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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Chi Cammina

Camminatori e camminanti

 di Alessandro Banda

Ci sono molti libri che parlano di chi cammina. Ma generalmente le rappresentazioni che tali libri danno del camminatore sono ingannevoli. O speciose.

Il camminatore vi è descritto in luoghi insoliti.

Egli procede, in quelle pagine, solitario per le sabbie dei deserti. Oppure attraversa abbaglianti distese di ghiaccio o si addentra nel cuore intricato di foreste vergini; a volte costeggia, dall’alto di precipizi vertiginosi, mari aperti, incontaminati, che scintillano nella luce dilagante.

Fotografie incantevoli accompagnano i testi e forniscono la prova che il camminatore è stato là, proprio là, a posare i suoi passi in quei posti meravigliosi o inconsueti.

A ben guardare, tutta questa letteratura illustrata sul camminare, certamente non priva di fascino, tratta però il camminatore come se questi fosse un’automobile.

Ossia: lo rappresenta allo stesso modo che la pubblicità rappresenta le automobili: perennemente isolate in mezzo a una natura selvaggia.

 

Ph Steve McCurry.

Ma nessuna automobile, se non in rarissime circostanze, si trova effettivamente in situazioni simili.

Le auto non sfrecciano contro fondali di cieli blu e marine turchesi. Anzi, non sfrecciano proprio. Sono assai più spesso ferme, immobili nel pieno degli ingorghi a far gemere e sospirare i motori imballati. Altrimenti procedono mestamente, a velocità ridotta, più lente di carrozze a cavalli, per anonime periferie cittadine, per centri storici decadenti; oppure languiscono le suddette auto, chiuse giorni e giorni in parcheggi mortificanti, ammassate le une accanto alle altre come tanti insetti morti.

Io non ho intenzione di occuparmi di camminate e camminatori in luoghi paradisiaci. No, per niente.

A rigore non mi occuperò nemmeno di camminatori. È del camminante che parlerò.

E chi è mai il camminante?

So bene che i “Camminanti” o “Caminanti” sono un gruppo nomade siciliano, piccoli venditori ambulanti della provincia di Siracusa.

Ma io intendo il camminante come uno che cammina in situazioni reali. Consuete. Quotidiane. Cittadine.

Machiavelli avrebbe detto che il camminante è il camminatore effettuale, cioè colui il quale cammina come camminano tutti effettivamente, in situazioni date, concrete e non immaginarie. Che cammina davvero come camminano tutti quelli che camminano davvero, che non sono molti.

Il camminante è un superstite. Il camminante si aggira sempre per le stesse strade della sua città o del suo quartiere. Perché questa è la realtà che gli è toccata in sorte. Gli piacerebbe scrivere, al camminante, che è andato da Porto Deseado a San Juliàn o da Porvenir a Punta Arenas. E invece deve dire che va da via Grabmayr a via Petrarca o da via Roma a via Cavour. Vorrebbe praticare il nordic-walking o il fit-walking o, anche, il pole-walking, se non il trekking e l’hiking o un altro degli esercizi dai bei nomi tanto amati dagli innumerevoli esterofili nostrani. E invece usa solo le gambe, al massimo con l’ausilio di un paio di scarpe belle comode.

La sua città è Merano. Non la può cambiare. Come Kavafis potrebbe ripetere: sciupando la tua vita in quest’angolo discreto l’hai sciupata su tutta la terra. Come Pessoa (o il suo alter ego Bernardo Soares) potrebbe bisbigliare: penso che non uscirò mai da questa Rua dos Douradores.

Benché Merano non sia né Alessandria d’Egitto né la Baixa di Lisbona, egli, il camminante, vi si aggira come uno sfinito zingaro, chiuso nel giro d’un moto ossessivo e pendolare.

 

Articolo da DoppioZero

http://www.doppiozero.com/materiali/camminatori-e-camminanti

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(Parole e pensieri)

“Leonida, amore, puoi spegnere la luce?”

“Aiuto! Quando mi chiami Leonida sei arrabbiata…”

“Ma è tardi Leo, non riesco a dormire con quella luce accesa” (Ma come ho fatto a sposare uno che si chiama Leonida?)

“Sia dia il caso che anch’io, mia cara, non riesco a dormire e ho bisogno di leggere” (Ma come ho fatto a sposare una che legge solo Vanity Fair?)

“Cacchio Leo, ma è l’una e mezza! Domani devo alzarmi prestissimo. Ho bisogno di dormire io!”

