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Archive for the ‘Passi liberi’ Category

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E’ da qualche giorno che medito di scrivere ciò che penso alla vigilia del prossimo voto del 4 Marzo. Lo faccio qui e lo archivio tra i passi liberi del mio blog personale perché su fb, dove mi pure mi piace ogni tanto dire la mia, mi rendo conto che è sempre più difficile farlo senza essere attaccati o fraintesi.
Mai come in quest’ultimo periodo sento parlare di “politica”: quando entri nel bar a prendere un caffè, quando cammini per strada e ci sono persone lì ferme a chiacchierare e capti frammenti di discorsi, al supermercato, nelle case, nei luoghi di lavoro, ovunque.
Questo tuttavia non accade perché cresce la partecipazione. Mi sono fatta l’idea che accade perché tutti in casa abbiamo una tv dove oramai i politici sono guest star a qualsiasi ora del giorno e della notte. Non siamo noi che andiamo verso la politica perché ci teniamo, ci interessa o ci crediamo. E’ la politica che invade i nostri spazi, i nostri tempi, le nostre case e in definitiva le nostre menti.
Avverto nei discorsi molta disillusione, talvolta amarezza, delusione e una tale stanchezza che le posizioni in prevalenza sono in sostanza tre: o la rassegnazione del non voto (tanto sono tutti uguali) o l’idea che o la va o la spacca (voto i 5Stelle perché se dobbiamo affondare tanto vale azzerare tutto e poi vedremo, tanto peggio di così non può andare) o l’idea che la propria appartenenza politica consapevole sia in assoluto la migliore, quindi cosa vuoi capire tu?
Devo dire che tra le tre trovo fastidiosa proprio quest’ultima: sono lontani i tempi dei confronti, della dialettica, della discussione e quindi dell’approfondimento, tutto si riduce a uno scontro presuntuoso in cui o stai con me o sei contro di me e se sei contro non capisci niente. I toni sono il segno dei tempi della politica mediatica, fatta con i tweet e i post su fb.
Molti intorno a me dicono che non andranno a votare, cosa che ritengo in ogni caso decisamente sbagliata.

Io vorrei raccontare quello che negli ultimi tempi è successo a me.
La politica è sempre stata tra le mie passioni, non l’ho mai fatta attivamente, tranne in gioventù, ma di certo mi accendo ancora adesso per le cose in cui credo.
Da quando sono tornata a vivere in Calabria mi sono avvicinata a Sinistra Italiana con la voglia di “fare qualcosa” perché non appartengo in ogni caso alla categoria di quelli che stanno sul divano a dire che non si può più credere a niente e nessuno.
Mi capita di essere attaccata perché a volte (forse molte volte) sono un’antirenziana della prima ora che non perde occasione per criticare il capetto PD. Di solito l’accusa è del tipo: non attacchi la destra e attacchi la sinistra, la veemenza con cui attacchi Renzi dovresti usarla per altri e peggiori bersagli.
A volte la saccenteria che ritrovo in amici e conoscenti del PD, devo dire che non ha pari: la colpa dello sfascio sarà la vostra, se vincerà Salvini ce l’avrete sulla coscienza, se i 5 stelle che non sapranno governare andranno in Parlamento ne pagheremo le conseguenze e tu che punti il dito sarai colpevole. Tutto sempre basato sulla contrapposizione, sull’idea di voto utile, di governabilità, del meno peggio e via discorrendo
Non sto qui fare la storia di Renzi, della sua ascesa politica, del suo porsi come accentratore, del rottamatore che ha portato un partito che già il ruolo della sinistra lo aveva perso verso una deriva ancor più liberista della destra (perché votare le copie se puoi votare l’originale?)
Da insegnante posso fare un esempio: se nella scuola scioperano il 95% dei docenti contro una legge che la credibilità della scuola ha finito per sfasciarla, tu che sei promotore di quella legge (e Walter Tocci, DEL PD lo ha detto, ripetuto e scritto – riportando l’iter di quella “riforma” nel suo La scuola le api e le formiche, Donzelli Editore) qualche autocritica la fai o no? NO, la legge è stata approvata, così com’era, con il risultato che ha perso anche il referendum sulla Costituzione che voleva cambiare. Dunque? Evviva la democrazia? Ma cos’è la destra cos’è la sinistra, cantava Gaber.
Come potrete votare, per dire, Casini – uno che è andato a destra e sinistra andata e ritorno – a Bologna?

È poi successo che in vista delle elezioni SI si è unita a LeU e la cosa sulle prime mi è parsa perfino buona e giusta (con le dovute riserve, ad esempio D’Alema… beh, anche no)
Con la formazione delle liste però, anche il meccanismo di LeU non è stato quello che, almeno io, mi sarei aspettata: dal basso, espressione dei territori. Le candidature sono state decise dall’alto e blindate.
Nello stesso periodo mi è capitato di partecipare ad un incontro pubblico di Potere al popolo, sono curiosa di natura, sono andata lì per ascoltare, a cercare di capire cosa stesse succedendo.
Ebbene, mi sono trovata in mezzo a giovani (ma non dicono che non hanno più interesse per la politica?), ragazzi, ragazze, e la prima a prendere la parola è stata una diciottenne e udite udite parlava di politica, come riportarla tra i suoi coetanei disinteressati, cosa fare, come attrezzarsi.
Molti di quei “giovani” per la verità sono persone che la politica la fanno da anni, ma in altro modo: nelle associazioni, nell’impegno in difesa dell’ambiente, nel tornare alla terra in questa terra dove se vuoi lavorare te ne devi andare, nelle carceri, negli sportelli di assistenza medica gratuita. Tante realtà che esistono perché ancora qualcuno crede in qualcosa che si chiama solidarietà, in un mondo in cui ormai tutti ci facciamo gli affaracci propri e dove le differenze sono sempre più grandi: poveri e ricchi, bianchi e neri, meritevoli e raccomandati figli di papà.

