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Chi Cammina

Camminatori e camminanti

 di Alessandro Banda

Ci sono molti libri che parlano di chi cammina. Ma generalmente le rappresentazioni che tali libri danno del camminatore sono ingannevoli. O speciose.

Il camminatore vi è descritto in luoghi insoliti.

Egli procede, in quelle pagine, solitario per le sabbie dei deserti. Oppure attraversa abbaglianti distese di ghiaccio o si addentra nel cuore intricato di foreste vergini; a volte costeggia, dall’alto di precipizi vertiginosi, mari aperti, incontaminati, che scintillano nella luce dilagante.

Fotografie incantevoli accompagnano i testi e forniscono la prova che il camminatore è stato là, proprio là, a posare i suoi passi in quei posti meravigliosi o inconsueti.

A ben guardare, tutta questa letteratura illustrata sul camminare, certamente non priva di fascino, tratta però il camminatore come se questi fosse un’automobile.

Ossia: lo rappresenta allo stesso modo che la pubblicità rappresenta le automobili: perennemente isolate in mezzo a una natura selvaggia.

 

Ph Steve McCurry.

Ma nessuna automobile, se non in rarissime circostanze, si trova effettivamente in situazioni simili.

Le auto non sfrecciano contro fondali di cieli blu e marine turchesi. Anzi, non sfrecciano proprio. Sono assai più spesso ferme, immobili nel pieno degli ingorghi a far gemere e sospirare i motori imballati. Altrimenti procedono mestamente, a velocità ridotta, più lente di carrozze a cavalli, per anonime periferie cittadine, per centri storici decadenti; oppure languiscono le suddette auto, chiuse giorni e giorni in parcheggi mortificanti, ammassate le une accanto alle altre come tanti insetti morti.

Io non ho intenzione di occuparmi di camminate e camminatori in luoghi paradisiaci. No, per niente.

A rigore non mi occuperò nemmeno di camminatori. È del camminante che parlerò.

E chi è mai il camminante?

So bene che i “Camminanti” o “Caminanti” sono un gruppo nomade siciliano, piccoli venditori ambulanti della provincia di Siracusa.

Ma io intendo il camminante come uno che cammina in situazioni reali. Consuete. Quotidiane. Cittadine.

Machiavelli avrebbe detto che il camminante è il camminatore effettuale, cioè colui il quale cammina come camminano tutti effettivamente, in situazioni date, concrete e non immaginarie. Che cammina davvero come camminano tutti quelli che camminano davvero, che non sono molti.

Il camminante è un superstite. Il camminante si aggira sempre per le stesse strade della sua città o del suo quartiere. Perché questa è la realtà che gli è toccata in sorte. Gli piacerebbe scrivere, al camminante, che è andato da Porto Deseado a San Juliàn o da Porvenir a Punta Arenas. E invece deve dire che va da via Grabmayr a via Petrarca o da via Roma a via Cavour. Vorrebbe praticare il nordic-walking o il fit-walking o, anche, il pole-walking, se non il trekking e l’hiking o un altro degli esercizi dai bei nomi tanto amati dagli innumerevoli esterofili nostrani. E invece usa solo le gambe, al massimo con l’ausilio di un paio di scarpe belle comode.

La sua città è Merano. Non la può cambiare. Come Kavafis potrebbe ripetere: sciupando la tua vita in quest’angolo discreto l’hai sciupata su tutta la terra. Come Pessoa (o il suo alter ego Bernardo Soares) potrebbe bisbigliare: penso che non uscirò mai da questa Rua dos Douradores.

Benché Merano non sia né Alessandria d’Egitto né la Baixa di Lisbona, egli, il camminante, vi si aggira come uno sfinito zingaro, chiuso nel giro d’un moto ossessivo e pendolare.

 

Articolo da DoppioZero

http://www.doppiozero.com/materiali/camminatori-e-camminanti

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Giovanni

Per sentire la compassione basta un cuore umano, ma per sentire pienamente e adeguatamente le gioie di un altro ci vuole il cuore di un angelo.
E ricordatelo sempre, quanto più squisito e delicato è il fiore della gioia, tanto più tenera deve essere la mano che lo coglie. (T. Coleridge)

Prima Teatrale Marradi 02-05-2010 012

L’amore non è per sempre, l’amicizia sì

Ieri è stata una giornata campale. Al mattino presto ho ricevuto un messaggio vocale di Rita, diciassette secondi durante i quali con la voce rotta mi ha detto: Giovanni non c’è più.
Riesco a digitare un misero ok di risposta, sappiamo entrambe che non c’è bisogno di altre parole.
Silenzio. La mia testa tace, la mia bocca tace, così il cuore e gli occhi. Incapace di metabolizzare una notizia che prima o poi sapevo sarebbe arrivata.
Muto dovrebbe starsene il mondo intero oggi. Invece non lo è, la notizia del terremoto invade le nostre giornate con la sua malvagità. Morte, distruzione, angoscia. Mi viene da pensare, a un certo punto, che Giovanni si è addormentato e la terra ha avuto un sussulto di rabbia per un evento così ingiusto. Noi esseri umani nel dolore abbiamo strani pensieri.
Entrambe le notizie mi sovrastano, mi annientano, non riesco neanche a piangere, anche se vorrei. Eppure era scritto.

“Siamo alla fine” mi aveva detto Caterina circa dieci giorni fa. Quella notte avevo sognato Giovanni, ma il Giovanni di prima della malattia: energico, esuberante, non smetteva di parlarmi. Non ricordavo cosa mi avesse detto nel sogno, ma al mattino mi sono svegliata con il bisogno di avere notizie. Vinco la mia reticenza, il pensiero di disturbare in un momento così delicato.
“Siamo alla fine”.

Io sono certa che come me, tutti coloro che hanno conosciuto Giovanni hanno ostinatamente pensato che quella parola non sarebbe stata scritta. Ai nostri occhi e nel nostro cuore Giovanni fin dai primi accertamenti era rimasto invincibile, non c’era storia, avrebbe vinto lui. Per questo quella parola ci ha fatto sentire sconfitti due volte.
Mentre scrivo (sono le quindici e trenta) Giovanni starà ricevendo nella Chiesa di Borgo San Lorenzo l’ultimo saluto di centinaia di persone, parenti, amici, colleghi, studenti. Io sono qua a pensarli.
Ogniqualvolta una persona cara ci lascia, la nostra memoria è sollecitata a recuperare i ricordi positivi, così da spingerci spesso a idealizzare chi non c’è più.
Non per Giovanni, non si fa sforzo. Ho trascorso ieri un’intera giornata a ripensare a tanti momenti, mai è affiorato un particolare negativo, una nota stonata. Come tutti aveva i suoi difetti, ma negli individui nati per essere grandi (per intelligenza, capacità, sensibilità, ovvero quell’insieme di qualità che fa sì che abbiano una marcia in più) i pregi sono così evidenti da oscurare i difetti, che appaiono ovvi peccati veniali.
Giovanni era così, un grande. Lo era fisicamente, una presenza imponente, ma lo era per il suo viso da ragazzo pulito, per il suo carattere generoso, buono, limpido. Te ne accorgevi dal suo sorriso, che ti parlava ancor prima che ti parlasse.

