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MARCHIATO

La mente è uno strano marchingegno. Vorrei sapere perché in questo momento mi ronza nella testa una vecchia canzone di Sergio Endrigo, quella che faceva c’era una casa tanto carina, in via dei matti numero zero.  Oltretutto non sto andando in una casa molto carina senza soffitto e senza cucina. Sto andando in via Benedetto Croce al numero 240, in un posto dove non sono mai stato.
Stamattina ho accompagnato Luca all’asilo, a lui è sembrato strano. Di solito sono il primo a uscire di casa e l’ultimo a tornare.
«Non vai al lavoro oggi papà?»
Ho guardato la strada, c’era un anziano che stava per attraversare. Mi sono fermato, ho aspettato che attraversasse, passo dopo passo, poi sono ripartito. Le macchine in fila dietro mi hanno rifilato i loro clacson di insulti. Al mattino tutti hanno fretta. Di solito anch’io ho fretta al mattino. Non oggi.
Avevo soltanto bisogno di tempo per rispondere a mio figlio, il cervello mentre guardavo il vecchio attraversare mi si era impantanato.
«Certo che ci vado. Però oggi posso arrivare più tardi.»
«Sono contento che a scuola mi porti tu.» Mi ha risposto Luca.
Ho guardato nello specchietto retrovisore, Luca è ben stretto nel seggiolino e avrei voluto chiedergli di non crescere, di restare così per sempre, con l’espressione soddisfatta che aveva in quel momento.
Lascio mio figlio davanti all’asilo. Gli consegno il piccolo zaino e poi lo vedo correre via, inghiottito dal portone insieme ad altri bambini come lui.
Per andare in Via Benedetto Croce mi conviene prendere l’autobus, lascio la macchina vicino alla piazza a un parcheggio a pagamento.
Mentre ritiro il biglietto e la sbarra si alza penso che tutto sta per cambiare. La differenza è che la sbarra per me si è richiusa. Parcheggio la macchina e mi dirigo alla fermata.
Non sono abituato agli autobus, li prendo di rado e soltanto se sono costretto. Mentre aspetto il 32 sulla piazzola mi sento in imbarazzo, ho la sensazione che tutti mi guardino. Non indosso la giacca e la cravatta come ogni mattina, ma una camicia celeste e un maglioncino blu. Jeans di marca. Non mi è mai dispiaciuto vestire decentemente.
Da Piazza Mazzini a Via Benedetto Croce ci sono otto fermate, l’autobus dovrebbe impiegare circa venti minuti se non ci sono intoppi. Ho studiato il percorso nei minimi particolari non perché sia preciso, ma perché spinto dal timore, lo confesso, di sbagliare. E non ho davvero voglia di sbagliare. Non oggi. Non ce la farei a rimediare.
In effetti trascorsi venti minuti l’ottava fermata è la mia. Tutto come previsto. Sono stato appeso alla maniglia tra persone che spingevano, mi urtavano fastidiosamente. Nessuno che chiedesse scusa. Un ragazzo mi è persino montato su un piede nella foga di accaparrarsi il posto a sedere che si era liberato proprio davanti a me. Non è un bel mondo, mi pare. Sull’autobus ci si può rendere conto dell’umanità meglio che altrove.
