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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

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Scuola e quotidiani combattimenti

Oggi oscillazioni umorali dal basso al bassissimo all’alto, andata e ritorno. Ci sono giornate lunghe e faticose costellate dalle solite frustrazioni e straordinari incitamenti.
Durante la lezione in terza ho chiesto ai ragazzi di fare una relazione sulla visita in un’azienda del luogo svolta il giorno prima. Alla fine del lavoro le abbiamo corrette insieme.
Il dato che mi ha colpito e fatto riflettere è il seguente: i toni entusiastici con i quali hanno descritto questa attività, a cominciare dalla disponibilità dei due colleghi che li hanno condotti sul posto con le loro auto, alla disponibilità dimostrata dai titolari e dai dipendenti dell’azienda che hanno mostrato loro macchinari in funzionamento e slides illustrative dei procedimenti, al brodo di giuggiole per il piccolo buffet di dolci, salati e succhi di frutta che hanno offerto loro alla fine della visita, senza tralasciare l’omaggio di una borsa con dentro penne e block-notes che si sono prodigati anche a mostrarmi.
Dalle loro parole e dai loro sguardi ho capito soprattutto che è stata la considerazione che li ha resi attenti, partecipi e contenti di aver fatto questa esperienza.
La considerazione è in effetti spesso la chiave del successo nella relazione tra docente e allievo. I ragazzi sono abilissimi a distinguere i docenti ai quali di loro in fondo importa relativamente da quelli che hanno a cuore il loro personale destino. E’ inutile girarci intorno, questo mestiere senza empatia non si può fare, è inutile bluffare, quella è una qualità che non si inventa o c’è o non c’è. E quando non c’è fa danni tangibili.
Considerazione ed empatia appunto.
Nell’intervallo incontro la collega incaricata di funzione strumentale (non finirò mai di stupirmi per queste qualifiche da macchietta) la quale mi dice che ha avuto l’incontro con la dirigente per l’organizzazione di un incontro tra le quinte e uno scrittore. Un libro importante, un autore prestigioso, un’occasione notevole e soprattutto gratuita.
Problemi: la pratica deve seguire l’iter, va fatto un progetto da presentare all’attenzione del dirigente.
Obiezione: abbiamo tempi brevi.
Risposta: non so che dire, l’iter è lungo e il dubbio è: i docenti leggeranno il libro per guidare gli allievi?
Che faccio, rido? Rido o piango?
Mi sale una rabbia infinita. E improperi a iosa. Sono forse i ragazzi la parte offesa? Sì, in primis, ma anche noi, noi docenti. Costretti e misurarci con cotanti inutili pericolosi frustranti meccanismi di un nuovo potere.
Nessuna capacità di giudizio, pur nella buona volontà e nella gratuità dell’azione, è riconosciuta ad insegnanti che vogliano rendere la scuola un luogo di promozione culturale e di crescita. Considerazione appunto. Vien voglia di mandare tutto a quel paese. E se vi capita di incontrare un insegnante che ha questo atteggiamento, sappiate che ne ha ben donde.

Poi alla quinta ora l’episodio spiacevole: i carabinieri a scuola. Anche a Borgo, in Toscana, i carabinieri a scuola li ho visti varie volte e sempre per lo stesso motivo: droga o furti. In questo caso si trattava di un furto ai danni di uno studente lavoratore di un’altra classe, una cifra considerevole, la sua paga a nero di un mese.
Spiacevole è stato vedere i ragazzi infilarsi in un’aula vuota per essere perquisiti, spiacevole è sentirsi impotenti.
Tutto stride in questo luogo sempre più fottuto.
Esci da scuola delusa.
Così sono certi giorni.
Sembra di combattere contro i mulini  a vento.
Un fallimento.
Con rima.

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Camminando a parole...

