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Posts Tagged ‘Daniela Grandinetti’

NOVEMBRE

novembre14

La malinconia, che per me è un sentimento affatto negativo,  arriva ogni anno su un vagone che si chiama Novembre. Ha la bellezza delle foglie un attimo prima che cadano, dei cieli tersi quando il tempo è sereno, della pioggia che ci racconta l’inverno che verrà.
Su quel vagone la malinconia ci conduce in un luogo dove è probabile siamo già stati, lì a volte ci sentiamo al sicuro, lontani dal chiasso e dalle parole di troppo.
Quando ero bambina novembre era l’estate di San Martino . Nei miei ricordi ci sono giornate di sole e i giorni di vacanze, i biscotti che si mangiavano caldi appena sfornati. Profumavano di zucchero e di madre.
Il due di novembre mia madre mi portava con sé al cimitero, andavamo innanzi tutto a trovare il nonno, suo padre. È stato così che ho fatto amicizia con la morte: andando su e giù per le tombe dietro a mia madre che lasciava fiori nei vasi già colmi. Non avevo ancora chiara la percezione di cosa significasse perdere qualcuno. Quando morì mio nonno per me era un bel vecchio elegante,  mi portarono a vederlo e lei, mia madre, volle che gli dessi un bacio. Non mi piacque affatto baciare quella pelle fredda, ma non piansi. Credo pensai che fosse normale che si potesse morire alla sua età.
Così di fronte alla sua foto sulla lapide stavo tranquilla, aspettando che mia madre pregasse. Invece ero invece attratta da ciò che succedeva intorno. C’erano donne anziane vestite di nero, molte si portavano una sediolina da casa e stavano sedute di fronte a una tomba. Piangevano, accarezzavano la foto e avevano grandi fazzoletti di cotone per asciugare le lacrime. Qualcuna recitava litanie così laceranti da spezzare l’aria in due, perfino troppo, almeno per me. C’erano fiori di ogni tipo e colore, profumi intensi e centinaia di candele accese. In alcuni vicoli al contrario regnava il silenzio, forse morti antichi che nessuno piangeva più.
Mia madre mi teneva per mano per timore che potessi perdermi nella confusione. Aveva fiori per ogni tomba dove ci fosse qualcuno da ricordare in quel giorno, ma quelli più belli erano per sua madre, che aveva perso da ragazza. All’epoca non capivo perché non stesse accanto a mia nonno, suo marito. Lei non l’ho conosciuta, è rimasta una foto ovale in bianco e nero, un viso ignoto che non ho mai collocato nello spazio e nel tempo.
Di ritorno dal cimitero, dove si andava a piedi lungo una strada di campagna, c’erano ancora biscotti e la tv dei ragazzi, come in un giorno di festa come si deve.

Poi per molti anni, da ragazza e da adulta, ho smesso di andare al cimitero e novembre era solo novembre. Da bambina potevo essere amica della morte perché non la comprendevo. Crescendo l’idea del nulla dopo la morte non mi ha mai portato e cercare un contatto con il marmo freddo, unitamente a un certo rifiuto della ritualità.

Invece un giorno ci sono tornata, in quello stesso cimitero dove andavo da bambina con mia madre. C’era il sole e la collina era rivolta verso il mare, una striscia visibile all’orizzonte tra gli ulivi. Credo però siano stati i ranuncoli gialli in fiore, avevano un’aria così festosa, come la primavera che stava per arrivare. La foto di mio padre mi sorrideva, quella l’ho scelta io perché è una delle rare foto in cui quel ragazzo diventato uomo troppo presto sorride. Al contrario di mia madre, che sorridente era di natura, ed è così che abbiamo voluto la vedesse chiunque arrivasse e portarle un saluto. Ha il rossetto rosso, il suo colore preferito ed è bella e vanitosa così com’era in vita.

Da quel momento al cimitero ci sono tornata spesso. Ho fatto pace con l’idea che loro abitassero lì. Talvolta sono andata a parlarci e quel marmo ogni volta era meno gelido. È vero che noi umani abbiamo bisogno di consolazione quando le persone care non ci sono più accanto. Ma è così che si fa, mi sono detta.
Ogni volta nel tragitto vago con lo sguardo tra le foto e le date, osservo la morte naturale nel suo ciclo di vita e quella implacabile senza possibilità di consolazione.
Quando vado via il sole e gli ulivi sembrano dire che quello in fondo è un bel luogo dove riposare. E mi dà un senso di pace.
E tutte quelle vite, decine, centinaia, migliaia di vite, sembrano sussurrare alle mie spalle: “Torna a trovarci qualche volta. Ti offriremo dei fiori, qualche ricordi e un caffè”. Anche se non sarà novembre.

 

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Nemico di classe, The Kitchen Company

Oggi avrei voluto scrivere una pagina dedicata al maiale, ovvero di una lezione in cui sono stata io a imparare qualcosa. Poi mi sono imbattuta nella notizia di una dodicenne che ha tentato il suicidio (per fortuna con conseguenze non gravi) perché – pare – vittima di bullismo.
La ragazzina in questione mancava a scuola per un’influenza da una settimana e al momento del ritorno il malessere è stato più forte: ha scritto un biglietto ai genitori con il quale chiedeva scusa senza spiegazioni e un biglietto per i compagni dove aveva scritto  “Adesso sarete contenti”.
Naturalmente nessuno si era accorto di niente: la scuola si difende, nessuna avvisaglia, in apparenza nessun segnale. Men che meno la famiglia.
In queste circostanze sono sempre tormentata dai dubbi: è già difficile per un adulto concepire l’idea di togliersi la vita, scegliere un modo di morire, scrivere messaggi da lasciare. È già meno concepibile per un adolescente, ma ci sono ragazzi che hanno sensibilità che sfuggono alla dimensione di quella che definiamo  normalità. Ma una ragazzina di dodici anni è poco più di una bambina e per una bambina un gesto simile è del tutto innaturale.
Quindi, mi permetto di dire, a qualcuno qualcosa è sfuggito, come quasi sempre in queste situazioni. Eppure la Dirigente si è affrettata a dire che a scuola esiste anche un servizio di sportello “ma la ragazza non si era mai rivolta al servizio”.
Forse proprio perché è un “servizio” cara signora. Siamo oramai abituati a pensare tutto in termini di offerta e fruizione dell’offerta. Se il servizio c’è e non si usa vuol dire che il problema non c’è e questo ci lava la coscienza.
È difficile oggi fare i genitori, ma ahimè va anche detto che è un mestiere che si sa fare sempre meno. In un’epoca in cui tra genitori e figli esiste apparentemente più dialogo e apertura, i figli sfuggono e spesso si perdono, in assenza di un qualsiasi punto di riferimento autorevole.