Negli ultimi anni Giovanni era diventato un dirigente molto stimato, da ieri leggo articoli sulla stampa locale che ne tracciano un profilo alto. Io però non sto scrivendo per ricordare la sua professionalità indiscussa, supportata da una preparazione rara a trovarsi, ma per ricordare l’amico e il collega, visto che per anni le cose sono andate di pari passo.
Io ho conosciuto Giovanni in uno dei periodo più belli della mia vita, personale e professionale. Gli anni trascorsi insieme sono stati per me quelli più formativi in tutta la mia carriera di insegnante.

È stato circa quindici anni fa, quando sono approdata nell’AlterMondo (così l’ho definito in un racconto surreale in cui la scuola è un universo popolati da insetti), ovvero la sezione staccata del Professionale Chino Chini in via Don Minzoni, dov’era  ubicato l’indirizzo dei Servizi Sociali. Poche classi, pochi insegnanti, una custode dal sorriso materno sempre di buon umore, aule dipinte dagli stessi ragazzi. Là siamo stati una grande famiglia. Non avevamo bisogno di logorroiche quanto inutili riunioni, tra noi c’era dialogo e affiatamento, c’era confronto e stima. Ogni problema di ogni singolo allievo/a era un nostro problema e come tale andava risolto con l’aiuto e la collaborazione di tutti. E in questo Giovanni aveva una grande energia, un’energia che trasmetteva agli altri. Non avevamo il problema di gestire i ritardi, la disciplina o il rispetto delle regole, per un motivo molto semplice: tutti andavamo e stavamo volentieri a scuola, insegnanti in primis e di conseguenza anche gli alunni. Tra quelle aule senza troppi preamboli si attuavano progetti di integrazione, laboratori, il teatro, che Giovanni ha cominciato a fare fin da subito nel gruppo della scuola. Non imbrattavamo carte, realizzavamo cose in un dialogo sempre aperto: Giovanni, Rita, Francesco, Alessandra, Alberta, Donatella. Mi sentivo privilegiata per essere entrata a far parte di questo gruppo, fortunata perfino.
Lavoravamo bene insieme soprattutto perché ci divertivamo e questa è una cosa che non dice mai nessuno, il divertimento è una componente essenziale dell’insegnamento. Una cosa che, una volta persa, non ho più ritrovato e ho sempre rimpianto.
Giovanni era l’anima del gruppo, ma anche la vittima prediletta degli scherzi. Siccome prendeva sempre tutto sul serio – ma era a sua volta un buontempone – Mario e Francesco gli destinavano spesso tiri mancini, ad esempio false circolari perfettamente imitate. Ci piaceva ridere, gli piaceva ridere. Era raro non fosse di buon umore, perfino quando era preoccupato. Non c’era niente che non raccontasse. E per ridere, in quegli anni, abbiamo riso parecchio.

Giovanni era la mente, il pianificatore, l’organizzatore. Mentre chiunque stava lì a fare i conti lui aveva già pronta la soluzione. Questo lo rendeva un collega prezioso, uno che ti facilitava la vita, in grado com’era di non perdersi mai d’animo e risolvere qualsiasi problema.
Ha organizzato per la scuola diverse gite (lo so, si chiamano viaggi d’istruzione). Una tra le più belle e divertenti è stata a Parigi. Mi ricordo che una sera, eravamo in una piazza Vendome gremita, era tardi e alla luce dei lampioni, mentre eravamo sparsi per la piazza, all’improvviso sentiamo la voce robusta di Giovanni che si alza imponente declamando la sua parte nello spettacolo del saggio di laboratorio che ci sarebbe dovuto essere di lì a poco. Credo fosse la Scuola del Diavolo, quell’anno. Abbiamo cominciato a ridere a radunarci e lui in mezzo al cerchio recitava, perfino un torpedone di giapponesi si fermò, pensarono che stava accadendo qualcosa di pittoresco. Oggi ho scoperto di avere un video di quella sera.

O come quando siamo andati alla manifestazione contro la Gelmini, a Roma, tutti sonnolenti nell’autobus (eravamo partiti alle cinque di mattina) e Giovanni non solo era vispo e pimpante, ma aveva preparato e stampato slogan e canzoni per farci arrivare preparati. Solo lui poteva pensarla una cosa così.

Giovanni era uno che amava le cose che faceva, uno che sapeva come riempierti il tempo, uno che non si tirava mai indietro. Uno che sapeva divertirsi e che amava il buon cibo e il buon bere. (Sempre a Parigi, mi viene in mente una torta flambé al Calvados: ce la siamo fatta fuori io e lui pure se eravamo satolli, ma la dovevamo assolutamente assaggiare)

Era ghiotto e lisciotto, ovvero amante dei dolci, da buon siciliano. Una volta ho rispolverato un vecchissimo ricettario ingiallito appartenuto a mia madre per trovarci la ricetta dei panzerotti, un dolce fritto fatto di pasta e farcito con una crema di ricotta, zucchero e vermouth.  Saremo stati una quindicina quella sera nella minuscola cucina a mangiare la quantità industriale di panzerotti che avevo preparato.
Giovanni mi promosse, però mi disse che al posto del vermouth avrei dovuto usare “la” Marsala, come fanno in Sicilia. Era legatissimo alla sua terra di origine, ci tornava ogni estate.

Giovanni, cosa quasi incredibile, aveva scelto la scuola ma era medico, così chiunque di noi avesse un problema o facesse delle analisi, prima di tornare o andare dal proprio medico curante chiamava Giovanni, che era un po’ il medico di tutti, il parere competente e fidato.

La sua casa era aperta, anche grazie a Caterina,  e quando ti invitava a cena a volte eravamo dieci, venti, o anche più d’estate, in giardino, la sua tavola era ricca. Era generoso. Con tutti. L’ho visto più di una volta accorgersi che qualche ragazzo aveva problemi magari a entrare in un locale o prendere qualcosa per via dei soldi, lui interveniva, rapido. Era paterno con tutti, la generosità era un suo elemento naturale come l’acqua lo è per il nostro organismo.

Quando Giovanni seppe della malattia non si nascose, non ne fece mistero. Ci telefonò, a uno a uno ci comunicò la notizia. Era addolorato ma determinato.
Mi ricordo che in quel momento accolsi sì la notizia con rabbia, ma anche con la certezza che quello sarebbe stato un incidente di percorso, una cosa da affrontare, ma senza conseguenze serie.
“Non esiste – gli dissi – tu sarai più forte della malattia.”

Ed è questo che ho sempre pensato, che abbiamo sempre pensato tutti e non solo perché volessimo crederlo. I titani sono dei, sono invincibili e lui era nostro buon titano, sapeva portare qualsiasi peso e trasformarlo in una biglia, sempre con il sorriso pronto.
Ovunque sia andato e qualsiasi cosa abbia fatto Giovanni era un vincente, grazie alla sua volontà, alla sua determinazione, alla sua intelligenza. Mente aperta, cuore grande. E adesso? Cosa faremo senza?

