presa in prestito da un insegnante di scrittura, molto bravo. Ho chiesto ai ragazzi di scrivere la loro costituzione della felicità, venticinque articoli per definire di cosa ci sarebbe bisogno per essere felici, quindici articoli di carattere generale e dieci dedicati alla scuola.
Ebbene, i risultati sono stati sorprendenti: la maggior parte dei ragazzi ha scritto veri e propri vademecum di regole, tutte riferite a quello che potrebbe definirsi un benessere sociale: sanità, scuole più attrezzate, laboratori, maggiore pulizia. Tutte cose molto concrete insomma.
Detto così potrebbe sembrare un bene, sembra che abbiano a cuore la convivenza civile. Il fatto è che quando abbiamo fatto le varie presentazioni alla classe per votare la costituzione di maggior gradimento, la cosa che è venuta fuori è stata per lo più la mancanza di un guizzo, di un’idea originale e personale. Non hanno scritto le cose più giuste o più vere, semplicemente hanno messo insieme quelle più semplici e meno faticose.
L’attività si è conclusa oggi con un tema in classe: ho dato loro delle frasi, semplici ma significative, su possibili significati della felicità, le abbiamo spiegate e ho chiesto un commento riferendosi ciascuno alla propria costituzione.
E’ stata una processione continua di domande e di dubbi, di “non so cosa scrivere”. Sono diventata man mano sempre più insofferente: ma ce l’avrete dei desideri, delle idee, delle esperienze, avrete provato qualcosa che assomigliasse alla felicità? Qualcuno mi ha chiesto un sinonimo di felicità: non ce ne sono, se parli di Maria non ti puoi riferire ad Antonio. La felicità è la felicità. Non è gioia o piacere o beatitudine. E’ felicità. Lasagne ripiene, non brodino!
In un impeto di perdita di pazienza incontrollata ad A. M. che aveva scritto una scarna colonna di banalità sugli amici e pretendeva di aver esaurito il suo compito, confesso di avergli cercato io stessa sul cellulare It can happen degli Yes e gli ho detto: “tu ora lo usi il cellulare, ti spari questa musica a volume alto nelle orecchie e mi racconti che cosa hai provato.” Alla sua età quando mi sentivo vogliosa di energia era la mia preferita. Perfino adesso mi fa lo stesso effetto. Mi scatena.
“Oh… la professoressa è rock”. Ha detto divertito ai compagni mentre ascoltava.
“Quello non è rock, cretino, zitto, ascolta e scrivi”.

Ho letto i temi: nessuno ha colto anche una sola sfumatura di significato delle frasi di Galimberti, Tolstoj, Katherine Mansfield.

Uscendo ho pensato che è anche colpa nostra, li abituiamo a muoversi tra le “consegne”, rispetta le righe, rispetta lo spazio, scrivi venti righe, cento parole, distingui il testo e via discorrendo. Sono bravissimi a smanettare su una testiera e hanno il mondo a portata di mano ma si perdono la parte più bella.

Stiamo togliendo loro l’immaginazione. Che non è mai stata  al potere.

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Non è sempre rose e fiori

Ieri pioveva a dirotto. Ci sono sabati in cui il suono della campanella è così liberatorio che potresti piangere. Ero stanca. La mattina mi ero svegliata con Nick Drake nella testa and The day is done continuava a girare nonostante tentassi di spegnerla.

È una settimana che mi dico “domani rimango a casa”, poi non lo faccio. Non è sempre entusiasmo e rose e fiori. Lo so che in qualsiasi professione ci sono momenti di stanchezza. Il fatto è che quando ogni giorni varchi la soglia di un’aula scolastica è come se ti buttassero in una vasca di anguille vive.

Tu volente o nolente devi cercare di acchiapparle. I ragazzi si aspettano sempre qualcosa da te. Prima di tutto energia. Ma certe volte tu sei lì come una spugna asciutta, spremuta e lasciata andare. Non hai voglia di loro, anzi vorresti urlare che sei stanca e non ne puoi delle loro stronzate, dei loro cellulari che sono un’epidemia, del loro menefreghismo. Vorresti stare seduta, ferma e zitta e fissarli immobile. E con il silenzio sfidarli. Il fatto è che non puoi.