A provocarmi comunque rabbia bollente è stata la dichiarazione del politico di turno: la senatrice del Pd Elena Ferrara, prima firmataria di un disegno di legge “a prevenzione e contrasto del cyber bullismo” con i toni di chi di fronte al morto dichiara guerra nazionale per farlo tornare vivo.
Ben venga la legge, ma perché non potete rinunciare ai vostri cinque minuti di notorietà di fronte a qualsiasi disgrazia?
Sono almeno dieci anni che ne sento parlare, ma si vede che non è considerata priorità e il fatto che se ne parli solo quando emerge il fattaccio in una qualsiasi pagina di cronaca rende la cosa ancora più vergognosa.
Ma non è questo soltanto. Mi disturba il fatto che si intervenga sempre sulle conseguenze, mai sulle cause.
Perché allora non diciamo che a scuola dovremmo essere messi in condizioni di operare sul serio sul disagio? Che non c’è bisogno di leggi speciali e provvedimenti speciali ma magari di qualche seria formazione (anziché centinaia di ore in perdite di tempo) e di classi con un numero DECENTE di alunni?
Perché a nessuno viene in mente che con queste nuove assunzioni anziché inventarsi termini nuovi come ORGANICO DI POTENZIAMENTO (per potenziare cosa nessuno l’ha ancora capito) si potrebbero eliminare le classi pollaio dove qualunque insegnante, anche il più preparato e volenteroso, non è in grado di agire efficacemente?
Perché non ci togliete di torno la burocrazia che ci obbliga e ci opprime e ci svena l’energia e ci mettete in condizioni di realizzare davvero quello che in una scuola si dovrebbe fare, ovvero insegnare e apprendere in serenità e autonomia?

Ho lavorato per anni con colleghi meravigliosi, con i quali abbiamo condiviso decine di successi scolastici in casi difficili, a volte disperati. E ho imparato che è l’ambiente la chiave del successo: insegnanti in grado di confrontarsi e condividere pratiche comuni, luoghi familiari che i ragazzi devono poter frequentare volentieri, arrivando al mattino non con il ghigno del “mi tocca” ma con la spinta del “sono contento di essere qui”. Non ci vuole poi molto, ve l’assicuro. I ragazzi non imparano per imposizione, ma per emulazione.

Ricette semplici.
Stamattina, ad esempio, ho finito di leggere in classe (per me forse per la decima volta) Io non ho paura di Ammaniti. Libro integrale (non pezzetti insulsi da antologia) letto ad alta voce. Romanzo efficacissimo a scuola; ebbene, quando alla fine ti senti una cinquantina di occhi addosso e il fiato sospeso vorresti uscire e chiamare quel collega titolato dalla gerarchia che senza bussare ti apre spesso la porta perché ha sentito “chiasso”. Guardali adesso e non quando, mentre lavorano a gruppi, succede che ci sia “chiasso” (vorrei anche dirgli che ora mi hanno detto si chiama cooperative learning, ma si faceva anche prima che lo chiamassero così, almeno io l’ho sempre fatto).

Ricette semplici, perché quando – altro esempio – al trentacinquesimo compito su Pascoli, realizzi che adolescenti tecnologici sono tutto sommato affascinati e accattivati non da quella cosa patetica della Cavallina Storna, ma dal simbolo, dal suono, dalle sinestesie (e diciamole pure queste parolacce) dalla ricerca dei significati della poesia, e questo accade, ad esempio, in un professionale e  non un classico… ancora crediamo che l’Invalsi e il libro digitale e le certificazioni delle competenze e gli sportelli e i recuperi (e mi fermo) siano la risposta?
C’è fame, ma di poesia, e di pensiero. Bisogno di plasmare intelletti e sensibilità. Magari  ci sarebbe anche meno bullismo.
Aggiungiamo anche luoghi più sicuri e più piacevoli in cui stare.
Ricette semplici. Semplici. Maledizione.

La foto è tratta da uno spettacolo teatrale che tutti gli insegnanti dovrebbero vedere come aggiornamento. Nemico di classe, messo in scena da The Kitchen Company 

 

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Il-vecchio-e-il-nuovo

Il Vecchio e il Nuovo (Marco Zaini)

