Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Il-vecchio-e-il-nuovo

Il Vecchio e il Nuovo (Marco Zaini)

“Vi prego, lo lascio a voi, abbiatene cura. È giovane e inesperto”
“Non preoccupatevi per me, io so cavarmela. Piuttosto è a lui che dovete pensare. È stanco.”
Era così che il vecchio e nuovo, secondo un antico cerimoniale, si disputavano l’attenzione.
Mentre discutevamo educatamente passò di lì un giovane. Alzò gli occhi dal cellulare e si tolse le cuffie, curioso. Si fermò qualche secondo, giusto il tempo per concludere che quelle erano inutili chiacchiere.
“Fatela finita checcazzo! – sbottò senza troppi complimenti – giocatevela a poker e affidatevi alla sorte”. Scrollò le spalle e se ne andò.
“A poker? – disse il vecchio – io non ho mai imparato il poker, forse ha ragione, avrei dovuto. Ora per me è tardi per imparare.”
“Se è per questo non potrei neanch’io. Non so neanche cos’è il poker! Però se lei non l’ha imparato allora vuol dire che non era una cosa utile.” Disse il nuovo.
Giunse una donna, aveva lo sguardo malinconico, lunghi capelli e un vestito celeste. Guardò prima il vecchio, poi il nuovo e infine disse:
“Io vi amo entrambi. Il figlio più grande non è diverso da quello più piccolo. Io non potrei mai scegliere di chi avere maggior cura.” Così detto fece una carezza prima al vecchio poi al nuovo e passò oltre, sollevata.
Il vecchio e il nuovo si guardarono in silenzio e in quell’istante si sentirono figli di una stessa madre, dunque fratelli.
“Ha ragione la donna – disse il vecchio – non c’è differenza tra noi. Dobbiamo restare uniti.”
“Eh no! C’è, c’è eccome – si intromise la voce di un uomo canuto giunto da chissà dove – tu sei vecchio e lui no. Le vostre direzioni sono inconciliabili. C’è un solo punto di incontro, ma non fatevi illusioni, dura un attimo. E in quell’attimo anche il giovane diventerà subito vecchio. Fareste meglio a salutarvi in fretta. Siete destinati a separarvi per sempre.”
Sul volto del vecchio e del nuovo comparve un’espressione desolata e una lacrima scese dai loro occhi. Il vecchio mestamente si voltò e all’improvviso comprese che aveva sulle spalle un peso insopportabile, segno che per lui stava arrivando la fine. Il giovane lo guardò e comprese come doveva sentirsi, lui al contrario era così leggero che avrebbe potuto volare. E forse per questo aveva paura di essere lasciato solo.
Fu proprio in quel momento che arrivò un bambino.
“Perché siete così tristi? – Chiese.
“Perché stiamo per separarci per sempre.” Disse il nuovo.
“E perché dovete separarvi per sempre?” continuò il bambino.
“E’ la legge del tempo”. Rispose il vecchio.
“E cos’è la legge del tempo?”. Fece eco il bambino.
“Sei troppo giovane per capire. La conoscerai anche tu, ma a tempo e luogo dovuti.” Concluse il vecchio.
“Va bene, non posso imparare la legge del tempo, ma se siete tristi un rimedio c’è. Io quando sono triste faccio un gioco. Dunque perché non giocate per rallegrarvi? Ecco, prendete queste – tirò fuori dalle tasche due maschere – indossatele e prendetevi per mano. Poi fate un girotondo e cantate. “
Il bambino mise al vecchio la maschera del nuovo e al nuovo la maschera del vecchio.
“Chi è il nuovo e chi è il vecchio? Se nessuno lo sa prendervi non potrà.” Canticchiò il bambino allontanandosi.
“Chi è il nuovo e chi è il vecchio? Se nessuno lo sa prenderci non potrà.” Cominciarono a cantare il vecchio e il nuovo girando in tondo. Presero a ridere, a saltellare e a canticchiare. Chi è il nuovo e chi è il vecchio? Se nessuno lo sa prenderci non potrà.