Si dice sempre delle persone di grande personalità che una volta che se ne sono andate lasciano un segno e non moriranno mai. Forse domani, forse col tempo. Oggi sembra ingiusto che un uomo così, in un mondo così, se ne sia dovuto andare. Se Dio lo ha voluto con sé è solo perché lassù avrà avuto bisogno di qualcuno per fare grandi cose, altrimenti non si capisce. C’era un gran bisogno di lui qua.

Da ieri il mondo è più vuoto, così come grande era la sua presenza, grande è il posto libero che ha lasciato. Uno non basterà.

Io, dall’angolo del mio dolore, non oso pensare come sarà per la sua famiglia, per Caterina, Sara, Gianluca. Sarà durissima fare i conti con l’assenza quotidiana di Giovanni. Andrà fatto.
Come lui ha fatto: ha portato in sé la malattia a testa alta, continuando a lavorare con grinta, con accanimento, fino alla fine.

Una grande lezione di lotta per vivere. Una grande esempio di voglia di vivere. E credo sia quella la strada che ha tracciato: la sua tenacia, il suo amore per la vita, l’onestà dell’azione.
Tu pensavi, lui agiva, sempre un passo davanti agli altri.
Giovanni continuerà a precederci ovunque sarà andato e noi da qui lo ameremo come lo abbiamo amato in vita. Come qualcuno che non si dimentica, qualcuno dal quale abbiamo imparato, come le persone necessarie.

Solo un’ultima cosa: ho fatto i panzerotti una volta sola nella mia vita. Non li farò mai più. Quelli sono stati per Giovanni.

Prima Teatrale Marradi 02-05-2010 112

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Il meraviglioso mondo della meritocrazia

Qualche giorno fa ero a chiacchierare con degli amici. Sotto gli alberi e davanti a un caffè siamo finiti a parlare di politica e di riforme. Tra gli argomenti anche quella scolastica. Lì mi sono scaldata. La coppia di amici sosteneva di avere un bambino dislessico e nella scuola elementare che frequentava non era stato adeguatamente supportato da una maestra anziana, dunque ben venga la valutazione degli insegnanti. Perché no? Capisco, se un’insegnante si dimostra inadeguata si deve poter intervenire. Peccato che questo non c’entri niente con il sistema di valutazione introdotto. Peccato che questo si poteva già fare.

Io comprendo che dall’esterno le semplificazioni siano benvenute, che i mass media influenzino, che facilmente si sia indotti a dare giudizi frettolosi basati sulla propria esperienza o su ciò che si sente dire da chi non è all’interno del sistema scolastico, che disprezzare scuola e insegnanti sia diventato lo sport nazionale.

C’è un’acredine diffusa nei confronti degli insegnanti, che sembrano – a dire di molti – privilegiati: una volta conquistato il tanto agognato posto fisso con tre mesi di vacanza, sono inamovibili, come gran parte del pubblico impiego. Hanno diffuso prima le notizie degli inadempienti, hanno additato allo scandalo per poi poter sostenere che è giusto rimuovere chi non fa il proprio dovere, che è sacrosanto valutare l’operato dei “dipendenti”. La scuola non può essere da meno.

Come se essere contro QUESTO sistema di valutazione introdotto volesse significare essere contro qualsiasi tipo di valutazione. NO NO E POI NO.

Il sistema di valutazione introdotto, va detto, non ha nessun criterio oggettivo, né, sia chiaro, valuta i buoni insegnanti: la scelta dei criteri è affidata ai singoli comitati di valutazione composti da rappresentanti degli insegnanti, dei genitori, degli studenti e un esterno che dovrebbe sovrintendere, in tutto, mi pare, sette teste. È, in poche parole, del tutto arbitrario.

Faccio un esempio concreto: nella mia scuola i criteri che saranno adottati sono due. Non aver superato un limite di assenze e non aver ricevuto note disciplinari dalla dirigenza. Bene, si potrebbe pensare, abbasso gli assenteisti.

Piccolo episodio: durante quest’ultimo anno scolastico io ho ricevuto una nota disciplinare, si chiama ammonimento scritto. La dirigente ha ritenuto di procedere nei miei confronti perché in un giorno (ripeto, un solo giorno) di malattia, io mi sono recata dal medico ed ero assente alla visita fiscale. Tutti i miei documenti erano in regola, compresa l’attestazione del medico curante della mia presenza nel suo studio.  Ebbene, non c’è stato niente da fare, il procedimento, una volta attivato, non si è fermato.

Questo mi esclude dall’accesso al sistema di valutazione e quindi al bonus cui possono accedere i “meritevoli”. Ergo, io sono per questo sistema una cattiva insegnante, io sono messa fuori gioco. Io, se mai, me ne devo fregare e fare quello che sono chiamata a fare senza pensare al resto. Davvero un bel modo di motivare. Basta essere antipatici al/alla dirigente per mille motivi, o ai colleghi, per mille motivi.

Ho fatto il mio esempio perché è qui, lampante. Ma i casi sono infiniti perché l’arbitrarietà è infinita, questo sistema creerà di fatto la mediocrazia.  Non c’entra niente il saper insegnare, l’essere un insegnante capace,  fare il proprio dovere, essere all’altezza. È solo uno squallido modo per inserire un meccanismo di competizione al fine di spartirsi due misere lire.

Servirà questo sistema a designare e valutare i meritevoli? A migliorare la scuola? Servirà a dare una maestra migliore a quel ragazzo?

I danni di questi e altri meccanismi introdotti nella scuola sono già tra noi. Chiedere all’opinione pubblica di informarsi, capire, salvare la più grande istituzione alla quale si affida la formazione di uomini e donne , dei propri figli, sembra uno sforzo immane.

Personalmente comincio a essere stanca e stufa, mandare in malora quello che c’è di buono a favore di un nuovo che è vecchio stantio, chiedere un po’ di senso critico e di partecipazione è perfino troppo per tanti colleghi che guardano solo al proprio pezzetto, figurarsi a chi nella scuola non è e giudica in basse ai titoloni dei giornali o dei canali di informazione.

Io, dal mio angolo, continuerò soltanto a pensare che il mio dovere stia nella quattro mura di una classe davanti ad adolescenti sempre più difficili. Il resto lo lascio a chi vorrà prendersi le responsabilità di avallare questi sistemi.

L’era della condivisione e della collaborazione sta tramontando. Perfino Don Milani, colui il quale – pur con tutti i suoi difetti – ci ha lasciato una grande lezione, è lì, sconfitto.

E se quel bambino, badate, non avrà una maestra migliore perché  quella maestra è una di quelle “attive” e vicine alla dirigenza (ogni dirigente ha ormai il suo entourage), beh, saranno cazzi vostri.

Ecco. L’ho detto.

 

MIO PADRE

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La direzione in ordine sparso

Mio padre, quando d’estate noi eravamo in vacanza,  partiva tutte le mattine alle sette e tornava tutti i pomeriggi alle tre  con lo stesso autobus. Mia madre lasciava mezza tavola apparecchiata per lui e di solito dopo aver pranzato si cambiava e andava al bar a giocare a tressette, la sua passione.