“Vi prego, lo lascio a voi, abbiatene cura. È giovane e inesperto”
“Non preoccupatevi per me, io so cavarmela. Piuttosto è a lui che dovete pensare. È stanco.”
Era così che il vecchio e nuovo, secondo un antico cerimoniale, si disputavano l’attenzione.
Mentre discutevamo educatamente passò di lì un giovane. Alzò gli occhi dal cellulare e si tolse le cuffie, curioso. Si fermò qualche secondo, giusto il tempo per concludere che quelle erano inutili chiacchiere.
“Fatela finita checcazzo! – sbottò senza troppi complimenti – giocatevela a poker e affidatevi alla sorte”. Scrollò le spalle e se ne andò.
“A poker? – disse il vecchio – io non ho mai imparato il poker, forse ha ragione, avrei dovuto. Ora per me è tardi per imparare.”
“Se è per questo non potrei neanch’io. Non so neanche cos’è il poker! Però se lei non l’ha imparato allora vuol dire che non era una cosa utile.” Disse il nuovo.
Giunse una donna, aveva lo sguardo malinconico, lunghi capelli e un vestito celeste. Guardò prima il vecchio, poi il nuovo e infine disse:
“Io vi amo entrambi. Il figlio più grande non è diverso da quello più piccolo. Io non potrei mai scegliere di chi avere maggior cura.” Così detto fece una carezza prima al vecchio poi al nuovo e passò oltre, sollevata.
Il vecchio e il nuovo si guardarono in silenzio e in quell’istante si sentirono figli di una stessa madre, dunque fratelli.
“Ha ragione la donna – disse il vecchio – non c’è differenza tra noi. Dobbiamo restare uniti.”
“Eh no! C’è, c’è eccome – si intromise la voce di un uomo canuto giunto da chissà dove – tu sei vecchio e lui no. Le vostre direzioni sono inconciliabili. C’è un solo punto di incontro, ma non fatevi illusioni, dura un attimo. E in quell’attimo anche il giovane diventerà subito vecchio. Fareste meglio a salutarvi in fretta. Siete destinati a separarvi per sempre.”
Sul volto del vecchio e del nuovo comparve un’espressione desolata e una lacrima scese dai loro occhi. Il vecchio mestamente si voltò e all’improvviso comprese che aveva sulle spalle un peso insopportabile, segno che per lui stava arrivando la fine. Il giovane lo guardò e comprese come doveva sentirsi, lui al contrario era così leggero che avrebbe potuto volare. E forse per questo aveva paura di essere lasciato solo.
Fu proprio in quel momento che arrivò un bambino.
“Perché siete così tristi? – Chiese.
“Perché stiamo per separarci per sempre.” Disse il nuovo.
“E perché dovete separarvi per sempre?” continuò il bambino.
“E’ la legge del tempo”. Rispose il vecchio.
“E cos’è la legge del tempo?”. Fece eco il bambino.
“Sei troppo giovane per capire. La conoscerai anche tu, ma a tempo e luogo dovuti.” Concluse il vecchio.
“Va bene, non posso imparare la legge del tempo, ma se siete tristi un rimedio c’è. Io quando sono triste faccio un gioco. Dunque perché non giocate per rallegrarvi? Ecco, prendete queste – tirò fuori dalle tasche due maschere – indossatele e prendetevi per mano. Poi fate un girotondo e cantate. “
Il bambino mise al vecchio la maschera del nuovo e al nuovo la maschera del vecchio.
“Chi è il nuovo e chi è il vecchio? Se nessuno lo sa prendervi non potrà.” Canticchiò il bambino allontanandosi.
“Chi è il nuovo e chi è il vecchio? Se nessuno lo sa prenderci non potrà.” Cominciarono a cantare il vecchio e il nuovo girando in tondo. Presero a ridere, a saltellare e a canticchiare. Chi è il nuovo e chi è il vecchio? Se nessuno lo sa prenderci non potrà.

Forse che con le maschere l’attimo traditore di cui aveva parlato poco prima l’uomo canuto, non riconoscendoli, li avrebbe lasciati in vita entrambi? O forse avrebbero potuto davvero scambiarsi le destinazioni, così che il vecchio andasse verso il nuovo e il nuovo verso il vecchio? Ma se così fosse stato, il vecchio sarebbe stato in grado di percorrere il sentiero del nuovo, avrebbe avuto il suo stesso entusiasmo? E il nuovo, sarebbe stato giusto farlo soccombere e condannarlo prima ancora di esistere?
Ma nella danza che il bambino aveva indicato come rimedio, per il vecchio e il nuovo non c’era più posto per le domande. Ballavano, bevevano e si stordivano. Non si capiva più dove finisse la malinconia e iniziasse l’allegria, la felicità e l’infelicità, la gioia e l’amarezza. Chi fosse l’uno e chi fosse l’altro. Tutto si era mescolato.
Nessuno avrebbe potuto dire chi fosse il vecchio e chi fosse il nuovo.
E in quella baldoria che tanto faceva così bene a entrambi, tuttavia non si accorsero che sotto i colpi dei loro passi di danza, c’era qualcosa che stava soccombendo.
Il vecchio e il nuovo nella frenesia di sopravvivere entrambi senza cedere l’uno il passo all’altro, indossando i panni mascherati di Ieri e del Domani, stavano uccidendo Oggi.
Senza neanche essersi accorti della sua presenza.

 

(Buon Anno a tutti)

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Ho iniziato a scrivere questo diario senza un preciso obiettivo, giusto per raccontare cosa avviene o può avvenire dentro aule scolastiche, perché non se ne parla così com’è.

Queste pagine hanno acquisito per strada un loro perché anche in virtù del fatto che sono seguite, la qual cosa spero sia dovuta proprio all’interesse che può suscitare scrivere e parlare di scuola in maniera diversa.
Certo sono spesso animata da una vena polemica, ma ciò è dovuto al tentativo di mostrare quanto sia diverso ciò che all’interno delle classi succede e ciò che esiste all’esterno, perché è difficile parlare di scuola e interrogarsi sulla bontà degli interventi legislativi che non incidono – il più delle volte – sulla vita della scuola e sui suoi reali bisogni.

