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Archive for the ‘Premi e riconoscimenti’ Category

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Non si scrive mai per sé stessi, chi lo afferma dice una menzogna. Io l’ho fatto appena ho cominciato a praticare la scrittura più seriamente e non ne vado fiera.
Quando, come nel mio caso, si scrive perché da qualche parte ti si presenta un personaggio, una storia, uno stimolo, non sei salva fino a che non ha preso vita, forma e fattezze.
Se poi, sempre come nel mio caso, non si rincorre il famigerato quarto d’ora di celebrità accompagnato dall’ambizione di vedersi pubblicati, i concorsi sono un ottimo modo per mettersi in discussione, in gioco, per verificare se quella storia dice qualcosa, racconta qualcuno, arriva a destinazione.
Un attore non studia sette camicie per imparare una parte e poi salire su un palcoscenico senza avere pubblico davanti, sarebbe fatica inutile e sprecata. Se ha passione si prepara con scrupolo, non pensa a quanto numeroso sarà il pubblico che lo ascolterà. Uno o cento sarà lo stesso. Ma quell’uno deve esserci.
Ecco perché vincere un premio fa piacere e ogni premio ha una storia a sé nel proprio personale percorso. Ne ho vinti abbastanza e ognuno mi ha lasciato dentro qualcosa di nuovo e diverso.
Il premio che mi è stato conferito dall’Associazione  I fili di Arianna di Marcellinara è per me significativo perché lo vinco in Calabria, nella mia terra, dove sono tornata a vivere.
Mi piace perché è un’associazione femminile molto attiva in questo piccolo comune calabro, che promuove la scrittura di genere e in generale la cultura delle donne e per le donne e per me, che di donne spesso scrivo, è essere a casa.

Stella non è il mio nome è il racconto con cui ho vinto, sentirlo leggere da Rosina Paonessa mi ha emozionato, e come sempre accade, non mi sembrava di averlo scritto. Mi ha però emozionato di più la motivazione, che racchiude davvero quello che ho cercato di raccontare.
Quando mi danno un microfono in mano per parlare di me, sento la mia voce arrivare da fuori e non riesco ad ascoltarmi, mi va in pappa il cervello, per questo, visto che non l’ho fatto, ringrazio qui l’Associazione I fili di Arianna, la sua Presidente Maria Francesca Donato e la Coordinatrice Silvana Scerbo che mi hanno accolto con calore e, infine, la presentatrice della serata, Donatella Soluri, che è stata bravissima. Grazie anche a Daniela Rabia che con il suo romanzo Matilde ha vinto la sezione Romanzi Editi, è una forza della natura, una persona così vitale che merita tutta l’attenzione.
Da ultimo vorrei segnalare, oltre alla bella cerimonia organizzata (senza trascurare il buffet che vi assicuro merita la menzione!), alcune coincidenze che continuano a seguirmi: il premio era dedicato alla Poetessa calabrese scomparsa Giusy Verbaro, era presente la famiglia che ha ritirato una targa; a lei hanno dedicato un breve filmato, lei che ha vissuto tra Firenze e Soverato, che ha amato la Calabria natia e la Toscana, sua terra d’adozione. Il mare calabrese e il Duomo di Firenze mi hanno detto: qui, adesso, lei, tu.

Per questo mi piace concludere con dei suoi versi, bellissimi.

L’ala ci sfiora piano.
Sarà nadir o zenit il punto in cui converge l’umano col divino?
Come farsi toccare, benedire da intelligenze alate,
da fuoco che non brucia se l’esilio del cielo ci condanna?
Ma gli angeli dispongono tra cielo e terra
strategie di incontri e armonie di tracciati.
Loro sanno di cuori più di quanto i cuori stessi sappiano.
E dei cuori misurano percorsi riconoscendo i baratri.
E sanno delle voci.
Ne conoscono l’eco, gli alfabeti segreti ed i segreti suoni
perché la millenaria storia umana è un grande libro aperto alla memoria.

Giusi Verbaro (Da Il vento arriva da uno spazio bianco)

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… chissà che odore c’era a Nuova Yorke

La mattina del 3 luglio 1919 Cesira prese dall’armadio il fagotto, si accertò che i soldi fossero fissati nelle tasche cucite sotto i vestiti e uscì di casa alle quattro e trenta in punto, avviandosi verso un nuovo destino.
Nella casa tutti dormivano beatamente. Cesira lasciò il portone d’ingresso socchiuso, che tanto a lei che entrasse qualcuno non importava più niente. Del resto era cosa improbabile, nessuno avrebbe fatto un affronto a Don Attilio Ceravolo.
Percorse la strada principale del paese con il fiato sospeso fino al negozio di Gaspare il macellaio, dove ad aspettarla c’era Nicola. Presero un viottolo tra le campagne procedendo di buon passo senza parlare fino alla casa di Carmine Bonfanti. Là li aspettava il carretto che li avrebbe portati fino a Guadalla, dove avrebbero preso una corriera per Napoli.
Man mano che il carretto si mangiava la strada che portava a Guadalla la paura cominciò a scemare; cessò soltanto un’ora e mezzo dopo, quando Cesira salì finalmente sulla corriera. A quel punto fu certa che ce l’avrebbe fatta.
Era la prima volta che Cesira usciva dal suo paese, non si era mai spinta oltre le quattro case di Cirrisi e quando la corriera partì era ormai giorno, nella piazza arrivavano i contadini per il mercato con la merce sui carretti. Cesira non badò alla comitiva che sonnecchiava nella corriera. Aveva occhi solo per quel mondo là fuori che vedeva per la prima volta e l’eccitazione prese il sopravvento. Accanto a lei era seduto Nicola, pure lui stava lasciando quella terra per sempre. Stavano andando all’America.