Forse che con le maschere l’attimo traditore di cui aveva parlato poco prima l’uomo canuto, non riconoscendoli, li avrebbe lasciati in vita entrambi? O forse avrebbero potuto davvero scambiarsi le destinazioni, così che il vecchio andasse verso il nuovo e il nuovo verso il vecchio? Ma se così fosse stato, il vecchio sarebbe stato in grado di percorrere il sentiero del nuovo, avrebbe avuto il suo stesso entusiasmo? E il nuovo, sarebbe stato giusto farlo soccombere e condannarlo prima ancora di esistere?
Ma nella danza che il bambino aveva indicato come rimedio, per il vecchio e il nuovo non c’era più posto per le domande. Ballavano, bevevano e si stordivano. Non si capiva più dove finisse la malinconia e iniziasse l’allegria, la felicità e l’infelicità, la gioia e l’amarezza. Chi fosse l’uno e chi fosse l’altro. Tutto si era mescolato.
Nessuno avrebbe potuto dire chi fosse il vecchio e chi fosse il nuovo.
E in quella baldoria che tanto faceva così bene a entrambi, tuttavia non si accorsero che sotto i colpi dei loro passi di danza, c’era qualcosa che stava soccombendo.
Il vecchio e il nuovo nella frenesia di sopravvivere entrambi senza cedere l’uno il passo all’altro, indossando i panni mascherati di Ieri e del Domani, stavano uccidendo Oggi.
Senza neanche essersi accorti della sua presenza.

 

(Buon Anno a tutti)

Annunci

Read Full Post »

farmgarten-mit-sonnenblum

Giardino di campagna con girasoli , G. Klimt

I suoi vent’anni erano trascorsi in quel giardino, ce li aveva scritti sui jeans rammendati che indossava tutti i giorni ormai da cinque anni. La tela aveva i segni delle macchie lasciate dalle piante, dai fiori, dalla torba e dai concimi, c’avevano disegnato sopra una mappa dei piaceri che avevano segnato il suo tempo. Fin da bambino Raul aveva giocato così tante volte  a impastare quella terra che ormai ne era parte e per niente al mondo se ne sarebbe allontanato.
Quando il sole cominciava a scendere e i colori e gli odori erano più intensi, Raul amava oziare in qualche angolo del piccolo paradiso che aveva creato con le sue mani, un po’ come Dio ma in scala ridotta. Le tante anime che abitavano quel luogo diventavano una sola con la sua. Lì si sentiva al sicuro più che da qualsiasi altra parte.
Gli piaceva star lì di giorno a lavorare e di notte ad aspettare la brezza leggera che arriva a muovere le foglie, nell’ora in cui la luce pallida della luna illuminava i suoi cactus. In quel  lembo del giardino c’erano le piante grasse, che di giorno sembravano sculture malformate, turgide e spinose, ma di notte svelavano tutto l’incanto dei loro  fiori,  le regine della notte, candidi come i raggi lunari. Certe notti restava sveglio solo per contemplare quei fiori.
Raul lì era cresciuto, aveva imparato tutto quello che c’era da imparare. Ci sono piante che di giorno aspettano pazienti le stelle per aprire i petali e regalare la loro fragranza, altre che invece amano la baldoria del sole e si ravvivano con la luce. Lui le aveva studiate, scelte e disposte nelle aiuole con una cura meticolosa.