Scendo con le gambe che mi tremano, ho ancora il biglietto in mano. Mi guardo intorno per vedere se ci sia un cestino dove buttarlo, ma non vedo niente. Così lo infilo in tasca. Io non sono uno che butta la roba per terra. Sono sempre stato un cittadino coscienzioso, con il suo bravo senso civico.
Per fortuna non devo fare molta strada, l’ufficio è proprio dietro l’angolo, a due passi dalla fermata. Peccato, perché avrei camminato volentieri un po’. Giusto il tempo di liberarmi il naso da tutti quegli odori di ascelle poco lavate o spruzzate con deodoranti invadenti.
Ho ancora la sensazione di essere osservato, quasi che tutti conoscano la mia faccia e sappiano dove sto andando. Eppure questo è un quartiere che conosco appena, abito dall’altra parte della città.
Dovrò abituarmi a questa condizione. Agli sguardi puntati addosso. A questo senso di perdita, di umiliazione.
Di fronte alla vetrata del numero 240 ho un attimo di esitazione, un lieve capogiro, come se dietro quella porta ad attendermi ci fosse un girone dell’inferno e io non voglio entrarci.
Vorrei gridare, chiedere aiuto. Invece resto fermo, composto. In realtà nella mia condizione la rabbia sarebbe più forte della rassegnazione, ma la rassegnazione è l’unica carta che ti è concessa di giocare. Questo l’ho capito negli ultimi giorni.
Mi decido a entrare, spingo la porta a vetri. Dentro c’è un odore insopportabile di umidità e detersivo scadente, di polvere accumulata negli angoli e sulle scartoffie accatastate. Mi dirigo al distributore automatico di numeri, premo un bottone nero e sfilo il mio. Ho il numero 18, non ho alcuna idea dei tempi di attesa.
Vedo una sedia libera, mi siedo senza alcuna voglia di guardarmi intorno. Non voglio vedere le facce di quelli come me.
È accaduto tutto troppo in fretta, inaspettatamente, non riesco ad accettarlo, ammesso che si possa accettare l’idea di restare senza lavoro alla mia età, con due figli piccoli e un mutuo da pagare. Non è solamente una faccenda di soldi, anche se con quella devi fare comunque i conti.
È che quando ti arriva quella stramaledetta lettera scritta in un burocratichese freddo, mediocre e impersonale, vorresti andare direttamente dal tuo capo e dirgli: con questa ti ci pulisci il culo!
Proprio io, che sono sempre stato noto a tutti per la pazienza e la discrezione. La gentilezza per me è sempre stato un valore, un modo di vivere. Una scelta.
Con questa ti ci pulisci il culo! Dio solo sa invece quanto avrei voluto farlo.
Dopo lo shock mi sono sentite inutile e poi dopo, in perfetta successione, perso.
Impieghi anni per costruirti un’identità. La mia era semplice, fatta di piccole cose, ma per me soddisfacenti e sicure.
Mi impegnavo nel far bene il mio lavoro, portare a termine quello per cui ero pagato e le mie giornate erano così. Grato della stanchezza e della casa che mi aspettava. Quando la vita gira nel verso giusto, ti senti di far parte di un meccanismo oleato. Non pensi che tutto possa improvvisamente bloccarsi, non la ritieni una cosa tra le tue prospettive.
Invece basta un secondo, e TAC! Tutto fermo, annullato, il meccanismo è inceppato.
Sei niente, non hai fatto niente, hai buttato via anni, tu stesso sei stato buttato via. È una sensazione orribile.

