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Bob Dylan e Allen Ginsberg sulla tomba di Jack Kerouac

Ehi sì, da ieri ho capito che devo essere proprio invecchiata perché ho sperimentato che quella cosa che si chiama gap generazionale esiste davvero.
Dunque: De Andrè, per dire il primo che mi viene in mente, non è un musicista. Le sue cose migliori le ha fatte se affiancato da Mauro Pagani, Ivano Fossati, la PFM. Ma sui testi di De Andrè e su quello che hanno rappresentato molti potranno essere d’accordo: sono bellissimi.
Ho letto tante cose, forse troppe, e vorrei tralasciare per un attimo il fatto che il nobel è stato dato a qualcuno che con la letteratura non c’entra niente.
Molti, sui 35/40 anni, dicono è proprio che Dylan, non mi piace, è noioso e via discorrendo. Insomma, neanche musicalmente o come cantautore varrebbe una cicca.
C’è però un aspetto: se dai un premio così prestigioso, può darsi che ci stia che tu lo stia dando a una forma d’arte che ha espresso qualcosa di davvero significativo, una cosa che ha inciso su generazioni, a un terremoto culturale.
Qualcosa che ha rotto uno schema, che ha innovato, che non è UNA forma espressiva pura (letteratura in questo caso) ma tante insieme.
Io sono figlia di un tempo che aveva ereditato gli anni ’60 e ’70, sono cresciuta nella musica e con la musica, che non era fine a sé stessa.
Dylan proviene da un solco tracciato ad esempio da Woody Guthrie prima di lui, ovvero quei folk singers che per la prima volta affermavano il valore della parola, della musica come veicolo di idee, quelli che ti fermavi ad ascoltare per cose che dicevano, non per la musica che suonavano, o non soltanto. E questo Bob Dylan ha continuato a fare, sempre: ha parlato di diritti civili, di ingiustizie, di solitudini, di storie di neri che finivano in carcere, come Hurricane, condannato perchè era nero, non perchè fosse colpevole, visto che poi l’innocenza è stata provata.
Alla Marcia su Washington con Marrin Luther King, lui c’era. Censurato dalla TV, lasciò uno show perchè voleva cantare una canzone potenzialmente diffamatrice nei confronti di un’associazione anticomunista. Lui c’era.
Non continuo. Non voglio dare lezioni, né fare la maestrina.
Questo forse era ieri e oggi è un’altra storia e io magari sono ieri.
E’ solo che mi pare che la canzone nel vento che si canta agli scout basti per giudicare BOB DYLAN, il che è un po’ pochino.
Ci sono particolari momenti storici in cui il mondo della cultura dà (e deve dare) dei segnali), anche Dario Fo prese il Nobel tra mille contestazioni in pieno governo Berlusconi.
Anche di lui si disse che era un guitto che non c’entrava con la letteratura, mentre magari Mario Luzi sì, quella Alta, quella con la C maiuscola.
Qualche giorno fa un amico americano mi ha detto: Hilary è pericolosa per l’America, Trump per l’intero globo terrestre e universi paralleli.
Dunque forse guardare un pochino più in là del proprio naso, allargare la mente, fare capriole spericolate, è ciò che la Cultura dovrebbe fare, qualsiasi forma abbia. Fuori dal salotto e anche fuori da facebook. Fuori dalle puzze sotto il naso e dai Critici con la C maiuscola dei quali nessuno conosce i nomi al di là di pochi addetti ai lavori.
Non è questione di Roth che meriterebbe il nobel o Murakami o McCarthy.
E’ questione di ciò che incide ee ciò che incide per me, non è ciò che incide per i più.
Non mi si fraintenda, che donna di Lettere sono: ma un libro eccelso di Roth può aver cambiato la prospettiva di molti. Ora moltiplicate questi molti per centinaia, generazioni che erano in strada, non su fb. E avrete il risultato.
Ecco perchè a me il Nobel a Dylan piace. Assai.
“Per essere un poeta non è necessario scrivere. Ci sono poeti che lavorano nelle stazioni di servizio. Non mi definisco un poeta perché non amo quella parola. Sono un artista del trapezio” (B. Dylan, 1965)
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