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Mi chiamo Ernesto, sono in un bosco e ho davanti un uomo morto.
Ho le gambe paralizzate, i piedi rigidi come fossero infilati in un blocco di cemento, la salivazione assente.
Sono un uomo di media cultura, pertanto sono in grado di ritenere che in questo preciso istante il mio organismo stia valutando l’entità della minaccia. Per questo motivo tremo anche se sono immobile. Non posso vedermi, ma credo di essere pallido, devo avere un colorito ceruleo.
Non voglio dire pallido come un morto perché sono in piedi, non agisco, ma posso pensare. Morto è quello lì che mi sta davanti.
Sto sperimentando anche i sudori freddi, perché avverto freddo anche se sto sudando copiosamente. I brividi sono leggere scosse elettriche a fior di pelle.
In pratica sono sottoposto a una tempesta emotiva.
Lo so come funziona, cazzo! Sono un medico, neolaureato, ma pur sempre medico. Queste sono modificazioni fisiologiche del sistema nervoso autonomo. Quando le parti e i meccanismi funzionano a regime, noi siamo una macchina perfetta.
L’ipotalamo in questo momento la fa da padrone, regola le funziona del corpo. Si è azionato l’ormone delle emergenze, la corticotropina, quello che predispone alla lotta, o quanto meno alla fuga.
Siamo esseri forniti di un sistema di neurotrasmettitori che in situazioni simili regola i livelli della paura. Però negli umani c’è la razionalità, ovvero ciò che ci suggerisce le opzioni di scelta. Questa però nel mio caso deve essere andata a farsi fottere.
Io dovrei essere perfettamente in grado di gestire la paura, perché so che quello che mi sta accadendo: è un cortocircuito del sistema nervoso riconducibile a ciò che gli esseri viventi provano di fronte a un evento spiacevole imprevisto.
Però diciamolo: questa non è paura. Io mi sto proprio cacando sotto.
Chi avrebbe potuto mai pensarlo: ho affittato una casa vicino al bosco, avevo bisogno di un po’ di vita sana e solitaria. Ero qui per camminare e rimettermi in forma con la necessità di disintossicarmi e guarda tu in che guaio mi sono cacciato.
E quella bella idea di non portare il cellulare, di darsi alla vita primitiva? Ma vaffanculo. Un cellulare in questo momento sarebbe la mia salvezza.
Sul fatto che quello sia morto non c’è alcun dubbio, ma non deve essere un morto qualsiasi. Voglio dire, se fosse un contadino infartuato non me ne starei immobile a cacarmi sotto. Mi sarei già avvicinato, l’avrei spostato, avrei visto la sua faccia.
Ma questo qui ha un abito grigio, i mocassini di pelle nera, i calzini grigi, al polso ha un orologio imponente (da qui non riesco a vedere bene la marca, ma si capisce che è di quelli seri).
È riverso in un fosso, ne vedo la nuca riccioluta, ha una capigliatura nera, folta. Deve essere giovane, e secondo me anche bello. Beh… doveva essere giovane perché morto è morto di sicuro.
E cosa ci fa uno vestito Armani (non so se sia un Armani, ma un vestito pregiato lo è certamente, si vede dalla stoffa, neanche si è spiegazzata) riverso in un fosso di un bosco?
Ve lo dico io, questo non è venuto qui per passeggiare, questo o l’hanno ammazzato qui o l’hanno prima ammazzato e poi hanno lasciato il cadavere qui. Tempistica perfetta: giusto in tempo per farmi in regalo questa scarica di adrenalina.
A ben vedere però propendo per la seconda ipotesi: lo devono aver fatto fuori altrove, a guardarlo da qui sembra pulito, non c’è sangue né tracce di buchi di fuoriuscita di proiettili.
Come mi diceva mia nonna? Quando hai paura morditi la lingua, così senti male e la paura scompare. Che teoria del cazzo. Mia nonna era una che diceva un sacco di cazzate, altroché. In barba a quella che si dice la saggezza dei vecchi.
E non c’è proprio nessuno qui, oltre a me e al morto. Si sentono solo versi di uccelli che fino a ieri mi sembravano i canti di un paradiso perduto mentre oggi avessi se una carabina li farei fuori tutti. Tacete che siamo all’inferno cazzo!
Porca miseria. Sono proprio un inetto, stronzo, gelido cacasotto. Mi dovrei muovere, andare a chiedere aiuto, avvertire la polizia. Questo avrà una famiglia che lo starà cercando. Non deve essere tanto che è qui però. Ieri non c’era, per cui ce l’hanno portato stanotte. Toccare non lo posso toccare, che con le impronte non si sa mai.
Se vado dai carabinieri potrebbero insospettirsi, cazzo, sono pur sempre un medico, neolaureato, ma pur sempre un medico. Possibile – mi diranno – che non ha avuto l’istinto di intervenire, di voltarlo, di appurarne la morte o di soccorrerlo perfino se fosse stato in tempo? E io che rispondo? Che pur essendo un medico (neolaureato però, non scordiamocelo) sono rimasto paralizzato dalla paura? Rideranno di me, diranno che ho sbagliato professione. E il guaio è che non hanno mica torto.