Un pomeriggio di aprile Raul si era addormentato sotto il mandorlo. Il suo risveglio fu violento e di soprassalto. La voce di sua madre che lo chiamava gli diede un sussulto che lo riportò bruscamente alla realtà. Aprì gli occhi e a malapena riusciva a capacitarsi di dove fosse, come accade quando cadiamo in un sonno profondo, avvertiva un’assenza, ma era una sensazione buona. Allora si ricordò del sogno: di nuovo c’era quella donna che correva senza mai voltarsi.
“Quante sfumature ha l’attesa?” Si chiese ritrovando coscienza. Si mise a sedere, si guardò intorno e il tripudio delle fioriture primaverili gli sembrò la giusta risposta.
In casa quel giorno lo stavano aspettando sua madre e Don Leo, ma lui non aveva voglia di parlare con loro; sapeva già che Don Leo non era lì per caso. Avrebbe temporeggiato ancora un po’ prima di affrontarli. Doveva essere ben sveglio.
Era stata sua madre a invitare Don Leo. Don Leo era, come si dice, l’ultima spiaggia, visto che non c’era verso di convincerlo a partire.
“Al diavolo anche lui!”  Lui non ci sarebbe andato a studiare in America.
Quando risentì per la seconda volta la voce materna che insisteva a chiamarlo si decise ad alzarsi. Non aveva scuse, era impossibile non sentirla. Quella era una cosa che andava fatta e non c’era verso di nascondersi. Sperava soltanto che il tentativo di sua madre fosse anche l’ultimo. Magari dopo l’ennesimo fallimento si sarebbe messa il cuore in pace.
Li trovò in salotto composti e immobili come statue. La prima cosa che Raul notò furono le mani bianche del sacerdote appoggiate con eleganza sulle gambe. Aveva sempre diffidato di mani così candide. Cosa ne sanno della vita?
Andò a sedersi nella poltrona nel mezzo ai due, ben sapendo che sua madre lo stava guardando con disapprovazione, detestava che lui rimanesse con gli abiti sporchi da lavoro per casa in assenza di estranei, figuriamoci in presenza di Don Leo.
“Questi stracci – gli aveva detto la sera prima – è tutta colpa di questi stracci. Se ti vestissi come un cristiano diventeresti un cristiano come tutti”. La parola cristiano, per sua madre, aveva una doppia valenza.
Gli venne in mente che forse avrebbe dovuto scusarsi per averli fatti aspettare e presentarsi per giunta in quel modo, ma Don Leo comunque non gliene diede il tempo.
“Allora figliolo, stavo appunto parlando con tua madre, dice che non vuoi partire  – tagliò corto il sacerdote  – non pensi che ti si stia offrendo una grande opportunità?”
“Lo so Don Leo, ma è una scelta che spetta solo a me.” Rispose Raul altrettanto sbrigativo.
“Certo Raul, ma ricorda che tu sei il frutto di un  miracolo del signore. Tuo padre ripone in te grandi speranze.”
Quante volte ancora avrebbe dovuto sentire quella storia del miracolo? L’aveva forse chiesto lui?
“Ascolta figliolo – riprese Don Leo, questa volta con tono più suadente –  voglio farti una semplice domanda: puoi forse dire di essere stato felice qui negli ultimi anni?”
Raul chiuse gli occhi – lei sa cos’è la felicità Don Leo? Aprile è la stagione degli iris, delle fresie, dei glicini. Sta per cominciare la festa, lì c’è la felicità. Lei sa per caso se può esisterne un’altra? Aprì gli occhi. Il volto severo di Don Leo era ancora in attesa di una risposta.
“Credo di sì Don Leo”.  Sua madre allungò il collo e lo guardò di traverso, quasi a implorare di essere più rispettoso.
Finocchio. Frocio. Ricchione. Era vero, durante la sua adolescenza aveva collezionati tutti gli epiteti possibili. Gli adolescenti sono animali feroci che si muovono in branco e attaccano, diventano facilmente carnefici bisognosi di un martire. Lui ne era stato vittima prediletta molte volte.
Peccato  però che lui non fosse frocio, anche se era quello che pensavano tutti. Amare i fiori e le piante era considerata cosa da femmina e avevano finito per credere che doveva avere qualcosa di storto. Del resto meglio pensarlo frocio che pazzo. Lui era figlio del notaio Manetti, avrebbe potuto assumere dieci giardinieri, se proprio ci teneva ad avere il giardino più bello, che bisogno aveva di stare tutto il tempo a potare e innestare, a tagliare e piantare? Era per questo che volevano allontanarlo dal suo giardino. L’unico figlio del notaio Manetti, di discendenza nobile,  non avrebbe potuto fare il giardiniere.
“Credi di poter basare il tuo futuro su quel giardino? – la voce di Don Leo lo riportò alla realtà. Raul aveva percepito in quella voce una nota di irritazione – rifletti Raul, devi tutta la tua gratitudine a genitori che ti hanno accolto e allevato e per i quali sei diventato il loro bene più grande.”
Raul ripensò alla donna del sogno, aveva sempre l’impressione che avesse a che fare con  qualcosa che non riusciva a raggiungere; a quanto desiderasse  vederne il volto. Erano anni che si addormentava covando quella speranza.
Tutti sapevano che quelli non erano i suoi genitori. Sua madre, quella vera, l’aveva partorito in quel giardino, da sola. Una notte era arrivata da chissà dove e aveva schiuso le gambe senza neanche un gemito, nessuno aveva sentito niente. Proprio nel punto in cui era cresciuto il mandorlo, aveva fatto sgorgare la sua acqua e il suo sangue. Poi aveva abbandonato il suo fiore davanti all’uscio di quella ricca casa, inghiottita da chissà quale povertà o vergogna.
Era stato il più feroce del branco a rivelargli la verità quando aveva undici anni. Da allora aveva preso a fare quel sogno, quella donna correva senza voltarsi indietro e Raul si era messo in testa di aspettarla. Era cresciuto aspettandola e l’avrebbe aspettata perché, lui ne era certo, prima o poi si sarebbe fermata e finalmente avrebbe visto il suo volto. Era un pensiero che aveva preso forma nella sua testa molto tempo prima. Non aveva una fisionomia concreta, era piuttosto un’intuizione. Non l’aveva mai rivelato a nessuno.
Sua madre tossì. Un colpo di tosse lieve e discreto, un segnale per richiamare la sua attenzione. Disse anche qualcosa, ma Raul non ascoltava. Si alzò con lo sguardo fisso in un punto oltre la finestra aperta sul giardino. Lui non era in debito con la famiglia che lo aveva accolto, si era sempre comportato nel modo giusto, non aveva mai dato grattacapi, non era mai stato come i suoi coetanei.
Si fermò con le mani nelle tasche dei jeans. Alle sue spalle sua madre e Don Leo lo guardavano avvolti da un silenzio carico d’ansia. La sua immaginazione era stata sempre confusa, ma qualcosa in quel momento cambiò. Un cambiamento impercettibile, una scintilla, incomprensibile a chi non avesse avuto una sensibilità molto acuta, cosa che, di certo, né Don Leo né sua madre possedevano.
Non posso andare, avrebbe voluto dire.
So che non ha senso, avrebbe voluto dire.
Mi spiace, avrebbe voluto dire.
Invece non disse niente di tutto questo, come se avesse lasciato la voce in un luogo lontano.
“C’è un mandorlo in giardino che ha bisogno di me – disse senza voltarsi –  finché fiorirà io starò qui. E se la cosa non vi piace, allora dovrete scacciarmi con la forza.”
Le parole erano scivolate dalle sue labbra come su un tappeto di velluto. Si sentiva bene. Fissava le gemme del mandorlo gonfie d’aprile. Erano piene, vive, sul punto di aprirsi.

