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Archive for the ‘M’amanonm’ama – Racconti non proprio d’amore’ Category

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Da ragazza (ebbene sì) ancora mi piaceva saltare sulle strisce pedonali: da una all’altra con un balzo facendo attenzione a rimanere in bilico nello spazio bianco. Era il mio modo di attraversare la strada quando il traffico lo consentiva.
Quando si passa da un limite a quello successivo ci sentiamo pieni di quella straordinaria energia che definiamo speranza, ovvero quella spinta che ci induce a migliorare le cose che non vanno o eliminare quelle che non ci piacciono.
Poi magari è come la dieta che comincia lunedì, un lunedì che non si sa mai qual è, o se volete il buon vecchio Godot beckettiano che si aspetta e non arriva mai, o l’isola di Kavafis che ci racconta quanto possa essere entusiasmante un viaggio quando smettiamo di preoccuparci della meta.
Domani sarà un nuovo anno e il mondo sarà uguale a oggi.
Con la bellezza che sta andando distrutta pezzetto dopo pezzetto, con le ingiustizie di sempre, con i poveri destinati a crescere e i ricchi che diventano sempre più ricchi, con le calamità, le malattie, le sofferenze.
“Vuole un almanacco nuovo per il nuovo anno?”, scriveva Leopardi che aveva capito già tutto troppo tempo fa.
È l’attesa il nostro tempo più felice, quell’attimo di sospensione in cui stiamo saltando da uno stadio all’altro.
Vorrei sì invitare a fare piccole cose, come salvare un albero o una goccia di mare, perché se lo facessimo vorrebbe dire aver cura del futuro, anche di quello che non ci appartiene ma sarà. Suona retorico?
Allora vorrei augurare l’onestà e la rabbia, soprattutto la capacità di indignarsi, il rifiuto alla rassegnazione costante.
Auguro a ciascuno la cura dei propri progetti, soprattutto a coloro che hanno la responsabilità di preservare e comunicare la bellezza, la sola vera forza che può salvare la terra. Qualsiasi comportamento che possa definirsi etico non potrà mai essere realizzato se non si impara e si insegna a riconoscerla e rispettarla.
Ringrazio la tecnologia che ci consente di esprimerci, di dialogare, di ritrovarci: conosco un mucchio di persone che su fb ad esempio “osservano” ma non intervengono. Sono coloro che hanno quella sorta di diffidenza che non aiuta a raggiungere l’altro, sui social come nella vita, sono coloro che non saltano.

Auguri a tutti di diventare più belli, solari e comunicativi.

Io stasera mi sono ripromessa di fare quel vecchio gioco da ragazza: saltare da una striscia all’altra cercando di restare in equilibrio, perfino in un momento personale difficile, in cui la parola equilibrio sembra essere un lusso troppo grande.
Auguro amore, non quell’energia esclusiva che include due, ma quello che circola in natura e salva.

Dunque, buon salto a tutti, ai diffidenti come ai generosi.

 

Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo?
Venditore. Si signore.
Passeggere. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Venditore. Oh illustrissimo si, certo.
Passeggere. Come quest’anno passato?
Venditore. Più più assai.
(G. Leopardi)