Da quanto tempo sono qui? Mi sorge un dubbio atroce: ma era poi davvero morto quando sono arrivato? Magari respirava ancora. O mio Dio, che supplizio! Basta. Devo fare il mio dovere di cittadino, tornare indietro andare a casa e avvertire.
“Pronto, polizia? Ho trovato un morto nel bosco.”
Già prevedo le conseguenze: generalità, deposizioni, si tenga a disposizione, il mio nome sul giornale. No, non sono disposto a questo. Non adesso.
E se l’avessero appena ammazzato? Se fosse una cosa tipo un regolamento di conti? Magari l’assassino o gli assassini potrebbero pensare che mi trovavo qui, acquattato da qualche parte. Che me ne andavo a funghi per il bosco e ho visto tutto. In tal caso sarei addirittura in pericolo.
No, no, per carità. Io non voglio problemi.
Potrei fare una telefonata anonima dal cellulare:
“C’è un morto nel bosco” Clic.
Facciano loro poi quello che devono fare. Ma forse sarebbe peggio. Oggi coi satelliti sanno tutto, ti rintracciano ovunque e comunque. Potrei destare sospetti.
Cazzo cazzo cazzo, ero in cerca di pace maledizione. Sono un medico, anche se neolaureato. Ho avuto un esaurimento nervoso. Mi sto curando, ancora non ne sono fuori.
Che, forse che un medico non può avere un esaurimento nervoso?
Mia moglie mi ha lasciato tre mesi fa, dopo sei di matrimonio e un anno di fidanzamento. No, dico, sei. Sei, amico. Sei fottuti mesi, e aggiungo che è stata lei a volersi sposare a tutti i costi. Aveva fretta, lei. Chiunque tu sia, sei bell’è e andato, ma io sto qua a tribolare, a chiedermi come ho potuto essere così coglione. È la vita una merda, non la morte, anche se la tua deve essere stata terribile.
Però potresti pure essertela andata a cercare, mica si finisce morti ammazzati con il vestito buono in un fosso, così, come niente. Pure tu qualcosa avrai combinato. Io invece ero un marito innamorato e fedele. Una persona onesta e perbene. E lei mi ha piantato in asso per un altro. Uno con cui aveva avuto una relazione. Mi ha sposato per ripicca, lui l’aveva lasciata. Ti rendi conto dove può arrivare la cattiveria? Io non la meritavo tutta questa sofferenza che mi ha mandato fuori di testa. Mi ha detto che il matrimonio era stato uno sbaglio, dopo sei mesi. Uno sbaglio, capisci? E io che non mi ero reso conto di niente. Mi sembrava che finalmente fosse cominciata la vita vera e invece ero soltanto la pedina di un piano: la laurea, la casa, il matrimonio, le prime guardie mediche. Non che mi piaccia fare il medico. Ho studiato medicina per far contento mio padre.
Ma ora non importa più. È crollato tutto, da un giorno all’altro, dopo che lei se n’è andata. La prima cosa che ho fatto quel giorno è stato scolarmi tutto l’alcool che c’era in casa. Poi dopo c’ho preso gusto a stordirmi. Uscivo di casa solo per comprare alcoolici, poi mi chiudevo in casa e staccavo i telefoni e davo il via alla festa.
Qui ci sono venuto per disintossicarmi, dicono che stia meglio. Camminare mi fa bene. Devo stancarmi per non sentire voglia di bere. Se cammino dimentico che razza di merda è la mia vita. Quindi caro amico, se tu te la passi male, anche per me non brilla di certo.
E sai qual è la differenza? Che tu avrai di sicuro una bella mogliettina che ti piangerà. La mia invece se la sta spassando con lo stronzo che se l’è ripresa.
Dovrei starci io al tuo posto, amico, lì, in quel fosso.

Sì, dovrei starci io in quel fosso. Tanto per non sentire l’istinto della bestia che vorrebbe uccidere e dimenticare il lupo mannaro che sono diventato.
Tanto vale dirtelo amico.
Tu sei il terzo che mi è capitato a tiro mentre avevo fame di sangue di uomo. E tu avevi la faccia da bastardo perfetta.
Hai sbagliato a darmi un passaggio oggi. Sono un medico, anche se neolaureato, io lo so come ammazzare i bastardi come te, basta un niente.
Quello che invece non mi piace è la paura che avverto dopo e il fatto che adesso debba scavare un’altra fossa e seppellirti. Non mi piace l’idea di te che diventerai come gli altri, vermi che mangeranno le radici, le foglie, le gemme degli alberi di questo bosco. Questo è il mio personale paradiso adesso, quando il lupo mannaro se ne va riesco a godere di tutta la sua bellezza.
Questo, amico, mi dispiace per te, è il posto dove sono venuto a cercare pace.

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Fotogramma

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Quello che vedete a petto nudo mentre fa volare la sua camicia per aria alle undici di sera, non corrisponde a ciò che pensate. Mi piacerebbe presentarvelo come una star su un palcoscenico: io sto nell’angolo di una quinta con il microfono in mano e lo annuncio a gran voce “Signori e signore, vi presento Bill Red”. E subito dopo su  quel palcoscenico compare l’artista che si esibirà per voi, tra gli applausi.
Invece, mi spiace deludervi, ma questo giovane uomo che si batte il petto dalla pelle liscia e ambrata non è una star e si chiama Vincenzo Papagna. Un cognome, dunque, piuttosto impegnativo.
La donna che vedete seduta nel piccolo soggiorno al primo piano di questa palazzina è Ernestina Gallo, coniugata Papagna, madre di Vincenzo. La poverina se ne sta seduta al buio nella stanza con i gomiti sul tavolo e i palmi della mani ben aperti sulle orecchie. Il tavolo è coperto da una tovaglia di plastica a piccoli quadri bianchi e marrone, unta, tagliuzzata qua e là. La stanza è spoglia, al limite dello squallore, oltre al tavolo di formica ci sono tre sedie di paglia e una di plastica. Nell’angolo di fronte al tavolo ci sta un mobile di truciolato rotto in più punti e sopra c’è un vecchio televisore. A completare l’arredamento c’è un mobile scuro, con i buchi che segnano il posto in cui prima stavano le maniglie delle ante che ora non ci sono più. Quei buchi, nella penombra della stanza,  sembrano occhi svuotati dalle orbite. In questa stanza due metri per tre non c’è nient’altro, eccezion fatta per un filo che pende dal soffitto a cui è attaccato un avanzo di lampadario di ceramica.
Ernestina non ha acceso la luce, sta cercando di tapparsi le orecchie per non sentire suo figlio Vincenzo che sotto la finestra sta dando il suo solito spettacolo. È tardi, i lampioni per strada sono accesi, illuminano la viuzza delle palazzine popolari al cui primo piano abita la famiglia Papagna. La strada è deserta, solo qualche macchina, di tanto in tanto, irrompe come il ronzio di un moscone vagante. È novembre e fa freddo, tutte le finestre sulla strada sono chiuse, le serrande abbassate.
“Puttana, tu non li offendi gli amici miei, hai capito?  Mi senti? Apri, maledetta!”
Ernestina sta sprofondando in quel buco nero che è la sua vergogna. I vicini come sempre staranno sentendo, qualcuno prima o poi chiamerà i carabinieri. Però lei la porta a suo figlio Vincenzo non gliela apre. Così quello se ne sta fuori a imprecare e bestemmiare, sferrando calci alla macchina parcheggiata proprio sotto la finestra. È l’astinenza, se non si fa perché non ha rubato e non ha soldi, allora beve, si ubriaca con gli amici della sua stessa specie e poi torna a casa in quello stato.
“Apri, fammi entrare, puttana la madonna! Nudo resto se non mi apri, mi piglio la polmonite per colpa tua, cretina.” Vincenzo urla e si batte il petto come una scimmia incazzata. Ha i capelli corti secondo la moda del momento,  un viso duro e butterato.
Intanto in camera da letto si sta svegliando Ottavio Papagna, marito di Ernestina e padre di Vincenzo. È stanco e non vorrebbe alzarsi. Ha la sveglia puntata alle quattro e mezza, l’ora in cui va a lavorare al mercato scaricando cassette fino alle otto di mattina in cambio di una quarantina di euro a nero, che più o meno equivale alla sopravvivenza della famiglia Papagna, salvo poi qualche lavoretto che Ottavio riesce a racimolare sporadicamente.
Ottavio Papagna quel figlio lo ammezzerebbe volentieri, se non fosse che per lui in galera non ci vuole proprio andare e questo non tanto per sé stesso – che a volte pensa che in galera almeno avrebbe pasti sicuri e un posto dove dormire in pace – quanto per Antoniuccio, la creatura che gli sta dormendo accanto nella culla, lui ha appena undici mesi e non ha colpa. Antoniuccio peraltro si è appena addormentato con le consuete difficoltà, visto che è un neonato che piange sempre.
Ottavio sente suo figlio per strada, ma tutto quello che può fare è girarsi su un fianco e sperare che Antoniuccio non si svegli.
“Se non mi fate entrare spacco tutto”.  Urla Vincenzo mentre dà calci al portone.
Farlo entrare vuol dire far entrare in casa Papagna la follia bestiale dell’uomo che non ha pensiero ma soltanto azione senza cervello, spinta da un puro istinto animale.
Vuol dire che una volta dentro Vincenzo picchierà sua madre, vorrà soldi, spaccherà quel che resta dei mobili vecchi.
Lui, Ottavio, chiuderà la porta a chiave per proteggere Antoniuccio che intanto però si sarà svegliato e piangerà quei pianti lunghi e spaventati dei bambini che l’uomo nero non lo vogliono manco sentire in lontananza. Lui dovrà prenderlo tra le sue braccia molli e grasse e cullarlo finché la furia di Vincenzo non si sarà placata.
Che andasse pure a farsi fottere quel figlio maledetto, che se lo prendesse il diavolo, la morte, la polizia, un delinquente qualsiasi suo pari. Che l’ammazzassero pure, lui non avrebbe aperto.
“Apritemi pezzi di merda. Quant’è vero Iddio spacco tutto.”