Pensò che di lì a poco ne avrebbe visto i fiori. E c’era un che di allegro in questo pensiero.

Read Full Post »

18 marzo 2011 184L’angelo libraio e le scarpe

Prologo

Tra noi c’è chi crede che esistono gli angeli. Non pensate subito a quelli che nell’immaginario comune sono biondi, con l’aria celestiale, le ali grandi, bianche e vaporose. Quelli appartengono alla tradizione religiosa che vuole gli angeli servi di Dio, pronti al nostro fianco in sua vece.

Quelli di cui ci occupiamo sono piuttosto presenze sotto forma di energia invisibile che aleggiano tra noi umani. Non sono dotati di poteri eccezionali, al massimo ci aiutano quando siamo in difficoltà.

Per chi non è dotato di fede o di una natura mistica, l’angelo è più vicino al significato della parola greca ànghelos che indicava “il messaggero”, qual era Hermes, ad esempio, il messaggero degli dei.

La protagonista di questa storia è tra coloro che hanno finito per credere che gli angeli di questo tipo esistono e possono nascondersi in una libreria.

* * *

Il nostro racconto inizia con un tentato suicidio, ma non spaventatevi, non è niente di tragico. Può succedere che una sera rientrate a casa dopo l’ennesima giornata pesante e siete stanchi perfino dei vostri stessi pensieri. Succede così che decidete di mandar giù qualche pillola  al solo scopo di dormire. Certo, ingoiandone più del dovuto, mettete in conto l’ipotesi plausibile che potreste non risvegliarvi, ma non solo scoprite che la prospettiva non vi spaventa, addirittura vi piace.
Così di secondo in secondo aumentate la dose delle pillole, per ogni pensiero una pillola e un sorso d’acqua. Le pillole del resto sono così piccole da sembrare innocue.
Poi però succede che qualcuno (o anche voi stessi che non è che volevate proprio morire) vi salvi. Vi portano al pronto soccorso, vi fanno una bella lavanda gastrica e tutto finisce lì. Ve ne tornate a casa con il vostro bel referto sul quale spiccano le parole “ingestione volontaria di n. tot pillole a scopo suicida”, che potrete sempre mettere in cornice come un primato accanto al diploma di laurea.

