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Archive for the ‘Quattro passi tra racconti’ Category

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Mi sono messo nei tuoi panni. Ieri sono andato al supermercato e ho comprato un secchio nuovo, quello che c’era in terrazza era ormai un rottame,  roso dal caldo e dal sole di quest’estate.
Ho anche comprato uno straccio e un detersivo disinfettante, almeno così dice l’etichetta. Non potendo disinfettare il sangue nel quale ancora circola la vita di ieri , ho pensato che era l’ora di lavare questi pavimenti che calpesto ogni giorno da quando te ne sei andata.
Ho anche messo le lenzuola pulite al letto, dopo quasi due mesi.
Non l’avevo fatto perché speravo tu tornassi e sapevo che sarebbe stata la prima cosa che tu avresti fatto. Avresti messo tutto in lavatrice e li avresti stesi al sole e nel letto la notte ci sarebbe stato profumo di fresco e di pulito.
Ma non sei tornata.
Così mi sono armato di pazienza e l’ho fatto, devo dire decentemente. Ho anche aggiunto una coperta, che qui la notte comincia a essere più freddo. L’ho trovata in garage, in una cassapanca, c’erano certe strisce sparse qua e là che odoravano vagamente di lavanda.
Sono tante le cose che devo cercare, ero convinto di avere tutto sotto controllo, ma ci sono mille piccole cose delle quali non m’importava e che adesso mi accorgo sono necessarie.
E pensare che tra i due eri tu quella distratta, la smemorata. Non trovavi mai niente, dimenticavi dove avevi lasciato le chiavi, le carte di credito, gli occhiali. Io ero l’antidoto alla tua distrazione. Perfino le medicine dimenticavi di prendere.
Mi sembrava fosse questo il senso della vita a due, quando con il tempo si diventa l’uno il supporto dell’altro. Ma la vera questione è che pensavo di essere io a guidare la baracca. La mia, la tua, la nostra vita.
Adesso mi guardo intorno e tutto è capovolto. Ogni regola, ogni abitudine, ogni sentimento è sovvertito, costretto come sono a misurarmi con una prospettiva fatta di solitudine e di vuoto.
Stamattina, ad esempio, ho fatto la doccia. Mi sto sforzando di tenere pulito, ma i bordi stanno diventando neri, ho notato lingue di calcare che si stanno allungando minacciose lungo tutto il perimetro. Le pareti sono un mosaico opaco di gocce che lasciano implacabili le tracce del loro passaggio. Tu lo dicevi sempre. Io non sopportavo che nei fine settimana tu sprecassi il tempo in quelle pulizie idiote. Rispondevi che qualcuno doveva pur farlo. Ribattevo che nessuno lo chiedeva.
Adesso risento la tua voce “Se non lo facessi più – dicevi – forse ti accorgeresti che qualcuno lo deve pur fare.”

Avevi ragione. Adesso mi accorgo della differenza. Quelle macchie odiose danno la misura dei giorni che passano. Dell’ingiuria del tempo. Sto facendo del mio meglio per non lasciare andare tutto in malora.
In cucina con le pulizie ho maggiori difficoltà, forse per via dell’uso, visto che devo mangiare almeno due volte al giorno. Al supermercato ho anche comprato un detersivo sgrassante. L’ho usato, ieri, non risplende come promette la pubblicità ma quanto meno – dopo aver sommato nelle ultime settimane incrostazioni e patacche – è pulito.
Un po’ come il cuore, il mio. Almeno è quello che ho pensato strofinando le chiazze di caffè, le gocce di sugo rosso di pomodoro, il bianco latteo dell’acqua dopo che c’hai cotto il riso. È sorprendente ci siano preparati chimici che dosati in piccola quantità su spugnette abrasive possano cancellare qualsiasi cosa. Sarebbe così difficile inventare qualcosa di simile anche per gli esseri umani con il nostro livello di progresso?
Lo so, nel mondo scoppiano bombe all’improvviso, ci sono bambini in mezzo alle guerre, ho perso amici spazzati via dal cancro. Insomma, c’è di peggio. Io sono vivo, e almeno fisicamente sto bene.
Solo che è dura svegliarsi ogni giorno e prepararsi a una quotidiana resa dei conti. Lo ammetto, non ero preparato a tutto questo. Le foto, ad esempio. Sono là dove sono sempre state, eppure basterebbe nasconderle, levarle di torno. Io invece non ho cambiato di un millimetro la disposizione degli oggetti. È tutto lì esattamente dove stava. A parte la polvere, quella sì sta cambiando l’aspetto delle cose. Però la polvere non mi dispiace, è come se pulviscolo dopo pulviscolo si depositasse ovunque, con leggerezza. Arriva a coprire ogni cosa e la protegge, la pone in uno stato di attesa.
Anche per questo tengo le finestre chiuse, perché l’aria non la sposti. Sì. Le finestre è bene siano chiuse. E’ così che proteggo la polvere, la mia vita, la tua.

Perché tu torni. Lo so che torni.

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Mi chiamo Ernesto, sono in un bosco e ho davanti un uomo morto.
Ho le gambe paralizzate, i piedi rigidi come fossero infilati in un blocco di cemento, la salivazione assente.
Sono un uomo di media cultura, pertanto sono in grado di ritenere che in questo preciso istante il mio organismo stia valutando l’entità della minaccia. Per questo motivo tremo anche se sono immobile. Non posso vedermi, ma credo di essere pallido, devo avere un colorito ceruleo.
Non voglio dire pallido come un morto perché sono in piedi, non agisco, ma posso pensare. Morto è quello lì che mi sta davanti.
Sto sperimentando anche i sudori freddi, perché avverto freddo anche se sto sudando copiosamente. I brividi sono leggere scosse elettriche a fior di pelle.
In pratica sono sottoposto a una tempesta emotiva.
Lo so come funziona, cazzo! Sono un medico, neolaureato, ma pur sempre medico. Queste sono modificazioni fisiologiche del sistema nervoso autonomo. Quando le parti e i meccanismi funzionano a regime, noi siamo una macchina perfetta.
L’ipotalamo in questo momento la fa da padrone, regola le funziona del corpo. Si è azionato l’ormone delle emergenze, la corticotropina, quello che predispone alla lotta, o quanto meno alla fuga.
Siamo esseri forniti di un sistema di neurotrasmettitori che in situazioni simili regola i livelli della paura. Però negli umani c’è la razionalità, ovvero ciò che ci suggerisce le opzioni di scelta. Questa però nel mio caso deve essere andata a farsi fottere.
Io dovrei essere perfettamente in grado di gestire la paura, perché so che quello che mi sta accadendo: è un cortocircuito del sistema nervoso riconducibile a ciò che gli esseri viventi provano di fronte a un evento spiacevole imprevisto.
Però diciamolo: questa non è paura. Io mi sto proprio cacando sotto.
Chi avrebbe potuto mai pensarlo: ho affittato una casa vicino al bosco, avevo bisogno di un po’ di vita sana e solitaria. Ero qui per camminare e rimettermi in forma con la necessità di disintossicarmi e guarda tu in che guaio mi sono cacciato.
E quella bella idea di non portare il cellulare, di darsi alla vita primitiva? Ma vaffanculo. Un cellulare in questo momento sarebbe la mia salvezza.
Sul fatto che quello sia morto non c’è alcun dubbio, ma non deve essere un morto qualsiasi. Voglio dire, se fosse un contadino infartuato non me ne starei immobile a cacarmi sotto. Mi sarei già avvicinato, l’avrei spostato, avrei visto la sua faccia.
Ma questo qui ha un abito grigio, i mocassini di pelle nera, i calzini grigi, al polso ha un orologio imponente (da qui non riesco a vedere bene la marca, ma si capisce che è di quelli seri).
È riverso in un fosso, ne vedo la nuca riccioluta, ha una capigliatura nera, folta. Deve essere giovane, e secondo me anche bello. Beh… doveva essere giovane perché morto è morto di sicuro.
E cosa ci fa uno vestito Armani (non so se sia un Armani, ma un vestito pregiato lo è certamente, si vede dalla stoffa, neanche si è spiegazzata) riverso in un fosso di un bosco?
Ve lo dico io, questo non è venuto qui per passeggiare, questo o l’hanno ammazzato qui o l’hanno prima ammazzato e poi hanno lasciato il cadavere qui. Tempistica perfetta: giusto in tempo per farmi in regalo questa scarica di adrenalina.
A ben vedere però propendo per la seconda ipotesi: lo devono aver fatto fuori altrove, a guardarlo da qui sembra pulito, non c’è sangue né tracce di buchi di fuoriuscita di proiettili.
Come mi diceva mia nonna? Quando hai paura morditi la lingua, così senti male e la paura scompare. Che teoria del cazzo. Mia nonna era una che diceva un sacco di cazzate, altroché. In barba a quella che si dice la saggezza dei vecchi.
E non c’è proprio nessuno qui, oltre a me e al morto. Si sentono solo versi di uccelli che fino a ieri mi sembravano i canti di un paradiso perduto mentre oggi avessi se una carabina li farei fuori tutti. Tacete che siamo all’inferno cazzo!
Porca miseria. Sono proprio un inetto, stronzo, gelido cacasotto. Mi dovrei muovere, andare a chiedere aiuto, avvertire la polizia. Questo avrà una famiglia che lo starà cercando. Non deve essere tanto che è qui però. Ieri non c’era, per cui ce l’hanno portato stanotte. Toccare non lo posso toccare, che con le impronte non si sa mai.
Se vado dai carabinieri potrebbero insospettirsi, cazzo, sono pur sempre un medico, neolaureato, ma pur sempre un medico. Possibile – mi diranno – che non ha avuto l’istinto di intervenire, di voltarlo, di appurarne la morte o di soccorrerlo perfino se fosse stato in tempo? E io che rispondo? Che pur essendo un medico (neolaureato però, non scordiamocelo) sono rimasto paralizzato dalla paura? Rideranno di me, diranno che ho sbagliato professione. E il guaio è che non hanno mica torto.