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thumb_big_normal_bc7ea0ecfbdd4643d8ef02c402d862e4«A noi due adesso».
A colpi di mouse Nina aveva dato via alla ricerca. Andava a caso, un link dopo l’altro, cercando di ironizzare su stessa. Immagine dopo immagine le reazioni andavano dalla sorpresa, allo stupore, allo sgomento. C’era un mondo là dentro. Dopo qualche minuto decise che ne aveva abbastanza.
«Per oggi può bastare. Intanto mi sono fatta un’idea.»
Si sentiva sollevata per aver rotto il ghiaccio, dopo l’iniziale diffidenza, poco per volta ci sarebbe arrivata, intanto poteva ritenersi soddisfatta. Chiuse le pagine una dopo l’altra, uscì dal programma e spense il computer. Il monitor nero le restituì la sua faccia, ma in quel momento le parve che là dentro ci fosse riflessa la sua anima nera. E in quel nero, di nuovo, fece capolino la perplessità.
«No Giacomo, non ci siamo. Proprio no, è inutile. Non ce la farò mai. Davvero, non insistere. Poi come faccio scusa? Questa idea di internet, la spedizione. E se poi il pacco arriva e lo prende Caterina? Sopra c’è il mio nome, mica il tuo, quella curiosa com’è magari lo apre. Come glielo spiego a una ragazzina di 12 anni? Sì…. C’ho pensato. Anche al piano B. Ma che cambia farlo recapitare a Sandra? E poi che le dico scusa? No Giacomo. Siamo seri, meglio lasciar perdere. Meglio accettare il fatto che non sono capace. Fammi andare via, che tra un po’ torna la tribù affamata e ancora neanche so che gli darò da mangiare. È tardi. E poi sono queste le cose di cui devo preoccuparmi, caro mio! Tre figli non sono mica uno scherzo. Bruno più si avvicina la maturità più diventa insopportabile. Lo sai com’è, no? Carletto è stato mollato dalla ragazzina per la seconda volta in sei mesi e neanche vuol mangiare più. Insomma Giacomo, ho il mio da fare. Chiuso.»
Nina girò le spalle e andò in cucina a preparare la cena. Voleva fare la crema bianca per Carletto, tante volte almeno quella l‘avesse mangiata. E come tutte le sere avrebbe riunito intorno a quel tavolo la famiglia a raccontarsi i fatti della giornata. Di questo Nina era fiera: erano riusciti a rimanere affiatati e complici, perfino più di prima, grazie a lei.
Poi, sul tardi, prima di decidersi ad andare a letto, Nina fece  il giro dell’appartamento, ormai da due anni era un’abitudine della quale non riusciva a fare a meno: spegneva le luci, controllava che il gas fosse chiuso, aspettava che i ragazzi si fossero addormentati; quando era sicura di avere tutto sotto controllo, si infilava nel letto, esausta. E lì, come tutte le sere, ricominciava.
Una volta era lei sempre la prima ad andare a letto. Sprofondava sotto le coperte e finalmente poteva tirare un sospiro di sollievo. Da lì le piaceva ascoltare i rumori della sua casa, della TV accesa, dei ragazzi che a volte litigavano, della voce di Giacomo che interveniva a calmarli. Del silenzio in cui con il passare delle ore lentamente scivolavano le loro esistenze traghettate verso il sonno notturno. Quasi mai si addormentava. Leggeva, o semplicemente ascoltava a occhi chiusi finché Giacomo non le si fosse steso accanto. Prima era lui ad  avere tutto sotto controllo. Era così che funzionava la vita.
«Dormi? » A volte le chiedeva.
Quando il tono interrogativo giungeva a lambire il suo torpore, Nina sapeva era una richiesta. Così si girava sorniona nel letto e facevano l’amore. Non avevano mai smesso lei e Giacomo, perfino quando i bambini erano piccoli, erano sempre riusciti e ritagliarsi un momento per loro. Doveva essere questo il segreto della loro unione, solida dopo vent’anni tre figli e due carriere. Non avevano mai smesso di piacersi, di toccarsi, di comunicare con il corpo, di appartenersi.
«Adesso è dura Giacomo».
A dirla tutta i primi tempi non c’era stato né tempo né modo di pensarci. Da un giorno all’altro era stata sbattuta in mare aperto come un naufrago. E aveva faticato come un animale per riportare tutti in salvo a riva. Poi però, passata la tempesta, aveva dovuto dare un ordine alla vita, tre figli gliel’avevano imposto. La notte era stata la parte più dura da affrontare. Il vuoto nel letto. Chiudeva gli occhi e risentiva la voce di Giacomo.