La vedete quella ragnatela nera sulla finestra della cucina? A prima vista,  sotto il riflesso della luce dei lampioni, fa effetto. Sembra un insetto gigante, una creatura mostruosa dalle lunghe zampe nere abbarbicata sul vetro. Ma non è quello che sembra. Se guardate meglio vedrete che è un vetro spaccato con un buco al centro, è stato rattoppato alla bell’è meglio con del nastro isolante nero perché non c’erano i soldi per cambiarlo, quel vetro. Ebbene, è stato un pugno di Vincenzo, che ne è uscito tra l’altro con la mano incredibilmente intatta, fatta eccezione per qualche graffio.
“Fatemi entrare o vi ammazzo!”
Vincenzo scuote il portone con entrambe le mani, i vetri spessi e smerigliati tremano contro il metallo. A questo punto qualcuno nella palazzina accende la luce nelle scale, è il segno che sta cominciando a perdere la pazienza.
Ernestina in soggiorno si tappa le orecchie, preme ancora più forte le mani sulle tempie. È piena di odio verso Ottavio, suo marito, che i pugni dal figlio li ha sempre presi come e quanto lei, ma mai li ha saputo restituire. Un uomo debole e inutile, Ottavio. Aveva sposato un poveraccio incapace per sfuggire alle botte di suo padre e guarda cosa ne aveva ricavato. Oltretutto dopo che Ottavio aveva perso il lavoro, ormai da un anno e mezzo, se n’era stato per giorni interi a letto a dormire ed era stata lei a campare la famiglia come poteva, lavando scale che puzzano di piscio di cane per due miseri soldi.
E come se non bastasse era arrivato anche Antoniuccio, figlio di Angela,  la più giovane della famiglia Papagna. Era rimasta incinta di chissà quale cane tra quelli che se la scopavano per soldi, che lei questo faceva. Angela si fa vedere di rado a casa, quando lo fa è solo per sputare tutto il veleno che ha in corpo contro la madre. Si accerta ogni volta che le finestre siano ben aperte e che tutti possano sentire perché sia chiaro che razza di vita di merda sia quella della madre, vita che lei, tende a sottolineare con orgoglio, non farà mai. Lei da quel letame ne è fuori perché, al contrario degli altri in quella casa, lei fa soldi. Di cosa pensino gli altri non le importa un fico secco.
Di solito alla fine di quelle visite Angela lascia qualcosa per suo figlio Antoniuccio, che a mala pena prende in braccio, e quando lo fa è come se avesse tra le mani un tizzone ardente. Poi se ne va, non senza prima aver finito di lapidare sua madre con miseri improperi, che la colpa di tutto secondo Angela sarebbe la sua, anche se nessuno ha mai capito perché.
Ernestina lo sa che sua figlia fa la puttana e puttana le urla puntualmente mentre Angela le volta le spalle girando sui suoi tacchi altissimi, che con la sua figura minuta la fanno sembrare un trampoliere ubriaco.
Ebbene è questa la vita di Ernestina. Chissà quale maledizione le aveva riservato quei figli, pensava ogni tanto, stanca di avere sempre peccati da scontare a causa loro.
Vincenzo è ancora là fuori, a petto nudo,  il freddo non lo sente. Lei invece in casa lo sente eccome. Intravede il figlio sotto la finestra che cerca di saltare. Lo sa che sua madre è al di là dei vetri, seduta, nel buio. Lo sa che sta sentendo.
Poi qualcuno nella palazzina decide che è ora di farla finita e apre il portone, che se lo prendessero in casa, quel pazzo drogato, e la facessero finita.
Vincenzo appena sente il rumore metallico della serratura che scatta balza dentro come una lepre. Si attacca al campanello dell’appartamento e suona senza fermarsi. Nessuno in casa si muove, anche questo fa parte del copione, e per fortuna stasera Antoniuccio sembra dormire un sonno clemente.
Vincenzo impreca, poi si lancia per le scale, fa di corsa i due piani della palazzina e subito dopo ridiscende. Quando è in questo stato i vicini lo temono. Mentre scende continua a frantumare tra le gengive sdentate parole incomprensibili. Poi di nuovo si attacca al campanello e tira calci alla porta.
Ernestina in soggiorno si alza e piange.

Ernestina ha quarantadue anni ma sembra molto più vecchia, molte volte pensa che morirà di crepacuore e per quelli come lei non è poi una gran tragedia.
Come sempre ha paura e spera di sentire la sirena della polizia, come talvolta accade, oppure la voce di un santo, perché in cuor suo lo sa che solo un miracolo potrebbe far cambiare le cose. Peccato che ai miracoli ha smesso di crederci da un pezzo.
Questa sera ha nascosto il portafoglio nella spazzatura, avvolto in una busta di plastica. Dentro ci sono venti euro e qualche spicciolo.
Mentre Ottavio la sente alzarsi dalla sedia e muovere i suoi passi strascicati verso la porta, fa scattare la serratura della camera da letto e guarda Antoniuccio che dorme. Sa che a momenti si sveglierà. Poi si siede sul letto e lo sguardo si perde nel vuoto.
Ed è a questo punto che Ernestina, tremando, apre la porta.