Da quanto tempo sono qui? Mi sorge un dubbio atroce: ma era poi davvero morto quando sono arrivato? Magari respirava ancora. O mio Dio, che supplizio! Basta. Devo fare il mio dovere di cittadino, tornare indietro andare a casa e avvertire.
“Pronto, polizia? Ho trovato un morto nel bosco.”
Già prevedo le conseguenze: generalità, deposizioni, si tenga a disposizione, il mio nome sul giornale. No, non sono disposto a questo. Non adesso.
E se l’avessero appena ammazzato? Se fosse una cosa tipo un regolamento di conti? Magari l’assassino o gli assassini potrebbero pensare che mi trovavo qui, acquattato da qualche parte. Che me ne andavo a funghi per il bosco e ho visto tutto. In tal caso sarei addirittura in pericolo.
No, no, per carità. Io non voglio problemi.
Potrei fare una telefonata anonima dal cellulare:
“C’è un morto nel bosco” Clic.
Facciano loro poi quello che devono fare. Ma forse sarebbe peggio. Oggi coi satelliti sanno tutto, ti rintracciano ovunque e comunque. Potrei destare sospetti.
Cazzo cazzo cazzo, ero in cerca di pace maledizione. Sono un medico, anche se neolaureato. Ho avuto un esaurimento nervoso. Mi sto curando, ancora non ne sono fuori.
Che, forse che un medico non può avere un esaurimento nervoso?
Mia moglie mi ha lasciato tre mesi fa, dopo sei di matrimonio e un anno di fidanzamento. No, dico, sei. Sei, amico. Sei fottuti mesi, e aggiungo che è stata lei a volersi sposare a tutti i costi. Aveva fretta, lei. Chiunque tu sia, sei bell’è e andato, ma io sto qua a tribolare, a chiedermi come ho potuto essere così coglione. È la vita una merda, non la morte, anche se la tua deve essere stata terribile.
Però potresti pure essertela andata a cercare, mica si finisce morti ammazzati con il vestito buono in un fosso, così, come niente. Pure tu qualcosa avrai combinato. Io invece ero un marito innamorato e fedele. Una persona onesta e perbene. E lei mi ha piantato in asso per un altro. Uno con cui aveva avuto una relazione. Mi ha sposato per ripicca, lui l’aveva lasciata. Ti rendi conto dove può arrivare la cattiveria? Io non la meritavo tutta questa sofferenza che mi ha mandato fuori di testa. Mi ha detto che il matrimonio era stato uno sbaglio, dopo sei mesi. Uno sbaglio, capisci? E io che non mi ero reso conto di niente. Mi sembrava che finalmente fosse cominciata la vita vera e invece ero soltanto la pedina di un piano: la laurea, la casa, il matrimonio, le prime guardie mediche. Non che mi piaccia fare il medico. Ho studiato medicina per far contento mio padre.
Ma ora non importa più. È crollato tutto, da un giorno all’altro, dopo che lei se n’è andata. La prima cosa che ho fatto quel giorno è stato scolarmi tutto l’alcool che c’era in casa. Poi dopo c’ho preso gusto a stordirmi. Uscivo di casa solo per comprare alcoolici, poi mi chiudevo in casa e staccavo i telefoni e davo il via alla festa.
Qui ci sono venuto per disintossicarmi, dicono che stia meglio. Camminare mi fa bene. Devo stancarmi per non sentire voglia di bere. Se cammino dimentico che razza di merda è la mia vita. Quindi caro amico, se tu te la passi male, anche per me non brilla di certo.
E sai qual è la differenza? Che tu avrai di sicuro una bella mogliettina che ti piangerà. La mia invece se la sta spassando con lo stronzo che se l’è ripresa.
Dovrei starci io al tuo posto, amico, lì, in quel fosso.

Sì, dovrei starci io in quel fosso. Tanto per non sentire l’istinto della bestia che vorrebbe uccidere e dimenticare il lupo mannaro che sono diventato.
Tanto vale dirtelo amico.
Tu sei il terzo che mi è capitato a tiro mentre avevo fame di sangue di uomo. E tu avevi la faccia da bastardo perfetta.
Hai sbagliato a darmi un passaggio oggi. Sono un medico, anche se neolaureato, io lo so come ammazzare i bastardi come te, basta un niente.
Quello che invece non mi piace è la paura che avverto dopo e il fatto che adesso debba scavare un’altra fossa e seppellirti. Non mi piace l’idea di te che diventerai come gli altri, vermi che mangeranno le radici, le foglie, le gemme degli alberi di questo bosco. Questo è il mio personale paradiso adesso, quando il lupo mannaro se ne va riesco a godere di tutta la sua bellezza.
Questo, amico, mi dispiace per te, è il posto dove sono venuto a cercare pace.