“Cucciola, è una lucina, che fastidio ti dà? Ho comprato questa piccola a pinza apposta. Non sei mica la sola ad alzarti presto. Non sarà piuttosto che anche tu non riesci a dormire?” (Mi schiaffo un sogno erotico a notte per colpa tua, mica lo sapevo prima di sposarti che nell’altra vita o eri un bradipo o eri un ghiro!)

“Beh, senza questa luce forse dormirei” (Ma gliel’ha detto qualcuno che a letto si possono fare altre cose? Accidenti a quei maledetti libri, qui non si batte chiodo!)

“È un bellissimo libro quello che sto leggendo…. “ (Figuriamoci! Capisce un torsolo lei!)

“Non ci provare Leo, ho il cervello nella nebbia, non ti ascolto”  (Figuriamoci se all’una e mezza di notte ho voglia di ascoltare lui e le sue cazzate)

“Rilassati allora, pensa a qualcosa di bello, vedrai che ti addormenti” (Di sicuro penserà al lavoro del tappezziere per la poltrona di sua nonna)

“Ho capito… stanotte non si dorme”  (Un amante, bisogna mi faccia un amante, allora sì che avrei qualche bel pensiero!)

“Sai cosa cucciola? Mi sa che prendo una coperta e me ne vado a dormire sul divano, così puoi dormire tranquilla”. (Ecchecavolo c’è un limite alla pazienza, oltretutto russa pure!)

“Oh sì, amore! Così tu potrai leggere quanto vuoi e io finalmente potrò dormire” (Che meraviglia, una notte senza essere svegliata dai suoi calci negli stinchi)

“Buonanotte cucciola, a domani, dormi bene!” (Facnculo, pure sul divano mi tocca dormire?)

“Buonanotte amore, anche tu!” (Fanculo, restaci su quel maledetto divano, come se non ci stesse abbastanza!)

 

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Scuola e quotidiani combattimenti

Oggi oscillazioni umorali dal basso al bassissimo all’alto, andata e ritorno. Ci sono giornate lunghe e faticose costellate dalle solite frustrazioni e straordinari incitamenti.
Durante la lezione in terza ho chiesto ai ragazzi di fare una relazione sulla visita in un’azienda del luogo svolta il giorno prima. Alla fine del lavoro le abbiamo corrette insieme.
Il dato che mi ha colpito e fatto riflettere è il seguente: i toni entusiastici con i quali hanno descritto questa attività, a cominciare dalla disponibilità dei due colleghi che li hanno condotti sul posto con le loro auto, alla disponibilità dimostrata dai titolari e dai dipendenti dell’azienda che hanno mostrato loro macchinari in funzionamento e slides illustrative dei procedimenti, al brodo di giuggiole per il piccolo buffet di dolci, salati e succhi di frutta che hanno offerto loro alla fine della visita, senza tralasciare l’omaggio di una borsa con dentro penne e block-notes che si sono prodigati anche a mostrarmi.
Dalle loro parole e dai loro sguardi ho capito soprattutto che è stata la considerazione che li ha resi attenti, partecipi e contenti di aver fatto questa esperienza.
La considerazione è in effetti spesso la chiave del successo nella relazione tra docente e allievo. I ragazzi sono abilissimi a distinguere i docenti ai quali di loro in fondo importa relativamente da quelli che hanno a cuore il loro personale destino. E’ inutile girarci intorno, questo mestiere senza empatia non si può fare, è inutile bluffare, quella è una qualità che non si inventa o c’è o non c’è. E quando non c’è fa danni tangibili.
Considerazione ed empatia appunto.
Nell’intervallo incontro la collega incaricata di funzione strumentale (non finirò mai di stupirmi per queste qualifiche da macchietta) la quale mi dice che ha avuto l’incontro con la dirigente per l’organizzazione di un incontro tra le quinte e uno scrittore. Un libro importante, un autore prestigioso, un’occasione notevole e soprattutto gratuita.
Problemi: la pratica deve seguire l’iter, va fatto un progetto da presentare all’attenzione del dirigente.
Obiezione: abbiamo tempi brevi.
Risposta: non so che dire, l’iter è lungo e il dubbio è: i docenti leggeranno il libro per guidare gli allievi?
Che faccio, rido? Rido o piango?
Mi sale una rabbia infinita. E improperi a iosa. Sono forse i ragazzi la parte offesa? Sì, in primis, ma anche noi, noi docenti. Costretti e misurarci con cotanti inutili pericolosi frustranti meccanismi di un nuovo potere.
Nessuna capacità di giudizio, pur nella buona volontà e nella gratuità dell’azione, è riconosciuta ad insegnanti che vogliano rendere la scuola un luogo di promozione culturale e di crescita. Considerazione appunto. Vien voglia di mandare tutto a quel paese. E se vi capita di incontrare un insegnante che ha questo atteggiamento, sappiate che ne ha ben donde.