 

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Anna Magnani in Bellissima, di Luchino Visconti, 1951

Alzi la mano a chi non è mai successo.

La prima volta che sono stata molestata avevo undici anni. Erano molestie verbali di un adulto che mi diceva cose irripetibili. I miei genitori mi spedivano in sicurezza a prendere parte alle prove dello spettacolo che si teneva ogni anno nella mia città per carnevale. Cantavo benino e lui era un musicista del complesso che ci accompagnava. Mi ha inseguito per anni dicendomi porcherie delle quali ho imparato il significato mio malgrado.

La seconda volta che sono stata molestata fu da parte del ragazzino che non accettava che l’avessi lasciato. Mi portò con una scusa credibile in vespa in mezzo a un bosco e mi salvò il fatto che avevo un paio di jeans con la cerniera difettosa e per tenerla su l’avevo chiusa con una spilla da balia. Quell’espediente mi permise di darmela a gambe. Per fortuna non eravamo troppo lontani dal bar dove adolescenti come noi trascorrevano il loro tempo di ozio in vacanza in un luogo di villeggiatura.

La terza volta che sono stata molestata era uno fuori di testa che mi seguiva spesso, avevo si e no quindici anni. Una sera rientrando a casa si infilò nel portone dietro di me e mi mise le mani addosso, dappertutto. La porta di casa mia al secondo piano era aperta e l’unica cosa che mi venne in mente fu che non poteva farmi niente di brutto, dovevo difendermi da sola, se avessi urlato i miei genitori col cavolo che mi avrebbero fatto uscire da lì in poi o tornare la sera (io potevo rientrare massimo alle otto) da sola. Lui era invasato, alla fine gli ho dato uno spintone e mi sono precipitata su per le scale. Mi ha inseguita perfino lì, con mio padre sulla porta insospettito dal tempo che stavo impiegando a salire. Non ce l’ho fatta a nasconderlo, lui vide l’ombra precipitarsi giù per le scale ed io ero troppo spaventata. Cercai perfino di minimizzare.

La quarta volta che sono stata molestata è stato da parte di un conoscente. Avevo circa ventitré anni e vivevo a Firenze, in quel periodo a casa ero da sola. Mi sentii male e chiamai mia sorella, non c’erano i cellulari. Lei non rispondeva, chiamai un suo amico medico che avrebbe dovuto essere con lei. Non era così ma lui si precipitò a casa mia. Fu una cosa che sgradevole è dire poco, forse rivoltante sarebbe più corretto. Non so nemmeno come abbia fatto a metterlo alla porta. Era l’appendice, tra l’altro, ma non fu lui a diagnosticarlo.

Poi infiniti altri episodi, compreso il direttore della filiale dove avevo il conto della mia agenzia, una vita fa, che un giorno piombò senza appuntamento in ufficio, cosa che a suo dire faceva “per conoscere meglio i clienti”, così mi disse. Non ci provò, c’erano altri uffici e c’era gente, ma mi fece capire chiaramente che avrebbe potuto essermi d’aiuto. Sono stracerta che se fossi stata da sola l’avrebbe fatto con i fatti, queste cose le capisci al volo.

Diciamo la verità, noi impariamo a difenderci perché è così che funziona. E non c’è verso: è una stramaledetta questione culturale che inizia da troppo lontano ed è dura a morire.

E proprio perché è una questione culturale andrebbe trattata con toni più consoni. Dopo lo scandalo di Asia Argento, cosa ben diversa, ecco che comincia l’eco delle notizie italiane. Io non riesco a essere del tutto solidale con la velina che ora denuncia quanto accaduto trenta anni fa. Perché da donna che ha sempre cercato perfino di scrivere di queste cose, indagando l’impossibile e il possibile, quella per me rappresenta la sconfitta di tutte le donne. Come sono una sconfitta le madri e le figlie che si scannano ai concorsi di bellezza. Sono i simboli stessi di quella cultura che ora vorrebbero denunciare, ci stanno dentro fino al collo. Non ce la faccio, perdonate, a considerarle eroine.

Noi che facciamo i falsi moralisti dando credito a una stampa che su queste notizie ci va a nozze non per difendere la vittima, o presunta tale, ma per creare lo scandalo anche dove non c’è.

Noi che abbiamo perfino eletto il re dei porci, colui che aveva l’harem delle fanciulle che volevano fare facile carriera e rischiamo di rieleggerlo come se niente fosse, senza ritegno.

Il mondo dei ragazzini, a ben guardare, è pieno di modelli come questi, le loro chat strabordano di foto di ragazzine nude o mezze nude che mandano una foto a uno e si ritrovano condivise con centinaia, che usano il corpo e lo fanno parlare male, malissimo, senza il rispetto necessario per sé stesse.

È una stramaledetta questione culturale.

Quando non dovremo più difenderci, allora sì sarà veramente cambiato qualcosa. Ma a quel momento le veline svestite, provocanti, coi culi per aria (qui soltanto assunte a simbolo) saranno sparite?

 

 

NOVEMBRE

novembre14

La malinconia, che per me è un sentimento affatto negativo,  arriva ogni anno su un vagone che si chiama Novembre. Ha la bellezza delle foglie un attimo prima che cadano, dei cieli tersi quando il tempo è sereno, della pioggia che ci racconta l’inverno che verrà.
Su quel vagone la malinconia ci conduce in un luogo dove è probabile siamo già stati, lì a volte ci sentiamo al sicuro, lontani dal chiasso e dalle parole di troppo.
Quando ero bambina novembre era l’estate di San Martino . Nei miei ricordi ci sono giornate di sole e i giorni di vacanze, i biscotti che si mangiavano caldi appena sfornati. Profumavano di zucchero e di madre.
Il due di novembre mia madre mi portava con sé al cimitero, andavamo innanzi tutto a trovare il nonno, suo padre. È stato così che ho fatto amicizia con la morte: andando su e giù per le tombe dietro a mia madre che lasciava fiori nei vasi già colmi. Non avevo ancora chiara la percezione di cosa significasse perdere qualcuno. Quando morì mio nonno per me era un bel vecchio elegante,  mi portarono a vederlo e lei, mia madre, volle che gli dessi un bacio. Non mi piacque affatto baciare quella pelle fredda, ma non piansi. Credo pensai che fosse normale che si potesse morire alla sua età.
Così di fronte alla sua foto sulla lapide stavo tranquilla, aspettando che mia madre pregasse. Invece ero invece attratta da ciò che succedeva intorno. C’erano donne anziane vestite di nero, molte si portavano una sediolina da casa e stavano sedute di fronte a una tomba. Piangevano, accarezzavano la foto e avevano grandi fazzoletti di cotone per asciugare le lacrime. Qualcuna recitava litanie così laceranti da spezzare l’aria in due, perfino troppo, almeno per me. C’erano fiori di ogni tipo e colore, profumi intensi e centinaia di candele accese. In alcuni vicoli al contrario regnava il silenzio, forse morti antichi che nessuno piangeva più.
Mia madre mi teneva per mano per timore che potessi perdermi nella confusione. Aveva fiori per ogni tomba dove ci fosse qualcuno da ricordare in quel giorno, ma quelli più belli erano per sua madre, che aveva perso da ragazza. All’epoca non capivo perché non stesse accanto a mia nonno, suo marito. Lei non l’ho conosciuta, è rimasta una foto ovale in bianco e nero, un viso ignoto che non ho mai collocato nello spazio e nel tempo.
Di ritorno dal cimitero, dove si andava a piedi lungo una strada di campagna, c’erano ancora biscotti e la tv dei ragazzi, come in un giorno di festa come si deve.

