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Posts Tagged ‘Daniela Grandinetti’

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Mi sono messo nei tuoi panni. Ieri sono andato al supermercato e ho comprato un secchio nuovo, quello che c’era in terrazza era ormai un rottame,  roso dal caldo e dal sole di quest’estate.
Ho anche comprato uno straccio e un detersivo disinfettante, almeno così dice l’etichetta. Non potendo disinfettare il sangue nel quale ancora circola la vita di ieri , ho pensato che era l’ora di lavare questi pavimenti che calpesto ogni giorno da quando te ne sei andata.
Ho anche messo le lenzuola pulite al letto, dopo quasi due mesi.
Non l’avevo fatto perché speravo tu tornassi e sapevo che sarebbe stata la prima cosa che tu avresti fatto. Avresti messo tutto in lavatrice e li avresti stesi al sole e nel letto la notte ci sarebbe stato profumo di fresco e di pulito.
Ma non sei tornata.
Così mi sono armato di pazienza e l’ho fatto, devo dire decentemente. Ho anche aggiunto una coperta, che qui la notte comincia a essere più freddo. L’ho trovata in garage, in una cassapanca, c’erano certe strisce sparse qua e là che odoravano vagamente di lavanda.
Sono tante le cose che devo cercare, ero convinto di avere tutto sotto controllo, ma ci sono mille piccole cose delle quali non m’importava e che adesso mi accorgo sono necessarie.
E pensare che tra i due eri tu quella distratta, la smemorata. Non trovavi mai niente, dimenticavi dove avevi lasciato le chiavi, le carte di credito, gli occhiali. Io ero l’antidoto alla tua distrazione. Perfino le medicine dimenticavi di prendere.
Mi sembrava fosse questo il senso della vita a due, quando con il tempo si diventa l’uno il supporto dell’altro. Ma la vera questione è che pensavo di essere io a guidare la baracca. La mia, la tua, la nostra vita.
Adesso mi guardo intorno e tutto è capovolto. Ogni regola, ogni abitudine, ogni sentimento è sovvertito, costretto come sono a misurarmi con una prospettiva fatta di solitudine e di vuoto.
Stamattina, ad esempio, ho fatto la doccia. Mi sto sforzando di tenere pulito, ma i bordi stanno diventando neri, ho notato lingue di calcare che si stanno allungando minacciose lungo tutto il perimetro. Le pareti sono un mosaico opaco di gocce che lasciano implacabili le tracce del loro passaggio. Tu lo dicevi sempre. Io non sopportavo che nei fine settimana tu sprecassi il tempo in quelle pulizie idiote. Rispondevi che qualcuno doveva pur farlo. Ribattevo che nessuno lo chiedeva.
Adesso risento la tua voce “Se non lo facessi più – dicevi – forse ti accorgeresti che qualcuno lo deve pur fare.”

Avevi ragione. Adesso mi accorgo della differenza. Quelle macchie odiose danno la misura dei giorni che passano. Dell’ingiuria del tempo. Sto facendo del mio meglio per non lasciare andare tutto in malora.
In cucina con le pulizie ho maggiori difficoltà, forse per via dell’uso, visto che devo mangiare almeno due volte al giorno. Al supermercato ho anche comprato un detersivo sgrassante. L’ho usato, ieri, non risplende come promette la pubblicità ma quanto meno – dopo aver sommato nelle ultime settimane incrostazioni e patacche – è pulito.
Un po’ come il cuore, il mio. Almeno è quello che ho pensato strofinando le chiazze di caffè, le gocce di sugo rosso di pomodoro, il bianco latteo dell’acqua dopo che c’hai cotto il riso. È sorprendente ci siano preparati chimici che dosati in piccola quantità su spugnette abrasive possano cancellare qualsiasi cosa. Sarebbe così difficile inventare qualcosa di simile anche per gli esseri umani con il nostro livello di progresso?
Lo so, nel mondo scoppiano bombe all’improvviso, ci sono bambini in mezzo alle guerre, ho perso amici spazzati via dal cancro. Insomma, c’è di peggio. Io sono vivo, e almeno fisicamente sto bene.
Solo che è dura svegliarsi ogni giorno e prepararsi a una quotidiana resa dei conti. Lo ammetto, non ero preparato a tutto questo. Le foto, ad esempio. Sono là dove sono sempre state, eppure basterebbe nasconderle, levarle di torno. Io invece non ho cambiato di un millimetro la disposizione degli oggetti. È tutto lì esattamente dove stava. A parte la polvere, quella sì sta cambiando l’aspetto delle cose. Però la polvere non mi dispiace, è come se pulviscolo dopo pulviscolo si depositasse ovunque, con leggerezza. Arriva a coprire ogni cosa e la protegge, la pone in uno stato di attesa.
Anche per questo tengo le finestre chiuse, perché l’aria non la sposti. Sì. Le finestre è bene siano chiuse. E’ così che proteggo la polvere, la mia vita, la tua.

Perché tu torni. Lo so che torni.