A volte là dentro perdeva il senso del tempo e allora mia madre mi spediva a chiamarlo. Dietro il bar c’era una stanza piena di fumo e di uomini, alcuni giocavano ai tavoli, altri stavano in piedi o seduti a guardare. Qua e là c’erano bottiglie di birra vuote.

Mio padre non è mai stato né un fumatore né un bevitore, a parte qualche birra e qualche bicchiere di vino a tavola, o un grappino dopo i pasti. Ma era un giocatore accanito, di quelli che litigavano ad alta voce per una carta sbagliata. Per come si può litigare giocando a carte con gli amici perdendo una birra.

Mio padre è sempre stato un uomo morigerato in tutto, serio, severo. Non sapeva neanche ridere. Aveva una risata sgangherata e sofferta e quando rideva forte si grattava la testa. Rideva per cose sciocche, che piacevano solo a lui. Le comiche, Buster Keaton, Stanlio e Onlio. Gli piaceva Jean Gabin – un grande attore, diceva – e i western, mentre non amava affatto le commedie e i film d’amore. Mia madre diceva che gli piacevano le cose con ammazzatine continue.

Mio padre soffriva d’insonnia, tutte le settimane comprava la settimana enigmistica e faceva i cruciverba dal primo all’ultimo, eccetto quelli facilitati, quelli potevamo farli io o mio fratello. Li scriveva a lapis, e quando qualcosa non tornava conservava il numero fino alla prossima uscita. Poi puntualmente controllava e li ripassava a penna.

Mio padre aveva una scrittura illeggibile, anche se non era medico, in compenso a macchina batteva velocissimo. Quando andavo a trovarlo nel suo ufficio mi piacevano soprattutto due cose: girovagare tra i corridoi degli scaffali dell’archivio, dove erano ordinate in faldoni bianchi tutte le pratiche che odoravano di carta vecchia e a me sembravano giganteschi, e battere sui tasti cercando di comporre le parole, lettera dopo lettera. Tic tac tic. Mi piaceva il suono e poi mi sentivo importante, le gambe non arrivavano a terra, la sedia di pelle era troppo grande, ma quella era una cosa meccanica mio padre l’adoperava e io sapevo farla funzionare.

Mio padre non guidava la macchina, non ho mai capito perché, smise di guidare e vendette la macchina prima che io nascessi, per cui mio padre al volante io non l’ho mai visto. In compenso era un maratoneta, andava a piedi ovunque. Aveva gambe magrissime e veloci.

Mio padre lavorava come un matto e credo che in questa vita gli importasse una cosa sola: che i figli studiassero. In tutti gli anni di scuola non ha mai perso un colloquio con un insegnante, poteva non comprare un giocattolo, o un vestito, ma i libri no, quelli dovevamo averli. Avevamo un conto aperto  in una libreria sul corso, c’era un vecchio bancone di legno, la libreria Minerva, l’anziano proprietario sempre con la sigaretta accesa tra le labbra e il commesso, un ragazzo riccioluto con gli occhi piccoli e celesti, magro, sembrava una civetta, aveva un’aria timida e dimessa. Lì potevamo andare a prendere da noi non solo i libri di scuola, ma anche i romanzi da leggere, mio padre poi avrebbe pagato a rate. Una volta di ritorno da un  viaggio a Firenze tutto contento mi portò un tomo: tutti i racconti di Gogol. Per dire.

Mio padre faceva politica, era democristiano, ma non gli è mai piaciuto esporsi, era da retroguardia, mentre per l’Azione Cattolica era, diciamo così, operativo, ne è stato presidente credo più di una volta. Ha fatto la campagna contro il divorzio e ci voleva tutti insieme a messa il giorno della sacra famiglia, che non ricordo più quale sia. Io sbruffavo, ero già un’adolescente inquieta, ma non  c’era verso, su certe cose con lui non potevi discutere.

A mio padre non importava un fico secco dei vestiti, era spartano in tutto, ma vestiva bene grazie a  mia madre che gli lasciava i vestiti puliti e i ricambi ben stirati, sistemati e intonati. Diceva sempre che mia madre era capace in tutto, perfino con i soldi era più brava. Infatti li gestiva lei, che da casalinga amministrava la famiglia (e cinque figli non erano uno scherzo)

Quando qualcosa non andava invece mio padre non è che parlasse granché, a lui bastava uno sguardo. Poteva ammazzarti con uno sguardo. E tu capivi al volo.

Mio padre però amava i fiori, quelli veri, tutti. Nella casa dove sono nata avevamo un giardino e lui coltivava le rose, faceva innesti, voleva fare una rosa nera. Detestava invece i fiori finti, diceva di essere allergico, ma nessuno c’ha mai creduto. Una volta alla vigilia di natale trovò la tavola apparecchiata con al centro delle rose finte, rosse. Se ne uscì sbattendo la porta inscenando una specie d’attacco d’asma, imprecando contro mia madre che a suo dire lo faceva apposta. Poi però è tornato, ma dopo averci fatto penare un bel po’.

Mio padre non si ammalava mai, né prendeva facilmente medicine, non si assentava mai e poi mai dal lavoro. Io a  letto mio padre non me lo ricordo proprio, se aveva mal di testa o mal di denti diceva che tanto doveva passare. Solo una volta in cui si trinciò una mano con un vetro rotto, uno squarcio serio, andò in ospedale per i punti, ma il giorno dopo era dove doveva essere. Aveva un senso del dovere inesauribile, mai una deroga.

Mio padre non amava il mare e diventava rosso come un peperone anche se stava tutto vestito sotto l’ombrellone, non l’ho mai visto bagnarsi. Al mare noi andavamo con un autista. Ci veniva a prendere tutte le mattine, ci lasciava davanti allo stabilimento poi ci veniva a riprendere a fine mattina per riportarci a casa.

Amava invece la montagna, il paese dov’era nato. Là trascorrevamo tre mesi circa d’estate, lui in verità meno di uno, quello che aveva di ferie. Il resto del tempo viaggiava con l’autobus.  Quand’era in ferie tutte le mattine usciva con mia madre alle sette, noi ancora dormivamo. Andavano a fare il giro del cappuccio, ovvero una cosa come otto chilometri a piedi. Alle otto erano di nuovo a casa. Lui preparava la colazione (lo faceva sempre, anche d’inverno) di solito zuppa di latte con il pane tagliato piccolissimo (tagliava tutto piccolissimo) o l’uovo sbattuto che lì era sempre fresco.

Mio padre cucinava spesso: al sabato sminuzzava verdure d’ogni sorta e preparava un passato di verdure in un pentolone stile reggimento che  andava per tutta la settimana, alla sera. La sua specialità però erano le tagliatelle. La domeniche si alzava presto e lo sentivi rovistare nel ripostiglio per tirar fuori il timpagno, ovvero la tavola di legno sulla quale impastava e sfilava le tagliatelle. Guai a toglierlo da quella missione. La domenica erano tagliatelle a tutti i costi.

