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When you’re a star,  you can do anything. Grab ‘em by the pussy. You can do anything (D. Trump)

Mi avvio a scuola contrariata, che in America abbiano potuto eleggere un tale babbeo mi pare il fondo del baratro. Non me ne importa un fico secco delle analisi politiche, neanche le voglio ascoltare le banalità che vomiteranno i media nelle prossime ore, tanto lo so che in meno di ventiquattr’ore troveranno una logica.

Entro nell’aula vuota, apro la finestra, mi siedo e guardo i banchi, mi godo quei pochi minuti di quiete, tra un po’ qui dentro si scatenerà l’inferno.
Sono in 3° C, qui nelle ultime settimane ho dichiarato guerra: una classe scomposta, disordinata, fare lezione qua dentro è diventato difficilissimo. Sono quasi tre mesi dall’inizio dell’anno e mi arrabatto tra urla, sequestri di cellulare, Dante, la Commedia e il Dolce Stil Novo. A questi non gliene frega niente. Ho persino scritto un patto d’aula, l’abbiamo concordato, l’hanno firmato tutti ed è in bella mostra sul muro. Non c’è verso.

All’improvviso mi balena un’idea, sta per suonare la campanella e loro stanno per arrivare. Io divido la lavagna in due colonne e su una comincio a scrivere versi dei vari sonetti, tutte le prime strofe di Cavalcanti, Guinizelli, Dante.
Loro arrivano nella solita baraonda, urla e strepiti miei e loro per sistemarsi. Sto ancora scrivendo, intimo loro di ricopiare tutto sul quaderno.
Sempre a scrivere“. Mi volto, fulmino con lo sguardo: “Stai zitto e scrivi.
Copiano tutto, per un po’ c’è un bel silenzio. Mi assicuro che abbiano scritto tutti, rileggo i versi. Ogni strofa è accompagnata dall’autore e dalla data di nascita.
Poi comincio a scrivere sulla seconda colonna: al primo verso si bloccano, spiazzati, al secondo cominciano a ridere, al terzo cominciano a capire, al quarto iniziano a suggerirmi loro quello che potrei scrivere. Riempiamo la seconda colonna con tutti gli improperi, le male parole, le espressioni a dir poco colorite che sono soliti pronunciare senza troppi freni o complimenti.
Così accanto a Tanto gentile e tanto onesta pare, o al Io voglio del ver la mia donna laudare, compare – Dio mi perdoni – in culo a mammata, mi hai cacato il cazzo e così via.
Non me ne vogliano Dante e Guinizelli e nemmeno i puristi e i benpensanti, ma a male estremi estremi rimedi, dice il proverbio. Di fronte a quella lavagna oggi ho messo a confronto due linguaggi, quello che dovrei insegnar loro e quello che usano, quello che si rifiutano di capire e quello che invece è il loro pane quotidiano. Ho parlato loro di gentilezza e cortesia, del bisogno di ritrovarle, ho tentato di far loro sentire la violenza di quelle espressioni, fuori contesto in un’aula di scuola.
E così per un po’ mi hanno seguito, e so che hanno capito. E’ servito? Beh, gli ultimi cinque minuti di lezione è ritornata la fanfara di sempre, sembravano usciti dalla bolla comunicativa che si era creata fino a cinque minuti prima. Sembrava svanito tutto.
Però so una cosa: che nel nostro lavoro bisogna sminare, a costo di saltare per aria, a volte. Bisogna levare le mine una dopo l’altra, perché è così che lavoriamo: in un campo minato.
E se oggi ho disinnescato qualche mina estremizzando la spiegazione di un argomento (che mi sta a cuore), ebbene, da idealista impenitente quale sono, penso che mina dopo mina è questo il lavoro che si deve fare per non fare vincere (come sta vincendo) l’ignoranza e la maleducazione sulla conoscenza, l’arroganza e la volgarità sulla decenza, la cafonaggine e l’inciviltà sulla cultura e la civiltà.

E in questo c’entra anche Trump.