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Mi chiamo Ernesto, sono in un bosco e ho davanti un uomo morto.
Ho le gambe paralizzate, i piedi rigidi come fossero infilati in un blocco di cemento, la salivazione assente.
Sono un uomo di media cultura, pertanto sono in grado di ritenere che in questo preciso istante il mio organismo stia valutando l’entità della minaccia. Per questo motivo tremo anche se sono immobile. Non posso vedermi, ma credo di essere pallido, devo avere un colorito ceruleo.
Non voglio dire pallido come un morto perché sono in piedi, non agisco, ma posso pensare. Morto è quello lì che mi sta davanti.
Sto sperimentando anche i sudori freddi, perché avverto freddo anche se sto sudando copiosamente. I brividi sono leggere scosse elettriche a fior di pelle.
In pratica sono sottoposto a una tempesta emotiva.
Lo so come funziona, cazzo! Sono un medico, neolaureato, ma pur sempre medico. Queste sono modificazioni fisiologiche del sistema nervoso autonomo. Quando le parti e i meccanismi funzionano a regime, noi siamo una macchina perfetta.
L’ipotalamo in questo momento la fa da padrone, regola le funziona del corpo. Si è azionato l’ormone delle emergenze, la corticotropina, quello che predispone alla lotta, o quanto meno alla fuga.
Siamo esseri forniti di un sistema di neurotrasmettitori che in situazioni simili regola i livelli della paura. Però negli umani c’è la razionalità, ovvero ciò che ci suggerisce le opzioni di scelta. Questa però nel mio caso deve essere andata a farsi fottere.
Io dovrei essere perfettamente in grado di gestire la paura, perché so che quello che mi sta accadendo: è un cortocircuito del sistema nervoso riconducibile a ciò che gli esseri viventi provano di fronte a un evento spiacevole imprevisto.
Però diciamolo: questa non è paura. Io mi sto proprio cacando sotto.
Chi avrebbe potuto mai pensarlo: ho affittato una casa vicino al bosco, avevo bisogno di un po’ di vita sana e solitaria. Ero qui per camminare e rimettermi in forma con la necessità di disintossicarmi e guarda tu in che guaio mi sono cacciato.
E quella bella idea di non portare il cellulare, di darsi alla vita primitiva? Ma vaffanculo. Un cellulare in questo momento sarebbe la mia salvezza.
Sul fatto che quello sia morto non c’è alcun dubbio, ma non deve essere un morto qualsiasi. Voglio dire, se fosse un contadino infartuato non me ne starei immobile a cacarmi sotto. Mi sarei già avvicinato, l’avrei spostato, avrei visto la sua faccia.
Ma questo qui ha un abito grigio, i mocassini di pelle nera, i calzini grigi, al polso ha un orologio imponente (da qui non riesco a vedere bene la marca, ma si capisce che è di quelli seri).
È riverso in un fosso, ne vedo la nuca riccioluta, ha una capigliatura nera, folta. Deve essere giovane, e secondo me anche bello. Beh… doveva essere giovane perché morto è morto di sicuro.
E cosa ci fa uno vestito Armani (non so se sia un Armani, ma un vestito pregiato lo è certamente, si vede dalla stoffa, neanche si è spiegazzata) riverso in un fosso di un bosco?
Ve lo dico io, questo non è venuto qui per passeggiare, questo o l’hanno ammazzato qui o l’hanno prima ammazzato e poi hanno lasciato il cadavere qui. Tempistica perfetta: giusto in tempo per farmi in regalo questa scarica di adrenalina.
A ben vedere però propendo per la seconda ipotesi: lo devono aver fatto fuori altrove, a guardarlo da qui sembra pulito, non c’è sangue né tracce di buchi di fuoriuscita di proiettili.
Come mi diceva mia nonna? Quando hai paura morditi la lingua, così senti male e la paura scompare. Che teoria del cazzo. Mia nonna era una che diceva un sacco di cazzate, altroché. In barba a quella che si dice la saggezza dei vecchi.
E non c’è proprio nessuno qui, oltre a me e al morto. Si sentono solo versi di uccelli che fino a ieri mi sembravano i canti di un paradiso perduto mentre oggi avessi se una carabina li farei fuori tutti. Tacete che siamo all’inferno cazzo!
Porca miseria. Sono proprio un inetto, stronzo, gelido cacasotto. Mi dovrei muovere, andare a chiedere aiuto, avvertire la polizia. Questo avrà una famiglia che lo starà cercando. Non deve essere tanto che è qui però. Ieri non c’era, per cui ce l’hanno portato stanotte. Toccare non lo posso toccare, che con le impronte non si sa mai.
Se vado dai carabinieri potrebbero insospettirsi, cazzo, sono pur sempre un medico, neolaureato, ma pur sempre un medico. Possibile – mi diranno – che non ha avuto l’istinto di intervenire, di voltarlo, di appurarne la morte o di soccorrerlo perfino se fosse stato in tempo? E io che rispondo? Che pur essendo un medico (neolaureato però, non scordiamocelo) sono rimasto paralizzato dalla paura? Rideranno di me, diranno che ho sbagliato professione. E il guaio è che non hanno mica torto.