Nel paese dov’era nata Cesira, le donne crescevano in casa, imparavano a ricamare e aspettavano che i genitori trovassero u zzitu, l’uomo che le avrebbe sposate. Povere com’erano si facevano il corredo con le loro mani e si spostavano da una casa a un’altra: smettevano di essere figlie e diventavano mogli, avevano figli e facevano quello che le madri avevano fatto prima di loro.
Cesira però era nata ribelle e per quei tempi era una cosa grave se eri femmina, peggio di una malattia. Sua madre, Donna Filomena, stava sempre a chiamarla dalle finestre, nera di rabbia e di vestiti a lutto, che c’era di continuo qualche parente che moriva. Era inviperita con la sorte che le aveva dato una figlia ‘ndomita come un cavallo pazzo, diceva. Diceva pure che non pareva figlia sua, al contrario di Tonia, la seconda figlia, che piccirilla s’era ammalata di poliomelite.  In casa a Cesira la comandavano e basta: Cesira fai questo, Cesira fai quello, Cesira fai compagnia a tua sorella, Cesira vai piano che lei non può correre. Non sopportava d’essere comandata, tranne quando la mandavano a portare le lenzuola che sua madre lavava per Donna Giulia,  la moglie del sindaco, nella casa di Donna Giulia Cesira si sentiva benvoluta.
Donna Giulia aveva avuto due figli: il più grande, Tonino, era un maschio faticatore che era andato sempre appresso al padre. L’altra era una femminuccia che poverella era volata in cielo di appena due mesi. Si  diceva che era morta per colpa di Don Attilio, che a Donna Giulia gli aveva avvelenato il latte nel petto per via delle femmine, che gli piacevano assai. Don Attilio guardava voglioso pure a Cesira, le diceva che stava diventando il fiore più bello di Cirrisi.
Certe notti Cesira se ne stava alla finestra a guardare le stelle, la campagna di notte era magica e silenziosa, piena di profumi. A volte usciva a camminare al buio, fuori c’era aria che le riempiva il petto, dentro invece l’aria le mancava. Di giorno andava per i campi, si sedeva nascosta nell’erba alta e ci passava le ore.  Sentiva la voce di sua madre che chiamava, ma più la sentiva, più ne provava piacere. E siccome tanto sapevo che quella sera il padre l’avrebbe curriata, che allora la cinghia usavano, tanto valeva che quella bell’aria se la godesse. Solo là in mezzo si sentiva libera. E lei libera voleva essere.
Successe poi che Cesira si innamorò di Nico, un bracciante povero e senza niente. I primi tempi si incontravano di nascosto all’Addolorata, una chiesetta diroccata nel mezzo della campagna di Vallo. La leggenda diceva che là stavano le anime di morti che  per la fame se n’erano partiti per combattere con Garibaldi, ma di loro non era tornato nessuno. Pareva anche che certe notti si sentivano spari e lamenti e nessuno c’andava mai. Cesira a queste dicerie non ci badava, le anime dei morti non le facevano paura, che anzi certe volte erano quelle dei vivi a fargliene. All’Annunziata c’andava per raccogliere i gelsi quando era il tempo. Lì gli alberi erano pieni di frutti e così se ne poteva stare in pace perché tornava con la cesta piena per fare la marmellata che a Tonia piaceva assai, con buona pace di sua madre, che quando tornava con i gelsi buoni per Toniuccia sua non le chiedeva dov’era stata. Le anime dell’Addolorata invece lo sapevano, che per la prima volta dopo cent’anni sorridevano tutte quante a vedere Cesira e Nico, belli e innamorati com’erano. Però Nico si mise in testa che per sposarsi doveva andare in America, dove si facevano i soldi. Diceva: “Con le pezze al culo che c’ho ora, tuo padre non mi vorrebbe nemmeno sentire. Invece io parto, vado all’America che c’ho già la fatiga, torno e ti prendo. Altro che sto’ paese che ci lascia solo gli occhi per piangere. Io  voglio farti regina. Quando torno ricco, tuo padre niente più mi può dire”.
Voleva andare a Nuova Yorke, dove suo cugino aveva trovato la fatiga. Vero era che il padre di Cesira non l’avrebbe fatta maritare a un bracciante che viveva a Stanizzi  in una casa di pietre e mattoni in mezzo alla campagna dove manco l’acqua c’era. Suo padre diceva che i braccianti erano muli di fatiga, bestie, no uomini. Diceva pure che se le figlie sue si dovevano maritare, si dovevano maritare come si deve, se no se ne potevano rimanere a casa, che mangiare non ne mancava.
Così Nico se ne partì, al paese non aveva nessuno, nella stamberga di Stanizzi c’era rimasto da solo. Come tanti partì solo con la speranza, senza sapere che lo aspettavano quattro settimane di viaggio, ammassato su una nave con altri centinaia d’altri come lui, in mezzo al fetore e agli stracci. La mattina in cui Nico partì, Cesira si svegliò presto, alla finestra si toccava le labbra dove ancora i baci bruciavano. Sentiva l’odore forte e pungente della sua terra e si chiedeva che odore c’era a Nuova Yorke. Cesira non lo sapeva dove si trovava Nuova Yorke, e manco l’America sapeva dov’era, e nemmeno quant’era il mare per arrivarci. Lei il mare non l’aveva visto mai.
Tanti al paese se ne stavano partendo e di tanti che arrivavano là dopo un poco non se ne sapeva più niente. Certi morivano nel viaggio e certi altri che là avevano visto i soldi veri, del paese se n’erano scordati.  “Se Nico non torna mi ammazzo.” Giurò Cesira  davanti al cielo che lo stava vedendo partire dove c’era l’ultima stella della notte che si stava squagliando.
A Donna Filomena in quei giorni sua figlia parve rintronata: era muta, mangiava poco, s’era smagrita. A Cesira diceva che stava diventando brutta e nessuno l’avrebbe voluta, na fimmina senza nu masculu nenti mbali.  Cesira non rispondeva.
Una domenica mattina dopo la messa Donna Giulia avvicinò Donna Filomena e si appartarono facendosi grandi sorrisi. Quando furono a casa Cesira e Tonia sentirono la madre cantare “Tri fimmini a ‘na funtana, una strica e ‘n’atra lava, una prega a santu Vitu, ma nce manda ‘nu bonu maritu, biancu russu e culuritu, comu la faccia de santu Vitu…”.  Era raro che Donna Filomena fosse di buon umore, doveva essere successa una cosa buona per davvero.
Donna Giulia aveva invitato tutta la famiglia a prendere il caffè perché Don Attilio ci doveva parlare: siccome Tonino, il figlio, era in età di maritarsi e Cesira pure,  c’era in ballo una proposta di matrimonio. Cesira urlò quel giorno, che lei mai si sarebbe presa a uno come Tonino, si sarebbe ammazzata piuttosto che sposarsi a quello. Ma la verità è che Cesira mai avrebbe potuto rifiutare il figlio del sindaco. Così quel pomeriggio Donna Filomena fece indossare a tutta la famiglia il vestito delle grandi occasioni e  andarono a far visita a Don Attilio, il quale li accolse con  grandi feste.