Un paio di settimane dopo sono tornata nello stesso posto in occasione della presentazione delle liste e sapete come ha esordito colui che coordinava l’incontro? Noi siamo quelli a cui è stato derubato il futuro.
Io, lì nel mezzo, mi sono all’improvviso sentita vecchia e responsabile, e tutto quello che ho sentito quella sera (giovani ricercatori universitari, precari di ogni genere, tutti) era vero. Vero e sacrosanto.
Ed ho avvertito anche una sorta di scossa elettrica che attraversava la sala, era da tempo che non la sentivo: una voglia, un impeto, un entusiasmo che ho vissuto come un dono.
Sarò un’idealista, ma quello che ho pensato tornando a casa è stato che non se ne può più della disillusione, del catastrofismo, della politica pensata come “ciò che è utile” anziché come risposta ai bisogni reali delle persone: uomini, donne, bambini, tutti.
C’è un progetto che inizia e non finirà certo il 4 marzo, perché si sa che i risultati non pagheranno, ma è un progetto che andrà avanti.

Io confesso di essere un po’ stanca per mettermi in gioco attivamente, questo riguarda la mia vita personale, ma sono fermamente convinta che abbiamo un debito da saldare con il futuro: la speranza di riprendere un cammino che ridimensioni gli squilibri sociali ed economici, che ci rifaccia fare un passo indietro perché stiamo distruggendo il mondo, la fede, la natura, noi stessi.
C’è bisogno di dignità, di rispetto e lavoro (come diceva Pertini, senza giustizia sociale non ci può essere libertà e questo è e dovrebbe essere l’unico valore della sinistra), di farla finita con le crisi che pagano soltanto i deboli, i lavoratori, un ceto medio ormai impoverito e i precari ai quali si dice meglio precari che niente.

Ci sono dei punti del programma che non mi convincono, ma questo non è importante. Credo sia importante riprendere a respirare e intravedere un futuro diverso da quello che si prospetta per milioni di giovani che ci stanno alle spalle.
Io ho deciso di voltarmi indietro e riprendere a camminare, convinta come sono che la speranza è, prima di tutto, un dovere morale.

Per questo voterò Potere al Popolo.

 

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13 gennaio 2013 alle ore 21:43

 Non ricordo bene che giorno fosse, uno della fine dell’anno 2009. Natale era passato e Capodanno era alle porte.

Mi aggiravo nella casa semibuia come un’ombra muta. Poi ho cominciato ad accendere tutte le luci, ad una a una ho illuminato tutte le stanze, nel vano tentativo di affogarci dentro, tutte o una sola non avrei saputo; forse avrei scelto quella nella quale ero cresciuta. Lì dentro c’erano tutti i miei vent’anni. Il vecchio armadio di legno scuro.
“Questo lo mettiamo in camera tua”, aveva decretato mia madre.
“Come in camera mia? Sto’ catrabbio??”
Ero arrabbiata, non mi andava, proprio non mi andava che l’armadio della vecchia camera da letto dei miei finisse nella mia. E siccome non mi piaceva, la prima cosa che ho fatto è stata prendere dei colori, per giunta inadatti, ad olio, e su un’anta ho dipinto un enorme fiore giallo e rosso, con le foglie verdi. Una cosa orribile. Come rovinare un vecchio armadio e poi darti della cretina. Ma tant’è, il danno era fatto.

Guardo il fiore, poi lo specchio, dentro c’è il riflesso del mio letto.
Questa è l’ultima notte che passo qua dentro. I miei bagagli sono pronti. Domani riprendo il treno e vado via. Come decine di volte negli anni. Ma questa volta è diverso.
Percorrendo il corridoio ce l’ho con mio padre. Avrebbe potuto comprarla questa casa, ma lui era così. Un uomo d’altri tempi, tutto d’un pezzo. La casa che avevamo abitato da sempre apparteneva al Ministero di Grazia e Giustizia. Per mio padre, Cavaliere dello stato, era una specie di chiesa. Non si chiede, si è grati, si sta in silenzio, non si imbroglia e soprattutto non si mischiano le carte. Non si approfitta mai, perfino quando avrebbe potuto. Mai.
Ora che è morta mia madre la casa se la riprendono.

Vago per il corridoio ed entro nello studio: la libreria e la scrivania  le prenderà mio fratello, sul divano qualcuno ha già sparso dei libri. Mi metto a rovistare: ci sono libri di scuola, una grammatica greca, una vecchissima versione dell’Iliade, nera con le scritte gialle e rosse. Sfoglio qualche libro. Li rimetto a posto. Io ho deciso che l’unica cosa che porterò via sarà il battipanni di mia madre, quello di legno. Non voglio altro. Solo perchè mi piace e non se ne trovano più così.

A un tratto, mentre scorro i libri, nell’ultimo ripiano in fondo a destra, tra un libro e l’altro, non so come, la vedo. E’ un’agendina piccola, vecchia, nera. La prendo, pagine piene di una  scrittura minuscola e fitta. Riconosco la scrittura illeggibile di mio padre sulle pagine ingiallite.

1943

Sono emozionata, me la rigiro tra le mani. Quanto tempo è che questa cosa ha girato per casa? Quante case ha cambiato? Quante ere ha visto? Come mai è finita qui? Io la conosco mia madre, fissata com’era coi cimeli, se questa l’avesse vista sarebbe stata nel suo comodino, in una busta con il rosario e le immaginette della Madonna e di Santa Rita, la santa dell’impossibile, diceva sempre, quella a cui puoi chiedere qualsiasi grazia.

Leggo: “primo giorno dell’anno… trascorso sotto la vita militare, mentre il santo natale l’ho trascorso a casa, il Capodanno sotto le armi, nella Caserma “A. Guidoni” in Benevento

Sorrido: eri così preciso.
Continuo a leggere, qualche pagina dopo: “mentre tutti i giovani fanno una vita spensierata per me non è la stessa cosa. Vado a casa e subito ritorna il buon umore.. Perché? Eppure a casa la mia vita non è facile, non riesco a capire perché qui debba avere questa malinconia. Questo è il mio carattere. Pazienza. Per non prendersela bisognerebbe essere filosofi. Purtroppo la pazienza non è il mio forte.”

1943: mio padre aveva 22 anni, stava finendo la guerra, lui l’aveva vista poco, si vantava sempre di non aver mai sparato un colpo. Era distaccato in Puglia in qualche ufficio, non so bene.
Mi sembra incredibile. Chiamo mia sorella, le dico: lo sai cosa ho trovato?