Poi per molti anni, da ragazza e da adulta, ho smesso di andare al cimitero e novembre era solo novembre. Da bambina potevo essere amica della morte perché non la comprendevo. Crescendo l’idea del nulla dopo la morte non mi ha mai portato e cercare un contatto con il marmo freddo, unitamente a un certo rifiuto della ritualità.

Invece un giorno ci sono tornata, in quello stesso cimitero dove andavo da bambina con mia madre. C’era il sole e la collina era rivolta verso il mare, una striscia visibile all’orizzonte tra gli ulivi. Credo però siano stati i ranuncoli gialli in fiore, avevano un’aria così festosa, come la primavera che stava per arrivare. La foto di mio padre mi sorrideva, quella l’ho scelta io perché è una delle rare foto in cui quel ragazzo diventato uomo troppo presto sorride. Al contrario di mia madre, che sorridente era di natura, ed è così che abbiamo voluto la vedesse chiunque arrivasse e portarle un saluto. Ha il rossetto rosso, il suo colore preferito ed è bella e vanitosa così com’era in vita.

Da quel momento al cimitero ci sono tornata spesso. Ho fatto pace con l’idea che loro abitassero lì. Talvolta sono andata a parlarci e quel marmo ogni volta era meno gelido. È vero che noi umani abbiamo bisogno di consolazione quando le persone care non ci sono più accanto. Ma è così che si fa, mi sono detta.
Ogni volta nel tragitto vago con lo sguardo tra le foto e le date, osservo la morte naturale nel suo ciclo di vita e quella implacabile senza possibilità di consolazione.
Quando vado via il sole e gli ulivi sembrano dire che quello in fondo è un bel luogo dove riposare. E mi dà un senso di pace.
E tutte quelle vite, decine, centinaia, migliaia di vite, sembrano sussurrare alle mie spalle: “Torna a trovarci qualche volta. Ti offriremo dei fiori, qualche ricordi e un caffè”. Anche se non sarà novembre.

 

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Cara Ministra,

so che questa mia non le giungerà mai. Non diventerà un post virale che le arriverà a solleticare il dubbio che a volte voi ministri dell’istruzione altro non fate che sparare cazzate, una sorta di gara a chi la dice più grossa per arrivare agli organi di informazione come novelli salvatori della scuola pubblica.

Dunque lei ha detto “Il 15 settembre partirà un gruppo di lavoro con le migliori e i migliori esperti del Paese per rivedere le indicazioni nazionali e intervenire su cosa le nostre studentesse e i nostri studenti studiano a scuola”.

A questo verrà affiancato un gruppo che servirà a chiarire l’utilizzo di smartphone e tablet degli studenti in classe, intervenendo sulle attuali circolari, risalenti a un periodo troppo lontano da oggi. “E promuovendo – aggiunge – un uso consapevole e in linea con le esigenze didattiche. Questo gruppo avrà 45 giorni per pubblicare delle linee guida chiare ed efficaci per le scuole”

Intanto vorrei chiederle su quali basi lei sceglierà le migliori e i migliori esperti del Paese, perché – mi consenta (come diceva un inquilino di palazzo) – quando utilizzate la parola esperto a noi insegnanti sale la febbre a 40. Per non parlare della locuzione linee guida. A me fa venire in mente il ragazzino del film Il Grande Cocomero affetto da una patologia per cui  il mondo circostante era fatto di linee e demarcazioni entro le quali muoversi, lo vedevi saltare ipotetiche corde, terrorizzato dal romperne qualcuna.

È buona norma, prassi consolidata, che gli esperti che mettono mano alle riforme, alle circolari, alle innovazioni (presunte) didattiche, nella scuola non c’hanno mai messo un alluce, non sanno niente degli adolescenti (se non quello che leggono sui trattati sociologici scontati come le minestre) e soprattutto non conoscono il lavoro che svolgiamo quotidianamente, del quale non avete mai né considerazione né rispetto.

Che lei mi venga a suggerire “l’uso consapevole” degli smartphone è presuntuoso (e questo in viale Trastevere è atteggiamento ostinato) e irrispettoso. Le dico francamente che è una sparata che come sempre reputa gli insegnanti un gregge che agisce secondo le direttive.

Io, ad esempio,  crede davvero stessi qui ad aspettare lei e la sua circolare? Ci prende per scemi? E’ da un pezzo che quest’uso consapevole tento (tentiamo, non solo la sola) di promuoverlo nelle classi, perché “il buon senso” mi ha portato a non demonizzare uno strumento che oramai i ragazzi usano con una tale regolarità che separarli è praticamente impossibile.

Tuttavia i risultati di questi tentativi, sappia anche questo, nella maggior parte dei casi, falliscono. Perché? Per farglielo capire le racconto un aneddoto.

Qualche anno fa mi trovavo all’aeroporto Vespucci di Firenze. In attesa dell’aereo vado a sedermi. Accanto a me c’era una giovanissima coppia di stranieri beatamente immersi nella lettura di un libro, ciascuno il prorpio. Dopo qualche minuto arrivano sei baldi adolescenti, tre coppiette (tre ragazzi e tre ragazzi). Si fanno notare per la caciara, per l’abbigliamento griffato e succinto, poi si separano e si siedono. Le tre ragazze alla nostra destra, i ragazzi alla nostra sinistra. Tempo dieci secondi, tutti e sei avevano in mano il cellulare, cominciano a spippolare come dei pazzi, ognuno per conto proprio. Insieme, ma separati: dal cellulare.

Ecco, non ho potuto fare a meno di notare la tristezza di quell’immagine, con quei ragazzi stranieri al centro con un libro in mano, e gli altri sei con lo sguardo piantato su un minuscolo monitor, persi chissà dove. Sei adolescenti che stavano andando in vacanza.