Poi alla quinta ora l’episodio spiacevole: i carabinieri a scuola. Anche a Borgo, in Toscana, i carabinieri a scuola li ho visti varie volte e sempre per lo stesso motivo: droga o furti. In questo caso si trattava di un furto ai danni di uno studente lavoratore di un’altra classe, una cifra considerevole, la sua paga a nero di un mese.
Spiacevole è stato vedere i ragazzi infilarsi in un’aula vuota per essere perquisiti, spiacevole è sentirsi impotenti.
Tutto stride in questo luogo sempre più fottuto.
Esci da scuola delusa.
Così sono certi giorni.
Sembra di combattere contro i mulini  a vento.
Un fallimento.
Con rima.

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Camminando a parole...

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LETTERA A MIA MADRE

Cara mamma,
per me le parole non sono mai state facili: sono chiusa, un’ostrica con le valve serrate. La gente  pensa io sia egoista, viziata, come lo sono tutte le figlie uniche. È stata dura vivere con questa me stessa. Tu sai però che non sono così, o almeno non più da quando c’è Maria Sole. Mentre scrivo lei è lì, placida, beata nella sua culla, sta facendo un sonnellino. Spero anche un sogno meraviglioso. Ne approfitto per scrivere una lettera che non ti darò mai. O forse sì. Chissà. Mentre guardavo mia figlia, quella parte di me che altro non desidera che svestirsi dai luoghi comuni dei giudizi altrui vorrebbe gridare. E ho deciso di scrivere quello che vorrei gridare. In fondo è una sola parola: GRAZIE.
Grazie perché so quello che non voglio per Maria Sole.
Grazie perché so che sarò una buona madre.
Grazie…

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8 gennaio

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Sedia aula

 

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Sedia sala insegnanti

Ieri sera leggevo la recensione di un libro appena uscito scritto da un’insegnante fresca di pensione la quale, come atto d’amore per la sua professione, ha raccolto e pubblicato lettere e biglietti dei suoi allievi raccolti nel corso della sua carriera.

Qualche anno fa avevo avuto la stessa idea, ma poi – per quanto l’intento fosse di parlare di quanto sia cambiata la professione dell’insegnante – ci sono state delle motivazioni che mi hanno fatto desistere, tra queste il rischio oggettivo di lasciarsi andare a una sorta di narcisismo auto glorificante.

La bellezza di gesti che attestano la  stima e l’affetto è la più alta ricompensa al nostro quotidiano impegno, per il resto molto facilmente disprezzato, e dall’esterno non è facilmente valutabile (anche se è ormai prossima l’era della valutazione, ma soltanto per quanto “produrremo”,  non certo per come e per quanto “incideremo” sulla preparazione)

Mi viene in mente che qualche anno insegnavo in una quinta con la quale eravamo stati insieme per cinque anni, dunque un gruppo di ragazzi e ragazze che avevo visto crescere.
Il mese di maggio dell’ultimo anno (quindi sul finire dell’anno scolastico e in prossimità degli esami di maturità) io – ebbene sì – li ho abbandonati. È stata un’uscita di scena molto teatrale: nessuno sapeva che sarei partita, me ne sono andata per tre mesi in America. A dire il vero quando sono partita non ero affatto convinta sarei anche tornata.
Alla mia classe lasciai un biglietto in bianco, dicendo soltanto che il giorno dopo avrebbero capito perché. Quel foglio era bianco perché ciascuno ci scrivesse un desiderio per il futuro, quello sarebbe stato il mio augurio: che ciascuno scegliesse il proprio, sempre, e non lasciassero scegliere altri per sé stessi. Mai.
Non ho avuto rimorsi, sapevo che erano ragazzi in gamba, ormai perfettamente in grado di cavarsela, e così è stato. Molti di loro hanno superato l’esame con risultati brillanti. La cosa più buffa è stata che tra tutti coloro che sono rimasti senza fiato per quella mia partenza segreta e improvvisa – amici, parenti, conoscenti –  quelli che hanno dimostrato di “capire” sono stati proprio loro, i miei ragazzi, che mai, neanche un attimo ce l’hanno avuta con me. Anzi, ne è nata una corrispondenza fitta e costante, perfino qualche telefonata intercontinentale. È stato soprattutto in quel periodo che ho accumulato messaggi che da soli mi bastano a mandare a fanculo qualsiasi funzionario ministeriale, sottosegretario e ministro di passaggio,  che invece si inventano come farti passare la voglia di insegnare.
Se mi fermo a pensare, mi viene in mente che quasi tutti i libri che raccontano la scuola la raccontano dal punto di vista degli insegnanti, mai dei ragazzi. Io invece è l’unica energia che riconosco in questo mondo scolastico di contraddizioni e delusioni, la ricevo quotidianamente. La incontro. L’etimologia di incontro rimanda a un’idea di andare addosso, contro. È solo così che si fa il botto, quando le energie si scontrano,  altrimenti è aria fritta, acqua calda che scivola, pane insipido.