Il giorno dopo, in treno, quel diario l’ho letto tutto. In alcuni punti la scrittura è a lapis, quasi andata, comprerò poi una lente di ingrandimento per poterla decifrare.
Dentro c’è la storia di mio padre: l’ansia che lo divorava per la lontananza dalla sua famiglia. Sua madre era morta che aveva appena 11 anni quando lui era il più grande di 6 figli. Poco dopo mio nonno li aveva abbandonati e se n’era fatta un’altra di famiglia. Da quel momento mio padre aveva sempre lavorato  e fatto di tutto, ma la cosa strana è che non smise mai, mai, di inseguire suo padre, di volere a tutti i costi che fosse un padre per i suoi fratelli. E lo comprendo leggendo queste pagine. Il suo pensiero fisso era obbligare suo padre a fare il padre.
Forse per questo per tutta la vita quest’uomo ha fatto da padre a tutti: ai suoi fratelli, ai fratelli di secondo letto, a noi. E persino a suo padre. Prima che morisse lo costrinse a riconoscere un figlio illegittimo, me lo ricordo quel giorno, al funerale, questo nuovo zio venuto da Roma.

Finalmente ho ricevuto due lettere da casa. Una di Ezio e l’altra dei fratellini. Non hanno ricevuto tutte quelle che ho loro inviato. Mi dispiace molto che mio padre non si interessi dei fratellini. Ezio lavora molto. Povero ragazzo! Si è dovuto caricare quasi tutto il peso della famiglia. Fatta solita passeggiata.”
Dentro c’è la storia di un uomo che mai è stato ragazzo.
Ho ricevuto una cartolina illustrata da zia Adelina. Riscosso il vaglia. Tutta la giornata in ufficio. Il tempo piove. Il mare è in burrasca. Io dalla finestra l’ho osservato per  più di dieci minuti. Le onde si accavallano l’una sull’altra e vanno a infrangersi sugli scogli mandando su della schiuma bianca. Sembra sapone che si scioglie.”

Oggi ho avuto una bella sorpresa. Un mio amico mi ha detto che oggi è l’ultimo giorno di Carnevale. Dove sono arrivato! Non so più neanche i giorni festivi. E quali giorni! Chi dimentica mai il carnevale, giorni di allegria e di tripudio?”
Leggeva, leggeva molto, mio padre, appunta meticolosamente tutti i libri, titolo, autore, commento.
Oggi ho ricevuto una lettera di Rossetti una di Lilia ed una cartolina postale di Moreno. Non ho risposto a nessuno. Forse domani andrò in missione a Vibo Valentia. In questo caso risponderò a tutti al ritorno. In serata, mentre guardavo la luna brillare nel firmamento, avuto una voglia matta di andare a passeggio, sono rimasto a leggere.
Studiava: voleva prendere il diploma che non aveva potuto prendere (e che prenderà). Segna  tutte le spese per i testi che acquista.
Oggi sono uscito ed ho comprato “Morfologia latina” del Ferrone

Camminava, amava camminare: ci sono riportate le impressioni delle sue passeggiate, che sembrano davvero l’unica cosa che riusciva a dargli pace.
Andava molto al cinema e qualche volta a teatro: riporta i titoli dei film  e degli spettacoli, e i commenti
La cosa che mi colpisce è che a quel tempo, nonostante la guerra, le poste funzionavano: scrive una notevole quantità di lettere e cartoline e altrettante ne riceve, giorno per giorno appunto a chi e cosa scrive e cosa riceve e da chi.
Poi, nell’ultima pagina, il ragazzo triste, il 31 di quell’anno, alla fine di un anno “denso di avvenimenti dolorosi” scrive:
mezzanotte mi ha sorpreso dalla famiglia Renda“….
Beh, lì c’era mia madre, era a casa di mia madre. Chissà se è iniziata quella sera.
Mia sorella la sera in cui ho trovato questo diario mi disse nella sua ingenuità che forse avrei dovuto darlo a mio fratello, il maggiore di noi.
“Perché mai?” . Ho risposto.
Forse esistono le coincidenze, non saprei dirlo: ma quella sera, la mia ultima sera in quella casa che amavo e che dovevo lasciare, io trovo qualcosa che mio padre voleva trovassi, e non altri ma io. Per anni era stata sepolta da qualche parte e quella sera era rispuntata fuori, tra le mie mani.
Solo io e lui sappiamo il perché.

Di sicuro quella era la mia “eredità”. Ne sono convinta.
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Anna Magnani in Bellissima, di Luchino Visconti, 1951

Alzi la mano a chi non è mai successo.

La prima volta che sono stata molestata avevo undici anni. Erano molestie verbali di un adulto che mi diceva cose irripetibili. I miei genitori mi spedivano in sicurezza a prendere parte alle prove dello spettacolo che si teneva ogni anno nella mia città per carnevale. Cantavo benino e lui era un musicista del complesso che ci accompagnava. Mi ha inseguito per anni dicendomi porcherie delle quali ho imparato il significato mio malgrado.

La seconda volta che sono stata molestata fu da parte del ragazzino che non accettava che l’avessi lasciato. Mi portò con una scusa credibile in vespa in mezzo a un bosco e mi salvò il fatto che avevo un paio di jeans con la cerniera difettosa e per tenerla su l’avevo chiusa con una spilla da balia. Quell’espediente mi permise di darmela a gambe. Per fortuna non eravamo troppo lontani dal bar dove adolescenti come noi trascorrevano il loro tempo di ozio in vacanza in un luogo di villeggiatura.

La terza volta che sono stata molestata era uno fuori di testa che mi seguiva spesso, avevo si e no quindici anni. Una sera rientrando a casa si infilò nel portone dietro di me e mi mise le mani addosso, dappertutto. La porta di casa mia al secondo piano era aperta e l’unica cosa che mi venne in mente fu che non poteva farmi niente di brutto, dovevo difendermi da sola, se avessi urlato i miei genitori col cavolo che mi avrebbero fatto uscire da lì in poi o tornare la sera (io potevo rientrare massimo alle otto) da sola. Lui era invasato, alla fine gli ho dato uno spintone e mi sono precipitata su per le scale. Mi ha inseguita perfino lì, con mio padre sulla porta insospettito dal tempo che stavo impiegando a salire. Non ce l’ho fatta a nasconderlo, lui vide l’ombra precipitarsi giù per le scale ed io ero troppo spaventata. Cercai perfino di minimizzare.