«Dormi?»
Sera dopo sera in quei due anni aveva cominciato a sentire nel silenzio le sue mani addosso, le percepiva mentre le dita scorrevano lente sulla sua pelle. Con tutta se stessa avrebbe voluto rivivere un amplesso, uno solo, uno che le servisse  a sentire che a 46 anni non era sola e aveva ancora un corpo che poteva godere. Ma non c’era mai riuscita. Arrivava sempre un punto in cui il vuoto e il silenzio spodestavano l’immaginazione e vincevano sull’eccitazione e sul sogno.
«Non dovevi farmi questo Giacomo. Non si può morire di punto in bianco nel mezzo della vita».
Il guaio è che non riusciva nemmeno a scacciarlo. Se ci fosse riuscita, la notte avrebbe potuto dormire. Dio solo sa quanto ne aveva bisogno, un sonno vero, un’assenza dal mondo di una notte, almeno una notte tutta intera. Invece continuava a sentire l’alito di Giacomo soffiarle sul viso. Era lì, era con lei, e la guardava con il desiderio che aveva sempre negli occhi mentre stava per baciarla. Ne vedeva ogni tratto, ogni particolare. E tutte le sante volte tremava, tremava e desiderava quel bacio come mai niente aveva desiderato nella vita. Nemmeno lui.
Era riuscita a salvare i naufraghi dalla tempesta, ma quella solitudine notturna, affamata e raminga, no, non riusciva a scacciarla. Tutte le sere tornava come un esattore implacabile a riscuotere la sua imposta, una fetta di dolore che non se ne voleva andare.
«Lo sai no? Io non ci riesco, mi sentirei peggio dopo. Voglio te Giacomo. Te maledizione, riesci a capirlo questo? Io tutta la vita ho fatto l’amore solo con te. Quindi per favore vattene. Vattene.».
Com’è che a un certo punto fosse spuntato il Signor G., Nina non lo sapeva bene.
«Giacomo, ma per favore, mi ci vedi me con il Signor G.? non so neanche da dove cominciare…. »
Era stato Giacomo a suggerirglielo. Una notte che non riusciva a dormire. Aveva sentito un fruscio dietro la tenda, come un colpo di vento sopraggiunto a gonfiarle. Si era alzata di scatto nel mezzo del letto, ma la tenda era chiusa, ferma. Giacomo dalla foto sul comodino sorrideva, come sempre.
«Certo, sorridi. Sorridi tu. Ormai sorridi per l’eternità».
Era soprattutto durante la notte che Nina provava una rabbia sorda che la faceva tremare, un sentimento molto simile all’odio. Più fissava quella maledetta foto che non rispondeva, quel viso amato che le sorrideva, più avrebbe voluto fracassarla contro il muro. Non riusciva a dominare la paura. Tutto quello che alla luce del giorno sembrava poter controllare, di notte si trasformava in disperazione e terrore. Avrebbe voluto qualcosa da prendere a pugni,  altro che cercare il Signor G.! Un sacco a un gancio, un cuscino, qualsiasi contro cui sfogare la rabbia.
Ma quasi sempre Giacomo arrivava nel mezzo di quegli attacchi. Lì, a guardarla, immobile ai piedi del letto con lo sguardo che le diceva…. Tranquilla piccola, stenditi, rilassati, spogliati… lo so di cosa hai bisogno Nina…
Tranquilla piccola. Stenditi. Rilassati. Spogliati…
Nell’assenza di suoni, solo lo sguardo di Giacomo fisso nel suo. Le parole le aveva dentro, e le ripeteva, le ripeteva, le ripeteva…
Tranquilla piccola. Stenditi. Rilassati. Spogliati…
Per quanto avrebbe voluto combattere contrastando quell’onda di paura mista a furore, solitudine e voglia, erano quelle quattro parole ripetute come una nenia le sole che riuscivano a calmarla.
Notte dopo notte, alla fine aveva compreso che il corpo ha le sue leggi di natura e maledice l’assenza d’amore più di quanto la ragione possa controllare. Aveva dovuto imparare la forza: era stata una lezione che come uno scolaro diligente aveva ripassato ogni sacrosanta mattina dal momento in cui metteva i piedi a terra. Rimaneva seduta per qualche istante sul letto e sentiva il vuoto alle sue spalle, pesante come un macigno addosso. Avrebbe voluto stendersi di nuovo e rannicchiarsi. Rimanere per sempre sulla zattera del suo letto ad aspettare l’onda che l’avrebbe travolta definitivamente. Poi guardava la porta chiusa, oltre la quale c’era il fragore della vita che doveva andare avanti e aspettava lei per dare il via a un altro giorno. Sapeva di non potersi sottrarre. Quella porta la doveva aprire.