Da quanto tempo sono qui? Mi sorge un dubbio atroce: ma era poi davvero morto quando sono arrivato? Magari respirava ancora. O mio Dio, che supplizio! Basta. Devo fare il mio dovere di cittadino, tornare indietro andare a casa e avvertire.
“Pronto, polizia? Ho trovato un morto nel bosco.”
Già prevedo le conseguenze: generalità, deposizioni, si tenga a disposizione, il mio nome sul giornale. No, non sono disposto a questo. Non adesso.
E se l’avessero appena ammazzato? Se fosse una cosa tipo un regolamento di conti? Magari l’assassino o gli assassini potrebbero pensare che mi trovavo qui, acquattato da qualche parte. Che me ne andavo a funghi per il bosco e ho visto tutto. In tal caso sarei addirittura in pericolo.
No, no, per carità. Io non voglio problemi.
Potrei fare una telefonata anonima dal cellulare:
“C’è un morto nel bosco” Clic.
Facciano loro poi quello che devono fare. Ma forse sarebbe peggio. Oggi coi satelliti sanno tutto, ti rintracciano ovunque e comunque. Potrei destare sospetti.
Cazzo cazzo cazzo, ero in cerca di pace maledizione. Sono un medico, anche se neolaureato. Ho avuto un esaurimento nervoso. Mi sto curando, ancora non ne sono fuori.
Che, forse che un medico non può avere un esaurimento nervoso?
Mia moglie mi ha lasciato tre mesi fa, dopo sei di matrimonio e un anno di fidanzamento. No, dico, sei. Sei, amico. Sei fottuti mesi, e aggiungo che è stata lei a volersi sposare a tutti i costi. Aveva fretta, lei. Chiunque tu sia, sei bell’è e andato, ma io sto qua a tribolare, a chiedermi come ho potuto essere così coglione. È la vita una merda, non la morte, anche se la tua deve essere stata terribile.
Però potresti pure essertela andata a cercare, mica si finisce morti ammazzati con il vestito buono in un fosso, così, come niente. Pure tu qualcosa avrai combinato. Io invece ero un marito innamorato e fedele. Una persona onesta e perbene. E lei mi ha piantato in asso per un altro. Uno con cui aveva avuto una relazione. Mi ha sposato per ripicca, lui l’aveva lasciata. Ti rendi conto dove può arrivare la cattiveria? Io non la meritavo tutta questa sofferenza che mi ha mandato fuori di testa. Mi ha detto che il matrimonio era stato uno sbaglio, dopo sei mesi. Uno sbaglio, capisci? E io che non mi ero reso conto di niente. Mi sembrava che finalmente fosse cominciata la vita vera e invece ero soltanto la pedina di un piano: la laurea, la casa, il matrimonio, le prime guardie mediche. Non che mi piaccia fare il medico. Ho studiato medicina per far contento mio padre.
Ma ora non importa più. È crollato tutto, da un giorno all’altro, dopo che lei se n’è andata. La prima cosa che ho fatto quel giorno è stato scolarmi tutto l’alcool che c’era in casa. Poi dopo c’ho preso gusto a stordirmi. Uscivo di casa solo per comprare alcoolici, poi mi chiudevo in casa e staccavo i telefoni e davo il via alla festa.
Qui ci sono venuto per disintossicarmi, dicono che stia meglio. Camminare mi fa bene. Devo stancarmi per non sentire voglia di bere. Se cammino dimentico che razza di merda è la mia vita. Quindi caro amico, se tu te la passi male, anche per me non brilla di certo.
E sai qual è la differenza? Che tu avrai di sicuro una bella mogliettina che ti piangerà. La mia invece se la sta spassando con lo stronzo che se l’è ripresa.
Dovrei starci io al tuo posto, amico, lì, in quel fosso.

Sì, dovrei starci io in quel fosso. Tanto per non sentire l’istinto della bestia che vorrebbe uccidere e dimenticare il lupo mannaro che sono diventato.
Tanto vale dirtelo amico.
Tu sei il terzo che mi è capitato a tiro mentre avevo fame di sangue di uomo. E tu avevi la faccia da bastardo perfetta.
Hai sbagliato a darmi un passaggio oggi. Sono un medico, anche se neolaureato, io lo so come ammazzare i bastardi come te, basta un niente.
Quello che invece non mi piace è la paura che avverto dopo e il fatto che adesso debba scavare un’altra fossa e seppellirti. Non mi piace l’idea di te che diventerai come gli altri, vermi che mangeranno le radici, le foglie, le gemme degli alberi di questo bosco. Questo è il mio personale paradiso adesso, quando il lupo mannaro se ne va riesco a godere di tutta la sua bellezza.
Questo, amico, mi dispiace per te, è il posto dove sono venuto a cercare pace.

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Quello che vedete a petto nudo mentre fa volare la sua camicia per aria alle undici di sera, non corrisponde a ciò che pensate. Mi piacerebbe presentarvelo come una star su un palcoscenico: io sto nell’angolo di una quinta con il microfono in mano e lo annuncio a gran voce “Signori e signore, vi presento Bill Red”. E subito dopo su  quel palcoscenico compare l’artista che si esibirà per voi, tra gli applausi.
Invece, mi spiace deludervi, ma questo giovane uomo che si batte il petto dalla pelle liscia e ambrata non è una star e si chiama Vincenzo Papagna. Un cognome, dunque, piuttosto impegnativo.
La donna che vedete seduta nel piccolo soggiorno al primo piano di questa palazzina è Ernestina Gallo, coniugata Papagna, madre di Vincenzo. La poverina se ne sta seduta al buio nella stanza con i gomiti sul tavolo e i palmi della mani ben aperti sulle orecchie. Il tavolo è coperto da una tovaglia di plastica a piccoli quadri bianchi e marrone, unta, tagliuzzata qua e là. La stanza è spoglia, al limite dello squallore, oltre al tavolo di formica ci sono tre sedie di paglia e una di plastica. Nell’angolo di fronte al tavolo ci sta un mobile di truciolato rotto in più punti e sopra c’è un vecchio televisore. A completare l’arredamento c’è un mobile scuro, con i buchi che segnano il posto in cui prima stavano le maniglie delle ante che ora non ci sono più. Quei buchi, nella penombra della stanza,  sembrano occhi svuotati dalle orbite. In questa stanza due metri per tre non c’è nient’altro, eccezion fatta per un filo che pende dal soffitto a cui è attaccato un avanzo di lampadario di ceramica.
Ernestina non ha acceso la luce, sta cercando di tapparsi le orecchie per non sentire suo figlio Vincenzo che sotto la finestra sta dando il suo solito spettacolo. È tardi, i lampioni per strada sono accesi, illuminano la viuzza delle palazzine popolari al cui primo piano abita la famiglia Papagna. La strada è deserta, solo qualche macchina, di tanto in tanto, irrompe come il ronzio di un moscone vagante. È novembre e fa freddo, tutte le finestre sulla strada sono chiuse, le serrande abbassate.
“Puttana, tu non li offendi gli amici miei, hai capito?  Mi senti? Apri, maledetta!”
Ernestina sta sprofondando in quel buco nero che è la sua vergogna. I vicini come sempre staranno sentendo, qualcuno prima o poi chiamerà i carabinieri. Però lei la porta a suo figlio Vincenzo non gliela apre. Così quello se ne sta fuori a imprecare e bestemmiare, sferrando calci alla macchina parcheggiata proprio sotto la finestra. È l’astinenza, se non si fa perché non ha rubato e non ha soldi, allora beve, si ubriaca con gli amici della sua stessa specie e poi torna a casa in quello stato.
“Apri, fammi entrare, puttana la madonna! Nudo resto se non mi apri, mi piglio la polmonite per colpa tua, cretina.” Vincenzo urla e si batte il petto come una scimmia incazzata. Ha i capelli corti secondo la moda del momento,  un viso duro e butterato.
Intanto in camera da letto si sta svegliando Ottavio Papagna, marito di Ernestina e padre di Vincenzo. È stanco e non vorrebbe alzarsi. Ha la sveglia puntata alle quattro e mezza, l’ora in cui va a lavorare al mercato scaricando cassette fino alle otto di mattina in cambio di una quarantina di euro a nero, che più o meno equivale alla sopravvivenza della famiglia Papagna, salvo poi qualche lavoretto che Ottavio riesce a racimolare sporadicamente.
Ottavio Papagna quel figlio lo ammezzerebbe volentieri, se non fosse che per lui in galera non ci vuole proprio andare e questo non tanto per sé stesso – che a volte pensa che in galera almeno avrebbe pasti sicuri e un posto dove dormire in pace – quanto per Antoniuccio, la creatura che gli sta dormendo accanto nella culla, lui ha appena undici mesi e non ha colpa. Antoniuccio peraltro si è appena addormentato con le consuete difficoltà, visto che è un neonato che piange sempre.
Ottavio sente suo figlio per strada, ma tutto quello che può fare è girarsi su un fianco e sperare che Antoniuccio non si svegli.
“Se non mi fate entrare spacco tutto”.  Urla Vincenzo mentre dà calci al portone.
Farlo entrare vuol dire far entrare in casa Papagna la follia bestiale dell’uomo che non ha pensiero ma soltanto azione senza cervello, spinta da un puro istinto animale.
Vuol dire che una volta dentro Vincenzo picchierà sua madre, vorrà soldi, spaccherà quel che resta dei mobili vecchi.
Lui, Ottavio, chiuderà la porta a chiave per proteggere Antoniuccio che intanto però si sarà svegliato e piangerà quei pianti lunghi e spaventati dei bambini che l’uomo nero non lo vogliono manco sentire in lontananza. Lui dovrà prenderlo tra le sue braccia molli e grasse e cullarlo finché la furia di Vincenzo non si sarà placata.
Che andasse pure a farsi fottere quel figlio maledetto, che se lo prendesse il diavolo, la morte, la polizia, un delinquente qualsiasi suo pari. Che l’ammazzassero pure, lui non avrebbe aperto.
“Apritemi pezzi di merda. Quant’è vero Iddio spacco tutto.”