Era primavera, le notizie dall’America erano lente ad arrivare e invece per Cesira le cose cominciarono ad andare di fretta. Le famiglie si accordarono che a giugno si sarebbe annunciato il fidanzamento ufficiale con una grande festa e poi lei e Tonino si sarebbero sposati a settembre. Nel frattempo Don Attilio disse che Cesira doveva stare a casa loro per conoscere il futuro sposo e prendere possesso della casa in cui era prossima a diventare nuora della padrona. Tonino era una specie di fantoccio, aveva la pelle bruna dal sole dei campi, lo sguardo spento e il naso lungo, non contava niente, era abituato a fare quello che gli comandavano e in fondo era contento che il padre avesse scelto una fimmina bella come a Cesira.
Nel tempo che Cesira passò in quella casa, Donna Giulia le insegnò come comandare la servitù, come trattare i sottoposti che lavoravano sulle loro terre, cosa piaceva a Tonino e cosa a Don Attilio. Le diceva quello che era sconveniente per una donna della sua posizione, chi doveva guardare in faccia e di fronte a chi doveva abbassare lo sguardo in segno di ossequio. Cesira ascoltava,  sempre con la testa da un’altra parte.
Quella donna era nata padrona, non desiderava altro: essere la moglie riverita del sindaco padrone del paese. Si teneva perfino le corna di Don Attilio, che tutti lo sapevano, e pure lei, tanto da quel trono nessuno l’avrebbe cacciata.
In quella casa Cesira diventò una specie di statua muta, Tonino le sembrava un mammalucco. Solo il pensiero di Nico le accendeva la carne e quando ero vicino a Tonino le prendeva una specie di disgusto come quando assaggi mangiare andato a male.
Ma il disegno vero di quel matrimonio, Cesira lo scoprì una domenica dopo un pranzo che avrebbe sfamato una decina di famiglie di braccianti là intorno, che in casa di Don Attilio la domenica era giorno di magnificenza a Dio, come diceva Donna Giulia, contenta di distribuire gli avanzi alla servitù per celebrare il rito della sua bontà. Don Attilio di solito il pomeriggio se ne andava in camera sua per una pennichella, ma quella domenica disse che si doveva ritirare nello studio a guardare certe carte e ordinò che nessuno lo doveva disturbare.
«Cesì – disse prima di lasciare la stanza – il caffè me lo porti tu là
Quando il caffè fu pronto, Donna Giulia ci mise due cucchiaini di zucchero e disse: «Ad Attilio il caffè ci piace dolce Cesì, arricordatillo, tieni, vai
Cesira camminò per il lungo corridoio buio come un condannato che sta andando a morte. Quella casa la inquietava, l’idea che diventasse casa sua le faceva venire i brividi. Don Attilio nello studio l’aspettava, non disse una parola e si bevve il caffè bollente con un sorso solo, avido era quell’uomo, con tutto quello che toccava, pure quando si prendeva il caffè. Cesira riprese la tazzina vuota,  fece per andarmene.
«Aspetta Cesì che ti devo parlar – dietro a quella scrivania era un uomo possente, pareva Dio che là decideva le sorti del mondo – «lo vedo che sei sperduta, che credi? Pari una pecorella, ma qui non c’è nessun lupo che ti vuole mangiare. Tu qua la padrona devi diventare – si alzò, prese la tazza dalle mani di Cesira e la posò sul tavolo. Aveva gli occhi che mandavano lampi – Cesì tu sei una femmina bella e forte e io lo so che Tonino non è il masculo per una femmina come te, è debole, sottomesso, stranito. Ma tu Cesira mia non ti devi preoccupare. Tu solo a me devi rendere conto. Intendi bene e ricordatelo – Cesira si trovò stretta a suo suocero con le labbra sul collo – ancora non puoi sapere quale paradiso ti aspetta, devi pazientare fino al momento giusto, per ora lo puoi solo sentire…. lo senti Cesì? Sentilo, grande e grosso, tutto per te. A una femmina come te questo ci vuole, io lo so e tu lo sai. Lo devi sentire Cesì, perché quando sarà il momento sarai la femmina più felice della terra. E pure io, che da te voglio un masculo come a me.”
Cesira pensò che se Nico fosse stato là fuori l’avrebbe ammazzato a Don Attilio, ma lei sola era.
«Ora che l’hai sentito… qualche altra volta ti insegno come prenderlo, fino a che non potrai averlo, vai adesso.»  Don Attilio tornò a sedersi come se niente fosse.
Cesira uscì dalla stanza agitata, per la prima volta in vita sua si sentiva perduta. A nessuno lo poteva raccontare. Don Attilio non era per il figlio che la voleva, la voleva per sé, e quegli scimuniti della moglie e del figlio lo sapevano pure. Suo padre e sua madre l’avrebbero ammazzata di botte se avesse raccontato quello che era successo, di sicuro l’avrebbero accusata d’essere una bugiarda senza riconoscenza.
Diventata la fidanzata di Tonino e la nuora di Don Attilio Cesira aveva addosso tutti gli sguardi del paese. E fu così che diventò una femmina furba.  Niente aveva, se non il fatto che era nata bella e non si voleva arrendere a quel destino. Doveva scappare.
Nico intanto aveva fatto arrivare una cartolina alla rivendita di Don Mico per farle sapere che era sano e salvo dove doveva essere. E lei là voleva andare, a quella Nuova Yorke che tutti dicevano era la speranza.
In casa di Don Attilio si preparavano cose in grande per la festa di matrimonio. Cesira usò tutto il potere di femmina padrona e cominciò a tormentare una serva, Concetta, che aveva dodici anni ed era ottava di dieci figli. Se avesse perso quel lavoro suo padre l’avrebbe ammazzata per i soldi, che ne abbisognava assai, e perché essere cacciata dalla casa di Don Attilio sarebbe stato un disonore. Cesira si vergognò di sé stessa, pregava Dio perché la perdonasse per quel peccato, ma usò Concetta  con la minaccia di cacciarla via: la mandava in giro a cercare aiuto dalle persone giuste per vedere come andare a questa Nuova Yorke.
I soldi li mise insieme più facilmente, a cominciare dall’anello di fidanzamento, che quando Tonino glielo mise al dito nel bel mezzo di una festa in pompa magna, perfino un bacio sulla guancia gli dette. Tutti la videro felice, nessuno sapeva che era perché quell’anello valeva il suo biglietto per l’America.
Una femmina a quei tempi doveva diventare forte con l’inganno. Cesira giurò che nessuno, manco Nico, la doveva comandare mai più. Si mostrò  contenta per la buona sorte e soprattutto riconoscente con Don Attilio: quando gli portava il caffè gli si accendevano gli occhi come a un pazzo, la toccava dappertutto, impaziente che arrivasse il giorno in cui l’avrebbe presa, che nove mesi dal matrimonio dovevano passare per quel figlio che voleva da lei. Avrebbe potuto chiedergli qualsiasi cosa che lui gliel’avrebbe data. E Cesira chiedeva, più gli prometteva più gli piaceva ed era generoso.
«Cesì – le diceva – tu sì che sei una femmina vera. Mi fai impazzire. Io e te saremo felici, te lo giuro, quando partorirai il figlio mio avrai il regalo più bello, degno di una regina
Pure Nico così le aveva detto, che lei in America come una regina doveva andare e così le carezze di Don Attilio Cesira manco le sentiva, le facevano schifo, ma i regali che ne venivano erano la sua libertà, altro non c’era.

Comunque Nico non si era sbagliato, perché Cesira partì come una regina. Partì dal paese senza lasciare una parola,  solo per Tonia le dispiacque, ma quando fu davanti al mare nel porto di Napoli gli occhi non si stancavano di guardare quell’immensità e, nonostante la confusione e la gente accalcata sul molo da fare paura, si sentì piena di coraggio. La nave era impressionante da quanto era grande, come il mare, che quel giorno Cesira vide per la prima volta.
Tre settimane impiegarono, e furono tre settimane difficili. Eppure Cesira in breve tempo si fece conoscere e benvolere da tutti. Non aveva pensato che su quella nave avrebbe dovuto mangiare e il cibo non c’era se non te l’eri portato, ma non patì mai la fame e se la patì fu per regalare il suo pasto a qualche vecchio o a  qualche bambino che non se la passavano bene. Era sempre pronta ad aiutare qualcuno e mai era stanca. Per Cesira quel viaggio fu come nascere per la seconda volta: scoprì in sé stessa una forza che mai aveva saputo di possedere.
Solo quando fu ad Ellis Island la stanchezza si fece sentire, quando ormai il viaggio era alla fine e tutti pensavano che ormai l’America era fatta e invece se ne dovettero restare per giorni chiusi là dentro a passare visite ed esami.
Quando però fu il momento di scendere, in mezzo alla folla sul molo, Cesira il viso agitato di Nico lo vide subito e lo chiamò a gran voce. Pure Nico la vide subito. In quell’istante Cesira si sentì così libera che avrebbe potuto morirne. Una sensazione grande come l’America.

In America Cesira visse una vita lunga e piuttosto felice. L’unica cosa che le mancò sempre fu l’odore che c’era al suo paese, quello in America non lo trovò da nessuna parte. Al paese non tornò più, ci vollero anni perché si scordassero di lei e dell’affronto che aveva procurato. Don Attilio impazzì come una bestia, che nessuno aveva mai osato sfidarlo, figuriamoci una femmina che l’aveva derubato e raggirato a quel modo.  Ma rimorsi Cesira non ne ebbe mai, nemmeno per suo padre e sua madre, che si portarono addosso il marchio di una figlia indegna.  Nuova Yorke era troppo lontana perché potessero arrivare le loro maledizioni.
Quando arrivò per Cesira il momento di lasciare questa vita, chiamò a sé la figlia Mary e le disse: «Mariuccia mia sono contenta che ti lascio in un mondo dove nessuno ti tratta più come carne di vacca. E’ legge di natura che i genitori se ne vadano prima dei figli, tuo padre se n’è andato troppo presto e ora che sono stanca sono felice di andare dove c’è lui. Ho lavorato tutta la vita e non mi sono fatta più comandare da nessuno.  Tu vivrai Mariù, è la vita. Ma non te lo scordare, nessuno ti deve comandare, mai. E qualche volta, tornaci tu al paese mio. Prova a sentire l’odore che c’è, di erba tagliata e grano. Sono sicura che è rimasto lo stesso».