E tutto in effetti sarebbe finito lì, se non fosse stato che Adele, un paio di settimane dopo quella fatidica notte trascorsa al Pronto Soccorso, ricevette un libro direttamente dal suo libraio di fiducia dopo una catena di coincidenze.
Bisogna dire che Adele è una lettrice compulsiva, che non è una malattia, è solo che lei, nei libri, ci si infila dentro, perché – come si dice – una vita sola non basta.
Adele era solita comprare i suoi libri quasi sempre nello stesso negozio, ovvero una piccola ma ben organizzata bottega gestita da una simpatica coppia di giovani coniugi. Lei, Chiara, era una donna robusta e ben piantata, con l’espressione severa e non troppo cordiale, anche se, va detto, competente. Lui, Stefano, al contrario era magro e giovanile, sempre incline alla chiacchiera e inquieto come un folletto.
A entrare nella libreria di Stefano e Chiara – Adele ne era convinta – veniva da pensare che per legge i libri dovrebbero essere venduti in piccoli spazi come quello, allo scopo di favorire la positiva fenomenologia legata a oggetti complessi quali sono i libri. Intanto perché i lettori, nella stragrande maggioranza dei casi, non sono persone del tutto normali: essi vibrano di una luce misteriosa che si accende in quello spazio, un po’ come succede alle lucciole d’estate al buio del bosco.
I corpi dei lettori si spostano lenti tra i pochi scaffali, ma gli organi pulsano rapidi, gli arti afferrano, carezzano e ripongono, gli occhi si muovono da un punto all’altro alla ricerca di quella illuminazione che di solito si esplicita alla fatidica frase: prendo questo.
In queste piccole superfici, tra quegli scaffali, si aziona il meccanismo per cui questi esseri diventano meno umani e più simili ad alieni felici che finiscono per scambiare le proprie vibrazioni con altri alieni felici. Insomma in quel luogo si riconoscono più facilmente che altrove.
Il loro potenziale poi aumenta quando dall’altra parte del banco c’è uno pronto a saltare di qua da quel banco in qualità di altro alieno felice. Se lo impatti fai bingo.
Questo è quanto era successo a Adele da quando si era trasferita nel nuovo quartiere e aveva preso a frequentare la libreria di Stefano, il libraio felice alieno a due isolati da casa.
Ad ogni modo non era passato molto tempo dalla prima volta che Adele aveva messo piede in quella libreria, quando un giorno il marito arrivò a casa con un pacchetto che conteneva due libri. Glieli mandava Stefano, il libraio, che a suo marito aveva detto: porti questi a sua moglie, le piaceranno. In principio le era parso un po’ strano, ma poi aveva pensato che un libraio è sempre un commerciante, quindi tutto sommato Stefano aveva fatto il proprio interesse, avendo trovato dei buoni clienti.
Il primo libro era un romanzo italiano molto divertente, che Adele lesse volentieri e per primo. Rise parecchio su quelle pagine, e dio solo sa quanto avesse bisogno di ridere, della qual cosa fu grata a Stefano. L’altro era di uno sconosciuto autore francese, il cui titolo aveva a che fare con le scarpe ed i tetti.
Particolare da annotare nella nostra storia: Adele non aveva scelto quei libri, li aveva ricevuti da Stefano, il libraio, che con molta probabilità riteneva di aver intercettato i suoi gusti.
Adele aveva apprezzato molto quel gesto, ma in un certo senso ne fu anche turbata e proveremo a spiegare perché.
Un libro che parlava di una scarpa per Adele non era dettaglio di poco conto, visto che da un po’ di tempo le capitava di notare  scarpe abbandonate dappertutto. La prima volta era successo di notte: era in macchina, stava rientrando da una cena con i colleghi, quando per strada aveva cominciato a vedere scarpe spaiate, come se queste fossero volate via da un carico senza che nessuno se ne fosse accorto. Una cosa bizzarra. Ce n’erano tante, sparpagliate per i viali, tra le macchine che sfrecciavano.
Poi erano state singole paia: una volta un paio di pantofole da donna in mezzo a un’aiuola; un’altra delle scarpe da tennis sul ciglio di una strada provinciale lontana dal centro abitato. Un’altra volta ancora accanto a un cassonetto, che di per sé non è un posto strano per buttar via delle scarpe, se non fosse che erano un paio di scarpe nuove lasciate una accanto all’altra, di cuoio chiaro, da uomo, ben allacciate.
Adele aveva cominciato a chiedersi chi mai poteva lasciare scarpe in luoghi così strani, perché non sembravano essere lì per caso, perse o abbandonate, sembrava piuttosto che qualcuno le avesse adagiate proprio in quel punto perché fossero notate.
Gli episodi si erano ripetuti a tal punto che aveva finito per domandarsi se ci fosse un qualche significato, ma si era detta di no, che non c’era, era piuttosto una coincidenza dovuta al suo acuto spirito di osservazione.
Ma ora. Quel libro. Parlava di scarpe.
Il libraio comunque ebbe ragione, Adele divorò quel libro in due giorni, affascinata da un intrigante  meccanismo narrativo. In realtà non era un romanzo, ma una serie di racconti di vite di persone che vivevano tutte nello stesso condominio, tutte raccontate a partire dal pretesto di una scarpa abbandonata sul tetto.
Di chi era quella scarpa? Perché era finita lì? Ogni abitante del palazzo fa la sua ipotesi e di racconto in racconto si definisce un mosaico fatto di tante vite diverse.
Fino all’ultimo racconto. Quello. Che svela il mistero.
Fu quello a tramortire Adele. Lo lesse e lo rilesse più e più volte. Il decimo capitolo. L’Epilogo: il volo dell’angelo. La verità su questa storia.
Era una sorta di lettera testamento in cui lo scrivente afferma di non avere particolari ragioni per morire, ma morire è ciò che desidera. Lui, che è colui dal quale tutti hanno distolto il volto.
La scarpa dunque era sua.
La storia va che lui sale sul tetto. Si vuol buttare di sotto. Ma a un certo punto si ferma.
Forse avrei dovuto lasciare un biglietto, ma no, per dire cosa? Rovinerebbe tutto. Sono qui per un’altra ragione. Sono qui per piangere sul mondo. Voglio bagnare il mondo della mia compassione e dare a tutti un po’ della mia tenerezza. Voglio sacrificarmi per loro. Ne hanno bisogno.
In un certo senso il destino che mi è stato riservato è eccezionale. Mi sono fatto carico di tutta la solitudine del mondo.  Non sono i peccati del mondo di cui mi faccio carico – se n’è già occupato qualcun altro, pare. Ma allora la domanda che mi pongo è quale buona novella posso portargli in cambio?
In effetti ho assistito quasi impotente allo spopolamento completo del mio universo personale….  avete idea di cosa significhi vedere la propria solitudine che cresce ogni giorno di più con un’erosione continua e irreversibile?
È adesso, mi sono detto salendo sul tetto, adesso che si gioca ogni cosa. È adesso che  devo trascinarmi nell’abisso tutto il peso della vostra solitudine.  Io ho il volto di questa generazione. Ci ho messo un po’ prima di salire sul tetto. Sono stato per giorni a guardare dalla finestra. Vi ho visti tutti: bambini, vecchie signore solitarie, ragazze disperate, pazzi, amanti perduti, monomaniaci, amici traditi, artisti ridicoli. Potevate essere miei amici. Ho pianto su di voi più che su me stesso. Ci ho messo un po’, prima di salire sul tetto, ho atteso di avere tutta la solitudine sulle mie spalle, ma ecco, ora ci sono, ho detto ad alta voce. Ora ci sono.
Ma all’ultimo momento mi è venuto un dubbio: e se il sacrificio passasse inosservato? Non tengo alla pubblicità del mio martirio, piuttosto una questione di efficacia. Se poi il dolore tornasse? Mi sono detto che ci voleva un segno. (..)
L’idea mi è venuta perché già da un po’ stavo fissando i miei piedi sull’orlo del baratro: ho cominciato a vedere le mie scarpe da una prospettiva metafisica. Mi sono chiesto: cosa desideri davvero? Che grazie a te si liberino della loro solitudine, che se ne distraggano? (…)
Basta offrire un oggetto su cui scaricare l’infelicità e il ridicolo del mondo. E per quanto riguarda il ridicolo, una scarpa può andare benissimo.
Mi sono slacciato la scarpa e l’ho lasciata sull’orlo della grondaia, perché restasse una traccia, perché tutti sapessero, perché svegliandosi al mattino e trovandola lì potessero inventarsi tutte le storie che volevano per distrarsi dalla loro solitudine, per convincersi, grazie alle storie che avrebbero inventato, di non essere così soli, così che almeno in quelle storie, potessero parlarne.” (1)
La scarpa dunque era perfetta.
Così lui, il suicida, se la toglie e la lascia lì, perché tutti la vedano.
Poi però, si legge, non è che davvero avesse tutta questa voglia di ammazzarsi. Quando è sul punto di cambiare idea, per una bizzarra  coincidenza, qualcuno apre una finestra e sbraita a gran voce che la si faccia finita con quello scalpiccio sul tetto mentre la gente dorme. Così quella voce lo fa sobbalzare. Scivolare. Andare giù. Nel vuoto.