Arriviamo così al racconto di oggi.  E rispetto all’ultima pagina si cambia registro. Per motivi di riservatezza diremo che ciò che raccontiamo è accaduto all’insegnante x, nella scuola y, con un dirigente k.
Cominciamo dai fatti: l’insegnante x per motivi personali prende un giorno di permesso. Accade che lo stesso insegnante – per una coincidenza occorsa anche in virtù di un forte stress al quale si è sottoposto per il poco tempo richiesto per svolgere ciò che aveva necessità di fare – il giorno dopo ha un malore.
Avverte la scuola che è impossibilitato a recarsi al lavoro. Non chiama un medico curante (che di questi tempi come sappiamo difficilmente effettuano visite a domicilio) e decide di recarsi dallo stesso nel pomeriggio anche per verificare la causa di quel malore.
Come sappiamo in caso di richiesta di visita fiscale bisogna rispettare le fasce di reperibilità. Ma, come ha fatto altre volte, l’insegnante x si reca dal medico alle ore quattro con l’intenzione di farsi comunque rilasciare l’attestazione di presenza nel suo studio.
Alle cinque al domicilio si presenta la visita fiscale. Gli viene riferito che l’insegnante x  è dal medico e già sulla via del ritorno. Ma il medico fiscale non aspetta, avverte si faccia fare il certificato necessario dal medico.
Così il giorno dopo a scuola l’insegnante x si reca in segreteria per regolarizzare la sua richiesta di malattia e presentare il certificato che attesta la presenza nell’ambulatorio in orario di visita fiscale.
Purtroppo commette un errore: invece di allegare quel certificato, allega la richiesta di analisi (stesso foglietto bianco) prescritte dal medico.
Il giorno dopo, mentre fa lezione, un custode avverte l’insegnante x che deve presentarsi presso la segreteria per comunicazioni urgenti.
Così l’insegnante si reca presso gli uffici dove gli viene consegnata una busta chiusa più grande contenente comunicazioni riservate e una più piccola.
La apre e legge l’oggetto: contestazione di addebito disciplinare.
Non sa bene cosa sia e legge il seguito: dopo una serie di commi e di riferimenti legislativi, quella lettera freddamente comunica che le è stato contestato il giorno di malattia “contravvenendo al suo obbligo di rispetto delle fasce di reperibilità. La presente costituisce atto di avvio di procedimento disciplinare” e – in breve – l’insegnante x è invitato in data … a presentarsi presso gli uffici della dirigenza per il contradditorio alla presenza di un procuratore o un rappresentante sindacale.
L’insegnante x cade dalla nuvole, sulle prime non capisce, mai è accaduto niente di simile. Fa mente locale e in un’altra busta più piccola vede che vengono riconsegnate le analisi erroneamente allegate.
Torna in segreteria e fa presente l’errore: ha presentato il certificato sbagliato.
Risultato: non c’è niente da fare, l’insegnante x dovrà presentarsi per la contestazione d’addebito. La segretaria le comunica che i suoi obblighi sarebbero stati diversi e ormai è a suo carico il procedimento, che il dirigente k ha comunque concesso di farsi assistere nel contradditorio.
Ho volutamente mantenuto un linguaggio burocratico perché è su questo solco che ormai ci muoviamo.
La legge che dà ai presidi tanti poteri, non è solo fatto che riguarda un cambiamento della scuola in senso verticistico, ma scardina completamente il senso di quella che dovrebbe essere una comunità scolastica.
È vero, ci sono dirigenti e dirigenti. Per alcuni sarebbe bastata una telefonata e l’equivoco si sarebbe chiarito. Ma per altri evidentemente il potere è quello che Andreotti diceva “logora chi non ce l’ha”. Chi ce l’ha, gongola. Se ne può anche infischiare del buon senso e del rispetto della persona.
Qui non si parla di un assenteista incallito (per il quale i metodi ci sono e ci sono sempre stati) qui si parla di un giorno e di insegnante che svolge il proprio dovere, che è una persona affidabile, in un momenti di difficoltà. Qui si parla della rottura di rapporti di fiducia, di qualsiasi sentimento di appartenenza, di conseguenze che vanno dalla demotivazione al menefreghismo (che già si vedono)
Perché infatti con la tipologia del dirigente x, nessun insegnante vuole averci a che fare, poiché si finisce per temere costantemente di essere sotto controllo e con la possibilità di essere colti in fallo.
Non stiamo parlando di un’azienda (e perfino all’interno di qualsiasi azienda un buon imprenditore sa che senza l’adeguata motivazione un lavoratore mai renderà abbastanza). Stiamo parlando dell’applicazione di meccanismi economici e gerarchici all’interno della scuola, che ha bisogno esattamente del contrario: partecipazione, condivisione, fiducia degli attori coinvolti.
Inutile dire che l’insegnante x si è sentita una merda di fronte a quel burocratichese che afferma un potere: il potere del superiore di fronte a colui che si sta trasformando in subalterno, perché ad alcuni dirigenti  – diciamo la verità – fa un sacco di bene marcare il territorio e sentirsi dire: sì padrone. È scritto nella psicologia di molti, non è un peccato, è solo una cosa che può accadere e per questo la legge è tanto più pericolosa.
L’insegnante x sa bene di non aver commesso alcuna infrazione sostanziale, eppure dovrà entrare in quella stanza a dare spiegazioni su ciò che non dovrebbe essere costretto a spiegare. Si chiama umiliazione.

Questa è anche la Buona Scuola.

 

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31063_1263901885576_3700607_nStasera il mio diario prende la strada del passato: nell’aula c’era sole, questo lo ricordo bene. Il resto è un ricordo indistinto, non saprei dire su cosa stessimo facendo lezione, sono passati più di dieci anni.
G. entra in classe e da subito fu chiaro che era un ragazzino particolare: biondo, capelli rasta, occhi e pelle chiarissimi, fare impacciato, spalle leggermente ricurve. Si era trasferito da un altro istituto, eravamo ai primi dell’anno, aveva capito che l’indirizzo che aveva scelto non faceva per lui.
Così eccolo arrivare in quella prima formata in gran parte da ragazzine agguerrite, lui timido e schivo. Leggeva malissimo, scriveva peggio, faceva fatica a integrarsi, studiava poco, aveva un’organizzazione e un’autonomia pessimi.
Però aveva un nonno anziano che durante l’intervallo veniva a trovarlo spesso, era uno spettacolo vederli insieme, parlare fitto, tra quei due si percepiva un dialogo e una comprensione straordinari: il ragazzino magro e rasta e il nonno distinto e ben vestito, ex partigiano. Erano belli insieme.
Il tempo passò. Ricordo in particolare i temi di italiano: G. era pieno di idee, di spunti, di cose da dire, ma non sapeva dar forma al caos. Per farlo aveva bisogno di un procedimento dialettico, ovvero lui parlava, io interagivo cercando di suggerire senza dire, lui scriveva e così si procedeva. Il più delle volte G. era testardo e andava comunque per la sua strada. Se una cosa gli sembrava giusta da dire la diceva, non importava come e spesso non capiva quale fosse il limite oltre il quale bisognava pur rendersi consapevoli di ciò che c’era da imparare, che non bastava “sentire”, bisognava anche imparare ad esprimerlo decentemente.
Stasera pensavo a quel ragazzino, mentre sul palcoscenico un ragazzo bello, alto, con una bellissima voce perfettamente modulata sciorinava versi di Baudelaire, di Ferlinghetti, di Garcia Lorca e perfino di Vincenzo Cardarelli.
Ha uno stile attoriale dolce e suadente quando legge e recita versi, ma può diventare rude e aggressivo nei ruoli, ovvero ciò che nella vita non è. G. è diventato un ottimo attore. Ma non solo: è anche un educatore che segue ragazzi problematici, è questo il suo lavoro. E fa bene entrambe le cose, dotato com’è di grande sensibilità.
È stato il laboratorio teatrale scolastico a fare di G. quel ragazzo che stasera sul palco vince e convince. Un laboratorio promosso all’interno della classe dapprima, della scuola poi. È stata anche la mia prima esperienza di un laboratorio teatrale a scuola con l’aiuto di un attore e regista teatrale. È stata una delle esperienze più estenuanti e nello stesso tempo più belle di tutta la mia carriera scolastica.
Il talento di G. stava lì, nella recitazione. È diventato primo attore di quel laboratorio e lo è stato per qualche anno. Ricordo che non capiva sempre il senso delle parole, ma non importava, perché dove non arrivava con la testa, lui arrivava con la pancia. Era un animale, un istinto e sul palcoscenico tutta la sua insicurezza spariva ieri come sparisce oggi.
G. alla fine si è diplomato egregiamente e ha fatto tanta strada da allora. È diventato un bellissimo ragazzo sempre pieno di dubbi e con una gran voglia di cercare.
Mi commuove sempre un po’ quando vengo a vederlo recitare, come stasera, che è insieme a un compagno con cui ha formato un duo: Tipi di-versi. Uno suona, trova le note, l’altro recita, trova il colore delle parole.
Si esibiscono per lo più per un pubblico giovane, ed è una piccola rivoluzione, loro che parlano un linguaggio poetico a coloro che poesia non ne ascoltano più.
Nella vita sono importanti gli incontri e la scuola dovrebbe servire a favorirli, perché esistono molti G. che hanno un talento nascosto da qualche parte, ma troppo spesso passa inosservato senza gli adeguati strumenti per scoprirlo e tirarlo fuori.
Ho sempre avuto una inesauribile fiducia in quel ragazzino testardo e cocciuto, guardavo con simpatia alla sua anarchia e mentre osservo, adesso, nel buio della platea, la sua figura ben stagliata sul palcoscenico, così composta, così disciplinata, così concentrata, penso che qualsiasi sarà la sua strada porterò sempre con me quel ragazzino che più di dieci anni fa entrò in classe con la testa chinata, quasi a schivare gli sguardi.