I CLASSIFICATO PREMIO MIMOSA CITTA’ DI NARNI, Edizione 2016
MOTIVAZIONE DELLA GIURIA
“Una ribellione che risolve la vita quando l’ambiente che ti circonda è fermamente intenzionato a riproporre e tramandare l’archetipo della donna figlia-madre-moglie sottomessa ai desideri degli uomini, anche quelli più tenebrosi. Un viaggio verso la luce, l’aria, la libertà, l’amore cercato e scelto. L’autrice si muove con sagacia nel descrivere, scolpendoli, luoghi geografici e sociali in cui l’angustia delle visioni è scardinata dall’entusiasmo di una gioventù capace di farsi evoluzione, emancipazione e affermazione di un pensiero differente”

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Solo oggi ho trovato questo video, sintesi della serata di premiazione del Concorso Caffè Moak, lo metto nell’armadio, in un cassetto. Eppur ci sono.

https://www.facebook.com/letterariomoak/

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Edizione 2015 Omaggio a Italo Calvino

Seconda classificata con il racconto: ELIDE E ARTURO – CAFFE’ IN FABBRICA

Sono circa le sei di una mattina qualunque di una metà di dicembre, un anno che non importa ricordare. Elide si sta svegliando abbracciata al suo cuscino mentre le sembra di sentire nell’aria l’aroma del caffè. Arturo è in cucina che sta alzando le tapparelle, ha aperto il rubinetto dell’acqua, sta preparando la colazione per lei. In camera da letto filtra una luce opaca dalle persiane, segno che sta facendo giorno e per lei è quasi l’ora di alzarsi.
Alle sei in punto suona la sveglia, Elide allunga una mano fuori dalle coperte e la spegne. Apre gli occhi, si tira su a fatica, fuori dalle coperte la investe il freddo umido che impregna l’aria. L’aroma di caffè non c’è, deve averlo sognato, sente solo quel freddo che odora di inverno. Guarda il posto vuoto accanto al suo nel letto. L’impulso sarebbe di rimettersi sotto le coperte e cacciare la testa sotto il cuscino.
Dalla strada le arriva il rumore del camion che svuota i cassonetti della spazzatura. Elide sta in ascolto fino a che il rumore si allontana e si perde fino a tacere, appena un’increspatura nel risveglio del quartiere, poi è di nuovo silenzio. Elide deve alzarsi o farà tardi.
Fino a qualche settimana prima al mattino presto l’odore del caffè per casa c’era davvero, Arturo di ritorno dal turno di notte lo preparava per lei prima di mettersi a letto, mentre lei si vestiva  per andare a lavorare nella stessa fabbrica.
Adesso è lei che prepara il caffè, lascia due moka da sei tazze già pronte sul fornello dalla sera prima. Appena in piedi striscia in cucina per accendere il fornello, poi va a lavarsi mentre il caffè viene su usando l’acqua ben fredda sul viso per sentirsi nel mondo dei vivi. Torna in cucina ed è sveglia, prende il suo caffè e versa il resto in un thermos grande, ne avvita il tappo con cura perché si mantenga caldo e prepara altre due moka da sei tazze. Il caffè deve essere abbondante, deve bastare per tutti.  Va a vestirsi, se per vestirsi si intende coprirsi, indossa una calzamaglia di lana, dei vecchi pantaloni di fustagno pesante, un maglione e la giacca a vento, incurante dei colori accozzati male. Infine si cala un berretto sugli occhi.
Riempie il secondo thermos e infila tutto in una borsa termica dove ha sistemato delle fette di pane e due barattoli di marmellata. La marmellata è quella che ha fatto sua madre al paese, l’estate prima, con le prugne che maturano al sole sugli alberi intorno alla casa.

Quando arriva in fabbrica sono le sette passate, di solito sono già tutti in piedi, le notti là dentro sono lunghe a passare, difficile dormire su materassini a terra. Qualcuno è già fuori a fumare la prima sigaretta e saluta con sollievo il suo arrivo perché ormai lo sanno che lei al mattino porta il caffè per tutti e quel caffè è una delle poche cose buone della giornata. Le facce sono stanche, tirate, sono facce di chi non dorme ormai da giorni. C’è Romolo in un angolo che tossisce, ha una tossa secca e persistente, Valdo gli urla che dovrebbe andarsene a casa e farsi vedere da un medico, ma lui risponde che da lì non si muove, che piuttosto preferisce morirci. C’è aria di orgoglio in fabbrica, di rabbia, di voglia di dignità, inquinata solo a tratti da rivoli di stanchezza.
Al mattino, nello stanzone della mensa adibito a dormitorio con i materassi buttati alla rinfusa, c’è un’aria stantia. Elide per prima cosa va subito ad aprire uno spiraglio dal finestrone sul cortile per cambiare un po’ l’aria, mentre gli uomini si raccolgono a capannello attorno a un tavolo, chi seduto, chi in piedi. Qualcuno sfila i bicchieri di plastica da una sporta appesa a un gancio nel muro, qualcun altro tira fuori qualche pasticca da prendere al mattino a stomaco pieno e la posa sul tavolo. È freddo, hanno le mani intirizzite, strette nelle maniche dei giubbotti.
Elide sfila il thermos, l’odore inconfondibile del caffè si spande per la stanza e per un attimo illumina i volti, si capisce che quello del caffè è un rito che sa di casa, di risveglio nel posto giusto, di abitudini familiari che danno un senso, quando i bambini ancora dormono e gli adulti spettinati si aggirano per casa.
Elide versa il caffè caldo ben zuccherato nei bicchieri in fila e stende un tovagliolo di tela, ci mette sopra le fette di pane, la marmellata, un paio di coltelli per chi voglia mettere qualcosa nello stomaco, di solito quasi tutti. Bisogna dire che Elide è sempre la prima ad arrivare al mattino poiché a differenza da altre mogli non ha bambini da sistemare o un posto di lavoro da raggiungere. Il suo posto di lavoro è lì, in quella fabbrica, o meglio era, prima che arrivasse la lettera di licenziamento. Centonovantacinque lettere recapitate tre settimane prima per raccomandata a ciascuno di loro. Tre frasi lapidarie che erano risuonate come una sentenza di condanna.
«Oggi viene la redazione di un giornale nazionale con il delegato regionale del sindacato. Fanno pure delle riprese.» Dice Manlio addentando una fetta di pane.
«Speriamo sia la volta buona, sono già tre settimane che siamo chiusi qua dentro e ne parla solo la stampa locale.» Gli fa eco Valdo.
Arturo è silenzioso, si versa un altro caffè, Elide non può fare a meno di notare il suo sguardo malinconico e questo le provoca una morsa allo stomaco. Arturo si va a prendere quel caffè un po’ in disparte, Elide lo segue, lei lo sa che quando è in mezzo agli altri non gli piacciono le smancerie, ma se non il suo tocco, almeno ha bisogno di sentire il suo odore da vicino.
«Non hai dormito niente, vero?»
Arturo sorseggia il caffè soffiando sul bicchiere tra un sorso e l’altro come fa sempre.
«No.» Ha  poca voglia di parlare.
«Forse potresti andare a casa a farti una doccia, magari dopo ti senti meglio.» Elide conosce già la risposta. Arturo è testardo.
«Sì, così magari vengono per le riprese quando non ci sono. E comunque se vengono io così voglio stare, con questa faccia, che almeno si veda cosa stiamo passando. Se nessuno ne parla è inutile stare qua a massacrarsi. Io voglio esserci e dire la mia.» Tira su l’ultimo sorso di caffè, facendo scivolare in bocca le lingue di zucchero dal fondo del bicchiere di carta.

