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13 gennaio 2013 alle ore 21:43

 Non ricordo bene che giorno fosse, uno della fine dell’anno 2009. Natale era passato e Capodanno era alle porte.

Mi aggiravo nella casa semibuia come un’ombra muta. Poi ho cominciato ad accendere tutte le luci, ad una a una ho illuminato tutte le stanze, nel vano tentativo di affogarci dentro, tutte o una sola non avrei saputo; forse avrei scelto quella nella quale ero cresciuta. Lì dentro c’erano tutti i miei vent’anni. Il vecchio armadio di legno scuro.
“Questo lo mettiamo in camera tua”, aveva decretato mia madre.
“Come in camera mia? Sto’ catrabbio??”
Ero arrabbiata, non mi andava, proprio non mi andava che l’armadio della vecchia camera da letto dei miei finisse nella mia. E siccome non mi piaceva, la prima cosa che ho fatto è stata prendere dei colori, per giunta inadatti, ad olio, e su un’anta ho dipinto un enorme fiore giallo e rosso, con le foglie verdi. Una cosa orribile. Come rovinare un vecchio armadio e poi darti della cretina. Ma tant’è, il danno era fatto.

Guardo il fiore, poi lo specchio, dentro c’è il riflesso del mio letto.
Questa è l’ultima notte che passo qua dentro. I miei bagagli sono pronti. Domani riprendo il treno e vado via. Come decine di volte negli anni. Ma questa volta è diverso.
Percorrendo il corridoio ce l’ho con mio padre. Avrebbe potuto comprarla questa casa, ma lui era così. Un uomo d’altri tempi, tutto d’un pezzo. La casa che avevamo abitato da sempre apparteneva al Ministero di Grazia e Giustizia. Per mio padre, Cavaliere dello stato, era una specie di chiesa. Non si chiede, si è grati, si sta in silenzio, non si imbroglia e soprattutto non si mischiano le carte. Non si approfitta mai, perfino quando avrebbe potuto. Mai.
Ora che è morta mia madre la casa se la riprendono.

Vago per il corridoio ed entro nello studio: la libreria e la scrivania  le prenderà mio fratello, sul divano qualcuno ha già sparso dei libri. Mi metto a rovistare: ci sono libri di scuola, una grammatica greca, una vecchissima versione dell’Iliade, nera con le scritte gialle e rosse. Sfoglio qualche libro. Li rimetto a posto. Io ho deciso che l’unica cosa che porterò via sarà il battipanni di mia madre, quello di legno. Non voglio altro. Solo perchè mi piace e non se ne trovano più così.

A un tratto, mentre scorro i libri, nell’ultimo ripiano in fondo a destra, tra un libro e l’altro, non so come, la vedo. E’ un’agendina piccola, vecchia, nera. La prendo, pagine piene di una  scrittura minuscola e fitta. Riconosco la scrittura illeggibile di mio padre sulle pagine ingiallite.

1943

Sono emozionata, me la rigiro tra le mani. Quanto tempo è che questa cosa ha girato per casa? Quante case ha cambiato? Quante ere ha visto? Come mai è finita qui? Io la conosco mia madre, fissata com’era coi cimeli, se questa l’avesse vista sarebbe stata nel suo comodino, in una busta con il rosario e le immaginette della Madonna e di Santa Rita, la santa dell’impossibile, diceva sempre, quella a cui puoi chiedere qualsiasi grazia.

Leggo: “primo giorno dell’anno… trascorso sotto la vita militare, mentre il santo natale l’ho trascorso a casa, il Capodanno sotto le armi, nella Caserma “A. Guidoni” in Benevento

Sorrido: eri così preciso.
Continuo a leggere, qualche pagina dopo: “mentre tutti i giovani fanno una vita spensierata per me non è la stessa cosa. Vado a casa e subito ritorna il buon umore.. Perché? Eppure a casa la mia vita non è facile, non riesco a capire perché qui debba avere questa malinconia. Questo è il mio carattere. Pazienza. Per non prendersela bisognerebbe essere filosofi. Purtroppo la pazienza non è il mio forte.”

1943: mio padre aveva 22 anni, stava finendo la guerra, lui l’aveva vista poco, si vantava sempre di non aver mai sparato un colpo. Era distaccato in Puglia in qualche ufficio, non so bene.
Mi sembra incredibile. Chiamo mia sorella, le dico: lo sai cosa ho trovato?