La quarta volta che sono stata molestata è stato da parte di un conoscente. Avevo circa ventitré anni e vivevo a Firenze, in quel periodo a casa ero da sola. Mi sentii male e chiamai mia sorella, non c’erano i cellulari. Lei non rispondeva, chiamai un suo amico medico che avrebbe dovuto essere con lei. Non era così ma lui si precipitò a casa mia. Fu una cosa che sgradevole è dire poco, forse rivoltante sarebbe più corretto. Non so nemmeno come abbia fatto a metterlo alla porta. Era l’appendice, tra l’altro, ma non fu lui a diagnosticarlo.

Poi infiniti altri episodi, compreso il direttore della filiale dove avevo il conto della mia agenzia, una vita fa, che un giorno piombò senza appuntamento in ufficio, cosa che a suo dire faceva “per conoscere meglio i clienti”, così mi disse. Non ci provò, c’erano altri uffici e c’era gente, ma mi fece capire chiaramente che avrebbe potuto essermi d’aiuto. Sono stracerta che se fossi stata da sola l’avrebbe fatto con i fatti, queste cose le capisci al volo.

Diciamo la verità, noi impariamo a difenderci perché è così che funziona. E non c’è verso: è una stramaledetta questione culturale che inizia da troppo lontano ed è dura a morire.

E proprio perché è una questione culturale andrebbe trattata con toni più consoni. Dopo lo scandalo di Asia Argento, cosa ben diversa, ecco che comincia l’eco delle notizie italiane. Io non riesco a essere del tutto solidale con la velina che ora denuncia quanto accaduto trenta anni fa. Perché da donna che ha sempre cercato perfino di scrivere di queste cose, indagando l’impossibile e il possibile, quella per me rappresenta la sconfitta di tutte le donne. Come sono una sconfitta le madri e le figlie che si scannano ai concorsi di bellezza. Sono i simboli stessi di quella cultura che ora vorrebbero denunciare, ci stanno dentro fino al collo. Non ce la faccio, perdonate, a considerarle eroine.

Noi che facciamo i falsi moralisti dando credito a una stampa che su queste notizie ci va a nozze non per difendere la vittima, o presunta tale, ma per creare lo scandalo anche dove non c’è.

Noi che abbiamo perfino eletto il re dei porci, colui che aveva l’harem delle fanciulle che volevano fare facile carriera e rischiamo di rieleggerlo come se niente fosse, senza ritegno.

Il mondo dei ragazzini, a ben guardare, è pieno di modelli come questi, le loro chat strabordano di foto di ragazzine nude o mezze nude che mandano una foto a uno e si ritrovano condivise con centinaia, che usano il corpo e lo fanno parlare male, malissimo, senza il rispetto necessario per sé stesse.

È una stramaledetta questione culturale.

Quando non dovremo più difenderci, allora sì sarà veramente cambiato qualcosa. Ma a quel momento le veline svestite, provocanti, coi culi per aria (qui soltanto assunte a simbolo) saranno sparite?

 

 

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Bob Dylan e Allen Ginsberg sulla tomba di Jack Kerouac

Ehi sì, da ieri ho capito che devo essere proprio invecchiata perché ho sperimentato che quella cosa che si chiama gap generazionale esiste davvero.
Dunque: De Andrè, per dire il primo che mi viene in mente, non è un musicista. Le sue cose migliori le ha fatte se affiancato da Mauro Pagani, Ivano Fossati, la PFM. Ma sui testi di De Andrè e su quello che hanno rappresentato molti potranno essere d’accordo: sono bellissimi.
Ho letto tante cose, forse troppe, e vorrei tralasciare per un attimo il fatto che il nobel è stato dato a qualcuno che con la letteratura non c’entra niente.
Molti, sui 35/40 anni, dicono è proprio che Dylan, non mi piace, è noioso e via discorrendo. Insomma, neanche musicalmente o come cantautore varrebbe una cicca.
C’è però un aspetto: se dai un premio così prestigioso, può darsi che ci stia che tu lo stia dando a una forma d’arte che ha espresso qualcosa di davvero significativo, una cosa che ha inciso su generazioni, a un terremoto culturale.
Qualcosa che ha rotto uno schema, che ha innovato, che non è UNA forma espressiva pura (letteratura in questo caso) ma tante insieme.
Io sono figlia di un tempo che aveva ereditato gli anni ’60 e ’70, sono cresciuta nella musica e con la musica, che non era fine a sé stessa.
Dylan proviene da un solco tracciato ad esempio da Woody Guthrie prima di lui, ovvero quei folk singers che per la prima volta affermavano il valore della parola, della musica come veicolo di idee, quelli che ti fermavi ad ascoltare per cose che dicevano, non per la musica che suonavano, o non soltanto. E questo Bob Dylan ha continuato a fare, sempre: ha parlato di diritti civili, di ingiustizie, di solitudini, di storie di neri che finivano in carcere, come Hurricane, condannato perchè era nero, non perchè fosse colpevole, visto che poi l’innocenza è stata provata.
Alla Marcia su Washington con Marrin Luther King, lui c’era. Censurato dalla TV, lasciò uno show perchè voleva cantare una canzone potenzialmente diffamatrice nei confronti di un’associazione anticomunista. Lui c’era.
Non continuo. Non voglio dare lezioni, né fare la maestrina.
Questo forse era ieri e oggi è un’altra storia e io magari sono ieri.
E’ solo che mi pare che la canzone nel vento che si canta agli scout basti per giudicare BOB DYLAN, il che è un po’ pochino.
Ci sono particolari momenti storici in cui il mondo della cultura dà (e deve dare) dei segnali), anche Dario Fo prese il Nobel tra mille contestazioni in pieno governo Berlusconi.
Anche di lui si disse che era un guitto che non c’entrava con la letteratura, mentre magari Mario Luzi sì, quella Alta, quella con la C maiuscola.
Qualche giorno fa un amico americano mi ha detto: Hilary è pericolosa per l’America, Trump per l’intero globo terrestre e universi paralleli.
Dunque forse guardare un pochino più in là del proprio naso, allargare la mente, fare capriole spericolate, è ciò che la Cultura dovrebbe fare, qualsiasi forma abbia. Fuori dal salotto e anche fuori da facebook. Fuori dalle puzze sotto il naso e dai Critici con la C maiuscola dei quali nessuno conosce i nomi al di là di pochi addetti ai lavori.
Non è questione di Roth che meriterebbe il nobel o Murakami o McCarthy.
E’ questione di ciò che incide ee ciò che incide per me, non è ciò che incide per i più.
Non mi si fraintenda, che donna di Lettere sono: ma un libro eccelso di Roth può aver cambiato la prospettiva di molti. Ora moltiplicate questi molti per centinaia, generazioni che erano in strada, non su fb. E avrete il risultato.
Ecco perchè a me il Nobel a Dylan piace. Assai.
“Per essere un poeta non è necessario scrivere. Ci sono poeti che lavorano nelle stazioni di servizio. Non mi definisco un poeta perché non amo quella parola. Sono un artista del trapezio” (B. Dylan, 1965)