La vedete quella ragnatela nera sulla finestra della cucina? A prima vista,  sotto il riflesso della luce dei lampioni, fa effetto. Sembra un insetto gigante, una creatura mostruosa dalle lunghe zampe nere abbarbicata sul vetro. Ma non è quello che sembra. Se guardate meglio vedrete che è un vetro spaccato con un buco al centro, è stato rattoppato alla bell’è meglio con del nastro isolante nero perché non c’erano i soldi per cambiarlo, quel vetro. Ebbene, è stato un pugno di Vincenzo, che ne è uscito tra l’altro con la mano incredibilmente intatta, fatta eccezione per qualche graffio.
“Fatemi entrare o vi ammazzo!”
Vincenzo scuote il portone con entrambe le mani, i vetri spessi e smerigliati tremano contro il metallo. A questo punto qualcuno nella palazzina accende la luce nelle scale, è il segno che sta cominciando a perdere la pazienza.
Ernestina in soggiorno si tappa le orecchie, preme ancora più forte le mani sulle tempie. È piena di odio verso Ottavio, suo marito, che i pugni dal figlio li ha sempre presi come e quanto lei, ma mai li ha saputo restituire. Un uomo debole e inutile, Ottavio. Aveva sposato un poveraccio incapace per sfuggire alle botte di suo padre e guarda cosa ne aveva ricavato. Oltretutto dopo che Ottavio aveva perso il lavoro, ormai da un anno e mezzo, se n’era stato per giorni interi a letto a dormire ed era stata lei a campare la famiglia come poteva, lavando scale che puzzano di piscio di cane per due miseri soldi.
E come se non bastasse era arrivato anche Antoniuccio, figlio di Angela,  la più giovane della famiglia Papagna. Era rimasta incinta di chissà quale cane tra quelli che se la scopavano per soldi, che lei questo faceva. Angela si fa vedere di rado a casa, quando lo fa è solo per sputare tutto il veleno che ha in corpo contro la madre. Si accerta ogni volta che le finestre siano ben aperte e che tutti possano sentire perché sia chiaro che razza di vita di merda sia quella della madre, vita che lei, tende a sottolineare con orgoglio, non farà mai. Lei da quel letame ne è fuori perché, al contrario degli altri in quella casa, lei fa soldi. Di cosa pensino gli altri non le importa un fico secco.
Di solito alla fine di quelle visite Angela lascia qualcosa per suo figlio Antoniuccio, che a mala pena prende in braccio, e quando lo fa è come se avesse tra le mani un tizzone ardente. Poi se ne va, non senza prima aver finito di lapidare sua madre con miseri improperi, che la colpa di tutto secondo Angela sarebbe la sua, anche se nessuno ha mai capito perché.
Ernestina lo sa che sua figlia fa la puttana e puttana le urla puntualmente mentre Angela le volta le spalle girando sui suoi tacchi altissimi, che con la sua figura minuta la fanno sembrare un trampoliere ubriaco.
Ebbene è questa la vita di Ernestina. Chissà quale maledizione le aveva riservato quei figli, pensava ogni tanto, stanca di avere sempre peccati da scontare a causa loro.
Vincenzo è ancora là fuori, a petto nudo,  il freddo non lo sente. Lei invece in casa lo sente eccome. Intravede il figlio sotto la finestra che cerca di saltare. Lo sa che sua madre è al di là dei vetri, seduta, nel buio. Lo sa che sta sentendo.
Poi qualcuno nella palazzina decide che è ora di farla finita e apre il portone, che se lo prendessero in casa, quel pazzo drogato, e la facessero finita.
Vincenzo appena sente il rumore metallico della serratura che scatta balza dentro come una lepre. Si attacca al campanello dell’appartamento e suona senza fermarsi. Nessuno in casa si muove, anche questo fa parte del copione, e per fortuna stasera Antoniuccio sembra dormire un sonno clemente.
Vincenzo impreca, poi si lancia per le scale, fa di corsa i due piani della palazzina e subito dopo ridiscende. Quando è in questo stato i vicini lo temono. Mentre scende continua a frantumare tra le gengive sdentate parole incomprensibili. Poi di nuovo si attacca al campanello e tira calci alla porta.
Ernestina in soggiorno si alza e piange.