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LETTERA A MIA MADRE

Cara mamma,
per me le parole non sono mai state facili: sono chiusa, un’ostrica con le valve serrate. La gente  pensa io sia egoista, viziata, come lo sono tutte le figlie uniche. È stata dura vivere con questa me stessa. Tu sai però che non sono così, o almeno non più da quando c’è Maria Sole. Mentre scrivo lei è lì, placida, beata nella sua culla, sta facendo un sonnellino. Spero anche un sogno meraviglioso. Ne approfitto per scrivere una lettera che non ti darò mai. O forse sì. Chissà. Mentre guardavo mia figlia, quella parte di me che altro non desidera che svestirsi dai luoghi comuni dei giudizi altrui vorrebbe gridare. E ho deciso di scrivere quello che vorrei gridare. In fondo è una sola parola: GRAZIE.
Grazie perché so quello che non voglio per Maria Sole.
Grazie perché so che sarò una buona madre.
Grazie…

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8 gennaio

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Sedia aula

 

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Sedia sala insegnanti

Ieri sera leggevo la recensione di un libro appena uscito scritto da un’insegnante fresca di pensione la quale, come atto d’amore per la sua professione, ha raccolto e pubblicato lettere e biglietti dei suoi allievi raccolti nel corso della sua carriera.

Qualche anno fa avevo avuto la stessa idea, ma poi – per quanto l’intento fosse di parlare di quanto sia cambiata la professione dell’insegnante – ci sono state delle motivazioni che mi hanno fatto desistere, tra queste il rischio oggettivo di lasciarsi andare a una sorta di narcisismo auto glorificante.

La bellezza di gesti che attestano la  stima e l’affetto è la più alta ricompensa al nostro quotidiano impegno, per il resto molto facilmente disprezzato, e dall’esterno non è facilmente valutabile (anche se è ormai prossima l’era della valutazione, ma soltanto per quanto “produrremo”,  non certo per come e per quanto “incideremo” sulla preparazione)

Mi viene in mente che qualche anno insegnavo in una quinta con la quale eravamo stati insieme per cinque anni, dunque un gruppo di ragazzi e ragazze che avevo visto crescere.
Il mese di maggio dell’ultimo anno (quindi sul finire dell’anno scolastico e in prossimità degli esami di maturità) io – ebbene sì – li ho abbandonati. È stata un’uscita di scena molto teatrale: nessuno sapeva che sarei partita, me ne sono andata per tre mesi in America. A dire il vero quando sono partita non ero affatto convinta sarei anche tornata.
Alla mia classe lasciai un biglietto in bianco, dicendo soltanto che il giorno dopo avrebbero capito perché. Quel foglio era bianco perché ciascuno ci scrivesse un desiderio per il futuro, quello sarebbe stato il mio augurio: che ciascuno scegliesse il proprio, sempre, e non lasciassero scegliere altri per sé stessi. Mai.
Non ho avuto rimorsi, sapevo che erano ragazzi in gamba, ormai perfettamente in grado di cavarsela, e così è stato. Molti di loro hanno superato l’esame con risultati brillanti. La cosa più buffa è stata che tra tutti coloro che sono rimasti senza fiato per quella mia partenza segreta e improvvisa – amici, parenti, conoscenti –  quelli che hanno dimostrato di “capire” sono stati proprio loro, i miei ragazzi, che mai, neanche un attimo ce l’hanno avuta con me. Anzi, ne è nata una corrispondenza fitta e costante, perfino qualche telefonata intercontinentale. È stato soprattutto in quel periodo che ho accumulato messaggi che da soli mi bastano a mandare a fanculo qualsiasi funzionario ministeriale, sottosegretario e ministro di passaggio,  che invece si inventano come farti passare la voglia di insegnare.
Se mi fermo a pensare, mi viene in mente che quasi tutti i libri che raccontano la scuola la raccontano dal punto di vista degli insegnanti, mai dei ragazzi. Io invece è l’unica energia che riconosco in questo mondo scolastico di contraddizioni e delusioni, la ricevo quotidianamente. La incontro. L’etimologia di incontro rimanda a un’idea di andare addosso, contro. È solo così che si fa il botto, quando le energie si scontrano,  altrimenti è aria fritta, acqua calda che scivola, pane insipido.