Va beh… ammetto, mi sono fatta trascinare e mi sono persa. Ecco il rischio di autocompiacimento di cui parlavo prima.
In effetti in questa pagina del diario oggi volevo parlare di tutt’altra cosa.
Volevo parlare di sedie. Sì di sedie. Nel senso che avendo abbandonato l’idea della raccolta delle missive (peraltro a quanto sembra c’ha già pensato qualcun altro) mi sono andata convincendo che è di sedie che devo parlare. Potessi mi piacerebbe fare un viaggio da nord a sud e raccontare la scuola raccogliendo fotografie di sedie. Non posso permettermelo, ma chissà, se qualche insegnante che mi legge volesse essere così cortese da farmi avere foto di sedie della propria scuola, io gliene sarei grata.
A ben pensarci, infatti, mentre sta cadendo l’ondata di osanna della scuola digitale e si cominciano a leggere i pareri contrari, mentre si parla di tablet e non più di libri, mentre ci sono lim diffuse e antiche lastre di ardesia che persistono…. In giro ci sono sedie come queste che vedete e che non sono affatto un’eccezione.
Quelle di pelle sintetica  nera stanno in sala insegnanti. Per quante sale insegnanti abbia visto in questi anni, di solito è quello il luogo  dove spesso finiscono gli oggetti un attimo prima della discarica.
Le sedie sono perfette, anche perché, ora che ci penso …..  ma non voglio dirlo – da dove (ci) prendono le sedie?
Ditelo voi.

Nota bene: l’idea delle sedie è mia, quindi se mai doveste leggere in futuro qualcosa che racconti la scuola in ottanta sedie, sarete testimoni che l’idea è stata partorita qui  🙂

 

 

 

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20150105_37968.jpgSu facebook è impossibile dimenticare una scadenza, è come un esattore. Così sono molti i post che ricordano che un anno fa è morto Pino Daniele. Già un anno? Ti chiedi. Sì. Il tempo corre molto più velocemente di te, che non ce la fai a stare al passo.
Mentre scrivo non c’è una canzone di Pino a tenermi compagnia, ma il vento. Un vento che si insinua nei buchi, negli spiragli, che si abbatte sugli alberi e sulla casa. E per una che molto tempo fa sul vento c’ha imbastito un romanzo potrebbe sembrare una iattura. Invece è una bella sensazione lasciarmi accompagnare da una danza impetuosa che là fuori sta sovvertendo qualsiasi ordine naturale.
Quel romanzo era la storia di un nome palindromo, Anna. Quando è stato pubblicato non ho potuto pensare ad altro che ad Anna verrà, di Pino Daniele (non a caso dedicata ad Anna Magnani) e l’ho voluta nella pagina iniziale. Un piccolo, umile tributo.

Oggi è stata anche la giornata dei post dedicati alle analisi del successo strepitoso di Checco Zalone al cinema, a cominciare dal post del Ministro della Cultura Franceschini che dice fa bene al cinema. Non è che potesse essere diversamente visto che era praticamente programmato in un terzo (o più, non sono brava con i numeri) delle sale del regno. Comunque non ce l’ho con Checco Zalone. Se mai con quelli che appena l’Italia ride dicono sia di destra e se ne appropriano. Oppure quelli che dicono evviva la gente esce di casa e va al cinema, è merito della sinistra. Puah! Direbbe Paperoga appena un poco sveglio. Puah! Dico pure io. Sos alla nazione, fatte na’ pizza co’ a pummarola in coppa. Direbbe Pino.