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Quello che vedete a petto nudo mentre fa volare la sua camicia per aria alle undici di sera, non corrisponde a ciò che pensate. Mi piacerebbe presentarvelo come una star su un palcoscenico: io sto nell’angolo di una quinta con il microfono in mano e lo annuncio a gran voce “Signori e signore, vi presento Bill Red”. E subito dopo su  quel palcoscenico compare l’artista che si esibirà per voi, tra gli applausi.
Invece, mi spiace deludervi, ma questo giovane uomo che si batte il petto dalla pelle liscia e ambrata non è una star e si chiama Vincenzo Papagna. Un cognome, dunque, piuttosto impegnativo.
La donna che vedete seduta nel piccolo soggiorno al primo piano di questa palazzina è Ernestina Gallo, coniugata Papagna, madre di Vincenzo. La poverina se ne sta seduta al buio nella stanza con i gomiti sul tavolo e i palmi della mani ben aperti sulle orecchie. Il tavolo è coperto da una tovaglia di plastica a piccoli quadri bianchi e marrone, unta, tagliuzzata qua e là. La stanza è spoglia, al limite dello squallore, oltre al tavolo di formica ci sono tre sedie di paglia e una di plastica. Nell’angolo di fronte al tavolo ci sta un mobile di truciolato rotto in più punti e sopra c’è un vecchio televisore. A completare l’arredamento c’è un mobile scuro, con i buchi che segnano il posto in cui prima stavano le maniglie delle ante che ora non ci sono più. Quei buchi, nella penombra della stanza,  sembrano occhi svuotati dalle orbite. In questa stanza due metri per tre non c’è nient’altro, eccezion fatta per un filo che pende dal soffitto a cui è attaccato un avanzo di lampadario di ceramica.
Ernestina non ha acceso la luce, sta cercando di tapparsi le orecchie per non sentire suo figlio Vincenzo che sotto la finestra sta dando il suo solito spettacolo. È tardi, i lampioni per strada sono accesi, illuminano la viuzza delle palazzine popolari al cui primo piano abita la famiglia Papagna. La strada è deserta, solo qualche macchina, di tanto in tanto, irrompe come il ronzio di un moscone vagante. È novembre e fa freddo, tutte le finestre sulla strada sono chiuse, le serrande abbassate.
“Puttana, tu non li offendi gli amici miei, hai capito?  Mi senti? Apri, maledetta!”
Ernestina sta sprofondando in quel buco nero che è la sua vergogna. I vicini come sempre staranno sentendo, qualcuno prima o poi chiamerà i carabinieri. Però lei la porta a suo figlio Vincenzo non gliela apre. Così quello se ne sta fuori a imprecare e bestemmiare, sferrando calci alla macchina parcheggiata proprio sotto la finestra. È l’astinenza, se non si fa perché non ha rubato e non ha soldi, allora beve, si ubriaca con gli amici della sua stessa specie e poi torna a casa in quello stato.
“Apri, fammi entrare, puttana la madonna! Nudo resto se non mi apri, mi piglio la polmonite per colpa tua, cretina.” Vincenzo urla e si batte il petto come una scimmia incazzata. Ha i capelli corti secondo la moda del momento,  un viso duro e butterato.
Intanto in camera da letto si sta svegliando Ottavio Papagna, marito di Ernestina e padre di Vincenzo. È stanco e non vorrebbe alzarsi. Ha la sveglia puntata alle quattro e mezza, l’ora in cui va a lavorare al mercato scaricando cassette fino alle otto di mattina in cambio di una quarantina di euro a nero, che più o meno equivale alla sopravvivenza della famiglia Papagna, salvo poi qualche lavoretto che Ottavio riesce a racimolare sporadicamente.
Ottavio Papagna quel figlio lo ammezzerebbe volentieri, se non fosse che per lui in galera non ci vuole proprio andare e questo non tanto per sé stesso – che a volte pensa che in galera almeno avrebbe pasti sicuri e un posto dove dormire in pace – quanto per Antoniuccio, la creatura che gli sta dormendo accanto nella culla, lui ha appena undici mesi e non ha colpa. Antoniuccio peraltro si è appena addormentato con le consuete difficoltà, visto che è un neonato che piange sempre.
Ottavio sente suo figlio per strada, ma tutto quello che può fare è girarsi su un fianco e sperare che Antoniuccio non si svegli.
“Se non mi fate entrare spacco tutto”.  Urla Vincenzo mentre dà calci al portone.
Farlo entrare vuol dire far entrare in casa Papagna la follia bestiale dell’uomo che non ha pensiero ma soltanto azione senza cervello, spinta da un puro istinto animale.
Vuol dire che una volta dentro Vincenzo picchierà sua madre, vorrà soldi, spaccherà quel che resta dei mobili vecchi.
Lui, Ottavio, chiuderà la porta a chiave per proteggere Antoniuccio che intanto però si sarà svegliato e piangerà quei pianti lunghi e spaventati dei bambini che l’uomo nero non lo vogliono manco sentire in lontananza. Lui dovrà prenderlo tra le sue braccia molli e grasse e cullarlo finché la furia di Vincenzo non si sarà placata.
Che andasse pure a farsi fottere quel figlio maledetto, che se lo prendesse il diavolo, la morte, la polizia, un delinquente qualsiasi suo pari. Che l’ammazzassero pure, lui non avrebbe aperto.
“Apritemi pezzi di merda. Quant’è vero Iddio spacco tutto.”

La vedete quella ragnatela nera sulla finestra della cucina? A prima vista,  sotto il riflesso della luce dei lampioni, fa effetto. Sembra un insetto gigante, una creatura mostruosa dalle lunghe zampe nere abbarbicata sul vetro. Ma non è quello che sembra. Se guardate meglio vedrete che è un vetro spaccato con un buco al centro, è stato rattoppato alla bell’è meglio con del nastro isolante nero perché non c’erano i soldi per cambiarlo, quel vetro. Ebbene, è stato un pugno di Vincenzo, che ne è uscito tra l’altro con la mano incredibilmente intatta, fatta eccezione per qualche graffio.
“Fatemi entrare o vi ammazzo!”
Vincenzo scuote il portone con entrambe le mani, i vetri spessi e smerigliati tremano contro il metallo. A questo punto qualcuno nella palazzina accende la luce nelle scale, è il segno che sta cominciando a perdere la pazienza.
Ernestina in soggiorno si tappa le orecchie, preme ancora più forte le mani sulle tempie. È piena di odio verso Ottavio, suo marito, che i pugni dal figlio li ha sempre presi come e quanto lei, ma mai li ha saputo restituire. Un uomo debole e inutile, Ottavio. Aveva sposato un poveraccio incapace per sfuggire alle botte di suo padre e guarda cosa ne aveva ricavato. Oltretutto dopo che Ottavio aveva perso il lavoro, ormai da un anno e mezzo, se n’era stato per giorni interi a letto a dormire ed era stata lei a campare la famiglia come poteva, lavando scale che puzzano di piscio di cane per due miseri soldi.
E come se non bastasse era arrivato anche Antoniuccio, figlio di Angela,  la più giovane della famiglia Papagna. Era rimasta incinta di chissà quale cane tra quelli che se la scopavano per soldi, che lei questo faceva. Angela si fa vedere di rado a casa, quando lo fa è solo per sputare tutto il veleno che ha in corpo contro la madre. Si accerta ogni volta che le finestre siano ben aperte e che tutti possano sentire perché sia chiaro che razza di vita di merda sia quella della madre, vita che lei, tende a sottolineare con orgoglio, non farà mai. Lei da quel letame ne è fuori perché, al contrario degli altri in quella casa, lei fa soldi. Di cosa pensino gli altri non le importa un fico secco.
Di solito alla fine di quelle visite Angela lascia qualcosa per suo figlio Antoniuccio, che a mala pena prende in braccio, e quando lo fa è come se avesse tra le mani un tizzone ardente. Poi se ne va, non senza prima aver finito di lapidare sua madre con miseri improperi, che la colpa di tutto secondo Angela sarebbe la sua, anche se nessuno ha mai capito perché.
Ernestina lo sa che sua figlia fa la puttana e puttana le urla puntualmente mentre Angela le volta le spalle girando sui suoi tacchi altissimi, che con la sua figura minuta la fanno sembrare un trampoliere ubriaco.
Ebbene è questa la vita di Ernestina. Chissà quale maledizione le aveva riservato quei figli, pensava ogni tanto, stanca di avere sempre peccati da scontare a causa loro.
Vincenzo è ancora là fuori, a petto nudo,  il freddo non lo sente. Lei invece in casa lo sente eccome. Intravede il figlio sotto la finestra che cerca di saltare. Lo sa che sua madre è al di là dei vetri, seduta, nel buio. Lo sa che sta sentendo.
Poi qualcuno nella palazzina decide che è ora di farla finita e apre il portone, che se lo prendessero in casa, quel pazzo drogato, e la facessero finita.
Vincenzo appena sente il rumore metallico della serratura che scatta balza dentro come una lepre. Si attacca al campanello dell’appartamento e suona senza fermarsi. Nessuno in casa si muove, anche questo fa parte del copione, e per fortuna stasera Antoniuccio sembra dormire un sonno clemente.
Vincenzo impreca, poi si lancia per le scale, fa di corsa i due piani della palazzina e subito dopo ridiscende. Quando è in questo stato i vicini lo temono. Mentre scende continua a frantumare tra le gengive sdentate parole incomprensibili. Poi di nuovo si attacca al campanello e tira calci alla porta.
Ernestina in soggiorno si alza e piange.