Va beh… ammetto, mi sono fatta trascinare e mi sono persa. Ecco il rischio di autocompiacimento di cui parlavo prima.
In effetti in questa pagina del diario oggi volevo parlare di tutt’altra cosa.
Volevo parlare di sedie. Sì di sedie. Nel senso che avendo abbandonato l’idea della raccolta delle missive (peraltro a quanto sembra c’ha già pensato qualcun altro) mi sono andata convincendo che è di sedie che devo parlare. Potessi mi piacerebbe fare un viaggio da nord a sud e raccontare la scuola raccogliendo fotografie di sedie. Non posso permettermelo, ma chissà, se qualche insegnante che mi legge volesse essere così cortese da farmi avere foto di sedie della propria scuola, io gliene sarei grata.
A ben pensarci, infatti, mentre sta cadendo l’ondata di osanna della scuola digitale e si cominciano a leggere i pareri contrari, mentre si parla di tablet e non più di libri, mentre ci sono lim diffuse e antiche lastre di ardesia che persistono…. In giro ci sono sedie come queste che vedete e che non sono affatto un’eccezione.
Quelle di pelle sintetica  nera stanno in sala insegnanti. Per quante sale insegnanti abbia visto in questi anni, di solito è quello il luogo  dove spesso finiscono gli oggetti un attimo prima della discarica.
Le sedie sono perfette, anche perché, ora che ci penso …..  ma non voglio dirlo – da dove (ci) prendono le sedie?
Ditelo voi.

Nota bene: l’idea delle sedie è mia, quindi se mai doveste leggere in futuro qualcosa che racconti la scuola in ottanta sedie, sarete testimoni che l’idea è stata partorita qui  🙂

 

 

 

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20150105_37968.jpgSu facebook è impossibile dimenticare una scadenza, è come un esattore. Così sono molti i post che ricordano che un anno fa è morto Pino Daniele. Già un anno? Ti chiedi. Sì. Il tempo corre molto più velocemente di te, che non ce la fai a stare al passo.
Mentre scrivo non c’è una canzone di Pino a tenermi compagnia, ma il vento. Un vento che si insinua nei buchi, negli spiragli, che si abbatte sugli alberi e sulla casa. E per una che molto tempo fa sul vento c’ha imbastito un romanzo potrebbe sembrare una iattura. Invece è una bella sensazione lasciarmi accompagnare da una danza impetuosa che là fuori sta sovvertendo qualsiasi ordine naturale.
Quel romanzo era la storia di un nome palindromo, Anna. Quando è stato pubblicato non ho potuto pensare ad altro che ad Anna verrà, di Pino Daniele (non a caso dedicata ad Anna Magnani) e l’ho voluta nella pagina iniziale. Un piccolo, umile tributo.

Oggi è stata anche la giornata dei post dedicati alle analisi del successo strepitoso di Checco Zalone al cinema, a cominciare dal post del Ministro della Cultura Franceschini che dice fa bene al cinema. Non è che potesse essere diversamente visto che era praticamente programmato in un terzo (o più, non sono brava con i numeri) delle sale del regno. Comunque non ce l’ho con Checco Zalone. Se mai con quelli che appena l’Italia ride dicono sia di destra e se ne appropriano. Oppure quelli che dicono evviva la gente esce di casa e va al cinema, è merito della sinistra. Puah! Direbbe Paperoga appena un poco sveglio. Puah! Dico pure io. Sos alla nazione, fatte na’ pizza co’ a pummarola in coppa. Direbbe Pino.