Che morte stupida. – Pensò Adele richiudendo il libro.

E le cose potrebbero finire così, nel  libro come nella nostra storia, se non fosse per una piccola nota dell’autore a piè di pagina di appena tre righe, scritte con un carattere più piccolo.
Per quanto possa essere deludente, se davvero questa spiegazione è quella vera, vorrei solo sollevare una domanda: ma allora com’è possibile che nessuno abbia ritrovato il corpo?” (1)
A volte gli scrittori sono un po’ sadici, si divertono alle nostre spalle. Tu pensi di aver capito tutto e invece una piroetta dispettosa dell’autore riaccende il dubbio. Non vale. Non è giusto.
Adele se ne stava con il libro tra le mani e non dormiva. Pensava che certi finali aperti giocano sporco. Cosa intendeva l’autore con quella nota sibillina che riaccendeva il mistero?
A lasciare la scarpa sul tetto, era stato l’angelo al quale aveva accennato nel titolo? O era piuttosto che i suicidi diventano angeli? Non era chiaro per niente. Quella maledetta nota aveva scompigliato le tessere che erano tornate al loro posto.
Adele pensava alle scarpe, poi pensava al romanzo, poi tornava a Stefano, il libraio, che tra tanti libri aveva scelto proprio quello. Proprio non riusciva a dormire quella notte.
Finché, pensa e ripensa, si accende la lampadina dell’intuizione:  Stefano…. Sì Stefano, sapeva! Lui lo sapeva! Ma certo! Era quello, Adele ne fu certa. Lui sapeva.