Se questo non le basta come esempio dei modelli culturali che NOI e il MERCATO stiamo fornendo loro, la invito a venire in una classe, a sollecitare un allievo che sta usando impropriamente il cellulare  (con il quale giocano, sono in costante comunicazione su instagram e whatsapp) a consegnarle il cellulare. Scoprirà che la scena avrà del paradossale, vedrà il panico sulla faccia dell’allievo, vedrà il cellulare sparire nella sua tasca dove lei non può mettere le mani, vedrà l’ansia da separazione quasi stia chiedendo di darle un pezzo della sua mano, della sua testa, del suo cuore.

Nella stragrande maggioranza dei casi sarà lui a vincere, a meno che lei non sia di quelli che si piazzano lì, poi lo prendano da un braccio, lo portino dalla dirigente e minaccino provvedimenti disciplinari. Il che presupporrebbe trascorrere gran parte delle lezioni in questo genere di attività.

Moltissime scuole non sono provviste di adeguate reti, per cui se lei proverà a chiedere ai ragazzi: cercate su google questo testo poetico, si sentirà rispondere che non ha giga sufficienti. Gli stessi alla fine della lezione, quando si abbassa la guardia per cinque minuti, correranno da lei per farle vedere qualche stupidissimo video su you tube per farla sorridere.

Cosa otterrà questa circolare? Siamo pratici:  ancora una volta perderemo credibilità, ci sentiremo rispondere: siamo autorizzati. Ormai li autorizziamo a far tutto.

E sia chiaro, non parla un’insegnante che demonizza la tecnologia, retrograda o che non sa usarla, la uso eccome, però – come ho detto una volta in classe – la differenza tra “me” e loro è che io so usare i loro strumenti, loro – di questo passo – non impareranno mai i miei, quelli che stanno nella testa, i meccanismi del cervello, quelli indotti dalla manualità della scrittura, quelli del pensiero critico di cui li stiamo privando a forza di crocette e di competenze.

Come vede non sono una bastian contraria. È solo che non se ne può davvero più.

Qualche giorno fa ho letto un interessante articolo di un insegnante, Franco Nembrini, per decenni professore di italiano e fondatore della scuola media libera “La Traccia” di Calcinate (provincia di Bergamo), il quale ha scritto:

“LA TECNOLOGIA. I giovani di oggi sono sottoposti ad una pressione sociale molto forte dovuta alla pubblicità e a nuovi modelli comportamentali, per questo il compito di guidarli verso l’età adulta spetta a «maestri più decisi e attrezzati di un tempo».

Nembrini è scettico sulle speranze risposte nei nuovi strumenti tecnologici, secondo lui sopravvalutati, utilizzati a scuola nel tentativo di catturare l’attenzione degli alunni. «Non funzionerà perché la vita dei ragazzi è già piena di tecnologia. Il suo uso esasperato li ha confinati alla solitudine. La sfida dell’insegnante sta nel proporre un’esperienza reale e diretta, che li spinga a mettere volontariamente da parte i cellulari o tablet e li appassioni ad un’avventura conoscitiva».

MEMORIA ESTERNA. Il pieno accesso al sapere tramite Internet, osserva Nembrini, ha portato i ragazzi a memorizzare meno informazioni. «Chiedi a un ragazzo chi è stato il primo presidente italiano dopo la Seconda Guerra Mondiale e lui trova la risposta con un click. Ma se gli ripeti la domanda la sera stessa, se ne è già dimenticato». Il rischio di una “memoria esterna” è estremamente insidiosa e assolutamente da non sottovalutare: «La perdita della memoria è una tragedia incalcolabile perché senza di essa, senza la storia, non si è uomini. Si diventa burattini facilmente controllabili dall’esterno».
Lei lo chiamerà questo insegnante tra i suoi “migliori esperti”?

Mi perdonerà se ne dubito.

Siamo stanchi minestra. Stanchi di direttive che ci trattano come idioti che non sanno quando fare o non fare una cosa, stanchi di esperti che ci raccontano come dev’essere la scuola e cosa dobbiamo e non dobbiamo fare.

Ci dia reti funzionanti, scuole attrezzate, sicure. Ci dia meno classi pollai. Ci dia risorse. Ci restituisca la credibilità sociale che meritiamo in funzione della gravosa responsabilità che rivestiamo come educatori. E si tenga le sue cazzate nel cassetto. Giusto per non levarci quel minimo di entusiasmo che ancora ci è rimasto quando entriamo in classe e abbiamo davanti universi sbandati, ai quali noi dovremmo indicare una direzione.

La saluto.

Prof. Daniela Grandinetti

PS   ho davvero molte cose da fare. Se ho perso tempo per me prezioso nello scrivere questa mia, mi creda, è perché non se ne può davvero, ma davvero, più.