Ernestina ha quarantadue anni ma sembra molto più vecchia, molte volte pensa che morirà di crepacuore e per quelli come lei non è poi una gran tragedia.
Come sempre ha paura e spera di sentire la sirena della polizia, come talvolta accade, oppure la voce di un santo, perché in cuor suo lo sa che solo un miracolo potrebbe far cambiare le cose. Peccato che ai miracoli ha smesso di crederci da un pezzo.
Questa sera ha nascosto il portafoglio nella spazzatura, avvolto in una busta di plastica. Dentro ci sono venti euro e qualche spicciolo.
Mentre Ottavio la sente alzarsi dalla sedia e muovere i suoi passi strascicati verso la porta, fa scattare la serratura della camera da letto e guarda Antoniuccio che dorme. Sa che a momenti si sveglierà. Poi si siede sul letto e lo sguardo si perde nel vuoto.
Ed è a questo punto che Ernestina, tremando, apre la porta.

 

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NOVEMBRE

novembre14

La malinconia, che per me è un sentimento affatto negativo,  arriva ogni anno su un vagone che si chiama Novembre. Ha la bellezza delle foglie un attimo prima che cadano, dei cieli tersi quando il tempo è sereno, della pioggia che ci racconta l’inverno che verrà.
Su quel vagone la malinconia ci conduce in un luogo dove è probabile siamo già stati, lì a volte ci sentiamo al sicuro, lontani dal chiasso e dalle parole di troppo.
Quando ero bambina novembre era l’estate di San Martino . Nei miei ricordi ci sono giornate di sole e i giorni di vacanze, i biscotti che si mangiavano caldi appena sfornati. Profumavano di zucchero e di madre.
Il due di novembre mia madre mi portava con sé al cimitero, andavamo innanzi tutto a trovare il nonno, suo padre. È stato così che ho fatto amicizia con la morte: andando su e giù per le tombe dietro a mia madre che lasciava fiori nei vasi già colmi. Non avevo ancora chiara la percezione di cosa significasse perdere qualcuno. Quando morì mio nonno per me era un bel vecchio elegante,  mi portarono a vederlo e lei, mia madre, volle che gli dessi un bacio. Non mi piacque affatto baciare quella pelle fredda, ma non piansi. Credo pensai che fosse normale che si potesse morire alla sua età.
Così di fronte alla sua foto sulla lapide stavo tranquilla, aspettando che mia madre pregasse. Invece ero invece attratta da ciò che succedeva intorno. C’erano donne anziane vestite di nero, molte si portavano una sediolina da casa e stavano sedute di fronte a una tomba. Piangevano, accarezzavano la foto e avevano grandi fazzoletti di cotone per asciugare le lacrime. Qualcuna recitava litanie così laceranti da spezzare l’aria in due, perfino troppo, almeno per me. C’erano fiori di ogni tipo e colore, profumi intensi e centinaia di candele accese. In alcuni vicoli al contrario regnava il silenzio, forse morti antichi che nessuno piangeva più.
Mia madre mi teneva per mano per timore che potessi perdermi nella confusione. Aveva fiori per ogni tomba dove ci fosse qualcuno da ricordare in quel giorno, ma quelli più belli erano per sua madre, che aveva perso da ragazza. All’epoca non capivo perché non stesse accanto a mia nonno, suo marito. Lei non l’ho conosciuta, è rimasta una foto ovale in bianco e nero, un viso ignoto che non ho mai collocato nello spazio e nel tempo.
Di ritorno dal cimitero, dove si andava a piedi lungo una strada di campagna, c’erano ancora biscotti e la tv dei ragazzi, come in un giorno di festa come si deve.

Poi per molti anni, da ragazza e da adulta, ho smesso di andare al cimitero e novembre era solo novembre. Da bambina potevo essere amica della morte perché non la comprendevo. Crescendo l’idea del nulla dopo la morte non mi ha mai portato e cercare un contatto con il marmo freddo, unitamente a un certo rifiuto della ritualità.

Invece un giorno ci sono tornata, in quello stesso cimitero dove andavo da bambina con mia madre. C’era il sole e la collina era rivolta verso il mare, una striscia visibile all’orizzonte tra gli ulivi. Credo però siano stati i ranuncoli gialli in fiore, avevano un’aria così festosa, come la primavera che stava per arrivare. La foto di mio padre mi sorrideva, quella l’ho scelta io perché è una delle rare foto in cui quel ragazzo diventato uomo troppo presto sorride. Al contrario di mia madre, che sorridente era di natura, ed è così che abbiamo voluto la vedesse chiunque arrivasse e portarle un saluto. Ha il rossetto rosso, il suo colore preferito ed è bella e vanitosa così com’era in vita.

Da quel momento al cimitero ci sono tornata spesso. Ho fatto pace con l’idea che loro abitassero lì. Talvolta sono andata a parlarci e quel marmo ogni volta era meno gelido. È vero che noi umani abbiamo bisogno di consolazione quando le persone care non ci sono più accanto. Ma è così che si fa, mi sono detta.
Ogni volta nel tragitto vago con lo sguardo tra le foto e le date, osservo la morte naturale nel suo ciclo di vita e quella implacabile senza possibilità di consolazione.
Quando vado via il sole e gli ulivi sembrano dire che quello in fondo è un bel luogo dove riposare. E mi dà un senso di pace.
E tutte quelle vite, decine, centinaia, migliaia di vite, sembrano sussurrare alle mie spalle: “Torna a trovarci qualche volta. Ti offriremo dei fiori, qualche ricordi e un caffè”. Anche se non sarà novembre.