Cosa? Vi starete chiedendo.
Che il suicida del romanzo che lascia la scarpa sul tetto è un angelo?
O che Adele che ha tentato il suicidio e vede scarpe ovunque sia un angelo?
Oppure che le scarpe abbandonate sono segni lasciati da angeli?
O Stefano? Il libraio? Che sia lui l’angelo di questa storia?

Lui è quello che vede le scarpe di tutti. Quindi “è” un angelo. –
Doveva essere questo il senso di tutto. Si disse Adele spegnendo la luce. E quella notte finalmente dormì.

Epilogo
Quanto sopra riportato è quello che Adele ha dedotto. Lei, non io che vi ho raccontato questa storia. Io non ho una risposta. Non avrei un finale. Io sono solo un messaggero.
E a dirla tutta, cari lettori, un messaggero ammaccato per giunta, perché non è più come un tempo. Hermes, al giorno d’oggi, fatica a guadagnarsi il pane.

Nda: (1) l’estratto riportato è tratto da La scarpa sul tetto, V. Delecroix

Read Full Post »

Due Minuti di Lucidità

1. Contagio.
Io credo che tutti i libri siano inutili ed il più grande pregio che possiedono consista proprio nel contagiare il lettore con questa “inutilità”. Vuoi leggere? Devi tenere ferme le mani. In termini molto banali e concreti: non puoi costruire un ponte mentre leggi, non puoi pulire casa mentre leggi, non puoi fare l’amore mentre leggi. Soprattutto, mentre leggi non puoi scrivere. La lettura inchioda gli occhi e le dita. Quando apri un libro, la tua affannosa e perenne tendenza a “fare” viene messa in un angolo, si trova sotto scacco, svilita e definitivamente mortificata. Ecco perché molte persone leggono solo d’estate, in ferie, sotto l’ombrellone. Oppure, poco prima di andare a dormire o mentre sono sul treno. Insomma, molte persone leggono quando non hanno nulla da fare, collegando il gesto – ed il gusto – della lettura ad un momento di inattività. Sapete perché il libro…

View original post 464 altre parole

Read Full Post »

DEDICATO

10923585_799953943406790_3619564572368780148_nQuando l’ho incontrata la prima volta mi ha colpito il sorriso. Era un sorriso che faceva capolino come le primule in primavera, timido, quasi su quel volto avesse timore di disturbare.
Poi gli occhi, neri e profondi, se sololi guardavi ti perdevi nella loro storia, si vedeva era lunga nonostante la giovane età. A volte vedevo il buio, altre volte la luce, ma soprattutto, vedevo la voglia, sì, la voglia. Una gran voglia di ridere, di vivere, di saltare la linea di confine tra la sua vita e se stessa, contro cui aveva lottato.
Inutile dire, per me è stata subito sfida, sfida a quell’ombra, o quel confine di buio oltre il quale si spalancava una vitalità intelligente, una responsabilità adulta, un’ironia che i giovani oggi non conoscono.
Lei raccontava tutto ridendo, anche delle tragedie e dei ricordi e della guerra, lei lo faceva ridendo, quasi il miracolo accaduto le dicesse “ormai è il passato, ora è diverso, ora si guarda al futuro”.
C’era buon gusto nel suo modo di accostare i colori, un gusto innato, impertinente e perfetto.
C’era una gran donna in quella ragazzina. La sua storia meriterebbe di essere raccontata, e forse un giorno, col suo permesso, lo farò.
Mi ha onorato nel tempo del suo ricordo costante, delle sue foto dei figli appena nati ad esempio, mi ha regalato un senso di felicità di cui le sono grata.
Quando ho visto questa, insieme ad altre foto come questa, sono rimasta attonita, persa a guardarla, è un’immagine talmente bella che ne farei un manifesto con su scritto “il mondo è un circo idiota, per fortuna ci siamo noi”.
A questa donna voglio un bene grande, vorrei che fosse un esempio, ma forse è a suo modo inimitabile.
Il suo lieto fine lo deve a se stessa e alla sua grande energia.