Mio padre era un cercatore di funghi accanito, tanto che quando la stagione era buona noi non ne potevamo più di mangiare ovuli e porcini in tutte le salse (oltre quelli che stazionavano in giro a seccare per finire sotto vetro per l’inverno). Andava al mattino presto, e qualche volta andavo anch’io, mi insegnava dove e come cercarli, saltando da un punto all’altro come un folletto impazzito, facevi  fatica a stargli dietro.

Gli piacevano i gialli, li divorava di notte, io non ho mai capito come facesse a dormire così poco. D’inverno poi s’alzava all’alba per mettersi a lavorare prima di andare in ufficio. Diceva sempre che il giorno in cui avrebbe smesso di lavorare sarebbe morto. E un po’ è stato così.

Mio padre era onesto da fare quasi schifo a me è rimasta sempre la curiosità se quest’uomo così integro qualche volta nella vita abbia sgarrato, si sia sottratto a una regola o abbia derogato a un impegno. Per quel che so e ricordo no, mai.

Gli piaceva Carosone, comprava tutti i suoi dischi, a 75 giri, e poteva ascoltare all’infinito Ridi Pagliaccio, che è poi l’unica cosa che gli ho sentito cantare, e meno male perché intonato non era.

Mio padre, orfano di madre, è stato un figlio abbandonato dal padre all’età di dodici anni.

Magari chissà, se fosse nato oggi, sarebbe diventato un drogato, o uno scapestrato, insomma un caso difficile.

Invece no, è stato un uomo, come si dice, tutto d’un pezzo.

 

(Parole e pensieri)

“Leonida, amore, puoi spegnere la luce?”

“Aiuto! Quando mi chiami Leonida sei arrabbiata…”

“Ma è tardi Leo, non riesco a dormire con quella luce accesa” (Ma come ho fatto a sposare uno che si chiama Leonida?)

“Sia dia il caso che anch’io, mia cara, non riesco a dormire e ho bisogno di leggere” (Ma come ho fatto a sposare una che legge solo Vanity Fair?)

“Cacchio Leo, ma è l’una e mezza! Domani devo alzarmi prestissimo. Ho bisogno di dormire io!”

“Cucciola, è una lucina, che fastidio ti dà? Ho comprato questa piccola a pinza apposta. Non sei mica la sola ad alzarti presto. Non sarà piuttosto che anche tu non riesci a dormire?” (Mi schiaffo un sogno erotico a notte per colpa tua, mica lo sapevo prima di sposarti che nell’altra vita o eri un bradipo o eri un ghiro!)

“Beh, senza questa luce forse dormirei” (Ma gliel’ha detto qualcuno che a letto si possono fare altre cose? Accidenti a quei maledetti libri, qui non si batte chiodo!)

“È un bellissimo libro quello che sto leggendo…. “ (Figuriamoci! Capisce un torsolo lei!)

“Non ci provare Leo, ho il cervello nella nebbia, non ti ascolto”  (Figuriamoci se all’una e mezza di notte ho voglia di ascoltare lui e le sue cazzate)

“Rilassati allora, pensa a qualcosa di bello, vedrai che ti addormenti” (Di sicuro penserà al lavoro del tappezziere per la poltrona di sua nonna)

“Ho capito… stanotte non si dorme”  (Un amante, bisogna mi faccia un amante, allora sì che avrei qualche bel pensiero!)

“Sai cosa cucciola? Mi sa che prendo una coperta e me ne vado a dormire sul divano, così puoi dormire tranquilla”. (Ecchecavolo c’è un limite alla pazienza, oltretutto russa pure!)

“Oh sì, amore! Così tu potrai leggere quanto vuoi e io finalmente potrò dormire” (Che meraviglia, una notte senza essere svegliata dai suoi calci negli stinchi)

“Buonanotte cucciola, a domani, dormi bene!” (Facnculo, pure sul divano mi tocca dormire?)

“Buonanotte amore, anche tu!” (Fanculo, restaci su quel maledetto divano, come se non ci stesse abbastanza!)

 

292327_3379118724675_2055997630_nDi recente ho fatto una breve intervista a Eraldo Affinati sul suo libro L’uomo del futuro dedicato alla figura di Don Milani. Alla mia domanda se ancora oggi nella scuola così come sta cambiando la figura di Don Milani possa ancora dire qualcosa Affinati mi ha risposto così:
“Credo di sì. Rompere la finzione pedagogica, fare sul serio, non limitarsi a spiegare il programma e mettere i voti, ma guardare negli occhi i propri studenti: queste richieste potrebbero essere state formulate anche oggi, nell’epoca dei test di valutazione. Don Lorenzo non ci ha lasciato un metodo da praticare, ma uno spirito da vivere.”
Il ministro Giannini ha firmato il decreto per l’assegnazione del bonus agli insegnanti che introduce il merito: in tutto 200 milioni di euro che confluiranno nell’apposito fondo che permetterà, in media, a ciascun dirigente scolastico di poter disporre di 23 mila euro da assegnare agli insegnanti più meritevoli. Sarà il preside ad assegnare il bonus ai docenti secondo i criteri decisi dall’apposito nucleo di valutazione che sarà da lui stesso presieduto e avrà nell’organo tre insegnanti, due genitori (nelle scuole dell’infanzia, elementari e medie) o un genitore ed un alunno (nelle scuole superiori) e un membro esterno scelto dall’Ufficio scolastico della regione.
Nei fatti sarà il Dirigente ad avere l’ultima parola e sappiamo bene che non tutti saranno all’altezza di questo delicatissimo compito che introduce nella scuola una ulteriore divisione tra insegnanti di serie a e di serie b senza che si sia capito quale sia veramente il criterio per giocare in una serie o l’altra (o meglio è piuttosto chiaro, ma non trasparente)
Walter Tocci a questo proposito nel suo La scuola: le api e le formiche dice una cosa illuminante: “come possa misurarsi la ricaduta macroeconomica dei poteri del preside è un mistero rivelato solo agli economisti di palazzo. Le basi scientifiche di questa previsione sono paragonabili a quelle dell’oroscopo.”
E mai espressione fu più azzeccata se andiamo a vedere come saranno distribuiti questi soldi (che non si possono dare a pioggia e neanche dividere tra pochi eletti)
Le incongruenze generate nei sistemi che applicano logiche di mercato all’istruzione scolastica sono già emerse nei paesi che hanno cominciato prima di noi, non si poteva almeno sfruttare il vantaggio di evitare di ripetere errori?
Se si innalza la professionalità dell’insegnante migliora la sua capacità di regolare l’azione educativa. Se il preside è una figura autorevole può contribuire al miglioramento dell’offerta formativa. Se il buon governo dello stato e degli enti locali si prende cura delle scuole, si rafforza la loro responsabilità verso l’interesse collettivo. Si migliora l’equità del sistema, si ottengono buoni risultati per l’apprendimento, come dimostrano tanti studi internazionali. (W. Tocci)
Se il merito è una parola che una sua dignità, la meritocrazia nel potere ha il suo alleato naturale. Il merito si sposa con la libertà. Si studia per non piegare la testa, per migliorare la propria vita. Il merito non ama la gerarchia.
Solo chi vive nella scuola con un buon grado di partecipazione alla vita scolastica e di consapevolezza sa quali grigi scenari apre la corsa all’accaparramento di quel riconoscimento economico che nel sistema attuale non valuta la qualità dell’insegnamento o l’innovazione didattica, ma andrà a favore di tutti coloro che si dispongono alla destra e alla sinistra della corte del re nelle funzioni ritenute indispensabili dal re stesso. So che è sbagliato generalizzare: le varianti sono tante, ma questo non sposta l’asse di fondo della scelta che è stata fatta, che introduce un criterio di “concorrenza” e di pugnalate alle spalle in una istituzione dove dovrebbe prevalere lo spirito di collaborazione e il lavoro di equipe.
Brutta strada quella lastricata dalle lingue che leccano. Lasciano una scia di bava simile a quella delle lumache in amore.
Lo spirito da vivere di cui parla Affinati mi appare sempre più lontano, mi dà tristezza.