Due giorni fa sono stata durissima con M., mi ha esasperato, avessi potuto gli avrei tirato il collo. Tu sei lì che ci provi in tutti i modi per cercare di coinvolgerlo, motivarlo, lo hai promesso anche a sua madre, che è disperata e non sa che fare. Ma cazzo, ha diciotto anni e ci ammorba pure con le sue scorregge. Non ha alcuna capacità di controllo o uno straccio di consapevolezza di non essere da solo nel suo bagno. E allora fanculo! Vai a lavorare e chissenefrega! Per quello che mi danno sono stufa di fare l’assistente sociale. Non posso sempre fare il minatore in miniera a scavare per portare alla luce il tesoro senza neanche sapere se lì c’è davvero un tesoro. Io Manzoni devo insegnare, non la voglia di stare al mondo con un minimo di decenza.

Anch’io, che credete, ho i cavoli miei, e belli pesante anche. E Nick Drake continua a cantarmi nella testa e voi nemmeno sapete chi è, con quelle musiche insulse che vi sparate nelle orecchie che basta uno sputo a metterle insieme.

Sì, avrei bisogno di uno stacco. Il fatto è che sul foglio per chiedere il permesso non ci sta la voce “necessità di ricaricare bellezza prima che li faccia fuori tutti.” O anche semplicemente: “Riposo”. (evitare termini come stress, stressata, li detesto.)

L’energia non ce l’hai e la devi trovare , ogni giorno.

Sì, quella che è passata è stata una settimana difficile, di quelle che ti mettono alla prova.

Poi accade che una domenica mattina come oggi accendi il pc e trovi un messaggio: F., un ragazzino che avevi lo scorso anno, ti scrive: “Buongiorno prof. Come sta? Io con la prof di quest’anno non vado per niente d’accordo. Per favore l’anno prossimo, può tornare da noi?”

Sei in trappola. Senza scampo.

 

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013

Illustrazione di Luigi Guarino

Quattro ore di corso di formazione sulla sicurezza. Meno male ho dei colleghi simpatici, altrimenti sarebbe da spararsi. Argomenti oltremodo noiosi. Non ci formiamo – né confrontiamo – sulle cose importanti ed essenziali, ma dobbiamo conoscere tutti i rischi sul lavoro. Per carità, sacrosanto, se solo le scuole (almeno la gran parte) fossero luoghi messi in sicurezza, cosa che non è affatto.
Un mio collega ha fatto un bellissimo intervento a proposito di stress sul lavoro (perché nei protocolli c’è anche il rischio correlato allo stress). In sostanza ha detto che poiché non produciamo tonno in scatola per cui procedure e ricadute sono verificabili dovremmo fare attenzione a farci trattare come se sfornassimo merce, utenza, clienti. Mi sarei alzata per dargli un bacio in fronte.