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antonio-boschieri1Nella penombra della stanza echeggiavano rumori di spari, lamenti di uomini morenti. Nino incuriosito entrò e vide un ragazzo con lo sguardo incollato a un monitor. Il ragazzo non sembrò accorgersi della sua presenza, così Nino prese una sedia e gli si sedette accanto, non doveva avere più di sedici anni ed era intento a muovere una scatola grigia sulla superficie del tavolo con la mano che non mollava la presa, sembrava incollata.
«E vai, beccati questa, t’ho preso!» Urlò il ragazzo. Nino nel monitor notò un uomo con una divisa tedesca che giaceva accanto a un cumulo di terra in una pozza di sangue.
«L’hai ammazzato tu?» Domandò timidamente al ragazzo, ma quello sembrò non sentire e continuò a picchiare sui tasti.
«Quel tedesco lì… l’hai ammazzato tu?» Riprovò con cautela.
«Shsh, zitto, sono vicino all’obiettivo, devo finire questa missione.»
«Una missione? Che missione?»
«Il cuore del Reich». Rispose il ragazzo senza staccare gli occhi dal video.
Nino a quella parola trasalì, il tedesco era una lingua che lo inquietava:
«Il cuore del reich? E cos’è?»
«È la missione 11, sono alla fine, non mi distrarre. Vai.. così, attento alle spalle!»
Il ragazzo aveva urlato di nuovo, tanto che Nino si voltò di scatto per vedere chi avesse lui alle spalle: ma nella stanza non c’era nessun altro. Allora comprese che a doversi guardare alle spalle era un uomo nel monitor.
«Chi è quell’uomo?» Sussurrò Nino.
«Sono io, cioè lui è Miller, ma sono io…»
Nino era confuso, gli uomini nello schermo in bianco e nero erano veri, sembrava una ripresa di qualcosa che stava accadendo o una registrazione di un’azione di guerra. Inchiodò lo sguardo al monitor e la paura ricominciò a farsi sentire. Era la stessa paura che aveva dovuto combattere a lungo i primi tempi, dopo essersi arruolato. Era stupito che al contrario il ragazzo fosse così tranquillo. Quell’uomo, Miller, non aveva la stessa divisa degli altri e il nome non era tedesco, forse era americano, o forse il suo era un nome in codice.
«Qual è la tua missione, o quella di Miller, non ho capito bene.»
«Devo neutralizzare le postazioni tedesche all’interno del Reichstag».
Nino non conosceva il tedesco, ma di tedeschi però ne aveva sentiti parlare, quanto bastava per sapere che la pronuncia del ragazzo non era un granché. E comunque lui il tedesco non lo sopportava, quindi cosa diavolo fosse il reichstag proprio non lo voleva sapere. La prima volta che li aveva sentiti, i tedeschi, era acquattato nel fondo di una grotta, su nel bosco sopra Farneta. Lui e Mariano erano rimasti là dentro una notte intera senza nemmeno respirare per il terrore che i cani li scoprissero, immobili, al freddo, con le mani e i piedi che non li sentivano più e davvero quella notte aveva pensato di morire, con l’unica consolazione che era sempre meglio morire di freddo piuttosto che nelle mani dei tedeschi. Quando avevano sentito le voci allontanarsi ormai era giorno fatto, ma avevano atteso ancora prima di uscire e rimettersi in cammino. Il pomeriggio di quello stesso giorno avevano saputo che nell’imboscata i tedeschi avevano preso Ivo e Tonio. Li avevano portati giù al paese e li avevano trascinati per i vicoli a spintoni, nella neve, nudi e scalzi. Si erano fermati alla fontana, nella piazzetta, e un ufficiale aveva sparato un colpo in aria: le finestre erano rimaste tutte chiuse, nel silenzio spettrale di un paese che sembrava abbandonato. L’ufficiale urlava minacce in un italiano stentato contro quelle finestre, mentre i suoi uomini avevano le armi puntate contro Ivo e Tonio, in ginocchio davanti a loro. Poi l’ufficiale aveva riso a quelle finestre mute, una risata sguaiata che aveva fatto tremare l’aria fredda della valle, si era rivolto ai suoi uomini e aveva dato l’ordine di sparare. Ivo e Tonio erano rimasti a sanguinare sulla neve bianca, proprio lì, sotto gli occhi di tutti.
“Fai come ti dico e vendicheremo questo massacro, ho la mano ferita e non posso sparare, lo farai tu per me”. A parlare era stato l’uomo nel monitor e Nino gli fu grato perché lo aveva distolto dai brutti ricordi; ora che era riuscito ad allontanarli, quando tornavano erano ancora più terribili. Non ebbe il coraggio di fare domande al ragazzo, vide che l’uomo si era alzato in piedi, aveva un fucile in una mano ferita e una bomba nell’altra. Il ragazzo sembrava essere al culmine della tensione, ma Nino non avvertiva il sudore dell’eccitazione bastarda che si prova un attimo prima di sparare. Per lui quello era uno strano modo di compiere missioni.
“Prendi il mio fucile e guarda la strada, il figlio di puttana è il generale Heinrich Amsel, responsabile dell’assassinio a sangue freddo di donne, uomini e bambini.”
Sullo schermo era comparso in primo piano un mirino puntato dritto sulla testa del generale. Nino, incredulo, stava col fiato sospeso: dunque era possibile uccidere un generale tedesco stando seduti al caldo? Come mai nessuno aveva mai parlato di quel marchingegno?
“Cecchino e cacciatore hanno lo stesso problema: spara al momento sbagliato e avrai perso per sempre la tua occasione. Ora concentrati, carica il fucile.”
Pochi secondi e il ragazzo spinse un tasto: partì uno sparo, giù un soldato, riprese la mira, un altro sparo e giù il secondo soldato e così anche il terzo.
“Ottima mira, sei un cacciatore nato.” Il soldato saltò da un muretto seguito dal mirino del fucile, Nino cominciò a capire che era il ragazzo ad avere il controllo di quell’arma.
“Fermo, la pattuglia armata. Dobbiamo trovare un altro modo per raggiungere Amsel, resta basso e seguimi. Presto, da questa parte – una breve corsa e furono all’interno di una casa in fiamme – per giorni ho strisciato come un ratto. In questo posto risuonavano le voci di amici e amanti. Quel tempo è passato. Ascoltami bene: un giorno le cose cambieranno, porteremo la guerra sulla loro terra, tra la loro gente”.
Uscirono dalla casa in fiamme e furono di nuovo all’aperto, in un’aria grigia di fumo e nuvole nere. All’improvviso si udirono voci e latrati di cani, i tedeschi dovevano essere vicinissimi. Nino cominciò a sudare e tremare. Il ragazzo invece sembrava impassibile.
“Ci hanno trovati, i tedeschi, andiamo – le fiamme intorno a loro erano sempre più alte – stanno cercando di bruciarci, stai giù, cerca di non respirare.” Avanzavano strisciando su un viottolo di pietre dure e aguzze. Nino poteva sentirle nella carne, il ragazzo invece sembrava non provare nulla. Erano circondati da spari e macerie.
“Stanno circondando l’edificio, dobbiamo fare presto, o ci ammazzeranno come cani. Corri.”