Un anno fa, quando Pino Daniele è morto, ho pianto. Come se fosse morto un fratello, o un amico, qualcuno che senti ti era vicino insomma. Prima di lui mi era successo soltanto con Troisi e Marcello Mastroianni. Quando senti che una parte di te se ne va e non sarà più come prima.
A Pino – come lo chiama un mio amico che l’ha conosciuto bene – mi legano ricordi lontani: il primo è la “mia” notte prima degli esami, il secondo nella mia testa è una foto in technicolor nella quale su un lungomare è immortalata una cinquecento con un altoparlante e l’ultimo ha un inconfondibile odore di mortadella.
L’altoparlante va per le strade pubblicizzando un concerto di Pino Daniele al campo sportivo. Io stavo in quella macchina, insieme ad altri. Puzzavamo di vita, di sole, di mare, d’estate.
Il giorno del concerto, al mattino, casa mia – complice l’assenza dei miei genitori – si trasformò in una sorta di paninoteca (che allora non esistevano) sacchi di panini e chili di mortadella e altre amenità per farcirli. L’odore mi è rimasto addosso per settimane. La sera avremmo venduto quei panini al concerto.  Il ricavato serviva al circolo. Si faceva politica anche così allora.
La notte prima degli esami fu l’anno seguente, l’anno della mia maturità, quando quel concerto fu replicato, ma a me non fu permesso di andarci perché il giorno dopo avevo la prova orale. Era il 23 luglio. Del mio esame ricordo poco, ma ricordo bene che accusai il colpo per aver perso quel concerto.

Pino Daniele l’ho rivisto a Firenze, al Palasport: era una kermesse alla quale partecipavano alcuni tra i migliori chitarristi del mondo. L’unico italiano era lui.L’unico autodidatta, probabilmente, com’era Pino Daniele. Il grande talento è una brutta bestia, non si vende e non si compra. Si possiede come un demone, nel sangue, non si scappa.

Alla fine del concerto nel campo sportivo della mia gioventù Pino Daniele mangiò praticamente da solo un vassoio di arancini, mentre qualcuno raccontava che Toni Esposito quel pomeriggio aveva suonato con i veli delle cipolle. Toni sorrideva e Pino mangiava.

Da allora è passato molto tempo e molta strada. Quel ragazzone napoletano un po’ buzzurro è esploso nel mondo e noi tutti gli abbiamo voluto sempre un gran bene, come se ne vuole a una persona, non a un cantante che ascolti di tanto in tanto. Abbiamo ascoltato la sua musica e le sue canzoni, abbiamo consumato musicassette ed LP. L’abbiamo sentito spaziare nei generi musicali e infine l’abbiamo visto ammalarsi.

Non sono in grado di sapere se tra venti o trenta o quaranta anni qualcuno si ricorderà di aver riso a crepapelle con Checco Zalone in una stagione della sua vita.
So che sono qui ad ascoltare il vento e a pensare che nemmeno questo vento può rovesciare un vuoto e trasformarlo in qualcosa di diverso.

A me me piace ‘o blues, e tutt’e juorne aggia a cantà pecchè so stato zitto e mo è ‘o mumento ‘e me sfuga’. Sono volgare e so che nella vita suonerò pe chi tene ‘e complessi e nun’ ‘e vò…
Pecchè so’ blues e nun voglio cagnà’

A Pino, alla sua fame di arancini e a noi che l’abbiamo visto mangiare.