Ernestina ha quarantadue anni ma sembra molto più vecchia, molte volte pensa che morirà di crepacuore e per quelli come lei non è poi una gran tragedia.
Come sempre ha paura e spera di sentire la sirena della polizia, come talvolta accade, oppure la voce di un santo, perché in cuor suo lo sa che solo un miracolo potrebbe far cambiare le cose. Peccato che ai miracoli ha smesso di crederci da un pezzo.
Questa sera ha nascosto il portafoglio nella spazzatura, avvolto in una busta di plastica. Dentro ci sono venti euro e qualche spicciolo.
Mentre Ottavio la sente alzarsi dalla sedia e muovere i suoi passi strascicati verso la porta, fa scattare la serratura della camera da letto e guarda Antoniuccio che dorme. Sa che a momenti si sveglierà. Poi si siede sul letto e lo sguardo si perde nel vuoto.
Ed è a questo punto che Ernestina, tremando, apre la porta.

 

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«A casa mia l’odore del vim era dappertutto, mia madre lo usava anche per disincrostare le pentole e anch’io quando pulivo in bagno spargevo quella polvere verde che a contatto con l’acqua diventava blu e tirava via quella patina di giallo che si formava sul bianco delle mattonelle che così tornavano a splendere. Quell’odore mi è rimasto nel naso, lo sento sempre.»
Adriano ebbe un sussulto e si sollevò di scatto.
«Scusa, ma questo che c’entra adesso?» Guardò Vanna che ancora aveva la testa tra le sue gambe con lo sguardo strabuzzato; in quella posizione, seduto a gambe larghe e con la cerniera abbassata, dopo quella improvvisa sparata, all’improvviso si sentì nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Era stata lei a proporre di finire la serata insieme nel suo appartamento. Che quella fosse matta e non se n’era accorto? D’istinto si tirò su la cerniera, era a disagio. Vanna aveva ancora la camicia sbottonata, lasciava intravedere un reggiseno di pizzo chiaro. Sollevò il viso e lo guardò dritto negli occhi.
«Scusami, sono stata una stupida, non so perché proprio adesso mi sia arrivato questo ricordo nella testa, e non so perché l’abbia detto a voce alta. Scusa Adriano – poi aggiunse, ma con una punta di sarcasmo che non tranquillizzò affatto Adriano – tu non odori di vim stai tranquillo.»
Ma ormai la frittata era fatta, tutta l’eccitazione di un attimo prima era svanita. Adriano cercava di sistemarsi passandosi le mani tra i capelli con evidente nervosismo. Vanna invece era rimasta in ginocchio immobile, senza una particolare espressione.
«Aspetta un attimo.» Disse poi Vanna. Si alzò e si diresse verso la cucina.
La prima cosa che pensò Adriano fu di andarsene, quella faccenda stava prendendo una strana piega, non gli piaceva affatto. Si tirò su i pantaloni e cominciò a sistemarsi la camicia, mentre cercava di recuperare le scarpe sotto il tavolino.
«Ecco, lo vedi?» Vanna era ricomparsa sulla porta della cucina, scalza e con la camicia aperta, gli stava mostrando una confezione di Vim, lo teneva in mano come un trofeo.
«Lo fanno ancora sai? Te lo ricordi? Si usava in casa tua? Forse tua moglie lo usa ancora»
«Mi… mia mo-glie??» Balbettò Adriano, cosa c’entrava ora sua moglie, non avevano parlato di faccende personali, lui non aveva neanche la fede. La levava sempre quando andava al Banana moon il giovedì. Sì certo, per imbroccare, era un sano maschio quarantenne. E allora? Lei non s’era fatta pregare poi tanto! E adesso che c’entrava sua moglie? Adriano fu certo che quella donna doveva avere una rotella fuori posto, doveva trovare il modo di andarsene al più presto.
«Sì, tua moglie, o tua madre quando stavi con lei, tu non hai l’aria di uno che fa le pulizie.» Intanto Vanna aveva appoggiato il vim sul tavolo, mentre Adriano era rimasto scalzo e con le scarpe in mano, con l’aria di uno che era lì per caso e si era perso.
«Forse però non lo sai, ma il vim è altamente tossico…»
Adriano diventò bianco come un lenzuolo. Cosa intendeva fare quella matta. Ma guarda in che situazione si era cacciato. Calcolò che tra darle uno spintone sul divano e guadagnare la porta gli ci sarebbero voluti si e no una ventina di secondi, anche se questo avrebbe comportato andare via scalzo, perché per recuperare l’altra scarpa gli ci sarebbero voluti una ventina di secondi supplementari che avrebbero potuto essere fatali. Meglio restare scalzo, ma in salvo.
«Ma io.. io di vim non ne so niente…. Non credo di aver mai visto qualcuno usarlo…» Cercò di stare al gioco e prendere tempo, magari trovare un varco per distrarla. Gli sembrò di essere in uno di quei thriller in cui il protagonista finisce male e lui non aveva voglia di fare una brutta fine. Per giunta con una che non conosceva. Avvelenato con il vim da una serial killer. Era in pericolo, ne era sicuro, doveva andarsene al più presto.
«Ti vedo spaventato Adriano.. ma di cosa? Rilassati.. – Vanna prese in mano il vim, ruotò il cilindro nella mano, sembrava controllasse l’etichetta – lo sai che contiene ben 146 differenti sostanze chimiche, tra cui anche alcune collegate a disturbi seri come asma, cancro e malattie del sistema riproduttivo; tra le più tossiche figurano formaldeide, benzene e cloroformio, anche se non sono indicate sull’etichetta.»
«Cosa vuoi fare Vanna?…. non capisco tutta questa storia…. È assurdo»
«Il fatto è che tu il vim lo conosci, ma forse non te lo ricordi, io sto solo cercando di aiutarti a ricordare… via, non essere ridicolo, rilassati, non ti farò sniffare questa deliziosa polverina per farti scoppiare i polmoni…. Guarda, lo metto via, non hai niente da temere. Vuoi un caffè? O magari una camomilla? Ti vedo agitato… magari se ti calmi te lo ricordi che una volta il vim nella tua vita c’è stato.
«Vanna, te lo ripeto, non so cosa stai cercando di dirmi. Finiamola qui, io me ne vado. »
«Tranquillo, te ne andrai, ma prima devi ascoltare una storia che ti rinfrescherà la memoria.
Molti anni fa io ero poco più che una bambina. Un giorno tornai a casa da scuola e stranamente non era apparecchiato come al solito e neanche il pranzo era pronto. Sai, mia madre era casalinga e rispettare gli orari era una norma. Era strano anche che mio padre fosse già a casa a quell’ora e comunque mia madre non era in giro per casa. Fui colta dal panico. Mio padre mi tranquillizzò, non mi fece entrare in camera da letto dove mia madre s’era messa a letto. Mi disse soltanto che non si sentiva bene ma non era niente di grave. Sapevo non era vero, mia madre non si sarebbe mai messa a letto senza preparare da mangiare per una cosa da niente. Nessuno rispose alla mia domanda “Ma cos’ha?”, così me ne andai in camera mia, tanto quel giorno nessuno aveva fame.
Non voglio fartela tanto lunga. Io comunque ero sicura fosse successo qualcosa di brutto, così mi misi a origliare, cercavo di captare qualsiasi bisbiglio passasse tra i muri e alla fine misi insieme quello che era successo. Mia madre ai grandi magazzini quella mattina aveva messo nella sua borsa due detersivi, uno era un vim. Ma un guardiano solerte l’aveva vista. Quel guardiano non si era accontentato di risolvere la faccenda con la distinta signora. Quel guardiano – o si chiama addetto alla sorveglianza? – era un giovanotto ambizioso. Portare quella donna al direttore gli avrebbe fatto fare un figurone. Davanti agli occhi increduli dei clienti – la maggior parte dei quali sicuramente conosceva quella donna – la aggredì, prese a strattonarla e le intimò di aprire la borsa. La donna balbettava, lui con la forza le strappò la borsa e tirò fuori le due confezioni trionfante, con aria cattiva. All’epoca credo non fossero neanche 500 misere lire. Non contento la prese per un braccio e la trascinò via. Mia madre non era una ladra, avrebbe pagato quei fottuti detersivi. Ammesso che per un attimo avesse deciso di risparmiare quelle due lire, chissà. Ma è certo che non era una ladra. Quando arrivò in direzione si sentì male, chiamarono mio padre che pagò la merce lasciandogliela là e se la portò a casa. Da quel giorno mia madre non uscì di casa. La vergogna e l’umiliazione erano stati così forti che cadde in sorta di prostrazione che la rese muta, assente. Una depressione che le è costata carissima, a lei come alla sua famiglia. Un vim e un detersivo per i piatti. Capisci? Si vedeva a occhio nudo che non poteva essere una ladra, che sarebbe bastato riprenderla con cortesia. Ma l’arroganza e le prove di forza sono il pane degli stupidi, e gli ambiziosi a volte possiedono quella stupidità.
Te la ricordi adesso quella delicata signora elegante dall’aria modesta? Te la ricordi mia madre signor direttore, allora eri un sorvegliante, signor direttore…»
«Vanna scusa, è stato tanto tempo fa.. non so.. »
«Te la ricordi? »
«No so.. mi sento confuso»
«Te la ricordi? »
«Ero giovane, credo di…»
«Te la ricordi? »
«È una vecchia storia…non… »
«Te la ricordi? »
«Si va bene, si, si, me la ricordo…»
«Bene. Perché quando ti ho visto ti ho riconosciuto all’istante. Adesso prenditi la tua roba e vattene. Sono contenta di sapere che sei lo stesso bastardo che dava anche fastidio alle ragazzine tanto tempo fa. »
Vanna aprì la porta. Adriano era titubante, tremava, l’aria spavalda era scomparsa, perfino i suoi capelli tinti sembravano essersi afflosciati.
«Vattene»
«Io.. io…»
«Vattene. Anzi no, aspetta un attimo»
Vanna prese il vim dal tavolo.
«Ecco prendilo. È ottimo per cancellare le macchie. Te lo regalo. »
Adriano era immobile e con le scarpe in mano.
Vanna lo spinse fuori.
Poi chiuse la porta e si riabbottonò la camicetta.