Il giorno dopo, in treno, quel diario l’ho letto tutto. In alcuni punti la scrittura è a lapis, quasi andata, comprerò poi una lente di ingrandimento per poterla decifrare.
Dentro c’è la storia di mio padre: l’ansia che lo divorava per la lontananza dalla sua famiglia. Sua madre era morta che aveva appena 11 anni quando lui era il più grande di 6 figli. Poco dopo mio nonno li aveva abbandonati e se n’era fatta un’altra di famiglia. Da quel momento mio padre aveva sempre lavorato  e fatto di tutto, ma la cosa strana è che non smise mai, mai, di inseguire suo padre, di volere a tutti i costi che fosse un padre per i suoi fratelli. E lo comprendo leggendo queste pagine. Il suo pensiero fisso era obbligare suo padre a fare il padre.
Forse per questo per tutta la vita quest’uomo ha fatto da padre a tutti: ai suoi fratelli, ai fratelli di secondo letto, a noi. E persino a suo padre. Prima che morisse lo costrinse a riconoscere un figlio illegittimo, me lo ricordo quel giorno, al funerale, questo nuovo zio venuto da Roma.

Finalmente ho ricevuto due lettere da casa. Una di Ezio e l’altra dei fratellini. Non hanno ricevuto tutte quelle che ho loro inviato. Mi dispiace molto che mio padre non si interessi dei fratellini. Ezio lavora molto. Povero ragazzo! Si è dovuto caricare quasi tutto il peso della famiglia. Fatta solita passeggiata.”
Dentro c’è la storia di un uomo che mai è stato ragazzo.
Ho ricevuto una cartolina illustrata da zia Adelina. Riscosso il vaglia. Tutta la giornata in ufficio. Il tempo piove. Il mare è in burrasca. Io dalla finestra l’ho osservato per  più di dieci minuti. Le onde si accavallano l’una sull’altra e vanno a infrangersi sugli scogli mandando su della schiuma bianca. Sembra sapone che si scioglie.”

Oggi ho avuto una bella sorpresa. Un mio amico mi ha detto che oggi è l’ultimo giorno di Carnevale. Dove sono arrivato! Non so più neanche i giorni festivi. E quali giorni! Chi dimentica mai il carnevale, giorni di allegria e di tripudio?”
Leggeva, leggeva molto, mio padre, appunta meticolosamente tutti i libri, titolo, autore, commento.
Oggi ho ricevuto una lettera di Rossetti una di Lilia ed una cartolina postale di Moreno. Non ho risposto a nessuno. Forse domani andrò in missione a Vibo Valentia. In questo caso risponderò a tutti al ritorno. In serata, mentre guardavo la luna brillare nel firmamento, avuto una voglia matta di andare a passeggio, sono rimasto a leggere.
Studiava: voleva prendere il diploma che non aveva potuto prendere (e che prenderà). Segna  tutte le spese per i testi che acquista.
Oggi sono uscito ed ho comprato “Morfologia latina” del Ferrone

Camminava, amava camminare: ci sono riportate le impressioni delle sue passeggiate, che sembrano davvero l’unica cosa che riusciva a dargli pace.
Andava molto al cinema e qualche volta a teatro: riporta i titoli dei film  e degli spettacoli, e i commenti
La cosa che mi colpisce è che a quel tempo, nonostante la guerra, le poste funzionavano: scrive una notevole quantità di lettere e cartoline e altrettante ne riceve, giorno per giorno appunto a chi e cosa scrive e cosa riceve e da chi.
Poi, nell’ultima pagina, il ragazzo triste, il 31 di quell’anno, alla fine di un anno “denso di avvenimenti dolorosi” scrive:
mezzanotte mi ha sorpreso dalla famiglia Renda“….
Beh, lì c’era mia madre, era a casa di mia madre. Chissà se è iniziata quella sera.
Mia sorella la sera in cui ho trovato questo diario mi disse nella sua ingenuità che forse avrei dovuto darlo a mio fratello, il maggiore di noi.
“Perché mai?” . Ho risposto.
Forse esistono le coincidenze, non saprei dirlo: ma quella sera, la mia ultima sera in quella casa che amavo e che dovevo lasciare, io trovo qualcosa che mio padre voleva trovassi, e non altri ma io. Per anni era stata sepolta da qualche parte e quella sera era rispuntata fuori, tra le mie mani.
Solo io e lui sappiamo il perché.