Erano al ventesimo giorno di assemblea permanente, asserragliati in quella fabbrica da quando la proprietà al secondo giorno aveva fatto sapere che non c’erano margini di trattativa. Non aveva dato uno straccio di motivazione concreta per la chiusura dello stabilimento, ma tutti conoscevano la parola che stava a monte di quella decisione: delocalizzazione.  Lo stabilimento era di proprietà di una multinazionale tedesca che produceva ruote e freni per macchine agricole, trasferivano la produzione in Romania dove la manodopera costava meno.
La lettera di licenziamento e l’occupazione avevano travolto i ritmi delle loro vite, prima la fabbrica era il posto dove lavoravano, adesso era diventata la loro casa. Ci dormivano in dieci, su materassini sistemati tra la mensa e i bagni. La prima notte era stata la peggiore, dopo l’assemblea che aveva votato all’unanimità l’occupazione della fabbrica erano rimasti in sei, barricati come in una trincea, in ascolto di ogni più piccolo rumore, preoccupati che arrivasse qualcuno a mandarli via con la forza. Poi si erano abituati, avevano cominciato a mettere a fuoco il senso della loro azione, avevano tratto forza dall’essere uniti in una battaglia comune.
Arturo era stato tra quelli che aveva preso da subito il suo compito come un dovere ultimativo, era rimasto in fabbrica giorno e notte, non si era voluto schiodare da lì neanche un minuto, attaccato a quel luogo come una piovra al pesce con il timore che, se avesse mollato, anche un solo momento di distrazione avrebbe potuto essere fatale, e il pesce se ne sarebbe scivolato via per sempre.
Elide pure si era offerta di restare, ma Arturo era stato irremovibile, erano l’unica coppia che lavorava in quella fabbrica,  era una causa comune, dunque bastava lui, lei sarebbe stata più utile fuori. Così Elide si era dovuta rassegnare alla testardaggine di Arturo. Arrivava ogni mattina presto con il caffè per tutti e poi se ne stava lì con gli altri, a discutere, studiare proposte, iniziative,  e aspettare.

Elide e Arturo avevano scelto di non farsi assegnare gli stessi turni di lavoro perché solo così riuscivano a incastrare qualche giorno di riposo in comune.
Il giorno in cui era arrivata la lettera raccomandata a casa c’era Elide. Quando avevano suonato al campanello stava caricando la lavatrice.
«C’è posta da firmare». Aveva detto la voce al citofono. Elide era scesa di corsa e il postino le aveva messo in mano due buste con lo stesso mittente e lo stesso timbro. Le gambe di Elide avevano cominciato a tremare, il cervello si era annebbiato in preda a un presagio oscuro. L’aria era fredda là fuori lei era uscita senza coprirsi,  non si era mai abituata al freddo e alla nebbia di quel luogo.
Il postino l’aveva guardata con pena, i postini lo sanno sempre quando portano cattive notizie, con il loro mestiere imparano ad avere intuito. Ma non poteva star lì, doveva consegnare altra posta, quindi  una volta avuta la sua firma sul registro delle consegne, aveva sfilato la penna dalla mano di Elide e se n’era andato, lasciandola sola davanti al portone, pallida e confusa. Per le scale Elide aveva aperto prima la sua lettera: un foglio bianco con l’indirizzo del mittente in alto e l’indirizzo del destinatario nel quale c’era il suo nome, poi due righe laconiche. Aveva messo subito a fuoco l’oggetto di quella comunicazione “cesserà il rapporto di lavoro a decorrere dal”.
Era rientrata in casa chiudendosi la porta alle spalle, l’incredulità non mollava la presa. Fino a dieci minuti prima Elide era giovane, adesso d’un tratto era vecchia. Com’era possibile che stesse accadendo?
Era andata a sedersi in cucina con le due lettere ben aperte sul tavolo, una accanto all’altra, fissava quei due fogli bianchi come se fossero le tessere di un mosaico incomprensibile, impossibile a incastrarsi.
Cesserà”.
Il verbo al futuro.
A decorrere dal”.
La data che decretava la fine del futuro.
Lo sguardo si muoveva dalla prima parola alla seconda cercando un senso che le collegasse.
La sera prima Elide era una giovane donna, avevano festeggiato il compleanno di Arturo in pizzeria con gli amici, erano contenti. Finalmente erano riusciti e mettere da parte quel poco di soldi che serviva per l’anticipo di un mutuo. Avevano visto un paio di appartamenti dignitosi e stavano progettando una nuova casa con una camera in più perché per loro era arrivato il momento di pensare a un figlio e andare via da quel buco di due stanze senza riscaldamento, con quella vecchia stufa a gas nell’ingresso che si bloccava di continuo.
Adesso quelle lettere, erano come un sasso che un ragazzino discolo scagliava contro una vetrata mandandola in frantumi senza un vero motivo, con cattiveria, solo per fare un dispetto. Elide stava annaspando in mezzo a quei pezzi di vetro frantumati.
A decorrere dal
«Devo avvertire Arturo – aveva pensato Elide – o forse lo sa già, saranno arrivate anche ad altri. O forse è meglio aspettare quando sarà a casa.»
Se ne stava seduta con la testa tra le mani senza sapere cosa fare. Dunque erano pratiche da sbrigare, un numero di protocollo in un contenitore a figli mobili. Era così che si sentiva Elide.
A un tratto si alzò, furente. Aveva bisogno di chiarirsi le idee, di muoversi. Doveva farsi un caffè nero, bollente. Afferrò il barattolo dalla mensola, l’odore forte del caffè le riempì la testa, affondò il naso nel barattolo per scompaginare l’ordine delle cose.
Si ricordò all’improvviso quando la domenica suo nonno arrivava per il pranzo elegante come sempre nei suoi abiti grigi, la cravatta in tono, il fazzoletto nel taschino, il bastone e, d’estate, la paglietta. Suo nonno arrivava puntuale a mezzogiorno come un ospite di riguardo, sembrava uscisse da un film in bianco e nero per poi tornarci alla fine del pranzo. Ai suoi occhi di bambina quell’uomo aveva un che di misterioso e di eroico, era diverso dai nonni che avevano gli altri. Aveva un vezzo, suo nonno, il caffè lo prendeva corretto all’anice. Sua madre ne teneva sempre una bottiglia nella credenza apposta per lui. A lei piaceva l’odore del caffè corretto all’anice, le sembrava un aroma elegante, come suo nonno, un nonno che aveva solo lei.
«Vieni, Elide che te lo faccio assaggiare.» Le diceva.
«Papà, per favore, è piccola per il caffè…» Cercava invano di protestare la figlia.
«Oh quante storie, che vuoi che sia.. ci si bagna appena le labbra».
Elide correva tra le gambe del nonno che le faceva assaggiare il caffè, la bevanda dei grandi. Il profumo dell’anice le arrivava dritto nel naso e la stordiva, ma le sembrava una delle cose più buone che avesse mai assaggiato. Un po’ forte forse, ma si sentiva grande nel sostenere quel gusto così deciso. Se avesse avuto una bottiglia di anice in casa, le sarebbe piaciuto risentire quell’odore che da bambina la stordiva.
Si preparò il caffè e se ne rimase lì, appoggiata ai fornelli, mordendosi le unghie in attesa che venisse su.
La notte prima Elide era ancora una giovane donna, avevano fatto l’amore, Elide e Arturo. Quando erano tornati a casa dalla pizzeria Arturo le aveva detto:
«Voglio il mio regalo.»
L’aveva spogliata in silenzio, lei era rimasta nuda nel letto e lui accanto a guardarla, come a volerla prendere con gli occhi ancor prima di toccarla. Era da tempo che non facevano l’amore in quel modo, lenti, delicati, quasi che quell’amplesso non riguardasse solo loro due, ma fosse già l’inizio di una nuova vita e bisognava trattarla con riguardo fin dal modo di concepirla. Si erano presi guardandosi negli occhi,  con l’energia che si era concentrata nei loro sguardi incollati fino a che non avevano goduto insieme. Poi, dopo, si erano addormentati, sfiniti.
Ora la notte era lontana e il caffè aveva preso a gorgogliare sul fornello. Elide tornò con lo sguardo alle lettere,  la mente attraversata da pensieri e sensazioni contraddittorie, così dense e cupe da impedirle perfino di farsi un bel pianto. Si versò il caffè, indugiò con la tazzina tra le mani per sentirne il calore sulle dita, il primo sorso bollente risvegliò la rabbia. Poi il resto, giù, tutto d’un fiato. Corse in camera  dove il letto era ancora sfatto, con le sagome dei loro corpi impresse sul materasso tra le lenzuola aggrovigliate. Sì vestì e uscì di corsa per andare in fabbrica.
L’incubo era iniziato così.
Ed era duro vederne la fine.