Marchiato

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MARCHIATO

La mente è uno strano marchingegno. Vorrei sapere perché in questo momento mi ronza nella testa una vecchia canzone di Sergio Endrigo, quella che faceva c’era una casa tanto carina, in via dei matti numero zero.  Oltretutto non sto andando in una casa molto carina senza soffitto e senza cucina. Sto andando in via Benedetto Croce al numero 240, in un posto dove non sono mai stato.
Stamattina ho accompagnato Luca all’asilo, a lui è sembrato strano. Di solito sono il primo a uscire di casa e l’ultimo a tornare.
«Non vai al lavoro oggi papà?»
Ho guardato la strada, c’era un anziano che stava per attraversare. Mi sono fermato, ho aspettato che attraversasse, passo dopo passo, poi sono ripartito. Le macchine in fila dietro mi hanno rifilato i loro clacson di insulti. Al mattino tutti hanno fretta. Di solito anch’io ho fretta al mattino. Non oggi.
Avevo soltanto bisogno di tempo per rispondere a mio figlio, il cervello mentre guardavo il vecchio attraversare mi si era impantanato.
«Certo che ci vado. Però oggi posso arrivare più tardi.»
«Sono contento che a scuola mi porti tu.» Mi ha risposto Luca.
Ho guardato nello specchietto retrovisore, Luca è ben stretto nel seggiolino e avrei voluto chiedergli di non crescere, di restare così per sempre, con l’espressione soddisfatta che aveva in quel momento.
Lascio mio figlio davanti all’asilo. Gli consegno il piccolo zaino e poi lo vedo correre via, inghiottito dal portone insieme ad altri bambini come lui.
Per andare in Via Benedetto Croce mi conviene prendere l’autobus, lascio la macchina vicino alla piazza a un parcheggio a pagamento.
Mentre ritiro il biglietto e la sbarra si alza penso che tutto sta per cambiare. La differenza è che la sbarra per me si è richiusa. Parcheggio la macchina e mi dirigo alla fermata.
Non sono abituato agli autobus, li prendo di rado e soltanto se sono costretto. Mentre aspetto il 32 sulla piazzola mi sento in imbarazzo, ho la sensazione che tutti mi guardino. Non indosso la giacca e la cravatta come ogni mattina, ma una camicia celeste e un maglioncino blu. Jeans di marca. Non mi è mai dispiaciuto vestire decentemente.
Da Piazza Mazzini a Via Benedetto Croce ci sono otto fermate, l’autobus dovrebbe impiegare circa venti minuti se non ci sono intoppi. Ho studiato il percorso nei minimi particolari non perché sia preciso, ma perché spinto dal timore, lo confesso, di sbagliare. E non ho davvero voglia di sbagliare. Non oggi. Non ce la farei a rimediare.
In effetti trascorsi venti minuti l’ottava fermata è la mia. Tutto come previsto. Sono stato appeso alla maniglia tra persone che spingevano, mi urtavano fastidiosamente. Nessuno che chiedesse scusa. Un ragazzo mi è persino montato su un piede nella foga di accaparrarsi il posto a sedere che si era liberato proprio davanti a me. Non è un bel mondo, mi pare. Sull’autobus ci si può rendere conto dell’umanità meglio che altrove.
Scendo con le gambe che mi tremano, ho ancora il biglietto in mano. Mi guardo intorno per vedere se ci sia un cestino dove buttarlo, ma non vedo niente. Così lo infilo in tasca. Io non sono uno che butta la roba per terra. Sono sempre stato un cittadino coscienzioso, con il suo bravo senso civico.
Per fortuna non devo fare molta strada, l’ufficio è proprio dietro l’angolo, a due passi dalla fermata. Peccato, perché avrei camminato volentieri un po’. Giusto il tempo di liberarmi il naso da tutti quegli odori di ascelle poco lavate o spruzzate con deodoranti invadenti.
Ho ancora la sensazione di essere osservato, quasi che tutti conoscano la mia faccia e sappiano dove sto andando. Eppure questo è un quartiere che conosco appena, abito dall’altra parte della città.
Dovrò abituarmi a questa condizione. Agli sguardi puntati addosso. A questo senso di perdita, di umiliazione.
Di fronte alla vetrata del numero 240 ho un attimo di esitazione, un lieve capogiro, come se dietro quella porta ad attendermi ci fosse un girone dell’inferno e io non voglio entrarci.
Vorrei gridare, chiedere aiuto. Invece resto fermo, composto. In realtà nella mia condizione la rabbia sarebbe più forte della rassegnazione, ma la rassegnazione è l’unica carta che ti è concessa di giocare. Questo l’ho capito negli ultimi giorni.
Mi decido a entrare, spingo la porta a vetri. Dentro c’è un odore insopportabile di umidità e detersivo scadente, di polvere accumulata negli angoli e sulle scartoffie accatastate. Mi dirigo al distributore automatico di numeri, premo un bottone nero e sfilo il mio. Ho il numero 18, non ho alcuna idea dei tempi di attesa.
Vedo una sedia libera, mi siedo senza alcuna voglia di guardarmi intorno. Non voglio vedere le facce di quelli come me.
È accaduto tutto troppo in fretta, inaspettatamente, non riesco ad accettarlo, ammesso che si possa accettare l’idea di restare senza lavoro alla mia età, con due figli piccoli e un mutuo da pagare. Non è solamente una faccenda di soldi, anche se con quella devi fare comunque i conti.
È che quando ti arriva quella stramaledetta lettera scritta in un burocratichese freddo, mediocre e impersonale, vorresti andare direttamente dal tuo capo e dirgli: con questa ti ci pulisci il culo!
Proprio io, che sono sempre stato noto a tutti per la pazienza e la discrezione. La gentilezza per me è sempre stato un valore, un modo di vivere. Una scelta.
Con questa ti ci pulisci il culo! Dio solo sa invece quanto avrei voluto farlo.
Dopo lo shock mi sono sentite inutile e poi dopo, in perfetta successione, perso.
Impieghi anni per costruirti un’identità. La mia era semplice, fatta di piccole cose, ma per me soddisfacenti e sicure.
Mi impegnavo nel far bene il mio lavoro, portare a termine quello per cui ero pagato e le mie giornate erano così. Grato della stanchezza e della casa che mi aspettava. Quando la vita gira nel verso giusto, ti senti di far parte di un meccanismo oleato. Non pensi che tutto possa improvvisamente bloccarsi, non la ritieni una cosa tra le tue prospettive.
Invece basta un secondo, e TAC! Tutto fermo, annullato, il meccanismo è inceppato.
Sei niente, non hai fatto niente, hai buttato via anni, tu stesso sei stato buttato via. È una sensazione orribile.