Un anno fa, quando Pino Daniele è morto, ho pianto. Come se fosse morto un fratello, o un amico, qualcuno che senti ti era vicino insomma. Prima di lui mi era successo soltanto con Troisi e Marcello Mastroianni. Quando senti che una parte di te se ne va e non sarà più come prima.
A Pino – come lo chiama un mio amico che l’ha conosciuto bene – mi legano ricordi lontani: il primo è la “mia” notte prima degli esami, il secondo nella mia testa è una foto in technicolor nella quale su un lungomare è immortalata una cinquecento con un altoparlante e l’ultimo ha un inconfondibile odore di mortadella.
L’altoparlante va per le strade pubblicizzando un concerto di Pino Daniele al campo sportivo. Io stavo in quella macchina, insieme ad altri. Puzzavamo di vita, di sole, di mare, d’estate.
Il giorno del concerto, al mattino, casa mia – complice l’assenza dei miei genitori – si trasformò in una sorta di paninoteca (che allora non esistevano) sacchi di panini e chili di mortadella e altre amenità per farcirli. L’odore mi è rimasto addosso per settimane. La sera avremmo venduto quei panini al concerto.  Il ricavato serviva al circolo. Si faceva politica anche così allora.
La notte prima degli esami fu l’anno seguente, l’anno della mia maturità, quando quel concerto fu replicato, ma a me non fu permesso di andarci perché il giorno dopo avevo la prova orale. Era il 23 luglio. Del mio esame ricordo poco, ma ricordo bene che accusai il colpo per aver perso quel concerto.

Pino Daniele l’ho rivisto a Firenze, al Palasport: era una kermesse alla quale partecipavano alcuni tra i migliori chitarristi del mondo. L’unico italiano era lui.L’unico autodidatta, probabilmente, com’era Pino Daniele. Il grande talento è una brutta bestia, non si vende e non si compra. Si possiede come un demone, nel sangue, non si scappa.

Alla fine del concerto nel campo sportivo della mia gioventù Pino Daniele mangiò praticamente da solo un vassoio di arancini, mentre qualcuno raccontava che Toni Esposito quel pomeriggio aveva suonato con i veli delle cipolle. Toni sorrideva e Pino mangiava.

Da allora è passato molto tempo e molta strada. Quel ragazzone napoletano un po’ buzzurro è esploso nel mondo e noi tutti gli abbiamo voluto sempre un gran bene, come se ne vuole a una persona, non a un cantante che ascolti di tanto in tanto. Abbiamo ascoltato la sua musica e le sue canzoni, abbiamo consumato musicassette ed LP. L’abbiamo sentito spaziare nei generi musicali e infine l’abbiamo visto ammalarsi.

Non sono in grado di sapere se tra venti o trenta o quaranta anni qualcuno si ricorderà di aver riso a crepapelle con Checco Zalone in una stagione della sua vita.
So che sono qui ad ascoltare il vento e a pensare che nemmeno questo vento può rovesciare un vuoto e trasformarlo in qualcosa di diverso.

A me me piace ‘o blues, e tutt’e juorne aggia a cantà pecchè so stato zitto e mo è ‘o mumento ‘e me sfuga’. Sono volgare e so che nella vita suonerò pe chi tene ‘e complessi e nun’ ‘e vò…
Pecchè so’ blues e nun voglio cagnà’

A Pino, alla sua fame di arancini e a noi che l’abbiamo visto mangiare.

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Il-vecchio-e-il-nuovo

Il Vecchio e il Nuovo (Marco Zaini)