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antonio-boschieri1Nella penombra della stanza echeggiavano rumori di spari, lamenti di uomini morenti. Nino incuriosito entrò e vide un ragazzo con lo sguardo incollato a un monitor. Il ragazzo non sembrò accorgersi della sua presenza, così Nino prese una sedia e gli si sedette accanto, non doveva avere più di sedici anni ed era intento a muovere una scatola grigia sulla superficie del tavolo con la mano che non mollava la presa, sembrava incollata.
«E vai, beccati questa, t’ho preso!» Urlò il ragazzo. Nino nel monitor notò un uomo con una divisa tedesca che giaceva accanto a un cumulo di terra in una pozza di sangue.
«L’hai ammazzato tu?» Domandò timidamente al ragazzo, ma quello sembrò non sentire e continuò a picchiare sui tasti.
«Quel tedesco lì… l’hai ammazzato tu?» Riprovò con cautela.
«Shsh, zitto, sono vicino all’obiettivo, devo finire questa missione.»
«Una missione? Che missione?»
«Il cuore del Reich». Rispose il ragazzo senza staccare gli occhi dal video.
Nino a quella parola trasalì, il tedesco era una lingua che lo inquietava:
«Il cuore del reich? E cos’è?»
«È la missione 11, sono alla fine, non mi distrarre. Vai.. così, attento alle spalle!»
Il ragazzo aveva urlato di nuovo, tanto che Nino si voltò di scatto per vedere chi avesse lui alle spalle: ma nella stanza non c’era nessun altro. Allora comprese che a doversi guardare alle spalle era un uomo nel monitor.
«Chi è quell’uomo?» Sussurrò Nino.
«Sono io, cioè lui è Miller, ma sono io…»
Nino era confuso, gli uomini nello schermo in bianco e nero erano veri, sembrava una ripresa di qualcosa che stava accadendo o una registrazione di un’azione di guerra. Inchiodò lo sguardo al monitor e la paura ricominciò a farsi sentire. Era la stessa paura che aveva dovuto combattere a lungo i primi tempi, dopo essersi arruolato. Era stupito che al contrario il ragazzo fosse così tranquillo. Quell’uomo, Miller, non aveva la stessa divisa degli altri e il nome non era tedesco, forse era americano, o forse il suo era un nome in codice.
«Qual è la tua missione, o quella di Miller, non ho capito bene.»
«Devo neutralizzare le postazioni tedesche all’interno del Reichstag».
Nino non conosceva il tedesco, ma di tedeschi però ne aveva sentiti parlare, quanto bastava per sapere che la pronuncia del ragazzo non era un granché. E comunque lui il tedesco non lo sopportava, quindi cosa diavolo fosse il reichstag proprio non lo voleva sapere. La prima volta che li aveva sentiti, i tedeschi, era acquattato nel fondo di una grotta, su nel bosco sopra Farneta. Lui e Mariano erano rimasti là dentro una notte intera senza nemmeno respirare per il terrore che i cani li scoprissero, immobili, al freddo, con le mani e i piedi che non li sentivano più e davvero quella notte aveva pensato di morire, con l’unica consolazione che era sempre meglio morire di freddo piuttosto che nelle mani dei tedeschi. Quando avevano sentito le voci allontanarsi ormai era giorno fatto, ma avevano atteso ancora prima di uscire e rimettersi in cammino. Il pomeriggio di quello stesso giorno avevano saputo che nell’imboscata i tedeschi avevano preso Ivo e Tonio. Li avevano portati giù al paese e li avevano trascinati per i vicoli a spintoni, nella neve, nudi e scalzi. Si erano fermati alla fontana, nella piazzetta, e un ufficiale aveva sparato un colpo in aria: le finestre erano rimaste tutte chiuse, nel silenzio spettrale di un paese che sembrava abbandonato. L’ufficiale urlava minacce in un italiano stentato contro quelle finestre, mentre i suoi uomini avevano le armi puntate contro Ivo e Tonio, in ginocchio davanti a loro. Poi l’ufficiale aveva riso a quelle finestre mute, una risata sguaiata che aveva fatto tremare l’aria fredda della valle, si era rivolto ai suoi uomini e aveva dato l’ordine di sparare. Ivo e Tonio erano rimasti a sanguinare sulla neve bianca, proprio lì, sotto gli occhi di tutti.
“Fai come ti dico e vendicheremo questo massacro, ho la mano ferita e non posso sparare, lo farai tu per me”. A parlare era stato l’uomo nel monitor e Nino gli fu grato perché lo aveva distolto dai brutti ricordi; ora che era riuscito ad allontanarli, quando tornavano erano ancora più terribili. Non ebbe il coraggio di fare domande al ragazzo, vide che l’uomo si era alzato in piedi, aveva un fucile in una mano ferita e una bomba nell’altra. Il ragazzo sembrava essere al culmine della tensione, ma Nino non avvertiva il sudore dell’eccitazione bastarda che si prova un attimo prima di sparare. Per lui quello era uno strano modo di compiere missioni.
“Prendi il mio fucile e guarda la strada, il figlio di puttana è il generale Heinrich Amsel, responsabile dell’assassinio a sangue freddo di donne, uomini e bambini.”
Sullo schermo era comparso in primo piano un mirino puntato dritto sulla testa del generale. Nino, incredulo, stava col fiato sospeso: dunque era possibile uccidere un generale tedesco stando seduti al caldo? Come mai nessuno aveva mai parlato di quel marchingegno?
“Cecchino e cacciatore hanno lo stesso problema: spara al momento sbagliato e avrai perso per sempre la tua occasione. Ora concentrati, carica il fucile.”
Pochi secondi e il ragazzo spinse un tasto: partì uno sparo, giù un soldato, riprese la mira, un altro sparo e giù il secondo soldato e così anche il terzo.
“Ottima mira, sei un cacciatore nato.” Il soldato saltò da un muretto seguito dal mirino del fucile, Nino cominciò a capire che era il ragazzo ad avere il controllo di quell’arma.
“Fermo, la pattuglia armata. Dobbiamo trovare un altro modo per raggiungere Amsel, resta basso e seguimi. Presto, da questa parte – una breve corsa e furono all’interno di una casa in fiamme – per giorni ho strisciato come un ratto. In questo posto risuonavano le voci di amici e amanti. Quel tempo è passato. Ascoltami bene: un giorno le cose cambieranno, porteremo la guerra sulla loro terra, tra la loro gente”.
Uscirono dalla casa in fiamme e furono di nuovo all’aperto, in un’aria grigia di fumo e nuvole nere. All’improvviso si udirono voci e latrati di cani, i tedeschi dovevano essere vicinissimi. Nino cominciò a sudare e tremare. Il ragazzo invece sembrava impassibile.
“Ci hanno trovati, i tedeschi, andiamo – le fiamme intorno a loro erano sempre più alte – stanno cercando di bruciarci, stai giù, cerca di non respirare.” Avanzavano strisciando su un viottolo di pietre dure e aguzze. Nino poteva sentirle nella carne, il ragazzo invece sembrava non provare nulla. Erano circondati da spari e macerie.
“Stanno circondando l’edificio, dobbiamo fare presto, o ci ammazzeranno come cani. Corri.”