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Giovanni

Per sentire la compassione basta un cuore umano, ma per sentire pienamente e adeguatamente le gioie di un altro ci vuole il cuore di un angelo.
E ricordatelo sempre, quanto più squisito e delicato è il fiore della gioia, tanto più tenera deve essere la mano che lo coglie. (T. Coleridge)

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L’amore non è per sempre, l’amicizia sì

Ieri è stata una giornata campale. Al mattino presto ho ricevuto un messaggio vocale di Rita, diciassette secondi durante i quali con la voce rotta mi ha detto: Giovanni non c’è più.
Riesco a digitare un misero ok di risposta, sappiamo entrambe che non c’è bisogno di altre parole.
Silenzio. La mia testa tace, la mia bocca tace, così il cuore e gli occhi. Incapace di metabolizzare una notizia che prima o poi sapevo sarebbe arrivata.
Muto dovrebbe starsene il mondo intero oggi. Invece non lo è, la notizia del terremoto invade le nostre giornate con la sua malvagità. Morte, distruzione, angoscia. Mi viene da pensare, a un certo punto, che Giovanni si è addormentato e la terra ha avuto un sussulto di rabbia per un evento così ingiusto. Noi esseri umani nel dolore abbiamo strani pensieri.
Entrambe le notizie mi sovrastano, mi annientano, non riesco neanche a piangere, anche se vorrei. Eppure era scritto.

“Siamo alla fine” mi aveva detto Caterina circa dieci giorni fa. Quella notte avevo sognato Giovanni, ma il Giovanni di prima della malattia: energico, esuberante, non smetteva di parlarmi. Non ricordavo cosa mi avesse detto nel sogno, ma al mattino mi sono svegliata con il bisogno di avere notizie. Vinco la mia reticenza, il pensiero di disturbare in un momento così delicato.
“Siamo alla fine”.

Io sono certa che come me, tutti coloro che hanno conosciuto Giovanni hanno ostinatamente pensato che quella parola non sarebbe stata scritta. Ai nostri occhi e nel nostro cuore Giovanni fin dai primi accertamenti era rimasto invincibile, non c’era storia, avrebbe vinto lui. Per questo quella parola ci ha fatto sentire sconfitti due volte.
Mentre scrivo (sono le quindici e trenta) Giovanni starà ricevendo nella Chiesa di Borgo San Lorenzo l’ultimo saluto di centinaia di persone, parenti, amici, colleghi, studenti. Io sono qua a pensarli.
Ogniqualvolta una persona cara ci lascia, la nostra memoria è sollecitata a recuperare i ricordi positivi, così da spingerci spesso a idealizzare chi non c’è più.
Non per Giovanni, non si fa sforzo. Ho trascorso ieri un’intera giornata a ripensare a tanti momenti, mai è affiorato un particolare negativo, una nota stonata. Come tutti aveva i suoi difetti, ma negli individui nati per essere grandi (per intelligenza, capacità, sensibilità, ovvero quell’insieme di qualità che fa sì che abbiano una marcia in più) i pregi sono così evidenti da oscurare i difetti, che appaiono ovvi peccati veniali.
Giovanni era così, un grande. Lo era fisicamente, una presenza imponente, ma lo era per il suo viso da ragazzo pulito, per il suo carattere generoso, buono, limpido. Te ne accorgevi dal suo sorriso, che ti parlava ancor prima che ti parlasse.

Negli ultimi anni Giovanni era diventato un dirigente molto stimato, da ieri leggo articoli sulla stampa locale che ne tracciano un profilo alto. Io però non sto scrivendo per ricordare la sua professionalità indiscussa, supportata da una preparazione rara a trovarsi, ma per ricordare l’amico e il collega, visto che per anni le cose sono andate di pari passo.
Io ho conosciuto Giovanni in uno dei periodo più belli della mia vita, personale e professionale. Gli anni trascorsi insieme sono stati per me quelli più formativi in tutta la mia carriera di insegnante.

È stato circa quindici anni fa, quando sono approdata nell’AlterMondo (così l’ho definito in un racconto surreale in cui la scuola è un universo popolati da insetti), ovvero la sezione staccata del Professionale Chino Chini in via Don Minzoni, dov’era  ubicato l’indirizzo dei Servizi Sociali. Poche classi, pochi insegnanti, una custode dal sorriso materno sempre di buon umore, aule dipinte dagli stessi ragazzi. Là siamo stati una grande famiglia. Non avevamo bisogno di logorroiche quanto inutili riunioni, tra noi c’era dialogo e affiatamento, c’era confronto e stima. Ogni problema di ogni singolo allievo/a era un nostro problema e come tale andava risolto con l’aiuto e la collaborazione di tutti. E in questo Giovanni aveva una grande energia, un’energia che trasmetteva agli altri. Non avevamo il problema di gestire i ritardi, la disciplina o il rispetto delle regole, per un motivo molto semplice: tutti andavamo e stavamo volentieri a scuola, insegnanti in primis e di conseguenza anche gli alunni. Tra quelle aule senza troppi preamboli si attuavano progetti di integrazione, laboratori, il teatro, che Giovanni ha cominciato a fare fin da subito nel gruppo della scuola. Non imbrattavamo carte, realizzavamo cose in un dialogo sempre aperto: Giovanni, Rita, Francesco, Alessandra, Alberta, Donatella. Mi sentivo privilegiata per essere entrata a far parte di questo gruppo, fortunata perfino.
Lavoravamo bene insieme soprattutto perché ci divertivamo e questa è una cosa che non dice mai nessuno, il divertimento è una componente essenziale dell’insegnamento. Una cosa che, una volta persa, non ho più ritrovato e ho sempre rimpianto.
Giovanni era l’anima del gruppo, ma anche la vittima prediletta degli scherzi. Siccome prendeva sempre tutto sul serio – ma era a sua volta un buontempone – Mario e Francesco gli destinavano spesso tiri mancini, ad esempio false circolari perfettamente imitate. Ci piaceva ridere, gli piaceva ridere. Era raro non fosse di buon umore, perfino quando era preoccupato. Non c’era niente che non raccontasse. E per ridere, in quegli anni, abbiamo riso parecchio.