 

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Nemico di classe, The Kitchen Company

Oggi avrei voluto scrivere una pagina dedicata al maiale, ovvero di una lezione in cui sono stata io a imparare qualcosa. Poi mi sono imbattuta nella notizia di una dodicenne che ha tentato il suicidio (per fortuna con conseguenze non gravi) perché – pare – vittima di bullismo.
La ragazzina in questione mancava a scuola per un’influenza da una settimana e al momento del ritorno il malessere è stato più forte: ha scritto un biglietto ai genitori con il quale chiedeva scusa senza spiegazioni e un biglietto per i compagni dove aveva scritto  “Adesso sarete contenti”.
Naturalmente nessuno si era accorto di niente: la scuola si difende, nessuna avvisaglia, in apparenza nessun segnale. Men che meno la famiglia.
In queste circostanze sono sempre tormentata dai dubbi: è già difficile per un adulto concepire l’idea di togliersi la vita, scegliere un modo di morire, scrivere messaggi da lasciare. È già meno concepibile per un adolescente, ma ci sono ragazzi che hanno sensibilità che sfuggono alla dimensione di quella che definiamo  normalità. Ma una ragazzina di dodici anni è poco più di una bambina e per una bambina un gesto simile è del tutto innaturale.
Quindi, mi permetto di dire, a qualcuno qualcosa è sfuggito, come quasi sempre in queste situazioni. Eppure la Dirigente si è affrettata a dire che a scuola esiste anche un servizio di sportello “ma la ragazza non si era mai rivolta al servizio”.
Forse proprio perché è un “servizio” cara signora. Siamo oramai abituati a pensare tutto in termini di offerta e fruizione dell’offerta. Se il servizio c’è e non si usa vuol dire che il problema non c’è e questo ci lava la coscienza.
È difficile oggi fare i genitori, ma ahimè va anche detto che è un mestiere che si sa fare sempre meno. In un’epoca in cui tra genitori e figli esiste apparentemente più dialogo e apertura, i figli sfuggono e spesso si perdono, in assenza di un qualsiasi punto di riferimento autorevole.

A provocarmi comunque rabbia bollente è stata la dichiarazione del politico di turno: la senatrice del Pd Elena Ferrara, prima firmataria di un disegno di legge “a prevenzione e contrasto del cyber bullismo” con i toni di chi di fronte al morto dichiara guerra nazionale per farlo tornare vivo.
Ben venga la legge, ma perché non potete rinunciare ai vostri cinque minuti di notorietà di fronte a qualsiasi disgrazia?
Sono almeno dieci anni che ne sento parlare, ma si vede che non è considerata priorità e il fatto che se ne parli solo quando emerge il fattaccio in una qualsiasi pagina di cronaca rende la cosa ancora più vergognosa.
Ma non è questo soltanto. Mi disturba il fatto che si intervenga sempre sulle conseguenze, mai sulle cause.
Perché allora non diciamo che a scuola dovremmo essere messi in condizioni di operare sul serio sul disagio? Che non c’è bisogno di leggi speciali e provvedimenti speciali ma magari di qualche seria formazione (anziché centinaia di ore in perdite di tempo) e di classi con un numero DECENTE di alunni?
Perché a nessuno viene in mente che con queste nuove assunzioni anziché inventarsi termini nuovi come ORGANICO DI POTENZIAMENTO (per potenziare cosa nessuno l’ha ancora capito) si potrebbero eliminare le classi pollaio dove qualunque insegnante, anche il più preparato e volenteroso, non è in grado di agire efficacemente?
Perché non ci togliete di torno la burocrazia che ci obbliga e ci opprime e ci svena l’energia e ci mettete in condizioni di realizzare davvero quello che in una scuola si dovrebbe fare, ovvero insegnare e apprendere in serenità e autonomia?

Ho lavorato per anni con colleghi meravigliosi, con i quali abbiamo condiviso decine di successi scolastici in casi difficili, a volte disperati. E ho imparato che è l’ambiente la chiave del successo: insegnanti in grado di confrontarsi e condividere pratiche comuni, luoghi familiari che i ragazzi devono poter frequentare volentieri, arrivando al mattino non con il ghigno del “mi tocca” ma con la spinta del “sono contento di essere qui”. Non ci vuole poi molto, ve l’assicuro. I ragazzi non imparano per imposizione, ma per emulazione.

Ricette semplici.
Stamattina, ad esempio, ho finito di leggere in classe (per me forse per la decima volta) Io non ho paura di Ammaniti. Libro integrale (non pezzetti insulsi da antologia) letto ad alta voce. Romanzo efficacissimo a scuola; ebbene, quando alla fine ti senti una cinquantina di occhi addosso e il fiato sospeso vorresti uscire e chiamare quel collega titolato dalla gerarchia che senza bussare ti apre spesso la porta perché ha sentito “chiasso”. Guardali adesso e non quando, mentre lavorano a gruppi, succede che ci sia “chiasso” (vorrei anche dirgli che ora mi hanno detto si chiama cooperative learning, ma si faceva anche prima che lo chiamassero così, almeno io l’ho sempre fatto).

Ricette semplici, perché quando – altro esempio – al trentacinquesimo compito su Pascoli, realizzi che adolescenti tecnologici sono tutto sommato affascinati e accattivati non da quella cosa patetica della Cavallina Storna, ma dal simbolo, dal suono, dalle sinestesie (e diciamole pure queste parolacce) dalla ricerca dei significati della poesia, e questo accade, ad esempio, in un professionale e  non un classico… ancora crediamo che l’Invalsi e il libro digitale e le certificazioni delle competenze e gli sportelli e i recuperi (e mi fermo) siano la risposta?
C’è fame, ma di poesia, e di pensiero. Bisogno di plasmare intelletti e sensibilità. Magari  ci sarebbe anche meno bullismo.
Aggiungiamo anche luoghi più sicuri e più piacevoli in cui stare.
Ricette semplici. Semplici. Maledizione.