“BANG”. Un colpo, freddo, secco e il fucile sparì dal monitor.

«No cazzo, fottuto di un tedesco, mi ha preso!»
«Ti ha preso?»
«Mi ha ammazzato. Morto»
«Morto?»
«Morto morto, missione fallita!»
Il ragazzo aveva un’aria delusa, i suoi occhi azzurri sembravano un lago in cui stesse piovendo. Premeva sulla scatola grigia e le immagini apparivano e scomparivano dal video.
«Posso chiederti cos’è questa macchina?» Chiese Nino.
«Quale macchina?»
«Questa che stai usando, non l’ho mai vista.»
«È un Mac…»
«Mac? Non l’ho mai sentito. Ma tu fai parte di qualche brigata?»
«Brigata? Che brigata?»
«Io per esempio ero nella Brigata Garibaldi.»
«No, non l’ho mai sentita, è un video gioco nuovo?»
«Video gioco? Che cos’è?»
«Questo è per Mac e Playstation…»
«Non capisco ….»
«Ma da dove vieni? L’avrai visto un computer?»
«Sai, una volta, tanto tempo fa, io sono stato in questa casa, ma era tutto diverso. Sono rimasto tre settimane nascosto in un fienile, l’ho cercato, ma sembra non ci sia più. Tu sai ne sai qualcosa? »
«Un fienile? Qui? Mai visto.» Il ragazzo per tutto il tempo mai si era voltato a guardare Nino in faccia, intento com’era a fissare il monitor.
«Peccato, ero curioso di sapere se c’era ancora la stessa famiglia, alcuni sono morti con me. Ci hanno preso per una soffiata.»
«Ma di che razza di video gioco stai parlando? Io me ne intendo, ma questo non l’ho mai sentito!» Intanto il ragazzo stava sfilando un disco argentato da una fessura.
«Gioco? Gioco dici? No, non era un gioco… ma tu… quello che hai fatto tu finora, cos’era? Non era una missione?»
«Era la missione di un gioco!»
Nino abbassò la testa confuso e deluso, un’altra volta sconfitto, era passato del tempo, avrebbe dovuto immaginare che le cose erano cambiate. Poi guardò il ragazzo, sperando che almeno una volta lui si voltasse e lo guardasse in faccia. Non si conoscevano, eppure avrebbe voluto la sua considerazione. Lo sguardo però rimase appeso a un futuro a lui ignoto. La cosa lo rattristò. Poi disse mestamente:
«Però… chi ci pensava? Sai quante vite salvate se solo avessimo avuto un marchingegno come questo? Ivo, Tonio, io, Mario.. sai quanto sangue e dolore avremmo risparmiato?»
«Sono i tuoi compagni di gioco?» Chiese distrattamente il ragazzo.
«Sì…. – rispose Nino sorridendo – erano i miei compagni di gioco.»
Il monitor adesso era nero. Clic. Spento.
Finalmente il ragazzo si voltò di scatto, quasi avesse avuto un’improvvisa illuminazione:
«Ora che ci penso, ma tu chi sei, come hai fatto a entrare?»
Nella stanza regnava la penombra e il silenzio, tutto era come sempre e non c’era nessuno. L’unico particolare diverso era lì, accanto a lui, ed era una sedia vuota che prima non c’era.

Nella foto:
Antonio Boschieri nato a Biadene nel 1921, partigiano sul Monte Grappa col nome di battaglia “D’Artagnan”. Combattè nella Brigata G. Matteotti come comandante del battaglione Zecchinel. Combattente amato e stimato dai compagni di lotta, partecipò a moltissime e pericolose missioni e azioni culminate nei tragici combattimenti del settembre 1944 durante il rastrellamento del Grappa da parte dei nazi-fascisti. Catturato, fu a lungo torturato ma non rinnegò le sue idee nè tradì i suoi compagni. Fu impiccato ad Arten di Feltre il 27 settembre del 1944. Aveva 23 anni…

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Questo racconto è stato premiato al primo posto del concorso nazionale Premio Mimosa, del Comune di Narni nel 2010.
Lo pubblico nella versione video, letto dall’attore Franco Picchini, che mi ha fatto questo regalo.

La motivazione della Giuria:
La narrazione è condotta con originalità e forza espressiva, dirette a connotare con capacità affabulatrice e senza dissimulazioni il modo di sentire della protagonista, il suo muoversi in un labirinto intrapreso per conoscere di  se stessa luoghi inesplorati.
Per conseguire questo obiettivo la scrittrice  si avvale di contenuti figurati che mettono a nudo la peculiarità dell’esperienza raccontata dalla protagonista, senza tentazioni nei territori del luogo comune.
I pretesti narrativi escogitati per evocare, senza richiamo diretto, suggestioni di intensa carica emozionale, rinviano alla migliore tradizione stilistica e letteraria.
Il risultato è un racconto avvincente e compiuto che immerge il lettore in un’atmosfera di naturalezza sensuale e di passionalità.

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2amiche

Quel venerdì di luglio alle otto di sera l’afa non aveva ancora smesso di tormentare. L’appartamento di via Tripoli era nella penombra, dalle persiane abbassate filtrava appena un po’ di luce. In cucina la tavola era apparecchiata per due, c’era odore di frittata. Ada tagliava i pomodori cercando di eliminare i semi, che così si digeriscono meglio, mentre Carlo era incollato come tutte le sere alla sua poltrona che ascoltava i titoli del telegiornale. Non riusciva a smettere di sudare, la pelle era un tutt’uno con la stoffa acrilica della sua poltrona, la stessa da più di dieci anni.
Dopo la grande mostra di Firenze, da domani esposte a Roma le due statue dei bronzi di Riace. Resteranno al Quirinale per due settimane. Vinti a Como i 500 milioni del primo premio della lotteria di Monza”.
“Carlo è pronto…”  Chiamò Ada dalla cucina.
Carlo con quel caldo non aveva fame e borbottando tra sé abbandonò malvolentieri la sua poltrona.
“Non sapevo nemmeno fossero qui i bronzi di Riace, certe volte mi dimentico perfino dove vivo.” Alzò il volume della tv. L’ultima notizia che preannunciava un’ondata di mal tempo, arrivò proprio quando stava per mettersi a tavola.
“Oggi caldo torrido, domani freddo. Impossibile non ammalarsi con questa stagione. Hai chiamato Adele per sentire come sta?”
“È sempre a letto, la febbre non è scesa. Il dottore ha detto dovrà fare delle analisi se continua così.”
“Ma ci capiranno davvero questi medici oggi? Sembrano tanto più dotti, ma mi pare che vadano per tentativi. Intanto a casa non ci vengono più neanche se stai per morire e ti curano per telefono.”
“Vuoi il vino o la birra?” Chiese Ada davanti al frigo aperto.
In quell’istante squillò il telefono, Carlo si alzò di scatto ignorando la domanda, quasi temesse di perdere quella chiamata. Ada rimase con la bottiglia di vino in una mano e quella di birra nell’altra.
“Vado io sarà Amanda.”   Era Amanda infatti.
“Pronto… ciao bambolina, tutto bene?”
Dall’altra parte, a mille chilometri di distanza, Amanda si sentì sollevata nel sentire la voce paterna, dolce come fosse ancora una bambina. Suo padre riusciva ancora a chiamarla bambolina, di solito ne era infastidita, ma in quel momento le piacque.
“Sì babbo, abbastanza bene. Sto partendo. Arrivo alle sette e mezzo domani mattina.”
“Ti vengo a prendere allora. “
“No, stai tranquillo, che poi ti tocca correre per andare in ufficio. Prendo un autobus dalla stazione. Se il treno non ritarda sarò a casa prima che tu esca.”
“Come vuoi. Tanto comandi tu. Fa’ buon viaggio allora. Vedi di dormire su quei cosi, se ci riesci.”
“Quei cosi” erano le cuccette. Carlo non ne aveva mai preso una.
“Grazie, da’ la buonanotte alla mamma, ci vediamo domani.”
“Ciao piccola mia, a domani. Buonanotte.”
Quella era l’ultima volta che Carlo avrebbe sentito la voce di sua figlia.