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… chissà che odore c’era a Nuova Yorke

La mattina del 3 luglio 1919 Cesira prese dall’armadio il fagotto, si accertò che i soldi fossero fissati nelle tasche cucite sotto i vestiti e uscì di casa alle quattro e trenta in punto, avviandosi verso un nuovo destino.
Nella casa tutti dormivano beatamente. Cesira lasciò il portone d’ingresso socchiuso, che tanto a lei che entrasse qualcuno non importava più niente. Del resto era cosa improbabile, nessuno avrebbe fatto un affronto a Don Attilio Ceravolo.
Percorse la strada principale del paese con il fiato sospeso fino al negozio di Gaspare il macellaio, dove ad aspettarla c’era Nicola. Presero un viottolo tra le campagne procedendo di buon passo senza parlare fino alla casa di Carmine Bonfanti. Là li aspettava il carretto che li avrebbe portati fino a Guadalla, dove avrebbero preso una corriera per Napoli.
Man mano che il carretto si mangiava la strada che portava a Guadalla la paura cominciò a scemare; cessò soltanto un’ora e mezzo dopo, quando Cesira salì finalmente sulla corriera. A quel punto fu certa che ce l’avrebbe fatta.
Era la prima volta che Cesira usciva dal suo paese, non si era mai spinta oltre le quattro case di Cirrisi e quando la corriera partì era ormai giorno, nella piazza arrivavano i contadini per il mercato con la merce sui carretti. Cesira non badò alla comitiva che sonnecchiava nella corriera. Aveva occhi solo per quel mondo là fuori che vedeva per la prima volta e l’eccitazione prese il sopravvento. Accanto a lei era seduto Nicola, pure lui stava lasciando quella terra per sempre. Stavano andando all’America.

Nel paese dov’era nata Cesira, le donne crescevano in casa, imparavano a ricamare e aspettavano che i genitori trovassero u zzitu, l’uomo che le avrebbe sposate. Povere com’erano si facevano il corredo con le loro mani e si spostavano da una casa a un’altra: smettevano di essere figlie e diventavano mogli, avevano figli e facevano quello che le madri avevano fatto prima di loro.
Cesira però era nata ribelle e per quei tempi era una cosa grave se eri femmina, peggio di una malattia. Sua madre, Donna Filomena, stava sempre a chiamarla dalle finestre, nera di rabbia e di vestiti a lutto, che c’era di continuo qualche parente che moriva. Era inviperita con la sorte che le aveva dato una figlia ‘ndomita come un cavallo pazzo, diceva. Diceva pure che non pareva figlia sua, al contrario di Tonia, la seconda figlia, che piccirilla s’era ammalata di poliomelite.  In casa a Cesira la comandavano e basta: Cesira fai questo, Cesira fai quello, Cesira fai compagnia a tua sorella, Cesira vai piano che lei non può correre. Non sopportava d’essere comandata, tranne quando la mandavano a portare le lenzuola che sua madre lavava per Donna Giulia,  la moglie del sindaco, nella casa di Donna Giulia Cesira si sentiva benvoluta.
Donna Giulia aveva avuto due figli: il più grande, Tonino, era un maschio faticatore che era andato sempre appresso al padre. L’altra era una femminuccia che poverella era volata in cielo di appena due mesi. Si  diceva che era morta per colpa di Don Attilio, che a Donna Giulia gli aveva avvelenato il latte nel petto per via delle femmine, che gli piacevano assai. Don Attilio guardava voglioso pure a Cesira, le diceva che stava diventando il fiore più bello di Cirrisi.
Certe notti Cesira se ne stava alla finestra a guardare le stelle, la campagna di notte era magica e silenziosa, piena di profumi. A volte usciva a camminare al buio, fuori c’era aria che le riempiva il petto, dentro invece l’aria le mancava. Di giorno andava per i campi, si sedeva nascosta nell’erba alta e ci passava le ore.  Sentiva la voce di sua madre che chiamava, ma più la sentiva, più ne provava piacere. E siccome tanto sapevo che quella sera il padre l’avrebbe curriata, che allora la cinghia usavano, tanto valeva che quella bell’aria se la godesse. Solo là in mezzo si sentiva libera. E lei libera voleva essere.
Successe poi che Cesira si innamorò di Nico, un bracciante povero e senza niente. I primi tempi si incontravano di nascosto all’Addolorata, una chiesetta diroccata nel mezzo della campagna di Vallo. La leggenda diceva che là stavano le anime di morti che  per la fame se n’erano partiti per combattere con Garibaldi, ma di loro non era tornato nessuno. Pareva anche che certe notti si sentivano spari e lamenti e nessuno c’andava mai. Cesira a queste dicerie non ci badava, le anime dei morti non le facevano paura, che anzi certe volte erano quelle dei vivi a fargliene. All’Annunziata c’andava per raccogliere i gelsi quando era il tempo. Lì gli alberi erano pieni di frutti e così se ne poteva stare in pace perché tornava con la cesta piena per fare la marmellata che a Tonia piaceva assai, con buona pace di sua madre, che quando tornava con i gelsi buoni per Toniuccia sua non le chiedeva dov’era stata. Le anime dell’Addolorata invece lo sapevano, che per la prima volta dopo cent’anni sorridevano tutte quante a vedere Cesira e Nico, belli e innamorati com’erano. Però Nico si mise in testa che per sposarsi doveva andare in America, dove si facevano i soldi. Diceva: “Con le pezze al culo che c’ho ora, tuo padre non mi vorrebbe nemmeno sentire. Invece io parto, vado all’America che c’ho già la fatiga, torno e ti prendo. Altro che sto’ paese che ci lascia solo gli occhi per piangere. Io  voglio farti regina. Quando torno ricco, tuo padre niente più mi può dire”.
Voleva andare a Nuova Yorke, dove suo cugino aveva trovato la fatiga. Vero era che il padre di Cesira non l’avrebbe fatta maritare a un bracciante che viveva a Stanizzi  in una casa di pietre e mattoni in mezzo alla campagna dove manco l’acqua c’era. Suo padre diceva che i braccianti erano muli di fatiga, bestie, no uomini. Diceva pure che se le figlie sue si dovevano maritare, si dovevano maritare come si deve, se no se ne potevano rimanere a casa, che mangiare non ne mancava.
Così Nico se ne partì, al paese non aveva nessuno, nella stamberga di Stanizzi c’era rimasto da solo. Come tanti partì solo con la speranza, senza sapere che lo aspettavano quattro settimane di viaggio, ammassato su una nave con altri centinaia d’altri come lui, in mezzo al fetore e agli stracci. La mattina in cui Nico partì, Cesira si svegliò presto, alla finestra si toccava le labbra dove ancora i baci bruciavano. Sentiva l’odore forte e pungente della sua terra e si chiedeva che odore c’era a Nuova Yorke. Cesira non lo sapeva dove si trovava Nuova Yorke, e manco l’America sapeva dov’era, e nemmeno quant’era il mare per arrivarci. Lei il mare non l’aveva visto mai.
Tanti al paese se ne stavano partendo e di tanti che arrivavano là dopo un poco non se ne sapeva più niente. Certi morivano nel viaggio e certi altri che là avevano visto i soldi veri, del paese se n’erano scordati.  “Se Nico non torna mi ammazzo.” Giurò Cesira  davanti al cielo che lo stava vedendo partire dove c’era l’ultima stella della notte che si stava squagliando.
A Donna Filomena in quei giorni sua figlia parve rintronata: era muta, mangiava poco, s’era smagrita. A Cesira diceva che stava diventando brutta e nessuno l’avrebbe voluta, na fimmina senza nu masculu nenti mbali.  Cesira non rispondeva.
Una domenica mattina dopo la messa Donna Giulia avvicinò Donna Filomena e si appartarono facendosi grandi sorrisi. Quando furono a casa Cesira e Tonia sentirono la madre cantare “Tri fimmini a ‘na funtana, una strica e ‘n’atra lava, una prega a santu Vitu, ma nce manda ‘nu bonu maritu, biancu russu e culuritu, comu la faccia de santu Vitu…”.  Era raro che Donna Filomena fosse di buon umore, doveva essere successa una cosa buona per davvero.
Donna Giulia aveva invitato tutta la famiglia a prendere il caffè perché Don Attilio ci doveva parlare: siccome Tonino, il figlio, era in età di maritarsi e Cesira pure,  c’era in ballo una proposta di matrimonio. Cesira urlò quel giorno, che lei mai si sarebbe presa a uno come Tonino, si sarebbe ammazzata piuttosto che sposarsi a quello. Ma la verità è che Cesira mai avrebbe potuto rifiutare il figlio del sindaco. Così quel pomeriggio Donna Filomena fece indossare a tutta la famiglia il vestito delle grandi occasioni e  andarono a far visita a Don Attilio, il quale li accolse con  grandi feste.