Giovanni era la mente, il pianificatore, l’organizzatore. Mentre chiunque stava lì a fare i conti lui aveva già pronta la soluzione. Questo lo rendeva un collega prezioso, uno che ti facilitava la vita, in grado com’era di non perdersi mai d’animo e risolvere qualsiasi problema.
Ha organizzato per la scuola diverse gite (lo so, si chiamano viaggi d’istruzione). Una tra le più belle e divertenti è stata a Parigi. Mi ricordo che una sera, eravamo in una piazza Vendome gremita, era tardi e alla luce dei lampioni, mentre eravamo sparsi per la piazza, all’improvviso sentiamo la voce robusta di Giovanni che si alza imponente declamando la sua parte nello spettacolo del saggio di laboratorio che ci sarebbe dovuto essere di lì a poco. Credo fosse la Scuola del Diavolo, quell’anno. Abbiamo cominciato a ridere a radunarci e lui in mezzo al cerchio recitava, perfino un torpedone di giapponesi si fermò, pensarono che stava accadendo qualcosa di pittoresco. Oggi ho scoperto di avere un video di quella sera.

O come quando siamo andati alla manifestazione contro la Gelmini, a Roma, tutti sonnolenti nell’autobus (eravamo partiti alle cinque di mattina) e Giovanni non solo era vispo e pimpante, ma aveva preparato e stampato slogan e canzoni per farci arrivare preparati. Solo lui poteva pensarla una cosa così.

Giovanni era uno che amava le cose che faceva, uno che sapeva come riempierti il tempo, uno che non si tirava mai indietro. Uno che sapeva divertirsi e che amava il buon cibo e il buon bere. (Sempre a Parigi, mi viene in mente una torta flambé al Calvados: ce la siamo fatta fuori io e lui pure se eravamo satolli, ma la dovevamo assolutamente assaggiare)

Era ghiotto e lisciotto, ovvero amante dei dolci, da buon siciliano. Una volta ho rispolverato un vecchissimo ricettario ingiallito appartenuto a mia madre per trovarci la ricetta dei panzerotti, un dolce fritto fatto di pasta e farcito con una crema di ricotta, zucchero e vermouth.  Saremo stati una quindicina quella sera nella minuscola cucina a mangiare la quantità industriale di panzerotti che avevo preparato.
Giovanni mi promosse, però mi disse che al posto del vermouth avrei dovuto usare “la” Marsala, come fanno in Sicilia. Era legatissimo alla sua terra di origine, ci tornava ogni estate.

Giovanni, cosa quasi incredibile, aveva scelto la scuola ma era medico, così chiunque di noi avesse un problema o facesse delle analisi, prima di tornare o andare dal proprio medico curante chiamava Giovanni, che era un po’ il medico di tutti, il parere competente e fidato.

La sua casa era aperta, anche grazie a Caterina,  e quando ti invitava a cena a volte eravamo dieci, venti, o anche più d’estate, in giardino, la sua tavola era ricca. Era generoso. Con tutti. L’ho visto più di una volta accorgersi che qualche ragazzo aveva problemi magari a entrare in un locale o prendere qualcosa per via dei soldi, lui interveniva, rapido. Era paterno con tutti, la generosità era un suo elemento naturale come l’acqua lo è per il nostro organismo.

Quando Giovanni seppe della malattia non si nascose, non ne fece mistero. Ci telefonò, a uno a uno ci comunicò la notizia. Era addolorato ma determinato.
Mi ricordo che in quel momento accolsi sì la notizia con rabbia, ma anche con la certezza che quello sarebbe stato un incidente di percorso, una cosa da affrontare, ma senza conseguenze serie.
“Non esiste – gli dissi – tu sarai più forte della malattia.”

Ed è questo che ho sempre pensato, che abbiamo sempre pensato tutti e non solo perché volessimo crederlo. I titani sono dei, sono invincibili e lui era nostro buon titano, sapeva portare qualsiasi peso e trasformarlo in una biglia, sempre con il sorriso pronto.
Ovunque sia andato e qualsiasi cosa abbia fatto Giovanni era un vincente, grazie alla sua volontà, alla sua determinazione, alla sua intelligenza. Mente aperta, cuore grande. E adesso? Cosa faremo senza?

Si dice sempre delle persone di grande personalità che una volta che se ne sono andate lasciano un segno e non moriranno mai. Forse domani, forse col tempo. Oggi sembra ingiusto che un uomo così, in un mondo così, se ne sia dovuto andare. Se Dio lo ha voluto con sé è solo perché lassù avrà avuto bisogno di qualcuno per fare grandi cose, altrimenti non si capisce. C’era un gran bisogno di lui qua.

Da ieri il mondo è più vuoto, così come grande era la sua presenza, grande è il posto libero che ha lasciato. Uno non basterà.

Io, dall’angolo del mio dolore, non oso pensare come sarà per la sua famiglia, per Caterina, Sara, Gianluca. Sarà durissima fare i conti con l’assenza quotidiana di Giovanni. Andrà fatto.
Come lui ha fatto: ha portato in sé la malattia a testa alta, continuando a lavorare con grinta, con accanimento, fino alla fine.

Una grande lezione di lotta per vivere. Una grande esempio di voglia di vivere. E credo sia quella la strada che ha tracciato: la sua tenacia, il suo amore per la vita, l’onestà dell’azione.
Tu pensavi, lui agiva, sempre un passo davanti agli altri.
Giovanni continuerà a precederci ovunque sarà andato e noi da qui lo ameremo come lo abbiamo amato in vita. Come qualcuno che non si dimentica, qualcuno dal quale abbiamo imparato, come le persone necessarie.