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“Vi prego, lo lascio a voi, abbiatene cura. È giovane e inesperto”
“Non preoccupatevi per me, io so cavarmela. Piuttosto è a lui che dovete pensare. È stanco.”
Era così che il vecchio e nuovo, secondo un antico cerimoniale, si disputavano l’attenzione.
Mentre discutevamo educatamente passò di lì un giovane. Alzò gli occhi dal cellulare e si tolse le cuffie, incuriosito. Si fermò qualche secondo, giusto il tempo per concludere che quelle erano inutili chiacchiere.
“Fatela finita checcazzo! – sbottò senza troppi complimenti – giocatevela a poker e affidatevi alla sorte”. Scrollò le spalle e se ne andò.
“A poker? – disse il vecchio – io non ho mai imparato il poker, forse ha ragione, avrei dovuto. Ora per me è tardi per imparare.”
“Se è per questo non potrei neanch’io. Non so neanche cos’è il poker! Però se lei non l’ha imparato allora vuol dire che non era una cosa utile.” Disse il nuovo.
Giunse una donna, aveva lo sguardo malinconico, lunghi capelli e un vestito celeste. Guardò prima il vecchio, poi il nuovo e infine disse:
“Io vi amo entrambi. Il figlio più grande non è diverso da quello più piccolo. Io non potrei mai scegliere di chi avere maggior cura.” Così detto fece una carezza prima al vecchio poi al nuovo e passò oltre.
Il vecchio e il nuovo si guardarono in silenzio e in quell’istante si sentirono figli di una stessa madre, dunque fratelli.
“Ha ragione la donna – disse il vecchio – non c’è differenza tra noi. Dobbiamo restare uniti.”
“Eh no! C’è, c’è eccome – si intromise la voce di un uomo canuto giunto da chissà dove – tu sei vecchio e lui no. Le vostre direzioni sono inconciliabili. C’è un solo punto di incontro, ma non fatevi illusioni, dura un attimo. E in quell’attimo anche il giovane diventerà subito vecchio. Fareste meglio a salutarvi in fretta. Siete destinati a separarvi per sempre.”
Il vecchio mestamente si voltò e all’improvviso comprese che aveva sulle spalle un peso insopportabile, segno che per lui stava arrivando la fine. Il giovane lo guardò e comprese come doveva sentirsi, lui al contrario era così leggero che avrebbe potuto volare. E forse per questo aveva paura di essere lasciato solo.
Fu proprio in quel momento che arrivò un bambino.
“Perché siete così tristi? – Chiese.
“Perché stiamo per separarci per sempre.” Disse il nuovo.
“E perché dovete separarvi per sempre?” continuò il bambino.
“E’ la legge del tempo”. Rispose il vecchio.
“E cos’è la legge del tempo?”. Fece eco il bambino.
“Sei troppo giovane per capire. La conoscerai anche tu, ma a tempo e luogo dovuti.” Concluse il vecchio.
“Va bene, non posso imparare la legge del tempo, ma se siete tristi un rimedio c’è. Io quando sono triste faccio un gioco. Dunque perché non giocate per rallegrarvi? Ecco, prendete queste – tirò fuori dalle tasche due maschere – indossatele e prendetevi per mano. Poi fate un girotondo e cantate. “
Il bambino mise al vecchio la maschera del nuovo e al nuovo la maschera del vecchio.
“Chi è il nuovo e chi è il vecchio? Se nessuno lo sa prendervi non potrà.” Canticchiò il bambino allontanandosi.
“Chi è il nuovo e chi è il vecchio? Se nessuno lo sa prenderci non potrà.” Cominciarono a cantare il vecchio e il nuovo girando in tondo. Presero a ridere, a saltellare e a canticchiare. Chi è il nuovo e chi è il vecchio? Se nessuno lo sa prenderci non potrà.