Di sicuro quella era la mia “eredità”. Ne sono convinta.
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18 settembre

Siamo seduti in cortile, all’ombra. Un ragazzo ha preso una sedia per me, loro si sono sistemati alla meglio, chi sui gradini di una scala, chi seduto sul ciglio del marciapiede, chi è rimasto in piedi e mi gironzola intorno. Mi sforzo di dare una forma tale da consentire una comunicazione tra me e loro, ma ci rinuncio. È la terza lezione in questa classe, una quarta articolata, meccanici ed elettrotecnici. Già ieri si sono rifiutati di entrare nella loro aula: sono ventidue, l’aula è piccola per accoglierli tutti decentemente, sono stati aggiunti dei banchi e là dentro si soffocava. In effetti con questo caldo là dentro c’erano almeno quaranta gradi. Io ho provato a dir loro una cosa tipo ma sapete i sacrifici che facevano una volta per andare a scuola? Qualcuno mi ha risposto che una volta pure c’era il re. Ineccepibile. E comunque avevano ragione. Era impossibile stare in classe. Così ieri siamo rimasti in corridoio ma la mia intenzione di cominciare a parlare del programma di quest’anno, di introdurre Galileo, di approfondire il concetto di rivoluzione, è stata vanificata dalle finestre aperte, dalla disposizione disordinata, dai continui “fa troppo caldo professorè”.  Cercano di depistarmi facendo domande, sono curiosi di sapere chi sono, da dove vengo, se pure il primo giorno mi sono presentata dicendo loro quello che era necessario sapessero. Non hanno voglia di concetti astratti.

E così oggi siamo in cortile. Cerco di sondare quello che ricordano del programma dell’anno scorso. Qualcuno nomina Dante, chiedo cosa hanno fatto, le risposte sono generiche, un po’ desolanti, qualche vago riferimento, nessun concetto, sono caotici. Si sa, va così, tutto scivola e niente sedimenta. Non mi scandalizza né mi sorprende.

Provo a chiedere cosa pensano della poesia. Saverio, che ho già capito è un chiacchierone che interviene continuamente, mi dice che in questa scuola dovrebbe esserci più pratica e meno teoria. Capisco che per lui valga l’equazione poesia=teoria=inutile.

Marco, simpatico e sveglio, un metro e ottanta di esuberanza, sempre con la battuta pronta (quello che interviene sempre a sproposito e provoca risate che distraggono e portano fuori strada) dice che lui alla prof di italiano ci tiene più che agli altri, che lo scorso anno una volta le ha risposto male e il giorno dopo si è presentato con un mazzo di fiori “glielo potete pure chiedere se non mi credete”.

D’accordo, ti credo, ma cosa c’entra, la mia domanda era diversa. E qui, naturalmente, arriva il solito luogo comune “’.. ‘o professorè, ma i poeti sono tutti depressi, gli scrittori sono tristi non sanno che fare e scrivono..” . Vociare di approvazione.

Rispondo che è un luogo comune tra i ragazzi e per essere sicura chiedo se sappiano cos’è un luogo comune. No, non lo sanno, così cerco di spiegare cos’è, i sinonimi, il pregiudizio. Dopodiché attacco il pistolotto sul fatto che non importa che sia una scuola tecnica, loro prenderanno comunque un diploma ed è giusto innanzi tutto per loro che la formazione sia più completa possibile, che la scuola non insegna a diventare operai o impiegati, ma prima di tutto individui e cittadini. E per quanto riguarda la poesia…..

Saverio mi interrompe “io vengo a scuola perché qua non c’è fatiga, se no non stavo qua..”

Siamo d’accordo, ma qui ci stai, la scuola la frequenti, e prima di essere un dovere è un diritto. Cerco di attaccare l’altra filippica per farli riflettere sul fatto che usufruiscono di un diritto importante, dico che si pagano le tasse apposta perché ci vengano garantiti questi diritti, come ad esempio  l’ospedale, anche la sanità pubblica…. Ecco…. Mi sono tirata la zappa sui piedi. Si apre un diluvio. A raffica, uno dopo l’altro, hanno tutti un episodio da raccontare, tutti per dirmi quanto la sanità non funzioni, che qui a Lamezia l’ospedale lo stanno chiudendo. C’è quello che per salvarsi il braccio ha dovuto pagare una struttura privata e se avete bisogno i tempi sono lunghi e dovete pagare. E Giovanni, che non ricorda niente del suo incidente di qualche anno prima nel quale il suo amico ha perso la vita, arrivato in ospedale i medici lo danno per spacciato e dicono che non c’è niente da fare. I genitori non si arrendono e lo portano a Catanzaro. È stata lunga, ma lo hanno salvato. Adesso capisco cos’è quella lunga linea  bianca sulla testa tra i capelli radi.

Professorè, qui le tasse le paghiamo, pure per venire a scuola…. ma …..

Suona la campanella, nello stesso secondo con la mente sono già fuori da qui, il cancello è a un passo, se ne vanno, qualcuno mi saluta.

Io mi avvio verso l’edificio, devo lasciare il foglio che funziona da registro provvisorio. Mi devo abituare al voi, a questo linguaggio colorito e penso a questa totale sfiducia, è su questa che bisognerà lavorare.

Come, ancora non lo so.

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