Solo un’ultima cosa: ho fatto i panzerotti una volta sola nella mia vita. Non li farò mai più. Quelli sono stati per Giovanni.

Prima Teatrale Marradi 02-05-2010 112

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MIO PADRE

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La direzione in ordine sparso

Mio padre, quando d’estate noi eravamo in vacanza,  partiva tutte le mattine alle sette e tornava tutti i pomeriggi alle tre  con lo stesso autobus. Mia madre lasciava mezza tavola apparecchiata per lui e di solito dopo aver pranzato si cambiava e andava al bar a giocare a tressette, la sua passione.

A volte là dentro perdeva il senso del tempo e allora mia madre mi spediva a chiamarlo. Dietro il bar c’era una stanza piena di fumo e di uomini, alcuni giocavano ai tavoli, altri stavano in piedi o seduti a guardare. Qua e là c’erano bottiglie di birra vuote.

Mio padre non è mai stato né un fumatore né un bevitore, a parte qualche birra e qualche bicchiere di vino a tavola, o un grappino dopo i pasti. Ma era un giocatore accanito, di quelli che litigavano ad alta voce per una carta sbagliata. Per come si può litigare giocando a carte con gli amici perdendo una birra.

Mio padre è sempre stato un uomo morigerato in tutto, serio, severo. Non sapeva neanche ridere. Aveva una risata sgangherata e sofferta e quando rideva forte si grattava la testa. Rideva per cose sciocche, che piacevano solo a lui. Le comiche, Buster Keaton, Stanlio e Onlio. Gli piaceva Jean Gabin – un grande attore, diceva – e i western, mentre non amava affatto le commedie e i film d’amore. Mia madre diceva che gli piacevano le cose con ammazzatine continue.

Mio padre soffriva d’insonnia, tutte le settimane comprava la settimana enigmistica e faceva i cruciverba dal primo all’ultimo, eccetto quelli facilitati, quelli potevamo farli io o mio fratello. Li scriveva a lapis, e quando qualcosa non tornava conservava il numero fino alla prossima uscita. Poi puntualmente controllava e li ripassava a penna.

Mio padre aveva una scrittura illeggibile, anche se non era medico, in compenso a macchina batteva velocissimo. Quando andavo a trovarlo nel suo ufficio mi piacevano soprattutto due cose: girovagare tra i corridoi degli scaffali dell’archivio, dove erano ordinate in faldoni bianchi tutte le pratiche che odoravano di carta vecchia e a me sembravano giganteschi, e battere sui tasti cercando di comporre le parole, lettera dopo lettera. Tic tac tic. Mi piaceva il suono e poi mi sentivo importante, le gambe non arrivavano a terra, la sedia di pelle era troppo grande, ma quella era una cosa meccanica mio padre l’adoperava e io sapevo farla funzionare.

Mio padre non guidava la macchina, non ho mai capito perché, smise di guidare e vendette la macchina prima che io nascessi, per cui mio padre al volante io non l’ho mai visto. In compenso era un maratoneta, andava a piedi ovunque. Aveva gambe magrissime e veloci.

Mio padre lavorava come un matto e credo che in questa vita gli importasse una cosa sola: che i figli studiassero. In tutti gli anni di scuola non ha mai perso un colloquio con un insegnante, poteva non comprare un giocattolo, o un vestito, ma i libri no, quelli dovevamo averli. Avevamo un conto aperto  in una libreria sul corso, c’era un vecchio bancone di legno, la libreria Minerva, l’anziano proprietario sempre con la sigaretta accesa tra le labbra e il commesso, un ragazzo riccioluto con gli occhi piccoli e celesti, magro, sembrava una civetta, aveva un’aria timida e dimessa. Lì potevamo andare a prendere da noi non solo i libri di scuola, ma anche i romanzi da leggere, mio padre poi avrebbe pagato a rate. Una volta di ritorno da un  viaggio a Firenze tutto contento mi portò un tomo: tutti i racconti di Gogol. Per dire.

Mio padre faceva politica, era democristiano, ma non gli è mai piaciuto esporsi, era da retroguardia, mentre per l’Azione Cattolica era, diciamo così, operativo, ne è stato presidente credo più di una volta. Ha fatto la campagna contro il divorzio e ci voleva tutti insieme a messa il giorno della sacra famiglia, che non ricordo più quale sia. Io sbruffavo, ero già un’adolescente inquieta, ma non  c’era verso, su certe cose con lui non potevi discutere.

A mio padre non importava un fico secco dei vestiti, era spartano in tutto, ma vestiva bene grazie a  mia madre che gli lasciava i vestiti puliti e i ricambi ben stirati, sistemati e intonati. Diceva sempre che mia madre era capace in tutto, perfino con i soldi era più brava. Infatti li gestiva lei, che da casalinga amministrava la famiglia (e cinque figli non erano uno scherzo)

Quando qualcosa non andava invece mio padre non è che parlasse granché, a lui bastava uno sguardo. Poteva ammazzarti con uno sguardo. E tu capivi al volo.

Mio padre però amava i fiori, quelli veri, tutti. Nella casa dove sono nata avevamo un giardino e lui coltivava le rose, faceva innesti, voleva fare una rosa nera. Detestava invece i fiori finti, diceva di essere allergico, ma nessuno c’ha mai creduto. Una volta alla vigilia di natale trovò la tavola apparecchiata con al centro delle rose finte, rosse. Se ne uscì sbattendo la porta inscenando una specie d’attacco d’asma, imprecando contro mia madre che a suo dire lo faceva apposta. Poi però è tornato, ma dopo averci fatto penare un bel po’.

Mio padre non si ammalava mai, né prendeva facilmente medicine, non si assentava mai e poi mai dal lavoro. Io a  letto mio padre non me lo ricordo proprio, se aveva mal di testa o mal di denti diceva che tanto doveva passare. Solo una volta in cui si trinciò una mano con un vetro rotto, uno squarcio serio, andò in ospedale per i punti, ma il giorno dopo era dove doveva essere. Aveva un senso del dovere inesauribile, mai una deroga.