Comunque registro che Kalim sta venendo a scuola. È stato vicino alla seconda sospensione a causa di uno di quegli insegnanti che qualche pagina fa ho definito grandi coleotteri (beh… a dire il vero lui ha mandato quell’insegnante a fanculo, ma per ottenere il risultato il bravo coleottero ci ha lavorato su parecchio!)
In quei giorni, consapevole d’averla fatta grossa, aveva smesso di nuovo di venire a scuola, tanto che con un amico gli ho mandato un biglietto con i toni di cazziatone epocale. Per fortuna a maggioranza abbiamo deciso che un’altra sospensione nel suo caso sarebbe stata fatale, significava buttarlo per strada. Ha avuto la sua brava ramanzina e gli abbiamo concesso un’altra possibilità. La buona notizia è appunto che a scuola sta venendo assiduamente.
Al rientro a un certo punto mi ha mostrato il biglietto che aveva ricevuto e mi ha fatto segno che lo porta con sé. Questo – mi ha detto – me lo conservo.
Se ne sta lì certe volte e lo vedo che mi scruta, nota tutto sto’ fetente. Tipo mentre parlo mi dice: ma perché si è allisciata i capelli? Sono mbalusi, era meglio prima. Mbalusi è una parola che ha imparato e schiaffa dappertutto, vuol dire che non vanno bene. Oppure: lo sa che il fumo invecchia, che se non fumasse non avrebbe quelle rughe? In pratica mi sta dicendo che devo avere più cura di me. Mi tiene d’occhio.
Qualche volta alla fine dell’ora mentre si preparano per uscire mi si accovaccia a fianco alla cattedra e mi chiede: ma me ne volete bene?
No, rispondo. Io sono pagata per insegnarti storia e italiano non per volerti bene Kalim.
Il massimo è stato la scorsa settimana quando mi ha chiesto: ma voi siete felice? Sono rimasta spiazzata.
Ma come ti viene in mente di farmi ste’ domande?
Io lo so perché mi fa queste domande.  Perché non ha la stessa intelligenza e sensibilità degli altri. Non studia niente, avrà una pagella disastrosa, ma non è come gli altri.
Caro Kalim, se sono felice o meno non è un problema. So però che spesso sono stanca, sempre più stanca. So che quello che succede fuori dalle aule mi piace ogni giorno di meno. So che è facile attaccare me e quelli come me, fin troppo facile. Non scodinzolo, non compiaccio, non mi mostro, mi piace fare quello che devo fare con passione, detesto i tecnicismi, detesto perdere tempo in inutili cazzate che ti atrofizzano il cervello, detesto farlo perché va fatto e salvo il quieto vivere, non ho alcun senso della gerarchia, capisco solo la cooperazione e la collaborazione e a quelli che dicono cose tipo “il/la dirigente vuole così” mi verrebbe voglia di dargli una sberla. Contrastivi, pare che abbiano definito così gli insegnanti non allineati. Mi sa che sono tra quelli, mio malgrado.
E  gli strumenti, caro Kalim, non sono così diretti come quelli che i professori usano nei confronti degli allievi. Sono subdoli. Sono piccole azioni, una per volta. Siccome penso e poiché penso parlo, questo non va bene, non è mai andato bene. Meglio star zitti e tirare a campare.
Lo stress sul luogo di lavoro. Mi viene da ridere caro Kalim, da ridere.
E mi sa che tu te ne sei accorto.
Lo sai Kalim? Io che sono più di venti anni che insegno con dedizione, mi dovrò difendere davanti a un giudice. Sì, perché ho subito un provvedimento del tutto ingiusto e fuori luogo. Tra le tante cose c’era scritto: “… ravvisando nella sua condotta mancanze relative alla funzione docente, ai doveri di correttezza, di collaborazione ecc ecc”
Qualcuno dice che non dovrei scriverne, non dovrei dirlo, ma non ho nulla di cui vergognarmi, anzi, il mio è paradigma della nuova aria che comincia a tirare. Io non riconosco il linguaggio copiato dalle leggi e usato da chi legge non è, io conosco il potere della parola, questa, adesso, qui.
Buona la scuola, vero Kalim?
Nessuno può permettersi di rivolgermi parole di quel tipo solo perché ha motivi altri che non conosco e non voglio conoscere. E per questo devo intraprendere a malincuore un’azione legale.
Nessuno può farlo, se non altro perché se tu sei tornato a scuola e non sei per strada a fare chissà che, è merito mio e di quelli come me.
Insegno il rispetto prima della letteratura. e se lo insegno, lo esigo. E’ una cosa semplice e naturale e non c’è niente di eroico in questo.

Professoressa, ma voi, siete felice?

A chi piace questo clima di finti e ipocriti moralizzatori forti delle campagne mediatiche in nome di cause solo e esclusivamente personali che niente hanno a che fare  con l’educazione e la scuola – proprio in quanto prima istituzione deputata all’educazione –  dico: tenetevela.
E buona fortuna.

Ps. comunque Kalim,  sì, a te sì, ti voglio bene.

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Una lezione particolare

Al rientro delle vacanze natalizie c’è stata una lezione piuttosto singolare. Si sa, il primo giorno dopo le vacanze è sempre una mezza tragedia sia per i gli allievi che per gli insegnanti. Quel giorno avevo la prima ora in seconda. Io cercavo di darmi un tono per forza di cose, i ragazzi avevano l’aria sonnolenta e svogliata.