Era primavera, le notizie dall’America erano lente ad arrivare e invece per Cesira le cose cominciarono ad andare di fretta. Le famiglie si accordarono che a giugno si sarebbe annunciato il fidanzamento ufficiale con una grande festa e poi lei e Tonino si sarebbero sposati a settembre. Nel frattempo Don Attilio disse che Cesira doveva stare a casa loro per conoscere il futuro sposo e prendere possesso della casa in cui era prossima a diventare nuora della padrona. Tonino era una specie di fantoccio, aveva la pelle bruna dal sole dei campi, lo sguardo spento e il naso lungo, non contava niente, era abituato a fare quello che gli comandavano e in fondo era contento che il padre avesse scelto una fimmina bella come a Cesira.
Nel tempo che Cesira passò in quella casa, Donna Giulia le insegnò come comandare la servitù, come trattare i sottoposti che lavoravano sulle loro terre, cosa piaceva a Tonino e cosa a Don Attilio. Le diceva quello che era sconveniente per una donna della sua posizione, chi doveva guardare in faccia e di fronte a chi doveva abbassare lo sguardo in segno di ossequio. Cesira ascoltava,  sempre con la testa da un’altra parte.
Quella donna era nata padrona, non desiderava altro: essere la moglie riverita del sindaco padrone del paese. Si teneva perfino le corna di Don Attilio, che tutti lo sapevano, e pure lei, tanto da quel trono nessuno l’avrebbe cacciata.
In quella casa Cesira diventò una specie di statua muta, Tonino le sembrava un mammalucco. Solo il pensiero di Nico le accendeva la carne e quando ero vicino a Tonino le prendeva una specie di disgusto come quando assaggi mangiare andato a male.
Ma il disegno vero di quel matrimonio, Cesira lo scoprì una domenica dopo un pranzo che avrebbe sfamato una decina di famiglie di braccianti là intorno, che in casa di Don Attilio la domenica era giorno di magnificenza a Dio, come diceva Donna Giulia, contenta di distribuire gli avanzi alla servitù per celebrare il rito della sua bontà. Don Attilio di solito il pomeriggio se ne andava in camera sua per una pennichella, ma quella domenica disse che si doveva ritirare nello studio a guardare certe carte e ordinò che nessuno lo doveva disturbare.
«Cesì – disse prima di lasciare la stanza – il caffè me lo porti tu là
Quando il caffè fu pronto, Donna Giulia ci mise due cucchiaini di zucchero e disse: «Ad Attilio il caffè ci piace dolce Cesì, arricordatillo, tieni, vai
Cesira camminò per il lungo corridoio buio come un condannato che sta andando a morte. Quella casa la inquietava, l’idea che diventasse casa sua le faceva venire i brividi. Don Attilio nello studio l’aspettava, non disse una parola e si bevve il caffè bollente con un sorso solo, avido era quell’uomo, con tutto quello che toccava, pure quando si prendeva il caffè. Cesira riprese la tazzina vuota,  fece per andarmene.
«Aspetta Cesì che ti devo parlar – dietro a quella scrivania era un uomo possente, pareva Dio che là decideva le sorti del mondo – «lo vedo che sei sperduta, che credi? Pari una pecorella, ma qui non c’è nessun lupo che ti vuole mangiare. Tu qua la padrona devi diventare – si alzò, prese la tazza dalle mani di Cesira e la posò sul tavolo. Aveva gli occhi che mandavano lampi – Cesì tu sei una femmina bella e forte e io lo so che Tonino non è il masculo per una femmina come te, è debole, sottomesso, stranito. Ma tu Cesira mia non ti devi preoccupare. Tu solo a me devi rendere conto. Intendi bene e ricordatelo – Cesira si trovò stretta a suo suocero con le labbra sul collo – ancora non puoi sapere quale paradiso ti aspetta, devi pazientare fino al momento giusto, per ora lo puoi solo sentire…. lo senti Cesì? Sentilo, grande e grosso, tutto per te. A una femmina come te questo ci vuole, io lo so e tu lo sai. Lo devi sentire Cesì, perché quando sarà il momento sarai la femmina più felice della terra. E pure io, che da te voglio un masculo come a me.”
Cesira pensò che se Nico fosse stato là fuori l’avrebbe ammazzato a Don Attilio, ma lei sola era.
«Ora che l’hai sentito… qualche altra volta ti insegno come prenderlo, fino a che non potrai averlo, vai adesso.»  Don Attilio tornò a sedersi come se niente fosse.
Cesira uscì dalla stanza agitata, per la prima volta in vita sua si sentiva perduta. A nessuno lo poteva raccontare. Don Attilio non era per il figlio che la voleva, la voleva per sé, e quegli scimuniti della moglie e del figlio lo sapevano pure. Suo padre e sua madre l’avrebbero ammazzata di botte se avesse raccontato quello che era successo, di sicuro l’avrebbero accusata d’essere una bugiarda senza riconoscenza.
Diventata la fidanzata di Tonino e la nuora di Don Attilio Cesira aveva addosso tutti gli sguardi del paese. E fu così che diventò una femmina furba.  Niente aveva, se non il fatto che era nata bella e non si voleva arrendere a quel destino. Doveva scappare.
Nico intanto aveva fatto arrivare una cartolina alla rivendita di Don Mico per farle sapere che era sano e salvo dove doveva essere. E lei là voleva andare, a quella Nuova Yorke che tutti dicevano era la speranza.
In casa di Don Attilio si preparavano cose in grande per la festa di matrimonio. Cesira usò tutto il potere di femmina padrona e cominciò a tormentare una serva, Concetta, che aveva dodici anni ed era ottava di dieci figli. Se avesse perso quel lavoro suo padre l’avrebbe ammazzata per i soldi, che ne abbisognava assai, e perché essere cacciata dalla casa di Don Attilio sarebbe stato un disonore. Cesira si vergognò di sé stessa, pregava Dio perché la perdonasse per quel peccato, ma usò Concetta  con la minaccia di cacciarla via: la mandava in giro a cercare aiuto dalle persone giuste per vedere come andare a questa Nuova Yorke.
I soldi li mise insieme più facilmente, a cominciare dall’anello di fidanzamento, che quando Tonino glielo mise al dito nel bel mezzo di una festa in pompa magna, perfino un bacio sulla guancia gli dette. Tutti la videro felice, nessuno sapeva che era perché quell’anello valeva il suo biglietto per l’America.
Una femmina a quei tempi doveva diventare forte con l’inganno. Cesira giurò che nessuno, manco Nico, la doveva comandare mai più. Si mostrò  contenta per la buona sorte e soprattutto riconoscente con Don Attilio: quando gli portava il caffè gli si accendevano gli occhi come a un pazzo, la toccava dappertutto, impaziente che arrivasse il giorno in cui l’avrebbe presa, che nove mesi dal matrimonio dovevano passare per quel figlio che voleva da lei. Avrebbe potuto chiedergli qualsiasi cosa che lui gliel’avrebbe data. E Cesira chiedeva, più gli prometteva più gli piaceva ed era generoso.
«Cesì – le diceva – tu sì che sei una femmina vera. Mi fai impazzire. Io e te saremo felici, te lo giuro, quando partorirai il figlio mio avrai il regalo più bello, degno di una regina
Pure Nico così le aveva detto, che lei in America come una regina doveva andare e così le carezze di Don Attilio Cesira manco le sentiva, le facevano schifo, ma i regali che ne venivano erano la sua libertà, altro non c’era.