Forse che con le maschere l’attimo traditore di cui aveva parlato poco prima l’uomo canuto, non riconoscendoli, li avrebbe lasciati in vita entrambi? O forse avrebbero potuto davvero scambiarsi le destinazioni, così che il vecchio andasse verso il nuovo e il nuovo verso il vecchio? Ma se così fosse stato, il vecchio sarebbe stato in grado di percorrere il sentiero del nuovo con lo stesso entusiasmo? E il nuovo, sarebbe stato giusto farlo soccombere e condannarlo prima ancora di esistere?
Nella danza che il bambino aveva indicato come rimedio, per il vecchio e il nuovo non c’era più posto per le domande. Ballavano, bevevano e si stordivano. Non si capiva più dove finisse la malinconia e iniziasse l’allegria, la felicità e l’infelicità, la gioia e l’amarezza. Chi fosse l’uno e chi fosse l’altro. Tutto si era mescolato.
Nessuno avrebbe potuto dire chi fosse il vecchio e chi fosse il nuovo.
E in quella baldoria che tanto faceva così bene a entrambi non si accorsero che sotto i colpi dei loro passi di danza c’era qualcosa che stava soccombendo.
Il vecchio e il nuovo nella frenesia di sopravvivere entrambi senza cedere l’uno il passo all’altro, indossando i panni mascherati di Ieri e del Domani, stavano uccidendo Oggi.
Senza neanche essersi accorti della sua presenza.

 

(Buon Anno a tutti)

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Giardino di campagna con girasoli , G. Klimt

I suoi vent’anni erano trascorsi in quel giardino, ce li aveva scritti sui jeans rammendati che indossava tutti i giorni ormai da cinque anni. La tela aveva i segni delle macchie lasciate dalle piante, dai fiori, dalla torba e dai concimi, c’avevano disegnato sopra una mappa dei piaceri che avevano segnato il suo tempo. Fin da bambino Raul aveva giocato così tante volte  a impastare quella terra che ormai ne era parte e per niente al mondo se ne sarebbe allontanato.
Quando il sole cominciava a scendere e i colori e gli odori erano più intensi, Raul amava oziare in qualche angolo del piccolo paradiso che aveva creato con le sue mani, un po’ come Dio ma in scala ridotta. Le tante anime che abitavano quel luogo diventavano una sola con la sua. Lì si sentiva al sicuro più che da qualsiasi altra parte.
Gli piaceva star lì di giorno a lavorare e di notte ad aspettare la brezza leggera che arriva a muovere le foglie, nell’ora in cui la luce pallida della luna illuminava i suoi cactus. In quel  lembo del giardino c’erano le piante grasse, che di giorno sembravano sculture malformate, turgide e spinose, ma di notte svelavano tutto l’incanto dei loro  fiori,  le regine della notte, candidi come i raggi lunari. Certe notti restava sveglio solo per contemplare quei fiori.
Raul lì era cresciuto, aveva imparato tutto quello che c’era da imparare. Ci sono piante che di giorno aspettano pazienti le stelle per aprire i petali e regalare la loro fragranza, altre che invece amano la baldoria del sole e si ravvivano con la luce. Lui le aveva studiate, scelte e disposte nelle aiuole con una cura meticolosa.