Mentre aspetto mi accorgo che accanto a me c’è un ragazzo di colore, mi chiedo se è qui per lo stesso motivo. Forse per lui però non è così tragico: è giovane, forte, magari scampato a chissà quale guerra, e un sussidio è sempre meglio di ciò che aveva nel suo paese.
Ma che ne so io? Io appartengo alla schiera di quelli che sono sempre stati dall’altra parte, al sicuro, nella mia poltrona di fronte al monitor del mio ufficio al mattino e in quella davanti alla tv alla sera.
Ed ora invece eccomi qui, sbattuto in mare da un’ondata, mi dimeno come un naufrago in balia delle correnti, tutto quello che ho fatto e imparato non serve più a niente.
Alzo gli occhi verso il pannello elettronico, verifico che tra un po’ è il mio turno. Sto per diventare un numero, una pratica. Metteranno un timbro da qualche parte ed è fatta. Quale numero sarò nell’esercito di quelli come me? Voglio dire, quanti saremo? Migliaia credo.
Migliaia di manichini senza un volto né un nome né una storia. Fogli, carte, pratiche da sbrigare.
Le storie degli imprenditori, come quella di colui per cui lavoravo, quelle sì finiscono sui giornali, perché quando un’azienda chiude fa rumore. A lui sono andati in tanti a intervistarlo. E lui ha recitato impeccabilmente la sua parte di padre addolorato.
Ma a noi nessuno viene a fare domande. Noi non facciamo notizia. Magari accade se qualcuno si ammazza, come succede di tanto in tanto. Ecco che allora quel disperato finisce sui giornali, con nome e cognome. Ma sai che gloria! Dura il tempo in cui si brucia una notizia.
Per il resto siamo numeri, apparteniamo a statistiche.
Ecco, è arrivato il mio turno, mi avvio. Mi sento stanco. Mi siedo di fronte a un’impiegata e sono a disagio. Lei non è pagata per comprendermi, ha fretta. Mi mette sotto gli occhi un modulo, devo riempirlo. Dati anagrafici, cosa chiedo, cosa dichiaro, stato di disoccupazione, mi impegno a.
Non è così difficile. Sono dati, cifre, crocette nelle caselle. È semplice. Pensavo peggio.
Restituisco il modulo, leggo si chiama scheda anagrafica del lavoratore. Mi vengono date delle istruzioni per il futuro.
Il futuro. Mi viene da ridere. E questa obesa con la coda di cavallo dall’altra parte della scrivania mi sta dando anche le istruzioni. In caso di. Se ricevesse. Se accadesse. Annuisco senza parlare. A male pena capisco quello che dice. Ho solo voglia di andarmene.
Quando esco però non so più dove andare. Non c’è un posto dove vorrei essere. Così cammino senza meta, senza curiosità.
Da oggi dunque sono ufficialmente disoccupato. Devo abituarmi all’idea. Devo fare amicizia con questo pensiero, con questa nuova condizione. Al momento è l’unica cosa che posso fare per non impazzire.
Poi – chissà – potrò fare qualche ipotesi di progetto. O magari mi verrà la voglia di studiare come si costruisce una bomba, perché tutto questo – ne sono certo – non accade per caso. Non è il destino o la sfortuna. In tutto questo c’è chi ha la responsabilità. Io so di chi è la colpa. Anche perché ero io che tenevo i conti dell’azienda. So perfettamente com’è andata.
Credo di avere diritto alla rabbia, visto che quelli che parlano di me, di noi numeri, in definitiva sono laureati alla Bocconi e in tv fanno la loro porca figura.
Io però voglio avere un volto, un nome, una storia. Non voglio essere un numero nelle loro fottute statistiche da salotto televisivo.
Credo tornerò a casa. Su internet ci sono mille siti che ti spiegano come costruire una bomba, me l’ha detto mio figlio Andrea, che ha tredici anni. Io l’ho perfino rimproverato.
All’improvviso è tutto chiaro e devo ringraziare proprio lui, Andrea.
So anche dove posizionerò l’ordigno. Ma certo!
Io so tutto. So che c’è una barca ormeggiata al porto di Genova, appartiene al mio capo. Ho saldato io la fattura dell’architetto che ha realizzato gli interni. Tra qualche mese dovrebbe salpare per il Mediterraneo. Invece salterà in aria. Un meraviglioso spettacolo pirotecnico.
Ai miei figli spiegherò che dovranno considerarmi un eroe, non un fallito.
Rifaccio la strada fino alla fermata dell’autobus. Aspetto il 32. Mi guardino pure tutti. Non m’importa.
Io torno a casa.

 

 

Dedico questo racconto a Michele, 30 anni, che il 31 gennaio si è tolto la vita, stanco della precarietà e dei rifiuti. Michele ha lasciato una lettera nella quale parla di “furto della felicità”, di tentativo di fare “del malessere un’arte”. Dice di aver resistito fino a che ha potuto.

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino”.

 

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