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Posts Tagged ‘lavoro’

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La mente è un marchingegno strano, in questo momento mi ronza in testa una vecchia canzone, quella che faceva in via dei matti numero zero. Peccato però io non stia andando in una casa molto carina senza soffitto e senza cucina. Sto andando in via Benedetto Croce al numero 240 in un posto dove non sono mai stato.
Scendo dell’autobus con le gambe che mi tremano, per fortuna non devo fare molta strada perché  l’ufficio è proprio dietro l’angolo. Ho come la sensazione di essere osservato, quasi che tutti conoscano la mia faccia e  sappiano dove sto andando e perché. Dovrò abituarmi a questa condizione. A questo senso di perdita, di umiliazione.
Di fronte alla vetrata del numero 240 ho un attimo di esitazione, un lieve capogiro, come se dietro quella porta ad attendermi ci fosse un girone dell’inferno. Io non voglio entrarci, penso.

Vorrei gridare, chiedere aiuto. Invece resto fermo, composto. In realtà la rabbia sarebbe più forte della rassegnazione, ma la rassegnazione è l’unica carta che ti è concessa di giocare. L’ho capito negli ultimi giorni.
Mi decido a entrare. Dentro c’è un odore insopportabile di umidità e detersivo scadente, di polvere accumulata negli angoli e sulle scartoffie accatastate. Mi dirigo al distributore automatico di numeri e sfilo il mio. Ho il 18, non ho idea dei tempi di attesa. Vedo una sedia libera, mi siedo senza alcuna voglia di guardarmi intorno. Non voglio vedere le facce di quelli come me.

È accaduto troppo in fretta, non riesco ad accettarlo, ammesso che si possa accettare l’idea di essere senza lavoro alla mia età, due figli ancora piccoli e un mutuo da pagare. Anche se non è solamente una faccenda di soldi. È che quando ti arriva quella stramaledetta lettera scritta in un burocratichese  freddo, mediocre e impersonale, vorresti andare direttamente dal tuo capo e dirgli: con questa ti ci pulisci il culo!
Proprio io, noto a tutti per la pazienza e la mitezza. All’improvviso mi sento inutile. Impieghi anni per costruirti un’identità, impegnarti nel far bene quello che sai fare e sei pagato per fare, ti senti di far parte di un meccanismo che gira, poi, basta un secondo, e TAC, tutto annullato. Sei niente, non hai fatto niente, anni buttati via, tu stesso sei stato buttato via.
È una sensazione orrenda.
Mi accorgo che accanto a me c’è un ragazzo di colore, mi chiedo se è qui per lo stesso motivo. Forse per lui non è così tragico: è giovane, forte, magari scampato a chissà quale guerra. Un sussidio è sempre meglio di ciò che aveva nel suo paese. Ma poi io che ne so? Io appartengo alla schiera di quelli che sono sempre stati dall’altra parte, al sicuro, nella mia poltrona di fronte al monitor del mio ufficio.

Ed ora invece eccomi qui, sbattuto in mare da un’ondata mi dimeno come un naufrago in balia delle correnti, tutto quello che ho fatto e imparato non serve più a niente. Alzo gli occhi verso il pannello elettronico, vedo che tra un po’ è il mio turno. Sto per diventare un numero, una pratica. Metteranno un timbro da qualche parte ed è fatta. Quale numero sarò nell’esercito di quelli come me? Voglio dire, quanti saremo? Migliaia.
Migliaia di manichini senza un volto né un nome né una storia.

Le storie degli imprenditori, quelle sì finiscono sui giornali, ma a noi nessuno viene a fare domande. Noi non facciamo notizia. Magari accade se qualcuno si ammazza. Ecco, quel disperato che sui giornali ci finisce, con nome e cognome. Ma sai che gloria! Dura il tempo per bruciare una notizia.
Per il resto siamo numeri, apparteniamo a statistiche.
Ecco, è il mio turno, mi avvio. Mi sento stanco. Mi siedo di fronte a un’impiegata e sono a disagio. Lei non è pagata per comprendermi, ha fretta. Mi mette sotto gli occhi un modulo, devo riempirlo. Dati anagrafici, cosa chiedo, cosa dichiaro, stato di disoccupazione, mi impegno a. Non è così difficile. Sono dati, cifre, crocette nelle caselle. È facile. Semplice.
Restituisco il modulo, ho letto si chiama scheda anagrafica del lavoratore. Mi vengono date delle istruzioni per il futuro. Il futuro. Mi viene da ridere. E questa obesa con la coda di cavallo mi sta dando anche le istruzioni. In caso di. Se ricevesse. Se accadesse. Annuisco senza parlare. Ho solo voglia di andarmene.
Quando esco però non so dove andare. Non c’è un posto dove vorrei essere. Cammino senza meta, senza curiosità. Da oggi dunque sono ufficialmente disoccupato. Devo abituarmi all’idea. Devo fare amicizia con questo pensiero, con questa nuova condizione. Al momento è l’unica cosa che posso fare per non impazzire.
Poi – chissà – magari mi verrà la voglia di studiare come si costruisce una bomba, perché tutto questo non accade per caso. Non è il destino o la sfortuna. C’è chi ha la responsabilità di tutto questo. Io so di chi è la colpa.
Credo di avere diritto alla rabbia, visto che quelli che parlano di me, di noi, in definitiva sono laureati alla Bocconi e in tv fanno la loro figura. Avrò un volto, avrò un nome, avrò una storia anch’io.

Cammino e penso che non voglio essere  un numero nelle loro fottute statistiche da salotto televisivo.

Dedico questo racconto a Michele, 30 anni, che il 31 gennaio si è tolto la vita, stanco della precarietà e di rifiuti. Michele ha lasciato una lettera nella quale parla di “furto della felicità”, di tentativo di fare “del malessere un’arte”. Dice di aver resistito fino a che ha potuto.

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino”.

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