Un pomeriggio di aprile Raul si era addormentato sotto il mandorlo. Il suo risveglio fu violento e di soprassalto. La voce di sua madre che lo chiamava gli diede un sussulto che lo riportò bruscamente alla realtà. Aprì gli occhi e a malapena riusciva a capacitarsi di dove fosse, come accade quando cadiamo in un sonno profondo, avvertiva un’assenza, ma era una sensazione buona. Allora si ricordò del sogno: di nuovo c’era quella donna che correva senza mai voltarsi.
“Quante sfumature ha l’attesa?” Si chiese ritrovando coscienza. Si mise a sedere, si guardò intorno e il tripudio delle fioriture primaverili gli sembrò la giusta risposta.
In casa quel giorno lo stavano aspettando sua madre e Don Leo, ma lui non aveva voglia di parlare con loro; sapeva già che Don Leo non era lì per caso. Avrebbe temporeggiato ancora un po’ prima di affrontarli. Doveva essere ben sveglio.
Era stata sua madre a invitare Don Leo. Don Leo era, come si dice, l’ultima spiaggia, visto che non c’era verso di convincerlo a partire.
“Al diavolo anche lui!”  Lui non ci sarebbe andato a studiare in America.
Quando risentì per la seconda volta la voce materna che insisteva a chiamarlo si decise ad alzarsi. Non aveva scuse, era impossibile non sentirla. Quella era una cosa che andava fatta e non c’era verso di nascondersi. Sperava soltanto che il tentativo di sua madre fosse anche l’ultimo. Magari dopo l’ennesimo fallimento si sarebbe messa il cuore in pace.
Li trovò in salotto composti e immobili come statue. La prima cosa che Raul notò furono le mani bianche del sacerdote appoggiate con eleganza sulle gambe. Aveva sempre diffidato di mani così candide. Cosa ne sanno della vita?
Andò a sedersi nella poltrona nel mezzo ai due, ben sapendo che sua madre lo stava guardando con disapprovazione, detestava che lui rimanesse con gli abiti sporchi da lavoro per casa in assenza di estranei, figuriamoci in presenza di Don Leo.
“Questi stracci – gli aveva detto la sera prima – è tutta colpa di questi stracci. Se ti vestissi come un cristiano diventeresti un cristiano come tutti”. La parola cristiano, per sua madre, aveva una doppia valenza.
Gli venne in mente che forse avrebbe dovuto scusarsi per averli fatti aspettare e presentarsi per giunta in quel modo, ma Don Leo comunque non gliene diede il tempo.
“Allora figliolo, stavo appunto parlando con tua madre, dice che non vuoi partire  – tagliò corto il sacerdote  – non pensi che ti si stia offrendo una grande opportunità?”
“Lo so Don Leo, ma è una scelta che spetta solo a me.” Rispose Raul altrettanto sbrigativo.
“Certo Raul, ma ricorda che tu sei il frutto di un  miracolo del signore. Tuo padre ripone in te grandi speranze.”
Quante volte ancora avrebbe dovuto sentire quella storia del miracolo? L’aveva forse chiesto lui?
“Ascolta figliolo – riprese Don Leo, questa volta con tono più suadente –  voglio farti una semplice domanda: puoi forse dire di essere stato felice qui negli ultimi anni?”
Raul chiuse gli occhi – lei sa cos’è la felicità Don Leo? Aprile è la stagione degli iris, delle fresie, dei glicini. Sta per cominciare la festa, lì c’è la felicità. Lei sa per caso se può esisterne un’altra? Aprì gli occhi. Il volto severo di Don Leo era ancora in attesa di una risposta.
“Credo di sì Don Leo”.  Sua madre allungò il collo e lo guardò di traverso, quasi a implorare di essere più rispettoso.
Finocchio. Frocio. Ricchione. Era vero, durante la sua adolescenza aveva collezionati tutti gli epiteti possibili. Gli adolescenti sono animali feroci che si muovono in branco e attaccano, diventano facilmente carnefici bisognosi di un martire. Lui ne era stato vittima prediletta molte volte.
Peccato  però che lui non fosse frocio, anche se era quello che pensavano tutti. Amare i fiori e le piante era considerata cosa da femmina e avevano finito per credere che doveva avere qualcosa di storto. Del resto meglio pensarlo frocio che pazzo. Lui era figlio del notaio Manetti, avrebbe potuto assumere dieci giardinieri, se proprio ci teneva ad avere il giardino più bello, che bisogno aveva di stare tutto il tempo a potare e innestare, a tagliare e piantare? Era per questo che volevano allontanarlo dal suo giardino. L’unico figlio del notaio Manetti, di discendenza nobile,  non avrebbe potuto fare il giardiniere.