Loredana e Amanda si erano conosciute una sera alla stazione di Santa Maria Novella. Loredana aveva notato che nel frastuono dei ragazzi che bivaccavano sul marciapiede, Amanda era l’unica in compagnia di un adulto. Di solito al binario 16 parcheggiavano le carrozze che poi venivano aggiunte al treno delle 22:30 diretto in Sicilia. A quei tempi funzionava la regola dell’assalto alla diligenza: per gli studenti era obbligo risparmiare e all’apertura di quelle carrozze dovevi farti largo nella ressa per accaparrarti un posto a sedere per la notte, altrimenti toccava farsi il viaggio seduti sui trespoli o a terra lungo i corridoi. Loredana aveva notato quella ragazza che continuava a guardarsi intorno quasi fosse alla ricerca di qualcuno per farci il viaggio assieme.
“Babbo perché non te ne torni a  casa?” Aveva chiesto la ragazza all’uomo.
“Io me ne vado quando t’avrò sistemata sul treno.” Aveva risposto lui con un’ostinazione che non ammetteva repliche.
Quella sera a star fermi faceva freddo, l’inverno quell’anno stava facendo il suo mestiere, il cielo plumbeo del pomeriggio prometteva neve. Amanda continuava a guardare l’orologio e non vedeva l’ora di salire su quel maledetto treno, qualsiasi fosse stata la sistemazione, almeno sarebbe stata al caldo.
Poi a forza di fissarla Loredana incrociò lo sguardo di Amanda e questa senza pensarci due volte piantò in asso il padre e si diresse verso di lei.
“Scusa posso chiederti una cosa?” Esordì.
“Certo.”  Loredana aveva già capito.
“Io devo andare a Villa San Giovanni. È la prima volta che viaggio da sola. Se non vi secca potrei fare il viaggio con voi?”
“Certo che puoi. Io sono Loredana, scendo a Lamezia, un po’ prima di te.”
“Grazie infinite. Io sono Amanda, prendo il bagaglio e arrivo.”
Poi Amanda si rivolse al padre:  “Ho trovato compagnia babbo, puoi andare.” Gli disse afferrando la valigia. Carlo non avrebbe voluto lasciare sua figlia in mezzo a degli sconosciuti senza vederla partire e a malincuore salutò Amanda raccomandandole di telefonare non appena fosse arrivata.
“ Sei di Lamezia?” Amanda chiese a Loredana.
“Sì, vado a casa per natale, qui ci studio. Tu invece?”
“Io qui ci sono nata, sto andando a trovare il mio fidanzato, è calabrese. È la prima volta che faccio questo viaggio, vado anche a conoscere la sua famiglia. Un sacco di novità da affrontare tutte in una volta.”
Loredana notò che si era accesa una strana luce sul viso di Amanda che l’aveva illuminata tutta. Capì subito che doveva essere innamorata di quel ragazzo e un po’ la invidiò. Lei ancora quel grande amore che tutti dicevano si dovesse incontrare alla loro età non l’aveva trovato.
“Non preoccuparti, faremo il viaggio insieme.” La rassicurò Loredana.

A quasi mille chilometri di distanza quella stessa notte Carmine non riusciva a prendere sonno. Le coperte gli sembravano troppe, si scopriva, poi ricominciava a sentire freddo, le ritirava su. Muoveva di continuo le gambe senza riuscire a trovare una posizione comoda. Guardò l’orologio sul comodino: le 12 e 40, a quell’ora Amanda era già sul treno. Siccome non c’era verso di dormire, decise di alzarsi e andare a prendere un bicchier d’acqua. Scalzo, per non fare rumore, aprì la porta della sua camera. In corridoio c’erano i bagliori giallognoli dell’albero di natale in salotto, che in quel periodo dell’anno rimaneva acceso anche di notte. Suo padre stava russando rumorosamente e la cosa non gli piacque per niente. Aprì la porta della camera che sua madre aveva preparato per Amanda, la richiuse e si stese sul letto per sentire se il ronfare di suo padre fosse percepibile anche da lì. Dovette constatare amaramente che suo padre sembrava un trombone nella casa silenziosa. Non gli restava che sperare che Amanda  avesse il sonno pesante e la cosa non la disturbasse più di tanto. Ci teneva a far bella figura, voleva che ad Amanda piacesse la sua famiglia, la sua casa, il paese dov’era nato. Lei era così fine ed elegante. Da quando avevano cominciato a stare insieme, ormai da un anno, Carmine continuava a sorprendersi che quella ragazza avesse scelto lui così scuro e introverso, con il suo accento marcato e le sue mille insicurezze. Lei così bionda e delicata, solare e determinata, con il suo accento aspirato.
Ad ogni modo guardandosi intorno gli sembrò che la stanza che avrebbe ospitato Amanda era stata resa accogliente. La madre aveva comprato una copertina di raso rosa apposta per lei, con un tappetino coordinato ai piedi del letto. Dalle pareti erano stati staccati i poster inguardabili di sua sorella, che aveva abitato quella camera prima di sposarsi. Lei non l’aveva presa bene, ma poi se n’era fatta una ragione.  Ad Amanda sarebbe piaciuto.
“Vorrei vedere dove hai vissuto, il paese dove sei nato, conoscere la tua famiglia.” Gli aveva chiesto qualche settimana prima mentre erano seduti sulla sponda dell’Arno che in quel momento brulicava in un tramonto invernale nitido.   Amanda lo guardava con gli occhi grandi e innamorati e a Carmine cominciarono a tremare le ginocchia. Era rimasto spiazzato: portare una ragazza a casa sua equivaleva a prendersi un impegno. Aveva già conosciuto i genitori di Amanda, all’inizio il padre era stato diffidente – non era entusiasta all’idea che la sua unica figlia si fosse innamorata di un ragazzo che viveva a mille chilometri di distanza e magari gliel’avrebbe portata via – ma Amanda l’aveva rassicurato: Carmine voleva fare l’avvocato a Firenze, per questo era venuto a studiare giurisprudenza in quella città. Per Carmine invece era diverso, lui ai suoi che si era innamorato di una fiorentina non l’aveva detto proprio, sapeva che avrebbero storto il muso.
“Moglie e buoi dei paesi tuoi, arricordatillo Carminù. I ditti antichi anu sempre ragiuni.” Erano state queste infatti le parole di sue madre quando aveva annunciato che per natale avrebbe ospitato un’amica.
“U nda  famiglia a natale st’amica tua?” Aveva chiesto la madre sospettosa.
“Ce l’ha ma’..”
“Sta guagliuna ti piaci…” Aveva nicchiato il padre sornione.
Carmine si era sentito il sangue salire e aveva esitato: “Sì.”
“Carminù statti attento, ca a pensanu differenti. Tu a di pinsari a studiari a Firenze. U posto tuo ca’ è, chista è la gente tua. Arricordati sti’ paroli i mammata.”
Il padre, che ascoltava masticando pane e aveva senso pratico più della moglie, bevve un sorso di vino, guardò il figlio e disse:
“Va bene Carmine, facci conoscere questa fiorentina, a patto che non perdi la testa e continui a studiare.”
A Carmine sembrò di aver scalato una montagna, forse la prima della sua vita. Era sicuro che Amanda, bella e signorile com’era, sarebbe piaciuta a tutti. Del resto lui, anche se non aveva mai detto niente, da lì se ne voleva andare.
E adesso tutto era pronto per “la fiorentina”. Soltanto sua sorella Evelina, la maggiore, aveva decretato che  una forestiera non era una cosa buona. Carmine aveva pensato che era perché Evelina era gelosa della sua camera, anche se era sposata da più di cinque anni.
Intanto s’era fatta l’una e mezzo, Carmine si decise ad abbandonare il letto dove avrebbe dormito Amanda, sistemò la copertina di raso rosa e se ne tornò nella sua camera. Suo padre ancora russava e per lui era ora di dormire, che l’indomani sarebbe stato un giorno importante.