Elide torna a casa tardi ogni sera distrutta. Le giornate in fabbrica sono lunghe, trascorse a discutere, scrivere testi per comunicati da inviare alle redazioni, fare continuamente il punto della situazione per averne il controllo. Spesso escono a fare volantinaggi davanti ai supermercati, alle scuole, per le strade. Raccontano la storia della fabbrica e la loro condizione. A volte i passanti si fermano ad ascoltare, qualcuno ha espressioni di solidarietà o di conforto. Altre volte hanno fretta, sono diffidenti, li evitano afferrando un volantino che stringono nella mano pronto per il primo cestino di carta straccia. In quei casi Elide avverte un senso di frustrazione lancinante e impotente, che la fa vacillare.
La sera quando si mette a letto si rannicchia  su un fianco, chiude gli occhi e prova a immaginare il corpo di Arturo addosso al suo, a farle caldo. Si addormenta  pensando che stanno facendo quello che va fatto, che non hanno altra scelta,  ma in quel letto non può fare a meno di sentirsi sola come mai le è accaduto in vita sua. Ha le mani ruvide, screpolate, i piedi che formicolano, gonfi per la stanchezza. Avrebbe bisogno di una carezza, magari soltanto per essere rassicurata, ma da quando questa faccenda è iniziata Arturo si è come indurito, quasi le lascia intendere che non c’è tempo per le stronzate adesso, che la loro vita è cambiata, che ci sono priorità dalle quali dipende la vita futura, che forse la serenità non tornerà più. E loro saranno diversi.
Elide non può fare a meno di chiedersi dove andranno a finire, com’era potuto accadere, dove diavolo sarebbe finito il loro mondo fatto di piccole cose.
A volte la consola il pensiero delle domeniche in cui  con Arturo si svegliavano insieme nel letto e si alzavano di buon umore a far colazione. Arturo preparava il caffè, Elide apparecchiava con le tovagliette americane, il pane, il burro, la marmellata, i biscotti, le tazze su cui avevano fatto stampare i loro nomi.  Piaceva e entrambi fare colazione prendendosi tutto il tempo, sorseggiando il caffè senza fretta. Si sedevano uno di fronte all’altro, davanti alla loro tazza di caffè fumante a decidere cosa avrebbero fatto del tempo libero di quella domenica tutta per loro, una passeggiata al mercato rionale quando c’era bel tempo, o un film al cinema se pioveva. Adesso le sembra sia passato un tempo infinito, un secolo di frane che aveva prodotto cumuli di macerie.
È invecchiata Elide,  è incredibile come sia accaduto così in fretta. Abbracciata al cuscino spesso la notte piange, non riesce a concepire di non poter più avere sogni o progetti. Odia la sensazione di panico che ora le provoca il pensiero del futuro e odia quelli che l’hanno derubata della sua innocenza e della sua voglia di ridere. E soprattutto odia il dolore del suo corpo che nel buio della notte l’avverte che per lei il tempo per essere madre sta ormai per scadere.
Allora allunga una gamba verso il posto dove di solito sta Arturo e cerca nella testa pensieri buoni che la conducano in un luogo diverso. Si addormenta pensando che tutto ha un inizio e una fine e così sarà anche per questa sventura. Bisogna solo resistere. Sperare. E soprattutto bisogna credere ad ogni costo che quel tempo ritornerà.

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Motivazione della Giuria: “Attuale, senza pietismi, racconta una vicenda dei nostri giorni con una buona capacità di osservazione dei sentimenti, in un rapporto di coppia, messo in crisi dalla chiusura di una fabbrica che modifica le loro vite”

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Quando ho inviato il racconto Tre volte al Concorso Racconti nella Rete pensavo  fosse stata una scelta spericolata: essere nella mente di un uomo che calma le sue nevrosi (e “ama la grammatica che mette ordine nel caos“) ripetendo ogni frase per tre volte non era cosa facile da digerire. Non è un uomo qualunque, è un uomo che si misura tutti i giorni con il suo aspetto deforme.
Così quando ho avuto la notizia che il racconto era tra i 25 vincitori di questo particolare concorso letterario, alla contentezza si è unita la sorpresa che quel racconto fosse piaciuto.
Qualche giorno dopo un amico mi ha comunicato il suo apprezzamento  per il racconto, soltanto – mi diceva nel messaggio –  “avrei reso il personaggio più cattivo”.
Invece la mia scelta è voluta: lui non è arrabbiato col mondo, lo dice, comprende gli altri che hanno difficoltà ad avvicinarsi. E’ più semplice risolvere tutto con la cattiveria, oggi lo preferiamo. Invece il mio personaggio è un buono, nonostante tutto, e in questo volevo stesse la sua forza.
Quando ho finito di scriverlo, dopo averne avuto l’ispirazione (ebbene sì, anch’io “sento le voci“) nella mia mente si è aperto all’improvviso il ricordo di un film molto amatao, visto decenni fa: era Elephant Man di David Lynch. Chissà, in qualche angolo della testa doveva essersi depositato.

Non ho potuto – ahimé – partecipare alla Premiazione di LuccAutori, ma grazie a un regalo di chi c’era, ho vissuto una piccola emozione nell’ascoltare la bella lettura che ne ha fatto l’attrice Francesca Costantini.
Ringrazio dunque Francesca per l’interpretazione e Demetrio Brandi, instancabile Direttore del Premio.