Eccolo là adesso. Ti guarda e ti sfida. Un titano.

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Pitbull_combattimento_TpOggiSono le dodici e mezza, sono in seconda, faccio appena in tempo ad accordare cinque minuti di pausa che scatta la mossa automatica. Praticamente tutti afferrano il cellulare. Faccio notare il livello di dipendenza patologica, ma siccome rimango ovviamente inascoltata mi rassegno a questi cinque minuti di spippolamento compulsivo.
V. – un ragazzino minuto che sembra più piccolo della sua età – si avvicina alla cattedra. Da qualche parte qualcuno fa una battutaccia ad alta voce a proposito dei cani randagi, che andrebbero uccisi. Non commento, ma V. prende a raccontarmi del suo pitbull, mi dice che il cane gli addentava l’avambraccio senza morderlo e lui lo sollevava e lo faceva penzolare. Io guardo scettica i suoi quaranta chili scarsi e sorrido. Fa il grosso, ma proprio non ha la stazza del grosso.
Si siede e mi dice che questo pitbull adesso è morto, pare fosse un cane da combattimento e lui lo allenava.
“Tu?” Chiedo incredula.
“Sì, per le gare”
“Ma le gare tra cani sono illegali”
“Qui, ma in Bulgaria no. È legale, anzi, ci vanno pure i poliziotti. Mio zio lì ha un allevamento di cani, si possono vincere fino a 5000 euro in un combattimento.”
“Ma a te piace guardare due cani che si ammazzano?”
Fa spallucce, si vede che non vuole ammetterlo apertamente ma sì, gli piace. Mi racconta di cani eroici, insanguinati e con arti strappati che dopo aver vinto un combattimento vengono rimessi in pista a combattere ancora. Sento l’adrenalina mentre parla gesticolando.
“Ma è terribile”
“Sì, ma lo fanno”
“Torni spesso in Bulgaria?”
“Sì, ogni estate, i miei sono separati, per le vacanze vado da mio padre.”
Mi racconta poi che gli piace andare in motorino, ma non ha il patentino e in Bulgaria nella sua città i poliziotti lo hanno beccato, ma lì – dice – basta pagare.
“La multa?” Azzardo io ottimista.
“Ma quale multa prof! I poliziotti! Mio padre gli dà 50, 100 euro e loro mi lasciano andare.”
Andiamo bene!
Intanto i cinque minuti sono passati e io mi sono fatta una cultura sul combattimento tra cani.
Chiedo di mettere via i cellulari, dedichiamo gli ultimi venti minuti alla lettura del romanzo su Oscar. Protestano un po’, soprattutto A., penultima fila, aria da finto bullo ma buono come il pane.
Comincio a leggere.
Tanto lo so che sarà proprio lui, A. Succede quasi sempre, mi segue con lo sguardo, la bocca semiaperta e lo sguardo lucido. D’altronde ormai è chiaro che Oscar morirà. Nel gioco dei dodici giorni è invecchiato.
Quando suona la campanella c’è un silenzio imbarazzato. In fondo molti di loro sono maschi duri.

Qualche giorno dopo, nell’introdurre un modulo sul loro libro dedicato a scritti sulla mafia, chiedo cosa ne sappiano.
Proprio V. risponde subito : sono dei furbi, dei grandi. Chiedo spiegazioni, ma ovviamente non sa bene cosa rispondere, è confuso. Eccetto, dice, che a lui l’idea piace perché lui da grande vorrebbe fare il criminale. Proprio così mi dice.
“Io vorrei fare il criminale.”
V. da qualche giorno si è tagliato i capelli: un taglio rasato con una striscia più lunga nel mezzo. Sulla nuca il rasoio gli ha disegnato uno strano, indecifrabile segno.
Tra l’altro, a lui così piccolo, quel taglio sta proprio male (oltre ad essere oggettivamente un brutto modo di ridursi la testa) ma questo non posso dirglielo.
Dovrò farglielo capire in un altro modo. Così come smontargli la sua visione mitica dei criminali.