Comunque Nico non si era sbagliato, perché Cesira partì come una regina. Partì dal paese senza lasciare una parola,  solo per Tonia le dispiacque, ma quando fu davanti al mare nel porto di Napoli gli occhi non si stancavano di guardare quell’immensità e, nonostante la confusione e la gente accalcata sul molo da fare paura, si sentì piena di coraggio. La nave era impressionante da quanto era grande, come il mare, che quel giorno Cesira vide per la prima volta.
Tre settimane impiegarono, e furono tre settimane difficili. Eppure Cesira in breve tempo si fece conoscere e benvolere da tutti. Non aveva pensato che su quella nave avrebbe dovuto mangiare e il cibo non c’era se non te l’eri portato, ma non patì mai la fame e se la patì fu per regalare il suo pasto a qualche vecchio o a  qualche bambino che non se la passavano bene. Era sempre pronta ad aiutare qualcuno e mai era stanca. Per Cesira quel viaggio fu come nascere per la seconda volta: scoprì in sé stessa una forza che mai aveva saputo di possedere.
Solo quando fu ad Ellis Island la stanchezza si fece sentire, quando ormai il viaggio era alla fine e tutti pensavano che ormai l’America era fatta e invece se ne dovettero restare per giorni chiusi là dentro a passare visite ed esami.
Quando però fu il momento di scendere, in mezzo alla folla sul molo, Cesira il viso agitato di Nico lo vide subito e lo chiamò a gran voce. Pure Nico la vide subito. In quell’istante Cesira si sentì così libera che avrebbe potuto morirne. Una sensazione grande come l’America.

In America Cesira visse una vita lunga e piuttosto felice. L’unica cosa che le mancò sempre fu l’odore che c’era al suo paese, quello in America non lo trovò da nessuna parte. Al paese non tornò più, ci vollero anni perché si scordassero di lei e dell’affronto che aveva procurato. Don Attilio impazzì come una bestia, che nessuno aveva mai osato sfidarlo, figuriamoci una femmina che l’aveva derubato e raggirato a quel modo.  Ma rimorsi Cesira non ne ebbe mai, nemmeno per suo padre e sua madre, che si portarono addosso il marchio di una figlia indegna.  Nuova Yorke era troppo lontana perché potessero arrivare le loro maledizioni.
Quando arrivò per Cesira il momento di lasciare questa vita, chiamò a sé la figlia Mary e le disse: «Mariuccia mia sono contenta che ti lascio in un mondo dove nessuno ti tratta più come carne di vacca. E’ legge di natura che i genitori se ne vadano prima dei figli, tuo padre se n’è andato troppo presto e ora che sono stanca sono felice di andare dove c’è lui. Ho lavorato tutta la vita e non mi sono fatta più comandare da nessuno.  Tu vivrai Mariù, è la vita. Ma non te lo scordare, nessuno ti deve comandare, mai. E qualche volta, tornaci tu al paese mio. Prova a sentire l’odore che c’è, di erba tagliata e grano. Sono sicura che è rimasto lo stesso».

I CLASSIFICATO PREMIO MIMOSA CITTA’ DI NARNI, Edizione 2016
MOTIVAZIONE DELLA GIURIA
“Una ribellione che risolve la vita quando l’ambiente che ti circonda è fermamente intenzionato a riproporre e tramandare l’archetipo della donna figlia-madre-moglie sottomessa ai desideri degli uomini, anche quelli più tenebrosi. Un viaggio verso la luce, l’aria, la libertà, l’amore cercato e scelto. L’autrice si muove con sagacia nel descrivere, scolpendoli, luoghi geografici e sociali in cui l’angustia delle visioni è scardinata dall’entusiasmo di una gioventù capace di farsi evoluzione, emancipazione e affermazione di un pensiero differente”