Parte così la domanda per spezzare il ghiaccio e ripartire: e insomma che avete fatto di bello durante le vacanze?
Succede che F. alza la mano prontamente esclamando io ho commesso due omicidi.
“Si va boh, neanche uno, addirittura due. E chi, di grazia?”
F. è un ragazzino piuttosto in carne, dislessico, ha problemi a scrivere e anche ad esporre e, stranamente, si lancia in un’affabulazione, che qui provo a ricostruire, che ha coperto tutta l’ora di lezione e ha coinvolto diversi suoi compagni che hanno confessato di essere avvezzi a “omicidi” del genere.
In realtà F. durante le vacanze “ha fatto il maiale” , espressione con cui si indica l’uccisione dell’animale in un giorno che per la famiglia diventa una sorta di cerimonia festaiola.
Ed ha spiegato passo passo in cosa consiste questa due giorni: si comincia al mattino presto quando l’animale viene – ahimè – appeso a un gancio a testa in giù e ucciso. Viene lasciato appeso in maniera che coli tutto il sangue (che viene raccolto in un recipiente) e nel frattempo si scalda una “quadara” d’acqua, ovvero un grande pentolone, che servirà per pulire l’animale.
Si lava con l’acqua bollente una prima volta e vengono messe a mollo le zampe perché così le unghie si leveranno più facilmente. Il sangue a questo punto vien messo da parte. Con quello ci si farà il sanguinaccio, cioè una crema spalmabile con cioccolata, uvetta e pinoli.
F. dice però che un altro modo di utilizzare il sangue consiste nel farlo bollire fino a completa condensazione per poi tagliarlo a fette. Pare sia buonissimo fritto condito con formaggio aglio e prezzemolo. Mi fido, perplessa.

Si prosegue bruciando i peli che sono rimasti sulla pelle e si passa a un secondo lavaggio che però viene effettuato con sale e limone (o sale e arancia). A questo punto il maiale è pulito  e viene diviso in due. Ogni parte viene incisa per sfilare i tendini, dopodiché si svuota l’interno.
Fino a questo punto hanno lavorato gli uomini, da questo momento in poi, invece, entrano in scena anche le donne che cominceranno con il lavare gli intestini che serviranno per il salame. Li lavano in un secchio con acqua, aceto e sale.
Poi si forma una sorta di catena di montaggio: chi macina la carne, chi incide la pelle per fare cotiche e curacchi, chi gira una macchinetta, chi è pronto per riempire il budello. E voilà si fanno le salsicce.
In un altro pentolone vengono messi a cuocere le pelli e le parti dure tipo le orecchie, con le quali si farà la gelatina. Il grasso invece viene raccolto per fare le risimoglie (e queste anch’io so che sono una prelibatezza!)
Durante i due giorni le famiglie mangiano insieme: il primo giorno a pranzo a base di patate, fagioli, giardiniera, pane e companatici vari, mentre alla sera la pasta con la carne di maiale  al sugo. Il giorno dopo polpette di carne e –  dice F. – ossa cotte da spolpare che sono – pare – buonissime.
Alla fine del secondo giorno in pratica, salsicce, salamini e prosciutti sono pronti per essere consumati o stagionati.

Devo dire che a me tutto questo racconto ha fatto un po’ effetto, ma F. si è dato da fare per raccontare con ordine tutte le procedure e non me la sono sentita di fare la parte di quella che i prosciutti li mangia ma fa la schifiltosa per il fatto che dietro c’è un animale ammazzato.

Alla fine una domanda però la faccio: cosa rispondereste a un animalista che vi dice che ammazzare un animale è malvagio come ammazzare un uomo?
Va boh… si è aperto il mondo tra i commenti di tutti.
N. ha detto che crudeltà per l’uccisione di un maiale è una parola grossa e ha raccontato che una volta crescere il maiale era una questione che riguardava tutta la famiglia. Quell’animale diventava uno di casa. All’epoca non c’era molto da mangiare, il maiale era la risorsa principale. Se per caso succedeva che morisse prima dell’uccisione per un motivo qualsiasi, si piangeva come se fosse morto uno di famiglia e poiché non conoscevano le cause della morte dovevano buttarlo. Il che voleva dire una mala annata.
Per la maggior parte comunque “fare il maiale” è una tradizione. A parte qualche voce isolata nessuno la considera una pratica crudele.

Insomma in quella lezione sono stata discente e ho imparato in concreto dai loro racconti quello che sempre si dice: del maiale non si butta via niente. Credo fosse un po’ la filosofia dei tempi della fame.
Stavolta ho ascoltato senza fare la parte del grillo parlante.
E comunque F. era fiero di sé. Bene così.

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