La foto è tratta da uno spettacolo teatrale che tutti gli insegnanti dovrebbero vedere come aggiornamento. Nemico di classe, messo in scena da The Kitchen Company 

 

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“Vi prego, lo lascio a voi, abbiatene cura. È giovane e inesperto”
“Non preoccupatevi per me, io so cavarmela. Piuttosto è a lui che dovete pensare. È stanco.”
Era così che il vecchio e nuovo, secondo un antico cerimoniale, si disputavano l’attenzione.
Mentre discutevamo educatamente passò di lì un giovane. Alzò gli occhi dal cellulare e si tolse le cuffie, incuriosito. Si fermò qualche secondo, giusto il tempo per concludere che quelle erano inutili chiacchiere.
“Fatela finita checcazzo! – sbottò senza troppi complimenti – giocatevela a poker e affidatevi alla sorte”. Scrollò le spalle e se ne andò.
“A poker? – disse il vecchio – io non ho mai imparato il poker, forse ha ragione, avrei dovuto. Ora per me è tardi per imparare.”
“Se è per questo non potrei neanch’io. Non so neanche cos’è il poker! Però se lei non l’ha imparato allora vuol dire che non era una cosa utile.” Disse il nuovo.
Giunse una donna, aveva lo sguardo malinconico, lunghi capelli e un vestito celeste. Guardò prima il vecchio, poi il nuovo e infine disse:
“Io vi amo entrambi. Il figlio più grande non è diverso da quello più piccolo. Io non potrei mai scegliere di chi avere maggior cura.” Così detto fece una carezza prima al vecchio poi al nuovo e passò oltre.
Il vecchio e il nuovo si guardarono in silenzio e in quell’istante si sentirono figli di una stessa madre, dunque fratelli.
“Ha ragione la donna – disse il vecchio – non c’è differenza tra noi. Dobbiamo restare uniti.”
“Eh no! C’è, c’è eccome – si intromise la voce di un uomo canuto giunto da chissà dove – tu sei vecchio e lui no. Le vostre direzioni sono inconciliabili. C’è un solo punto di incontro, ma non fatevi illusioni, dura un attimo. E in quell’attimo anche il giovane diventerà subito vecchio. Fareste meglio a salutarvi in fretta. Siete destinati a separarvi per sempre.”
Il vecchio mestamente si voltò e all’improvviso comprese che aveva sulle spalle un peso insopportabile, segno che per lui stava arrivando la fine. Il giovane lo guardò e comprese come doveva sentirsi, lui al contrario era così leggero che avrebbe potuto volare. E forse per questo aveva paura di essere lasciato solo.
Fu proprio in quel momento che arrivò un bambino.
“Perché siete così tristi? – Chiese.
“Perché stiamo per separarci per sempre.” Disse il nuovo.
“E perché dovete separarvi per sempre?” continuò il bambino.
“E’ la legge del tempo”. Rispose il vecchio.
“E cos’è la legge del tempo?”. Fece eco il bambino.
“Sei troppo giovane per capire. La conoscerai anche tu, ma a tempo e luogo dovuti.” Concluse il vecchio.
“Va bene, non posso imparare la legge del tempo, ma se siete tristi un rimedio c’è. Io quando sono triste faccio un gioco. Dunque perché non giocate per rallegrarvi? Ecco, prendete queste – tirò fuori dalle tasche due maschere – indossatele e prendetevi per mano. Poi fate un girotondo e cantate. “
Il bambino mise al vecchio la maschera del nuovo e al nuovo la maschera del vecchio.
“Chi è il nuovo e chi è il vecchio? Se nessuno lo sa prendervi non potrà.” Canticchiò il bambino allontanandosi.
“Chi è il nuovo e chi è il vecchio? Se nessuno lo sa prenderci non potrà.” Cominciarono a cantare il vecchio e il nuovo girando in tondo. Presero a ridere, a saltellare e a canticchiare. Chi è il nuovo e chi è il vecchio? Se nessuno lo sa prenderci non potrà.

Forse che con le maschere l’attimo traditore di cui aveva parlato poco prima l’uomo canuto, non riconoscendoli, li avrebbe lasciati in vita entrambi? O forse avrebbero potuto davvero scambiarsi le destinazioni, così che il vecchio andasse verso il nuovo e il nuovo verso il vecchio? Ma se così fosse stato, il vecchio sarebbe stato in grado di percorrere il sentiero del nuovo con lo stesso entusiasmo? E il nuovo, sarebbe stato giusto farlo soccombere e condannarlo prima ancora di esistere?
Nella danza che il bambino aveva indicato come rimedio, per il vecchio e il nuovo non c’era più posto per le domande. Ballavano, bevevano e si stordivano. Non si capiva più dove finisse la malinconia e iniziasse l’allegria, la felicità e l’infelicità, la gioia e l’amarezza. Chi fosse l’uno e chi fosse l’altro. Tutto si era mescolato.
Nessuno avrebbe potuto dire chi fosse il vecchio e chi fosse il nuovo.
E in quella baldoria che tanto faceva così bene a entrambi non si accorsero che sotto i colpi dei loro passi di danza c’era qualcosa che stava soccombendo.
Il vecchio e il nuovo nella frenesia di sopravvivere entrambi senza cedere l’uno il passo all’altro, indossando i panni mascherati di Ieri e del Domani, stavano uccidendo Oggi.
Senza neanche essersi accorti della sua presenza.

 

(Buon Anno a tutti)

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a1-Io-sono-complottista-o-Teoria-del-padrone

Ho iniziato a scrivere questo diario senza un preciso obiettivo, giusto per raccontare cosa avviene o può avvenire dentro aule scolastiche, perché non se ne parla così com’è.