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Edizione 2015 Omaggio a Italo Calvino

Seconda classificata con il racconto: ELIDE E ARTURO – CAFFE’ IN FABBRICA

Sono circa le sei di una mattina qualunque di una metà di dicembre, un anno che non importa ricordare. Elide si sta svegliando abbracciata al suo cuscino mentre le sembra di sentire nell’aria l’aroma del caffè. Arturo è in cucina che sta alzando le tapparelle, ha aperto il rubinetto dell’acqua, sta preparando la colazione per lei. In camera da letto filtra una luce opaca dalle persiane, segno che sta facendo giorno e per lei è quasi l’ora di alzarsi.
Alle sei in punto suona la sveglia, Elide allunga una mano fuori dalle coperte e la spegne. Apre gli occhi, si tira su a fatica, fuori dalle coperte la investe il freddo umido che impregna l’aria. L’aroma di caffè non c’è, deve averlo sognato, sente solo quel freddo che odora di inverno. Guarda il posto vuoto accanto al suo nel letto. L’impulso sarebbe di rimettersi sotto le coperte e cacciare la testa sotto il cuscino.
Dalla strada le arriva il rumore del camion che svuota i cassonetti della spazzatura. Elide sta in ascolto fino a che il rumore si allontana e si perde fino a tacere, appena un’increspatura nel risveglio del quartiere, poi è di nuovo silenzio. Elide deve alzarsi o farà tardi.
Fino a qualche settimana prima al mattino presto l’odore del caffè per casa c’era davvero, Arturo di ritorno dal turno di notte lo preparava per lei prima di mettersi a letto, mentre lei si vestiva  per andare a lavorare nella stessa fabbrica.
Adesso è lei che prepara il caffè, lascia due moka da sei tazze già pronte sul fornello dalla sera prima. Appena in piedi striscia in cucina per accendere il fornello, poi va a lavarsi mentre il caffè viene su usando l’acqua ben fredda sul viso per sentirsi nel mondo dei vivi. Torna in cucina ed è sveglia, prende il suo caffè e versa il resto in un thermos grande, ne avvita il tappo con cura perché si mantenga caldo e prepara altre due moka da sei tazze. Il caffè deve essere abbondante, deve bastare per tutti.  Va a vestirsi, se per vestirsi si intende coprirsi, indossa una calzamaglia di lana, dei vecchi pantaloni di fustagno pesante, un maglione e la giacca a vento, incurante dei colori accozzati male. Infine si cala un berretto sugli occhi.
Riempie il secondo thermos e infila tutto in una borsa termica dove ha sistemato delle fette di pane e due barattoli di marmellata. La marmellata è quella che ha fatto sua madre al paese, l’estate prima, con le prugne che maturano al sole sugli alberi intorno alla casa.

Quando arriva in fabbrica sono le sette passate, di solito sono già tutti in piedi, le notti là dentro sono lunghe a passare, difficile dormire su materassini a terra. Qualcuno è già fuori a fumare la prima sigaretta e saluta con sollievo il suo arrivo perché ormai lo sanno che lei al mattino porta il caffè per tutti e quel caffè è una delle poche cose buone della giornata. Le facce sono stanche, tirate, sono facce di chi non dorme ormai da giorni. C’è Romolo in un angolo che tossisce, ha una tossa secca e persistente, Valdo gli urla che dovrebbe andarsene a casa e farsi vedere da un medico, ma lui risponde che da lì non si muove, che piuttosto preferisce morirci. C’è aria di orgoglio in fabbrica, di rabbia, di voglia di dignità, inquinata solo a tratti da rivoli di stanchezza.
Al mattino, nello stanzone della mensa adibito a dormitorio con i materassi buttati alla rinfusa, c’è un’aria stantia. Elide per prima cosa va subito ad aprire uno spiraglio dal finestrone sul cortile per cambiare un po’ l’aria, mentre gli uomini si raccolgono a capannello attorno a un tavolo, chi seduto, chi in piedi. Qualcuno sfila i bicchieri di plastica da una sporta appesa a un gancio nel muro, qualcun altro tira fuori qualche pasticca da prendere al mattino a stomaco pieno e la posa sul tavolo. È freddo, hanno le mani intirizzite, strette nelle maniche dei giubbotti.
Elide sfila il thermos, l’odore inconfondibile del caffè si spande per la stanza e per un attimo illumina i volti, si capisce che quello del caffè è un rito che sa di casa, di risveglio nel posto giusto, di abitudini familiari che danno un senso, quando i bambini ancora dormono e gli adulti spettinati si aggirano per casa.
Elide versa il caffè caldo ben zuccherato nei bicchieri in fila e stende un tovagliolo di tela, ci mette sopra le fette di pane, la marmellata, un paio di coltelli per chi voglia mettere qualcosa nello stomaco, di solito quasi tutti. Bisogna dire che Elide è sempre la prima ad arrivare al mattino poiché a differenza da altre mogli non ha bambini da sistemare o un posto di lavoro da raggiungere. Il suo posto di lavoro è lì, in quella fabbrica, o meglio era, prima che arrivasse la lettera di licenziamento. Centonovantacinque lettere recapitate tre settimane prima per raccomandata a ciascuno di loro. Tre frasi lapidarie che erano risuonate come una sentenza di condanna.
«Oggi viene la redazione di un giornale nazionale con il delegato regionale del sindacato. Fanno pure delle riprese.» Dice Manlio addentando una fetta di pane.
«Speriamo sia la volta buona, sono già tre settimane che siamo chiusi qua dentro e ne parla solo la stampa locale.» Gli fa eco Valdo.
Arturo è silenzioso, si versa un altro caffè, Elide non può fare a meno di notare il suo sguardo malinconico e questo le provoca una morsa allo stomaco. Arturo si va a prendere quel caffè un po’ in disparte, Elide lo segue, lei lo sa che quando è in mezzo agli altri non gli piacciono le smancerie, ma se non il suo tocco, almeno ha bisogno di sentire il suo odore da vicino.
«Non hai dormito niente, vero?»
Arturo sorseggia il caffè soffiando sul bicchiere tra un sorso e l’altro come fa sempre.
«No.» Ha  poca voglia di parlare.
«Forse potresti andare a casa a farti una doccia, magari dopo ti senti meglio.» Elide conosce già la risposta. Arturo è testardo.
«Sì, così magari vengono per le riprese quando non ci sono. E comunque se vengono io così voglio stare, con questa faccia, che almeno si veda cosa stiamo passando. Se nessuno ne parla è inutile stare qua a massacrarsi. Io voglio esserci e dire la mia.» Tira su l’ultimo sorso di caffè, facendo scivolare in bocca le lingue di zucchero dal fondo del bicchiere di carta.