Mio padre non amava il mare e diventava rosso come un peperone anche se stava tutto vestito sotto l’ombrellone, non l’ho mai visto bagnarsi. Al mare noi andavamo con un autista. Ci veniva a prendere tutte le mattine, ci lasciava davanti allo stabilimento poi ci veniva a riprendere a fine mattina per riportarci a casa.

Amava invece la montagna, il paese dov’era nato. Là trascorrevamo tre mesi circa d’estate, lui in verità meno di uno, quello che aveva di ferie. Il resto del tempo viaggiava con l’autobus.  Quand’era in ferie tutte le mattine usciva con mia madre alle sette, noi ancora dormivamo. Andavano a fare il giro del cappuccio, ovvero una cosa come otto chilometri a piedi. Alle otto erano di nuovo a casa. Lui preparava la colazione (lo faceva sempre, anche d’inverno) di solito zuppa di latte con il pane tagliato piccolissimo (tagliava tutto piccolissimo) o l’uovo sbattuto che lì era sempre fresco.

Mio padre cucinava spesso: al sabato sminuzzava verdure d’ogni sorta e preparava un passato di verdure in un pentolone stile reggimento che  andava per tutta la settimana, alla sera. La sua specialità però erano le tagliatelle. La domeniche si alzava presto e lo sentivi rovistare nel ripostiglio per tirar fuori il timpagno, ovvero la tavola di legno sulla quale impastava e sfilava le tagliatelle. Guai a toglierlo da quella missione. La domenica erano tagliatelle a tutti i costi.

Mio padre era un cercatore di funghi accanito, tanto che quando la stagione era buona noi non ne potevamo più di mangiare ovuli e porcini in tutte le salse (oltre quelli che stazionavano in giro a seccare per finire sotto vetro per l’inverno). Andava al mattino presto, e qualche volta andavo anch’io, mi insegnava dove e come cercarli, saltando da un punto all’altro come un folletto impazzito, facevi  fatica a stargli dietro.

Gli piacevano i gialli, li divorava di notte, io non ho mai capito come facesse a dormire così poco. D’inverno poi s’alzava all’alba per mettersi a lavorare prima di andare in ufficio. Diceva sempre che il giorno in cui avrebbe smesso di lavorare sarebbe morto. E un po’ è stato così.

Mio padre era onesto da fare quasi schifo a me è rimasta sempre la curiosità se quest’uomo così integro qualche volta nella vita abbia sgarrato, si sia sottratto a una regola o abbia derogato a un impegno. Per quel che so e ricordo no, mai.

Gli piaceva Carosone, comprava tutti i suoi dischi, a 75 giri, e poteva ascoltare all’infinito Ridi Pagliaccio, che è poi l’unica cosa che gli ho sentito cantare, e meno male perché intonato non era.

Mio padre, orfano di madre, è stato un figlio abbandonato dal padre all’età di dodici anni.

Magari chissà, se fosse nato oggi, sarebbe diventato un drogato, o uno scapestrato, insomma un caso difficile.

Invece no, è stato un uomo, come si dice, tutto d’un pezzo.

 

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Vietato ruttare

E sì, perché non appena ti provi a “pensare” cosa è giusto e cosa non lo è, è come trovarsi davanti a un orso incazzato da soli in un bosco. Qualsiasi mossa può essere fatale. Qualsiasi cosa si dica può far presupporre che anche il contrario sia possibile. Sono sempre temi importanti, delicati.
Non trovo fuori luogo che ognuno dica la propria: è in atto un cambiamento così evidente e macroscopico che nessuno si sente immune. Ciascuno ha la propria opinione da esprimere.
Quello che trovo inaccettabile sono i toni, il solito insopportabile bar sport, i soliti politici che di morale non hanno nemmeno l’elastico delle mutande eppure sono là, sempre in agguato con le loro frasi volgari, scomposte. E quel che è peggio noi diamo voce a questi coglioni senza memoria. Condividiamo i loro post, li facciamo circolare. Sogno un mondo in cui i cretini possano essere sconfitti dal silenzio, dall’indifferenza, ma questo in epoca di social network è evidentemente impossibile. Sgarbi è un comunicatore, sa bene che se dice che i bambini si attaccano alle mammelle e non ai coglioni farà presa. E infatti così è.
Circolano cifre, quanto ha pagato Vendola, quanto costa un utero. Preti che parlano di anticapitalismo, fascisti che invocano le femministe, vignette con i comunisti che non mangiano più i bambini ma se li comprano.
Se il prologo all’intervista di un sacerdote, del quale non discuto l’opinione, sacrosanta come le altre, è “Durissimo attacco di Padre Maurizio Patriciello, il celebre prete che difende le vittime “della terra dei fuochi”, nei confronti di Nichi Vendola, il fondatore di SEL (Sinistra Ecologia e Libertà) che in Canada, insieme al compagno, ha comprato, per 135mila euro, il figlio di una povera donna di origine indonesiana, autodichiarandolo “suo figlio”.
Uso il verbo “comprato”, metto una cifra (ma ci sono prove? e allora le cito) e uso un aggettivo “povera”, in più metto “di origine indonesiana” e magari è nata in Canada, ma intanto ce la siamo immaginata incinta in una capanna a piangere in mezzo al fango per essere stata costretta a quel gesto dalla necessità, ecco che il gioco è fatto. L’opinione del sacerdote già è messa sotto una luce tale da essere conseguenza di quella premessa.
Io non so cosa pensare dell’utero in affitto, quello che penso del desiderio legittimo di paternità o maternità l’ho già scritto sulla mia pelle. Io non sento sempre il bisogno di giudicare.
Ma so una cosa: dove sono tutti quelli che inveiscono e urlano e giudicano quando i bambini affogano nel canale di Sicilia? Dove sono quando i bambini che non hanno chiesto di venire al mondo in India e altrove vengono rapiti per farne carne da macello per il trapianto di organi? Dove sono quando ogni giorno nei paesi in guerra ne muoiono a centinaia e migliaia? Hanno forse chiesto di nascere in un tal mondo? Durano giusto il tempo della commozione di una foto su fb. Un tempo tutto emotivo. Ma le coscienze? Le coscienze dormono, anche quando andiamo a comprare un paio di scarpe ben sapendo che dietro ci sono le mani sfruttate di minori.
L’etica è materia delicata, richiede conoscenza, riflessione, non è pancia, è testa. Dunque mangiate felici e risparmiateci i vostri rutti.

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