*  Il Racconto è pubblicato nell’antologia del Premio, edito da Nottetempo

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Centro Direzionale Caffè Moak

P1080994Arriviamo a Modica in ritardo, abbiamo sbagliato strada e siamo arrivati facendo un tragitto lungo strade di campagne con chilometri di muretti a secco. C’è appena il tempo di cambiarsi, l’appuntamento è alle 18.
Quando arrivo nella hall dell’albergo ci sono già tutti, o almeno così mi pare perché è affollata. È un albergo piccolo, moderno e molto curato, un bell’ambiente. Mi guardo intorno e riconosco un viso soltanto: non ci conosciamo personalmente, ma ha un viso così bello, con due occhi verdi espressivi, è lei, Gaia, non c’è dubbio. Ci siamo conosciute su fb. Ci salutiamo cordialmente, siamo a condividere questa avventura.
Ci avvertono che il pullman che ci porterà al Centro Direzionale Moak è pronto, prendiamo posto e si parte. C’è uno strano silenzio. Modica mi sembra una città viva, c’è molta gente in giro e un bel traffico
Arriviamo in quella che di fatto è una fabbrica di caffè, Moak appunto, i cui proprietari “illuminati” (lei ha un sorriso bellissimo) promuovono iniziative culturali di vario genere. Il concorso, giunto alla XIV edizione e diventato un evento prestigioso, è appunto una di queste.
C’è un book shop, un bar, una sala dove è stata allestita la mostra dei lavori in concorso per la sezione fotografica. Girovaghiamo in attesa di entrare e iniziare.
Poi finalmente si aprono le porte dalla sala che ospiterà la cerimonia: è in penombra, al centro è illuminato il palcoscenico, intorno scaffali e sacchi di caffè, l’odore è buono e acre. Ci fanno accomodare. Noi finalisti in prima fila davanti, alle nostre spalle i giurati, dietro i posti riservati per parenti e amici e poi il pubblico, numeroso. Tutto si svolge con precisione ed efficienza.
È una cerimoni ufficiale e ha tutti i crismi dell’ufficialità e della forma, il che mi provoca una sensazione di disagio, non riesco a provare emozioni particolari, tranne la curiosità per un luogo così particolare per cui continuo a guardarmi intorno. A un certo punto realizzo che accanto a me ci sono facce sconosciute, così vedo Gaia e mi sposto accanto a lei, ci conosciamo appena, ma la cosa mi rassicura un tantino. Solo dopo mi accorgo di essere proprio nel centro esatto, di solito sono a mio agio quando sono defilata, qui sono nel posto sbagliato, ma ormai tant’è.
Entra Paola Maugeri, la presentatrice della serata, che è stata bravissima, visto che ha fatto viaggiare la serata per due ore e mezzo (non c’è niente di più noioso delle cerimonie di premiazione) a buon ritmo, senza appesantire troppo. Nessuno di noi ha idea di come si svolgerà la serata, è tutto a sorpresa.
Ci sono i siciliani VeiveCura, musica onirica che non saprei definire, molto d’atmosfera. Sul video scorrono immagini e colori. La testa è vuota. Il senso dell’attesa prevale su tutto, non so neanche bene di cosa.
Entra Alessandro Romano, un giovane attore. Comincia a leggere, alle sue spalle compare il nome Roberto Gerace, terzo classificato. È bravissimo. Roberto ha scritto un racconto in siciliano e Alessandro ne rende tutto il colore e la potenza. Bravo davvero.
Prosegue così: il premiato sul palco, i giurati. Si alternano musica e presentazione dei giurati. Il presidente della Giuria Mauro Covacich spiega la sua iniziale reticenza ad accettare la presidenza della giuria. Non so perché ma ho l’impressione che una certa perplessità ce l’abbia ancora addosso. Ma forse è solo la mia impressione.
Non so quanto tempo sia passato, sono in stato catatonico, quando rientra Alessandro e sento l’attacco del mio racconto….. Elide e Arturo. Balbetto… è il mio. Sono seconda dunque. Mentre ascolto provo una sensazione che ho già conosciuto: quelle parole che pure sono uscite dalla mia testa non mi appartengono più. Quella storia è una storia che ha vita propria e non dipende da me.
Applauso. Io resto ferma. Vengono chiamati i giurati e l’organizzatore del premio di cui non ricordo il nome. Io aspetto. Poi sento il mio nome, vengo invitata a salire sul palco. A premiarmi è Gian Luca Morozzi. Paola Maugeri legge la motivazione, non riesco a sentire una sola parola, strette di mano, targa e foto di rito. Vorrei scappare ma lei mi blocca, mi dice che mentre leggeva la motivazione io mi sono commossa, e a lei piacciono le persone che si commuovono. Mi chiede perché.
Non posso rispondere che non avevo ascoltato una sola parola così balbetto qualcosa su Calvino, il mio racconto è un omaggio a Calvino, è la prosecuzione ideale de L’avventura dei due sposi. In realtà vorrei dire che sono contenta di aver vinto un premio con una storia che parla di operai, ma forse il mio inconscio mi suggerisce che non è il caso di mettersi a fare l’idealista in questo momento, e magari chissà se i giurati se lo ricordavano questo racconto di Calvino, io penso sempre che tutti sanno tutto se fanno certe cose, ma magari non è così, è che ho la tendenza a sottovalutare quello che so io…. Insomma ho una tale confusione in testa che taglio corto e dico che il tema mi stava a cuore. Saluti. Finalmente scendo dal palco.
Proseguono le premiazioni, i fotografi e da ultimo la prima classificata. Ascolto il racconto: è un’idea originale, ma a me non piacciono gli esercizi di stile e questo tale mi sembra, non emoziona.
Insomma si arriva alla fine di una bella serata: un buffet leggero, la fila per il caffè… ma ognuno se ne sta con chi è. Non so, forse mi sarei aspettata più interazione, meno formalità. I giurati sembrano un élite a parte, continuano a stare per conto loro. Così mi prende una sorta di impeto. Prendo il libro “Assaggi di caffè” dove ci sono i racconti finalisti e mi presento lì…. Dico che sto per fare una cosa molto adolescenziale (che in realtà non è proprio da me) chiedo che mi firmino la mia copia. Solo uno risponde sorridendo, l’altra mette il nome e chissà cosa pensa. Mauro Covacich è perplesso, lo so, non vorrebbe farla questa cosa così stupida. Ma la mia è una provocazione. A pelle non mi è simpatico. Ora posso dirlo. Magari non è spocchia la sua, sarà timidezza, o stanchezza o chissà che.

Ce ne torniamo, in autobus lo stesso silenzio.
La sera prima di dormire leggo il racconto di Gaia Gentili, Chicchi sotto la lingua, lo trovo molto bello. Delicato. Mi piace, mi emoziona.
Al mattino faccio colazione con fichi d’india e latte di mandola, poi prima di andare faccio i complimenti a Roberto, il terzo classificato…. E ci mettiamo a parlare. Finalmente.
Parliamo, parliamo. Lui è giovanissimo, bravo, studia a Pisa… mi dice un sacco di cose e capisco che avevamo lo stesso pudore di fare il primo passo. Parliamo di Calvino e di progetti. Ci salutiamo sorridendo.
Mi sento meglio, sono contenta.
Adesso mi posso godere il risultato: su oltre trecento autori sono arrivata seconda. Io non ho il senso della competizione, ho sempre difettato di ambizione, sono fatta così, non è falsa modestia, è proprio un marchio di fabbrica.

Elide e Arturo: come cambia la vita di due giovani sposi dopo aver ricevuto una lettera di licenziamento. In fondo sono loro ad aver preso il premio, non io. Io adesso voglio godermi Modica, che è bellissima.