“BANG”. Un colpo, freddo, secco e il fucile sparì dal monitor.

«No cazzo, fottuto di un tedesco, mi ha preso!»
«Ti ha preso?»
«Mi ha ammazzato. Morto»
«Morto?»
«Morto morto, missione fallita!»
Il ragazzo aveva un’aria delusa, i suoi occhi azzurri sembravano un lago in cui stesse piovendo. Premeva sulla scatola grigia e le immagini apparivano e scomparivano dal video.
«Posso chiederti cos’è questa macchina?» Chiese Nino.
«Quale macchina?»
«Questa che stai usando, non l’ho mai vista.»
«È un Mac…»
«Mac? Non l’ho mai sentito. Ma tu fai parte di qualche brigata?»
«Brigata? Che brigata?»
«Io per esempio ero nella Brigata Garibaldi.»
«No, non l’ho mai sentita, è un video gioco nuovo?»
«Video gioco? Che cos’è?»
«Questo è per Mac e Playstation…»
«Non capisco ….»
«Ma da dove vieni? L’avrai visto un computer?»
«Sai, una volta, tanto tempo fa, io sono stato in questa casa, ma era tutto diverso. Sono rimasto tre settimane nascosto in un fienile, l’ho cercato, ma sembra non ci sia più. Tu sai ne sai qualcosa? »
«Un fienile? Qui? Mai visto.» Il ragazzo per tutto il tempo mai si era voltato a guardare Nino in faccia, intento com’era a fissare il monitor.
«Peccato, ero curioso di sapere se c’era ancora la stessa famiglia, alcuni sono morti con me. Ci hanno preso per una soffiata.»
«Ma di che razza di video gioco stai parlando? Io me ne intendo, ma questo non l’ho mai sentito!» Intanto il ragazzo stava sfilando un disco argentato da una fessura.
«Gioco? Gioco dici? No, non era un gioco… ma tu… quello che hai fatto tu finora, cos’era? Non era una missione?»
«Era la missione di un gioco!»
Nino abbassò la testa confuso e deluso, un’altra volta sconfitto, era passato del tempo, avrebbe dovuto immaginare che le cose erano cambiate. Poi guardò il ragazzo, sperando che almeno una volta lui si voltasse e lo guardasse in faccia. Non si conoscevano, eppure avrebbe voluto la sua considerazione. Lo sguardo però rimase appeso a un futuro a lui ignoto. La cosa lo rattristò. Poi disse mestamente:
«Però… chi ci pensava? Sai quante vite salvate se solo avessimo avuto un marchingegno come questo? Ivo, Tonio, io, Mario.. sai quanto sangue e dolore avremmo risparmiato?»
«Sono i tuoi compagni di gioco?» Chiese distrattamente il ragazzo.
«Sì…. – rispose Nino sorridendo – erano i miei compagni di gioco.»
Il monitor adesso era nero. Clic. Spento.
Finalmente il ragazzo si voltò di scatto, quasi avesse avuto un’improvvisa illuminazione:
«Ora che ci penso, ma tu chi sei, come hai fatto a entrare?»
Nella stanza regnava la penombra e il silenzio, tutto era come sempre e non c’era nessuno. L’unico particolare diverso era lì, accanto a lui, ed era una sedia vuota che prima non c’era.

Nella foto:
Antonio Boschieri nato a Biadene nel 1921, partigiano sul Monte Grappa col nome di battaglia “D’Artagnan”. Combattè nella Brigata G. Matteotti come comandante del battaglione Zecchinel. Combattente amato e stimato dai compagni di lotta, partecipò a moltissime e pericolose missioni e azioni culminate nei tragici combattimenti del settembre 1944 durante il rastrellamento del Grappa da parte dei nazi-fascisti. Catturato, fu a lungo torturato ma non rinnegò le sue idee nè tradì i suoi compagni. Fu impiccato ad Arten di Feltre il 27 settembre del 1944. Aveva 23 anni…

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