 

A Yursalem

Read Full Post »

topicIl tuo cane di solito è rinchiuso in casa o nella cuccia, spesso si sente piangere, perché sta da solo la maggior parte del tempo. Poi però una bella mattina quel cane conosce la libertà, può uscire e correre. Ma non è una vera libertà, è quella che tu gli concedi in cambio della sua fedeltà al compito che gli hai assegnato e per il quale lo hai addestrato. Dovrà dimostrare di essere riconoscente portandoti in pegno la tua preda.

cane caccia

Ti vedo uscire al mattino presto quando tutto intorno ancora è immobile, con il tuo cane e il tuo fucile in spalle. E mi sembri un coglione con quell’abbigliamento da negozio sportivo apposito. Perché mai devi vestirti in questo modo ridicolo? Non stai mica andando in trincea a fare la guerra. Cos’è, se il nemico ti riconosce, ti avvista,  è armato e può forse colpirti?

Molti tuoi compari sostengono sia una sport, uno svago contro il logorio della vita moderna.  Ma se è così allora alzati presto, fai sport pulendo la casa e la cucina, fa’ il caffè a tua moglie, portarglielo a letto, sveglia i tuoi figli, andate a fare una bella passeggiata all’aria aperta. Al limite andate alla messa.

Ma no. A te piacciono le cose che si fanno tra uomini , ti piace stare con gli altri uomini cacciatori come te. Ritrovarvi nella piazzola tutti insieme, bardati di cartucce nei gilet e con gli stivaloni…  viene da chiedersi: ma non potevate drogarvi come tutti quegli altri?

Certo, l’uomo è cacciatore, è una questione di natura, di istinto.

Sicuro, ma il fatto è che quando siamo apparsi sulla terra lo siamo stati per necessità. Invece tu, pensaci un attimo, vai a caccia con la macchina, il gps, il cellulare, il tablet. Tu fai la spesa al supermercato e hai l’abbonamento satellitare a sky per il calcio la domenica.

Non ti dice niente?

Evoluzione-umanaTe lo spiego meglio: nel frattempo quello di Neanderthal è arrivato sulla luna, ha inventato la lavatrice, le mutande, la bomba atomica, la sega a tazza, le macchine digitali e gli aeroplani.

E se ancora non ti è chiaro aggiungo: una parte considerevole di quelli di Neanderthal  (diciamo una parte, perché mi sa che tu sei rimasto in quella rimanente) ha sviluppato una parte del cranio a svantaggio della mandibola (che è il motivo per cui tu vai a caccia, la sede vera della tua ginnastica)

In quella parte c’è una sostanza molliccia a te ignota che si chiama cervello e con quello abbiamo fatto un sacco di cose, non tutte belle per carità.

È vero che c’abbiamo inventato pure le armi che non è stata un’idea geniale, ma è anche vero che tu – vigliacco tra i vigliacchi – quelle armi le usi contro chi armi non ha. Non sei quello con l’uccello al vento che rischia d’essere attaccato da un animale feroce ed è questione di te o lui.

caccia mufloneTu sei quello con le mutande che pensi di aver dominato la natura, salvo poi lamentarti del troppo sole del troppo freddo della troppa pioggia delle troppe inondazioni delle troppe macerie.

Tu credi d’averla vinta la natura con la sacca piena di cardellini e lo spiedo pronto, o il daino da fare a pezzi o il fagiano impalato. Torni a casa con il petto gonfio come un tacchino (e in questo caso meno male che hai i vestiti mimetici!) caccia1capriolo-caccia-2

 

 

Sta’ attento piuttosto: pare che sia uno sport rischioso, solo quest’anno sono già morti 23 cacciatori come te, la maggior parte sparati dal compagno per colpo partito accidentalmente.

Se, invece, ancora pensi che  il rischio è il tuo mestiere, allora – perdona – non ti auguro buona fortuna.

( e comunque potresti sempre piantarti davanti alla tv con tutta la serie di dvd  di James Bond).

 

Oppure, quanto meno ricordarti che

89749_425039_caccia15_5_7855961_medium“Tu devi contare su un colpo solo, hai soltanto un colpo, il cervo non ha il fucile, deve essere preso con un colpo solo. Altrimenti non è leale”. Michael Vronsky (Robert De Niro), in Il cacciatore, 1978

 

 

O come dice più saggiamente il proverbio:

Chi va dietro a lische o penne perde più di quel che prende.

Read Full Post »

Ho trovato quest’articolo sull’importanza e il fascino di scrivere a mano, cosa che non solo amo fare, ma proprio non riuscirei  a fare diversamente.

 

http://www.scripta-volant.org/blog/leternita-della-scrittura-mano/

Read Full Post »

« Newer Posts - Older Posts »