Erano al ventesimo giorno di assemblea permanente, asserragliati in quella fabbrica da quando la proprietà al secondo giorno aveva fatto sapere che non c’erano margini di trattativa. Non aveva dato uno straccio di motivazione concreta per la chiusura dello stabilimento, ma tutti conoscevano la parola che stava a monte di quella decisione: delocalizzazione.  Lo stabilimento era di proprietà di una multinazionale tedesca che produceva ruote e freni per macchine agricole, trasferivano la produzione in Romania dove la manodopera costava meno.
La lettera di licenziamento e l’occupazione avevano travolto i ritmi delle loro vite, prima la fabbrica era il posto dove lavoravano, adesso era diventata la loro casa. Ci dormivano in dieci, su materassini sistemati tra la mensa e i bagni. La prima notte era stata la peggiore, dopo l’assemblea che aveva votato all’unanimità l’occupazione della fabbrica erano rimasti in sei, barricati come in una trincea, in ascolto di ogni più piccolo rumore, preoccupati che arrivasse qualcuno a mandarli via con la forza. Poi si erano abituati, avevano cominciato a mettere a fuoco il senso della loro azione, avevano tratto forza dall’essere uniti in una battaglia comune.
Arturo era stato tra quelli che aveva preso da subito il suo compito come un dovere ultimativo, era rimasto in fabbrica giorno e notte, non si era voluto schiodare da lì neanche un minuto, attaccato a quel luogo come una piovra al pesce con il timore che, se avesse mollato, anche un solo momento di distrazione avrebbe potuto essere fatale, e il pesce se ne sarebbe scivolato via per sempre.
Elide pure si era offerta di restare, ma Arturo era stato irremovibile, erano l’unica coppia che lavorava in quella fabbrica,  era una causa comune, dunque bastava lui, lei sarebbe stata più utile fuori. Così Elide si era dovuta rassegnare alla testardaggine di Arturo. Arrivava ogni mattina presto con il caffè per tutti e poi se ne stava lì con gli altri, a discutere, studiare proposte, iniziative,  e aspettare.

Elide e Arturo avevano scelto di non farsi assegnare gli stessi turni di lavoro perché solo così riuscivano a incastrare qualche giorno di riposo in comune.
Il giorno in cui era arrivata la lettera raccomandata a casa c’era Elide. Quando avevano suonato al campanello stava caricando la lavatrice.
«C’è posta da firmare». Aveva detto la voce al citofono. Elide era scesa di corsa e il postino le aveva messo in mano due buste con lo stesso mittente e lo stesso timbro. Le gambe di Elide avevano cominciato a tremare, il cervello si era annebbiato in preda a un presagio oscuro. L’aria era fredda là fuori lei era uscita senza coprirsi,  non si era mai abituata al freddo e alla nebbia di quel luogo.
Il postino l’aveva guardata con pena, i postini lo sanno sempre quando portano cattive notizie, con il loro mestiere imparano ad avere intuito. Ma non poteva star lì, doveva consegnare altra posta, quindi  una volta avuta la sua firma sul registro delle consegne, aveva sfilato la penna dalla mano di Elide e se n’era andato, lasciandola sola davanti al portone, pallida e confusa. Per le scale Elide aveva aperto prima la sua lettera: un foglio bianco con l’indirizzo del mittente in alto e l’indirizzo del destinatario nel quale c’era il suo nome, poi due righe laconiche. Aveva messo subito a fuoco l’oggetto di quella comunicazione “cesserà il rapporto di lavoro a decorrere dal”.
Era rientrata in casa chiudendosi la porta alle spalle, l’incredulità non mollava la presa. Fino a dieci minuti prima Elide era giovane, adesso d’un tratto era vecchia. Com’era possibile che stesse accadendo?
Era andata a sedersi in cucina con le due lettere ben aperte sul tavolo, una accanto all’altra, fissava quei due fogli bianchi come se fossero le tessere di un mosaico incomprensibile, impossibile a incastrarsi.
Cesserà”.
Il verbo al futuro.
A decorrere dal”.
La data che decretava la fine del futuro.
Lo sguardo si muoveva dalla prima parola alla seconda cercando un senso che le collegasse.
La sera prima Elide era una giovane donna, avevano festeggiato il compleanno di Arturo in pizzeria con gli amici, erano contenti. Finalmente erano riusciti e mettere da parte quel poco di soldi che serviva per l’anticipo di un mutuo. Avevano visto un paio di appartamenti dignitosi e stavano progettando una nuova casa con una camera in più perché per loro era arrivato il momento di pensare a un figlio e andare via da quel buco di due stanze senza riscaldamento, con quella vecchia stufa a gas nell’ingresso che si bloccava di continuo.
Adesso quelle lettere, erano come un sasso che un ragazzino discolo scagliava contro una vetrata mandandola in frantumi senza un vero motivo, con cattiveria, solo per fare un dispetto. Elide stava annaspando in mezzo a quei pezzi di vetro frantumati.
A decorrere dal
«Devo avvertire Arturo – aveva pensato Elide – o forse lo sa già, saranno arrivate anche ad altri. O forse è meglio aspettare quando sarà a casa.»
Se ne stava seduta con la testa tra le mani senza sapere cosa fare. Dunque erano pratiche da sbrigare, un numero di protocollo in un contenitore a figli mobili. Era così che si sentiva Elide.
A un tratto si alzò, furente. Aveva bisogno di chiarirsi le idee, di muoversi. Doveva farsi un caffè nero, bollente. Afferrò il barattolo dalla mensola, l’odore forte del caffè le riempì la testa, affondò il naso nel barattolo per scompaginare l’ordine delle cose.
Si ricordò all’improvviso quando la domenica suo nonno arrivava per il pranzo elegante come sempre nei suoi abiti grigi, la cravatta in tono, il fazzoletto nel taschino, il bastone e, d’estate, la paglietta. Suo nonno arrivava puntuale a mezzogiorno come un ospite di riguardo, sembrava uscisse da un film in bianco e nero per poi tornarci alla fine del pranzo. Ai suoi occhi di bambina quell’uomo aveva un che di misterioso e di eroico, era diverso dai nonni che avevano gli altri. Aveva un vezzo, suo nonno, il caffè lo prendeva corretto all’anice. Sua madre ne teneva sempre una bottiglia nella credenza apposta per lui. A lei piaceva l’odore del caffè corretto all’anice, le sembrava un aroma elegante, come suo nonno, un nonno che aveva solo lei.
«Vieni, Elide che te lo faccio assaggiare.» Le diceva.
«Papà, per favore, è piccola per il caffè…» Cercava invano di protestare la figlia.
«Oh quante storie, che vuoi che sia.. ci si bagna appena le labbra».
Elide correva tra le gambe del nonno che le faceva assaggiare il caffè, la bevanda dei grandi. Il profumo dell’anice le arrivava dritto nel naso e la stordiva, ma le sembrava una delle cose più buone che avesse mai assaggiato. Un po’ forte forse, ma si sentiva grande nel sostenere quel gusto così deciso. Se avesse avuto una bottiglia di anice in casa, le sarebbe piaciuto risentire quell’odore che da bambina la stordiva.
Si preparò il caffè e se ne rimase lì, appoggiata ai fornelli, mordendosi le unghie in attesa che venisse su.
La notte prima Elide era ancora una giovane donna, avevano fatto l’amore, Elide e Arturo. Quando erano tornati a casa dalla pizzeria Arturo le aveva detto:
«Voglio il mio regalo.»
L’aveva spogliata in silenzio, lei era rimasta nuda nel letto e lui accanto a guardarla, come a volerla prendere con gli occhi ancor prima di toccarla. Era da tempo che non facevano l’amore in quel modo, lenti, delicati, quasi che quell’amplesso non riguardasse solo loro due, ma fosse già l’inizio di una nuova vita e bisognava trattarla con riguardo fin dal modo di concepirla. Si erano presi guardandosi negli occhi,  con l’energia che si era concentrata nei loro sguardi incollati fino a che non avevano goduto insieme. Poi, dopo, si erano addormentati, sfiniti.
Ora la notte era lontana e il caffè aveva preso a gorgogliare sul fornello. Elide tornò con lo sguardo alle lettere,  la mente attraversata da pensieri e sensazioni contraddittorie, così dense e cupe da impedirle perfino di farsi un bel pianto. Si versò il caffè, indugiò con la tazzina tra le mani per sentirne il calore sulle dita, il primo sorso bollente risvegliò la rabbia. Poi il resto, giù, tutto d’un fiato. Corse in camera  dove il letto era ancora sfatto, con le sagome dei loro corpi impresse sul materasso tra le lenzuola aggrovigliate. Sì vestì e uscì di corsa per andare in fabbrica.
L’incubo era iniziato così.
Ed era duro vederne la fine.