treno-1Alla stessa ora, nella semioscurità del treno, Loredana e Amanda parlavano fitto in mezzo agli altri ragazzi addormentati uno sull’altro. In quella notte si confidarono pensieri, esperienze, speranze, ambizioni come si può fare a vent’anni. Quando per Loredana fu il momento di scendere era ormai giorno fatto. Si salutarono con la promessa di rivedersi non appena rientrate a Firenze: erano diventate amiche. Amanda continuò a salutare Loredana finché non la vide sparire. C’era il sole e si vedeva il mare, l’aria era limpida come fosse estate. Amanda fece il resto del viaggio guardando la Calabria dal finestrino, le sembrava acerba e bellissima, aspra e dolente, assolata e calda perfino a natale. Era felice di esserci. Avrebbe amato quella terra come amava Carmine.

Finite quelle vacanze Amanda e Loredana tornarono alle loro rispettive vite e dimenticarono la promessa di rivedersi. Loredana fu assorbita dallo studio, quanto ad Amanda, l’amore la condusse verso un imprevedibile destino.
E chissà come andò, ma molti anni dopo, durante una passeggiata da piazza Santa Croce verso i lungarni, una mattina Loredana all’improvviso si ricordò di quella ragazza alta, bionda, elegante, conosciuta durante un viaggio in treno. Lo sguardo luminoso dei vent’anni si fece strada negli anni alle spalle. Loredana ormai si era sposata e viveva a Bergamo, da più di quindici anni. Firenze però le era rimasta nel cuore, così ogni tanto tornava a passeggiare nei vicoli del centro storico dove aveva respirato idee ed esperienze. Ne aveva conosciuta di gente in quegli anni.
“Amanda, si chiamava Amanda”. Se la ricordava bene quella notte  in treno, quella sola unica notte in cui s’erano confessate nel buio dello scompartimento la vita che avevano davanti. Nel poco tempo insieme, avevano afferrato il senso dell’esistenza l’una dell’altra, come succede in certi incontri nei quali ti dipingi per quello che sei. Chissà se Amanda aveva sposato il suo Carmine e coronato la sua bella storia d’amore.
I pensieri portarono Loredana ad addentrarsi nel reticolo di viuzze che adesso erano pieni di negozi di souvenir e cianfrusaglie cinesi. Arrivò al 25 di via Tripoli senza neanche rendersene conto e scorse i nomi sul citofono. In quello stabile vivevano quattro famiglie ma lei non ricordava il cognome.
“Cerca qualcuno?” Una voce la costrinse a voltarsi di scatto come se fosse stata sorpresa a rubare. Un uomo anziano, ricurvo, dall’aria mite, le stava davanti.
“No… cioè sì. Conoscevo una ragazza che abitava qui tempo fa. Si chiamava Amanda, passavo da queste parti e mi stavo chiedendo se viveva ancora qui.”
L’espressione dell’uomo cambiò di colpo, come se su quel volto segnato dal tempo si addensassero tutte le nubi oscure incontrate nell’arco della sua lunga esistenza.
“La conosceva bene Amanda?”  Le chiese cupo.
“Per la verità no, ci siamo incontrate una volta soltanto, poi ci siamo perse, lei stava andando a trovare il suo fidanzato in Calabria. La conosce?”
“Sì signora, la conoscevo. L’ho vista crescere in questa strada. Non avesse mai fatto quel viaggio.”

In quella foto Amanda era esattamente come Loredana la ricordava, il bianco e nero la restituiva al passato in cui si era fermata: Amanda a venti anni. Adesso Loredana sapeva che quella foto era l’unica cosa rimasta di lei a memoria futura. Questo le aveva detto il vecchio piangendo lacrime che avevano risvegliato un dolore sopito. Chissà quante volte si erano incrociate sui treni senza più incontrarsi e chissà se l’avesse incontrata, se l’avesse cercata come le aveva promesso. Loredana fissava la foto:  pensò che non si può cambiare il corso del passato, ma gli occhi celesti di Amanda chiedevano vita. Giustizia no, perché non ne avevano avuta. Ma vita sì.

362994702-5Amanda dopo un’ultima telefonata a suo padre che annunciava il suo ritorno a casa era sparita. Sparita, come spariscono certi oggetti che metti da qualche parte e qualcosa che non sai cos’è se li porta via. Sparita. Come un coniglio dal cilindro di un mago. I suoi genitori l’avevano cercata invano per anni, poi la madre non era sopravvissuta al dolore per quell’unica figlia scomparsa. Suo padre, senza altri figli o parenti, era rimasto il solo a cercarla.
Amanda in Calabria aveva incontrato un paese che non c’è, qualcosa che aveva letto sui giornali o visto alla tv, ma era stato diverso vederli, i morti ammazzati per strada. Era toccato prima al padre di Carmine, poco dopo il suo primo viaggio in Calabria. Amanda non aveva ascoltato niente e nessuno ed era corsa da Carmine. Avrebbe dovuto capire certi silenzi, certe reticenze, le mezze frasi, i toni taglienti. Ma lei quel ragazzo lo voleva. L’amore maturo sa quello che vuole e va dritto davanti a sé senza ascoltare ragione, coraggioso fino all’incoscienza. Amanda aveva lottato con le unghie e con i denti per portare via Carmine da una faida sanguinosa che lei non poteva e non voleva comprendere. Per lei era semplice: era convinta che esiste la giustizia a questo mondo. E aveva cominciato lei ad andarci, da un giudice, a raccontare quello che aveva visto e sentito. Poi subito dopo Carmine fu ferito alla testa in un agguato. Amanda aveva preso il primo treno e l’aveva riportato a Firenze, l’aveva curato e aveva convinto anche lui che era semplice, che c’era una via d’uscita da tutto quel sangue. E così anche Carmine aveva parlato con quel giudice. Solo che poi lui in Calabria al suo paese c’era dovuto tornare e lì chi parlava era un’infame e lui non avrebbe potuto vivere da infame. Al giudice disse che Amanda l’aveva costretto e confuso, rinnegando ogni singola parola. Eppure Amanda ancora non si arrese, tornò, dura come quella terra che si ostinava ad amare. Continuava a credere che fosse semplice: l’amore come la giustizia.
Finché, dopo quella telefonata al padre, di Amanda non si ebbero più notizie: il nulla la ingoiò senza sputarne i resti.

Molti anni dopo un pentito fece il suo nome, disse che qualcuno aveva ordinato che quella forestiera doveva morire: Amanda era stata uccisa, il suo corpo fatto a pezzi e gettato in mare. I suoi assassini erano stati assolti per insufficienza di prove. Il processo l’aveva uccisa per la seconda volta: senza tomba, senza memoria, senza appartenenza, come certe meteore che si staccano e attraversano l’atmosfera per qualche secondo di luce e poi si spengono andando a morire chissà dove.

OLYMPUS DIGITAL CAMERALoredana pensava che quello era lo stesso mare che aveva solcato Ulisse, pensava a se stessa che lo aveva dimenticato andandosene da quella terra amata e maledetta. Pensava a quello che non aveva fatto, alla colpa per non averla difesa, al suo accento che aveva vissuto come una vergogna di cui liberarsi. Pensava ad Amanda fatta a pezzi per averla voluta, quella stessa terra.
Osservando la foto sperava che un dio qualsiasi, nell’azzurro doloroso di quel mare, avesse ridato vita a quello sguardo. Magari avrà rimesso insieme i suoi pezzi. Magari ne avrà fatto una sirena per il prossimo Ulisse.

Dedicato a Rossella Casini

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