“Vi prego, lo lascio a voi, abbiatene cura. È giovane e inesperto”
“Non preoccupatevi per me, io so cavarmela. Piuttosto è a lui che dovete pensare. È stanco.”
Era così che il vecchio e nuovo, secondo un antico cerimoniale, si disputavano l’attenzione.
Mentre discutevamo educatamente passò di lì un giovane. Alzò gli occhi dal cellulare e si tolse le cuffie, curioso. Si fermò qualche secondo, giusto il tempo per concludere che quelle erano inutili chiacchiere.
“Fatela finita checcazzo! – sbottò senza troppi complimenti – giocatevela a poker e affidatevi alla sorte”. Scrollò le spalle e se ne andò.
“A poker? – disse il vecchio – io non ho mai imparato il poker, forse ha ragione, avrei dovuto. Ora per me è tardi per imparare.”
“Se è per questo non potrei neanch’io. Non so neanche cos’è il poker! Però se lei non l’ha imparato allora vuol dire che non era una cosa utile.” Disse il nuovo.
Giunse una donna, aveva lo sguardo malinconico, lunghi capelli e un vestito celeste. Guardò prima il vecchio, poi il nuovo e infine disse:
“Io vi amo entrambi. Il figlio più grande non è diverso da quello più piccolo. Io non potrei mai scegliere di chi avere maggior cura.” Così detto fece una carezza prima al vecchio poi al nuovo e passò oltre, sollevata.
Il vecchio e il nuovo si guardarono in silenzio e in quell’istante si sentirono figli di una stessa madre, dunque fratelli.
“Ha ragione la donna – disse il vecchio – non c’è differenza tra noi. Dobbiamo restare uniti.”
“Eh no! C’è, c’è eccome – si intromise la voce di un uomo canuto giunto da chissà dove – tu sei vecchio e lui no. Le vostre direzioni sono inconciliabili. C’è un solo punto di incontro, ma non fatevi illusioni, dura un attimo. E in quell’attimo anche il giovane diventerà subito vecchio. Fareste meglio a salutarvi in fretta. Siete destinati a separarvi per sempre.”
Sul volto del vecchio e del nuovo comparve un’espressione desolata e una lacrima scese dai loro occhi. Il vecchio mestamente si voltò e all’improvviso comprese che aveva sulle spalle un peso insopportabile, segno che per lui stava arrivando la fine. Il giovane lo guardò e comprese come doveva sentirsi, lui al contrario era così leggero che avrebbe potuto volare. E forse per questo aveva paura di essere lasciato solo.
Fu proprio in quel momento che arrivò un bambino.
“Perché siete così tristi? – Chiese.
“Perché stiamo per separarci per sempre.” Disse il nuovo.
“E perché dovete separarvi per sempre?” continuò il bambino.
“E’ la legge del tempo”. Rispose il vecchio.
“E cos’è la legge del tempo?”. Fece eco il bambino.
“Sei troppo giovane per capire. La conoscerai anche tu, ma a tempo e luogo dovuti.” Concluse il vecchio.
“Va bene, non posso imparare la legge del tempo, ma se siete tristi un rimedio c’è. Io quando sono triste faccio un gioco. Dunque perché non giocate per rallegrarvi? Ecco, prendete queste – tirò fuori dalle tasche due maschere – indossatele e prendetevi per mano. Poi fate un girotondo e cantate. “
Il bambino mise al vecchio la maschera del nuovo e al nuovo la maschera del vecchio.
“Chi è il nuovo e chi è il vecchio? Se nessuno lo sa prendervi non potrà.” Canticchiò il bambino allontanandosi.
“Chi è il nuovo e chi è il vecchio? Se nessuno lo sa prenderci non potrà.” Cominciarono a cantare il vecchio e il nuovo girando in tondo. Presero a ridere, a saltellare e a canticchiare. Chi è il nuovo e chi è il vecchio? Se nessuno lo sa prenderci non potrà.

Forse che con le maschere l’attimo traditore di cui aveva parlato poco prima l’uomo canuto, non riconoscendoli, li avrebbe lasciati in vita entrambi? O forse avrebbero potuto davvero scambiarsi le destinazioni, così che il vecchio andasse verso il nuovo e il nuovo verso il vecchio? Ma se così fosse stato, il vecchio sarebbe stato in grado di percorrere il sentiero del nuovo, avrebbe avuto il suo stesso entusiasmo? E il nuovo, sarebbe stato giusto farlo soccombere e condannarlo prima ancora di esistere?
Ma nella danza che il bambino aveva indicato come rimedio, per il vecchio e il nuovo non c’era più posto per le domande. Ballavano, bevevano e si stordivano. Non si capiva più dove finisse la malinconia e iniziasse l’allegria, la felicità e l’infelicità, la gioia e l’amarezza. Chi fosse l’uno e chi fosse l’altro. Tutto si era mescolato.
Nessuno avrebbe potuto dire chi fosse il vecchio e chi fosse il nuovo.
E in quella baldoria che tanto faceva così bene a entrambi, tuttavia non si accorsero che sotto i colpi dei loro passi di danza, c’era qualcosa che stava soccombendo.
Il vecchio e il nuovo nella frenesia di sopravvivere entrambi senza cedere l’uno il passo all’altro, indossando i panni mascherati di Ieri e del Domani, stavano uccidendo Oggi.
Senza neanche essersi accorti della sua presenza.

 

(Buon Anno a tutti)

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