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Daisy Euan Uglow

Nevica. La neve scende lenta, copiosa, rallenta ogni forma di vita, ogni facoltà nell’essere umano.
“Chi c’è in corridoio zia?”
Nevica, fuori. La memoria diventa un mare calmo, disteso, sorgono i ricordi come il sole all’alba, appena ne torna uno alla mente, trascina con sé altri ricordi. Si dispongono in fila come sentinelle. Li cataloghiamo per non perderli.
Sandra è dietro i vetri, guarda la neve posarsi.
“Chi c’è in corridoio zia?”
“Hai visto l’arcobaleno Delia?”
Fuori continua a nevicare. È più naturale fermarsi, è un gioco che ti prende con delicatezza. Sandra ha la neve negli occhi e un arcobaleno in testa.
“Chi c’è in corridoio zia?”
“Hai visto l’arcobaleno Delia?”
“Sta suonando ‘quella’ musica”
I ricordi sono vuoti a rendere, anelli perfetti nella catena degli eventi della nostra esistenza.
“Chi c’è in corridoio zia?”
“Hai visto l’arcobaleno Delia?”
“Sta suonando ‘quella’ musica”
“Parti subito Sandra”
Erano passati sei anni da quando alle cinque del pomeriggio, mentre la macchina stava portando via sua madre, Sandra aveva alzato la testa e aveva visto un arcobaleno tra i tetti, nitido nei suoi sette colori. Aveva cercato sua sorella Delia tra la folla all’uscita della chiesa. Le aveva fatto un cenno e a sua volta Delia l’aveva visto. Si erano guardate commosse mentre la macchina si allontanava. Era una sorta di prodigio, l’ultimo di quei giorni.
Sua madre, che in vita era stata una roccia, che sembrava invincibile, che aveva vinto battaglie, sconfitto malattie, se n’era andata.
Anche quell’ultima volta avevano pensato si sarebbe ripresa.
«Parti Sandra – le aveva invece detto Delia – non è come sempre.»
Sandra aveva preso il primo treno. Nel giro di qualche giorno il quadro clinico si era aggravato, avevano deciso di riportarla a casa e di avvertire Mauro, il fratello che viveva all’estero. Sua madre sembrava essere alla fine.
Le notti, quando nel silenzio della casa il respiro affaticato portava con sé un carico di apprensione senza rimedio, furono la parte più dura da sopportare. Sandra tentava di accarezzare sua madre eppure lei sembrava rifiutare quel contatto, scuoteva il corpo con un sussulto, come se non volesse essere sfiorata. Era in coma, ma comunicava. E Sandra comprese che non stava morendo, piuttosto aveva deciso di morire. Voleva che la lasciassero andare.
In quei giorni la casa era stato un viavai faticoso, le stanze erano invase di gente, parole e odore di caffè. Fu una di quelle mattine, mentre era in cucina, che Sandra a un tratto sentì qualcosa che le bloccò le gambe. Era una musica, ma non una musica qualunque, era proprio “quella” musica. Quella che suo fratello Mauro si era sempre rifiutato di suonare alla madre che la chiedeva insistentemente nelle rare occasioni in cui lui tornava a casa. Mauro in risposta rideva e diceva di no. Lei allora lo canzonava dicendogli “accidenti a te! me la suonerai quando sarò morta.” E ora Mauro era lì, accanto al letto. E stava suonando.
Note attente, curate, implacabili e bellissime. Sua madre stava morendo e lui la stava accompagnando. Con quella musica.
Un’energia indecifrabile si mosse tra le stanze, un brivido potente che immobilizzò chiunque si trovasse in quella casa. Ognuno rimase muto e sospeso in un fermo immagine per il tempo che durò quella musica. Non era solo la forte commozione, era molto di più. Quella non era la morte. Era la vita nel suo senso struggente.
Insieme erano rimasti a vibrare come le corde di quella chitarra che stava suonando e solo quando l’ultima nota li aveva lasciati, Sandra si era accorta che stava piangendo. Ma fu certa che la stessa cosa stava accadendo anche agli altri, sparsi tra le stanze, così quelle lacrime non furono vero dolore. Dopo, nessuno disse niente, perché non c’era niente da dire.
Il pomeriggio di quel giorno ci furono gli ultimi arrivi, la famiglia era ormai al completo. Tutti riuniti, persi, fecero insieme l’unica cosa che restava da fare: aspettare.
Alle sette di sera arrivò il medico per un controllo. Disse che quella donna aveva tempra e cuore forti, che si preparassero a una lunga agonia perché non era ancora alla fine. Era quasi ora di cena, ma nessuno aveva voglia di preparare un pasto qualsiasi, così ordinarono delle pizze: quattordici per l’esattezza.
Come ai vecchi tempi, davanti ai cartoni di pizza, qualcuno cominciò a raccontare qualche barzelletta e accadde che avevano preso a ridere, la pizza aveva un buon sapore ed erano tutti affamati. A turno ogni tanto qualcuno andava a controllare la madre, che ormai non aveva più reazioni, se ne stava con gli occhi chiusi e chissà dov’era.
«Chi c’è in corridoio zia?» Le aveva chiesto Mara.
Sandra si era guardata intorno e aveva contato con lo sguardo.
«Nessuno Mara, siamo tutti qui.»
Mara si era alzata senza dire niente ed era uscita dalla stanza. Poi era rientrata perplessa.
«Sei andata a dare un’occhiata alla nonna?»
«Sì, sembra tranquilla. Strano, m’era sembrato di vedere qualcuno in corridoio»
Mara si sedette e dopo un secondo dimenticò qualsiasi cosa avesse visto un attimo prima. Continuarono a ridere, a chiacchierare, a gonfiarsi la bocca di pizza calda. Era da così tanto tempo che non stavano così, tutti insieme.
Poi Delia si alzò, andò in camera da letto e dopo qualche secondo arrivò. Un grido stridulo. Temuto. Una parola soltanto. Corsero tutti.
Lei, la grande regista, la madre, se n’era andata. Li aveva diretti in quell’ultima scena: li aveva aspettati, uno dopo l’altro, tutti, e lei in quel letto con gli occhi chiusi, senza mai una parola, i medici che ti dicono che non sente niente. Li aveva lasciati lì, insieme, a ridere. Loro ridevano e lei moriva.
Si chiama coincidenza? Noi abbiamo un nome per tutto.
Ma l’arcobaleno, il giorno seguente: altra coincidenza? Proprio nel momento in cui lei se andava per sempre, cessava la pioggia del pomeriggio e un arcobaleno si apriva in quell’angolo tra la chiesa e il cielo.
Per quanto l’intelletto indaghi e spieghi, esistono fenomeni imponderabili, come la morte, come la vita, come il modo di vivere e di morire. Come le cose che non comprendiamo.
Chi fosse quell’ombra, ad esempio. Mara ne rimase sconvolta per giorni. Lei, che aveva una laurea in scienze, era abituata a pensare che tutto ha un’evidenza e può essere spiegato. Eppure era sicura. Aveva visto un’ombra chiara poco prima che sua nonna morisse, era passata rapida nel corridoio buio. Non era stata una visione, lei non credeva alle visioni, lei stava ridendo insieme agli altri, mangiava come gli altri, era presente come gli altri, era nella realtà che li teneva insieme come gli altri. Eppure quell’ombra era comparsa. Lei l’aveva vista. Un uomo, vestito di chiaro.

La neve scende e si posa. Imbianca gli angoli e li arrotonda, addolcisce gli spigoli e il cuore. Il passato è passato, non esiste, ma ricordo dopo ricordo, scriviamo la storia della nostra vita in una sequenza di attimi che non accadono più, ma sono là, incastonati nella nostra mente in uno spazio e in un tempo che ci appartiene.
E in quella trama, tutto, perfino la morte, finisce per avere un senso.
Come il testamento di sua madre quella sera. Vi lascio così, vi voglio così.

Sandra richiude la porta. Nevica dolcemente adesso.

premiomimosaDedico questo racconto a Lino, Lilia, Virginia e Maurizio, ma anche a Carmelo, Paolo, Doretta, Edo, Emanuela, Cristina, Emilio e Giulia, insieme a Giampiero, Aldina, Consuelo e Massimo. A quelli che sanno e che c’erano

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