Queste pagine hanno acquisito per strada un loro perché anche in virtù del fatto che sono seguite, la qual cosa spero sia dovuta proprio all’interesse che può suscitare scrivere e parlare di scuola in maniera diversa.
Certo sono spesso animata da una vena polemica, ma ciò è dovuto al tentativo di mostrare quanto sia diverso ciò che all’interno delle classi succede e ciò che esiste all’esterno, perché è difficile parlare di scuola e interrogarsi sulla bontà degli interventi legislativi che non incidono – il più delle volte – sulla vita della scuola e sui suoi reali bisogni.

Arriviamo così al racconto di oggi.  E rispetto all’ultima pagina si cambia registro. Per motivi di riservatezza diremo che ciò che raccontiamo è accaduto all’insegnante x, nella scuola y, con un dirigente k.
Cominciamo dai fatti: l’insegnante x per motivi personali prende un giorno di permesso. Accade che lo stesso insegnante – per una coincidenza occorsa anche in virtù di un forte stress al quale si è sottoposto per il poco tempo richiesto per svolgere ciò che aveva necessità di fare – il giorno dopo ha un malore.
Avverte la scuola che è impossibilitato a recarsi al lavoro. Non chiama un medico curante (che di questi tempi come sappiamo difficilmente effettuano visite a domicilio) e decide di recarsi dallo stesso nel pomeriggio anche per verificare la causa di quel malore.
Come sappiamo in caso di richiesta di visita fiscale bisogna rispettare le fasce di reperibilità. Ma, come ha fatto altre volte, l’insegnante x si reca dal medico alle ore quattro con l’intenzione di farsi comunque rilasciare l’attestazione di presenza nel suo studio.
Alle cinque al domicilio si presenta la visita fiscale. Gli viene riferito che l’insegnante x  è dal medico e già sulla via del ritorno. Ma il medico fiscale non aspetta, avverte si faccia fare il certificato necessario dal medico.
Così il giorno dopo a scuola l’insegnante x si reca in segreteria per regolarizzare la sua richiesta di malattia e presentare il certificato che attesta la presenza nell’ambulatorio in orario di visita fiscale.
Purtroppo commette un errore: invece di allegare quel certificato, allega la richiesta di analisi (stesso foglietto bianco) prescritte dal medico.
Il giorno dopo, mentre fa lezione, un custode avverte l’insegnante x che deve presentarsi presso la segreteria per comunicazioni urgenti.
Così l’insegnante si reca presso gli uffici dove gli viene consegnata una busta chiusa più grande contenente comunicazioni riservate e una più piccola.
La apre e legge l’oggetto: contestazione di addebito disciplinare.
Non sa bene cosa sia e legge il seguito: dopo una serie di commi e di riferimenti legislativi, quella lettera freddamente comunica che le è stato contestato il giorno di malattia “contravvenendo al suo obbligo di rispetto delle fasce di reperibilità. La presente costituisce atto di avvio di procedimento disciplinare” e – in breve – l’insegnante x è invitato in data … a presentarsi presso gli uffici della dirigenza per il contradditorio alla presenza di un procuratore o un rappresentante sindacale.
L’insegnante x cade dalla nuvole, sulle prime non capisce, mai è accaduto niente di simile. Fa mente locale e in un’altra busta più piccola vede che vengono riconsegnate le analisi erroneamente allegate.
Torna in segreteria e fa presente l’errore: ha presentato il certificato sbagliato.
Risultato: non c’è niente da fare, l’insegnante x dovrà presentarsi per la contestazione d’addebito. La segretaria le comunica che i suoi obblighi sarebbero stati diversi e ormai è a suo carico il procedimento, che il dirigente k ha comunque concesso di farsi assistere nel contradditorio.
Ho volutamente mantenuto un linguaggio burocratico perché è su questo solco che ormai ci muoviamo.
La legge che dà ai presidi tanti poteri, non è solo fatto che riguarda un cambiamento della scuola in senso verticistico, ma scardina completamente il senso di quella che dovrebbe essere una comunità scolastica.
È vero, ci sono dirigenti e dirigenti. Per alcuni sarebbe bastata una telefonata e l’equivoco si sarebbe chiarito. Ma per altri evidentemente il potere è quello che Andreotti diceva “logora chi non ce l’ha”. Chi ce l’ha, gongola. Se ne può anche infischiare del buon senso e del rispetto della persona.
Qui non si parla di un assenteista incallito (per il quale i metodi ci sono e ci sono sempre stati) qui si parla di un giorno e di insegnante che svolge il proprio dovere, che è una persona affidabile, in un momenti di difficoltà. Qui si parla della rottura di rapporti di fiducia, di qualsiasi sentimento di appartenenza, di conseguenze che vanno dalla demotivazione al menefreghismo (che già si vedono)
Perché infatti con la tipologia del dirigente x, nessun insegnante vuole averci a che fare, poiché si finisce per temere costantemente di essere sotto controllo e con la possibilità di essere colti in fallo.
Non stiamo parlando di un’azienda (e perfino all’interno di qualsiasi azienda un buon imprenditore sa che senza l’adeguata motivazione un lavoratore mai renderà abbastanza). Stiamo parlando dell’applicazione di meccanismi economici e gerarchici all’interno della scuola, che ha bisogno esattamente del contrario: partecipazione, condivisione, fiducia degli attori coinvolti.
Inutile dire che l’insegnante x si è sentita una merda di fronte a quel burocratichese che afferma un potere: il potere del superiore di fronte a colui che si sta trasformando in subalterno, perché ad alcuni dirigenti  – diciamo la verità – fa un sacco di bene marcare il territorio e sentirsi dire: sì padrone. È scritto nella psicologia di molti, non è un peccato, è solo una cosa che può accadere e per questo la legge è tanto più pericolosa.
L’insegnante x sa bene di non aver commesso alcuna infrazione sostanziale, eppure dovrà entrare in quella stanza a dare spiegazioni su ciò che non dovrebbe essere costretto a spiegare. Si chiama umiliazione.

Questa è anche la Buona Scuola.

 

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