Mentre aspetto mi accorgo che accanto a me c’è un ragazzo di colore, mi chiedo se è qui per lo stesso motivo. Forse per lui però non è così tragico: è giovane, forte, magari scampato a chissà quale guerra, e un sussidio è sempre meglio di ciò che aveva nel suo paese.
Ma che ne so io? Io appartengo alla schiera di quelli che sono sempre stati dall’altra parte, al sicuro, nella mia poltrona di fronte al monitor del mio ufficio al mattino e in quella davanti alla tv alla sera.
Ed ora invece eccomi qui, sbattuto in mare da un’ondata, mi dimeno come un naufrago in balia delle correnti, tutto quello che ho fatto e imparato non serve più a niente.
Alzo gli occhi verso il pannello elettronico, verifico che tra un po’ è il mio turno. Sto per diventare un numero, una pratica. Metteranno un timbro da qualche parte ed è fatta. Quale numero sarò nell’esercito di quelli come me? Voglio dire, quanti saremo? Migliaia credo.
Migliaia di manichini senza un volto né un nome né una storia. Fogli, carte, pratiche da sbrigare.
Le storie degli imprenditori, come quella di colui per cui lavoravo, quelle sì finiscono sui giornali, perché quando un’azienda chiude fa rumore. A lui sono andati in tanti a intervistarlo. E lui ha recitato impeccabilmente la sua parte di padre addolorato.
Ma a noi nessuno viene a fare domande. Noi non facciamo notizia. Magari accade se qualcuno si ammazza, come succede di tanto in tanto. Ecco che allora quel disperato finisce sui giornali, con nome e cognome. Ma sai che gloria! Dura il tempo in cui si brucia una notizia.
Per il resto siamo numeri, apparteniamo a statistiche.
Ecco, è arrivato il mio turno, mi avvio. Mi sento stanco. Mi siedo di fronte a un’impiegata e sono a disagio. Lei non è pagata per comprendermi, ha fretta. Mi mette sotto gli occhi un modulo, devo riempirlo. Dati anagrafici, cosa chiedo, cosa dichiaro, stato di disoccupazione, mi impegno a.
Non è così difficile. Sono dati, cifre, crocette nelle caselle. È semplice. Pensavo peggio.
Restituisco il modulo, leggo si chiama scheda anagrafica del lavoratore. Mi vengono date delle istruzioni per il futuro.
Il futuro. Mi viene da ridere. E questa obesa con la coda di cavallo dall’altra parte della scrivania mi sta dando anche le istruzioni. In caso di. Se ricevesse. Se accadesse. Annuisco senza parlare. A male pena capisco quello che dice. Ho solo voglia di andarmene.
Quando esco però non so più dove andare. Non c’è un posto dove vorrei essere. Così cammino senza meta, senza curiosità.
Da oggi dunque sono ufficialmente disoccupato. Devo abituarmi all’idea. Devo fare amicizia con questo pensiero, con questa nuova condizione. Al momento è l’unica cosa che posso fare per non impazzire.
Poi – chissà – potrò fare qualche ipotesi di progetto. O magari mi verrà la voglia di studiare come si costruisce una bomba, perché tutto questo – ne sono certo – non accade per caso. Non è il destino o la sfortuna. In tutto questo c’è chi ha la responsabilità. Io so di chi è la colpa. Anche perché ero io che tenevo i conti dell’azienda. So perfettamente com’è andata.
Credo di avere diritto alla rabbia, visto che quelli che parlano di me, di noi numeri, in definitiva sono laureati alla Bocconi e in tv fanno la loro porca figura.
Io però voglio avere un volto, un nome, una storia. Non voglio essere un numero nelle loro fottute statistiche da salotto televisivo.
Credo tornerò a casa. Su internet ci sono mille siti che ti spiegano come costruire una bomba, me l’ha detto mio figlio Andrea, che ha tredici anni. Io l’ho perfino rimproverato.
All’improvviso è tutto chiaro e devo ringraziare proprio lui, Andrea.
So anche dove posizionerò l’ordigno. Ma certo!
Io so tutto. So che c’è una barca ormeggiata al porto di Genova, appartiene al mio capo. Ho saldato io la fattura dell’architetto che ha realizzato gli interni. Tra qualche mese dovrebbe salpare per il Mediterraneo. Invece salterà in aria. Un meraviglioso spettacolo pirotecnico.
Ai miei figli spiegherò che dovranno considerarmi un eroe, non un fallito.
Rifaccio la strada fino alla fermata dell’autobus. Aspetto il 32. Mi guardino pure tutti. Non m’importa.
Io torno a casa.

 

 

Dedico questo racconto a Michele, 30 anni, che il 31 gennaio si è tolto la vita, stanco della precarietà e dei rifiuti. Michele ha lasciato una lettera nella quale parla di “furto della felicità”, di tentativo di fare “del malessere un’arte”. Dice di aver resistito fino a che ha potuto.

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino”.

 

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Non si scrive mai per sé stessi, chi lo afferma dice una menzogna. Io l’ho fatto appena ho cominciato a praticare la scrittura più seriamente e non ne vado fiera.
Quando, come nel mio caso, si scrive perché da qualche parte ti si presenta un personaggio, una storia, uno stimolo, non sei salva fino a che non ha preso vita, forma e fattezze.
Se poi, sempre come nel mio caso, non si rincorre il famigerato quarto d’ora di celebrità accompagnato dall’ambizione di vedersi pubblicati, i concorsi sono un ottimo modo per mettersi in discussione, in gioco, per verificare se quella storia dice qualcosa, racconta qualcuno, arriva a destinazione.
Un attore non studia sette camicie per imparare una parte e poi salire su un palcoscenico senza avere pubblico davanti, sarebbe fatica inutile e sprecata. Se ha passione si prepara con scrupolo, non pensa a quanto numeroso sarà il pubblico che lo ascolterà. Uno o cento sarà lo stesso. Ma quell’uno deve esserci.
Ecco perché vincere un premio fa piacere e ogni premio ha una storia a sé nel proprio personale percorso. Ne ho vinti abbastanza e ognuno mi ha lasciato dentro qualcosa di nuovo e diverso.
Il premio che mi è stato conferito dall’Associazione  I fili di Arianna di Marcellinara è per me significativo perché lo vinco in Calabria, nella mia terra, dove sono tornata a vivere.
Mi piace perché è un’associazione femminile molto attiva in questo piccolo comune calabro, che promuove la scrittura di genere e in generale la cultura delle donne e per le donne e per me, che di donne spesso scrivo, è essere a casa.

Stella non è il mio nome è il racconto con cui ho vinto, sentirlo leggere da Rosina Paonessa mi ha emozionato, e come sempre accade, non mi sembrava di averlo scritto. Mi ha però emozionato di più la motivazione, che racchiude davvero quello che ho cercato di raccontare.
Quando mi danno un microfono in mano per parlare di me, sento la mia voce arrivare da fuori e non riesco ad ascoltarmi, mi va in pappa il cervello, per questo, visto che non l’ho fatto, ringrazio qui l’Associazione I fili di Arianna, la sua Presidente Maria Francesca Donato e la Coordinatrice Silvana Scerbo che mi hanno accolto con calore e, infine, la presentatrice della serata, Donatella Soluri, che è stata bravissima. Grazie anche a Daniela Rabia che con il suo romanzo Matilde ha vinto la sezione Romanzi Editi, è una forza della natura, una persona così vitale che merita tutta l’attenzione.
Da ultimo vorrei segnalare, oltre alla bella cerimonia organizzata (senza trascurare il buffet che vi assicuro merita la menzione!), alcune coincidenze che continuano a seguirmi: il premio era dedicato alla Poetessa calabrese scomparsa Giusy Verbaro, era presente la famiglia che ha ritirato una targa; a lei hanno dedicato un breve filmato, lei che ha vissuto tra Firenze e Soverato, che ha amato la Calabria natia e la Toscana, sua terra d’adozione. Il mare calabrese e il Duomo di Firenze mi hanno detto: qui, adesso, lei, tu.

Per questo mi piace concludere con dei suoi versi, bellissimi.

L’ala ci sfiora piano.
Sarà nadir o zenit il punto in cui converge l’umano col divino?
Come farsi toccare, benedire da intelligenze alate,
da fuoco che non brucia se l’esilio del cielo ci condanna?
Ma gli angeli dispongono tra cielo e terra
strategie di incontri e armonie di tracciati.
Loro sanno di cuori più di quanto i cuori stessi sappiano.
E dei cuori misurano percorsi riconoscendo i baratri.
E sanno delle voci.
Ne conoscono l’eco, gli alfabeti segreti ed i segreti suoni
perché la millenaria storia umana è un grande libro aperto alla memoria.

Giusi Verbaro (Da Il vento arriva da uno spazio bianco)

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