Elide torna a casa tardi ogni sera distrutta. Le giornate in fabbrica sono lunghe, trascorse a discutere, scrivere testi per comunicati da inviare alle redazioni, fare continuamente il punto della situazione per averne il controllo. Spesso escono a fare volantinaggi davanti ai supermercati, alle scuole, per le strade. Raccontano la storia della fabbrica e la loro condizione. A volte i passanti si fermano ad ascoltare, qualcuno ha espressioni di solidarietà o di conforto. Altre volte hanno fretta, sono diffidenti, li evitano afferrando un volantino che stringono nella mano pronto per il primo cestino di carta straccia. In quei casi Elide avverte un senso di frustrazione lancinante e impotente, che la fa vacillare.
La sera quando si mette a letto si rannicchia  su un fianco, chiude gli occhi e prova a immaginare il corpo di Arturo addosso al suo, a farle caldo. Si addormenta  pensando che stanno facendo quello che va fatto, che non hanno altra scelta,  ma in quel letto non può fare a meno di sentirsi sola come mai le è accaduto in vita sua. Ha le mani ruvide, screpolate, i piedi che formicolano, gonfi per la stanchezza. Avrebbe bisogno di una carezza, magari soltanto per essere rassicurata, ma da quando questa faccenda è iniziata Arturo si è come indurito, quasi le lascia intendere che non c’è tempo per le stronzate adesso, che la loro vita è cambiata, che ci sono priorità dalle quali dipende la vita futura, che forse la serenità non tornerà più. E loro saranno diversi.
Elide non può fare a meno di chiedersi dove andranno a finire, com’era potuto accadere, dove diavolo sarebbe finito il loro mondo fatto di piccole cose.
A volte la consola il pensiero delle domeniche in cui  con Arturo si svegliavano insieme nel letto e si alzavano di buon umore a far colazione. Arturo preparava il caffè, Elide apparecchiava con le tovagliette americane, il pane, il burro, la marmellata, i biscotti, le tazze su cui avevano fatto stampare i loro nomi.  Piaceva e entrambi fare colazione prendendosi tutto il tempo, sorseggiando il caffè senza fretta. Si sedevano uno di fronte all’altro, davanti alla loro tazza di caffè fumante a decidere cosa avrebbero fatto del tempo libero di quella domenica tutta per loro, una passeggiata al mercato rionale quando c’era bel tempo, o un film al cinema se pioveva. Adesso le sembra sia passato un tempo infinito, un secolo di frane che aveva prodotto cumuli di macerie.
È invecchiata Elide,  è incredibile come sia accaduto così in fretta. Abbracciata al cuscino spesso la notte piange, non riesce a concepire di non poter più avere sogni o progetti. Odia la sensazione di panico che ora le provoca il pensiero del futuro e odia quelli che l’hanno derubata della sua innocenza e della sua voglia di ridere. E soprattutto odia il dolore del suo corpo che nel buio della notte l’avverte che per lei il tempo per essere madre sta ormai per scadere.
Allora allunga una gamba verso il posto dove di solito sta Arturo e cerca nella testa pensieri buoni che la conducano in un luogo diverso. Si addormenta pensando che tutto ha un inizio e una fine e così sarà anche per questa sventura. Bisogna solo resistere. Sperare. E soprattutto bisogna credere ad ogni costo che quel tempo ritornerà.

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Motivazione della Giuria: “Attuale, senza pietismi, racconta una vicenda dei nostri giorni con una buona capacità di osservazione dei sentimenti, in un rapporto di coppia, messo in crisi dalla chiusura di una fabbrica che modifica le loro vite”

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