“Credi di poter basare il tuo futuro su quel giardino? – la voce di Don Leo lo riportò alla realtà. Raul aveva percepito in quella voce una nota di irritazione – rifletti Raul, devi tutta la tua gratitudine a genitori che ti hanno accolto e allevato e per i quali sei diventato il loro bene più grande.”
Raul ripensò alla donna del sogno, aveva sempre l’impressione che avesse a che fare con  qualcosa che non riusciva a raggiungere; a quanto desiderasse  vederne il volto. Erano anni che si addormentava covando quella speranza.
Tutti sapevano che quelli non erano i suoi genitori. Sua madre, quella vera, l’aveva partorito in quel giardino, da sola. Una notte era arrivata da chissà dove e aveva schiuso le gambe senza neanche un gemito, nessuno aveva sentito niente. Proprio nel punto in cui era cresciuto il mandorlo, aveva fatto sgorgare la sua acqua e il suo sangue. Poi aveva abbandonato il suo fiore davanti all’uscio di quella ricca casa, inghiottita da chissà quale povertà o vergogna.
Era stato il più feroce del branco a rivelargli la verità quando aveva undici anni. Da allora aveva preso a fare quel sogno, quella donna correva senza voltarsi indietro e Raul si era messo in testa di aspettarla. Era cresciuto aspettandola e l’avrebbe aspettata perché, lui ne era certo, prima o poi si sarebbe fermata e finalmente avrebbe visto il suo volto. Era un pensiero che aveva preso forma nella sua testa molto tempo prima. Non aveva una fisionomia concreta, era piuttosto un’intuizione. Non l’aveva mai rivelato a nessuno.
Sua madre tossì. Un colpo di tosse lieve e discreto, un segnale per richiamare la sua attenzione. Disse anche qualcosa, ma Raul non ascoltava. Si alzò con lo sguardo fisso in un punto oltre la finestra aperta sul giardino. Lui non era in debito con la famiglia che lo aveva accolto, si era sempre comportato nel modo giusto, non aveva mai dato grattacapi, non era mai stato come i suoi coetanei.
Si fermò con le mani nelle tasche dei jeans. Alle sue spalle sua madre e Don Leo lo guardavano avvolti da un silenzio carico d’ansia. La sua immaginazione era stata sempre confusa, ma qualcosa in quel momento cambiò. Un cambiamento impercettibile, una scintilla, incomprensibile a chi non avesse avuto una sensibilità molto acuta, cosa che, di certo, né Don Leo né sua madre possedevano.
Non posso andare, avrebbe voluto dire.
So che non ha senso, avrebbe voluto dire.
Mi spiace, avrebbe voluto dire.
Invece non disse niente di tutto questo, come se avesse lasciato la voce in un luogo lontano.
“C’è un mandorlo in giardino che ha bisogno di me – disse senza voltarsi –  finché fiorirà io starò qui. E se la cosa non vi piace, allora dovrete scacciarmi con la forza.”
Le parole erano scivolate dalle sue labbra come su un tappeto di velluto. Si sentiva bene. Fissava le gemme del mandorlo gonfie d’aprile. Erano piene, vive, sul punto di aprirsi.

Pensò che di lì a poco ne avrebbe visto i fiori. E c’era un che di allegro in questo pensiero.

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Due Minuti di Lucidità

1. Contagio.
Io credo che tutti i libri siano inutili ed il più grande pregio che possiedono consista proprio nel contagiare il lettore con questa “inutilità”. Vuoi leggere? Devi tenere ferme le mani. In termini molto banali e concreti: non puoi costruire un ponte mentre leggi, non puoi pulire casa mentre leggi, non puoi fare l’amore mentre leggi. Soprattutto, mentre leggi non puoi scrivere. La lettura inchioda gli occhi e le dita. Quando apri un libro, la tua affannosa e perenne tendenza a “fare” viene messa in un angolo, si trova sotto scacco, svilita e definitivamente mortificata. Ecco perché molte persone leggono solo d’estate, in ferie, sotto l’ombrellone. Oppure, poco prima di andare a dormire o mentre sono sul treno. Insomma, molte persone leggono quando non hanno nulla da fare, collegando il gesto – ed il gusto – della lettura ad un momento di inattività. Sapete perché il libro…

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