«Sveglia ragazzi, è tardi.»
E finalmente i rumori del giorno rompevano il silenzio della notte e mettevano a tacere i lamenti del corpo.
Alla fine però si era convinta e c’aveva provato. Aveva superato scogli ben più duri di quello. Aveva dato prova a se stessa e agli altri di risorse che nemmeno sospettava di possedere. Aveva dovuto cambiare pelle e testa, riorganizzare e orchestrare. In fondo quella era una specie di bazzecola che le sarebbe stata d’aiuto. Nina sapeva bene che Giacomo non se ne sarebbe andato, sarebbe tornato testardamente a trovarla tutte le notti.
Tranquilla piccola. Stenditi. Rilassati. Spogliati…
Aveva cominciato a cercarlo su internet e l’aveva trovato. Era stata la cosa più facile del mondo. E lì, dio solo sa (anzi, meglio non lo sappia se è come dicono) aveva visto di tutto. Il signor G. non era uno, ma tanti, bastava scegliere: classico, realistico, stimolatori, maxi, neutri, doppi, neri, colorati perfino di vetro plastificato.
«Ma secondo te io mi infilo quel coso tra le gambe?»
Silenzio.
Giacomo non rispondeva.
Durante il giorno non c’era mai, quando lo cercava e ne aveva più bisogno ecco che lui spariva.
«Certo è facile per te…. Arrivi quando ti pare, mi tormenti, e poi quando ti chiamo…. Niente».
«Maaaamma… dov’è la felpa rossa? » Urlò all’improvviso Caterina dalla sua stanza.
Nina presa di soprassalto, confusa davanti a un vibratore color carne striato da venature da sembrare vero,  chiuse di colpo la pagina con il cuore che le andava a mille, come se fosse stata sorpresa a uccidere qualcuno.
«Cosa??… »
«La felpa rossa mamma, dai, dov’è? Non la trovo, l’avevo lasciata sulla sedia.. »
«E sarà in lavatrice. Non ci puoi mica vivere addosso a quella felpa… »
«Ma lo sai che ci tengo… »
«Sì, ma ogni tanto ha bisogno d’essere lavata. Tutto qui. Mettitene un’altra. »
Di nuovo silenzio.
«Lo vedi Giacomo? Lo capisci anche tu che te ne devi andare».
Stavolta la foto era quella sulla scrivania. Lì erano insieme, al mare. Giacomo continuava a fissarla anche da lì. E fu in quell’attimo, all’improvviso, che Nina comprese. Per la prima volta non ebbe l’impulso rabbioso di fare a pezzi quella, come tutte le altre foto. Anzi. Sorrise.
Il signor G. stava nella promessa che si erano scambiati un giorno che sembrava per sempre: insieme nella buona e nella cattiva sorte. Era questo. Insieme comunque.
Giacomo, lo sapeva bene, non se ne sarebbe andato mai. Il loro era stato un amore testardo fin dall’inizio.
«Hai vinto Giacomo. Va bene. Scelgo quello che sembra più naturale. Vada per quello».
Riattivò la pagina e stavolta senza pensarci troppo andò fino in fondo. Pagamento. Destinatario. Conferma dati. Invia. Click.  Da lì non si torna indietro.
Per sempre, Signor G.

 

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paint-it-black-3«Si può rivestire adesso.» Come tutti i dottori, anche il giovane dottore del Pronto Soccorso che stava di fronte ad Enea aveva l’aria del professionista che non si sbottona e ti fa penare prima di dirti cosa ti sia successo ed Enea in pena lo era e parecchio, ma cominciò a vestirsi, aveva il fiato pesante e faceva fatica a coordinare i movimenti.
«Dottore, può dirmi cosa è stato?»
«Diciamo che non è stato un infarto, così si tranquillizza. Anche perché se lo fosse stato non staremmo qui a parlare. È stato un malore, che le ha dato sintomi molto simili all’infarto, ha fatto bene a chiamare il 118. Il cuore comunque è affaticato e non sottovaluterei questo allarme. Aveva fatto degli esami in precedenza?»
«No, è diverso tempo che non prendo in considerazione la mia salute»
«Al contrario dovrebbe, è ancora giovane, il suo peso, ad esempio, è decisamente troppo. Le consiglio di andare al più presto dal suo medico curante e farsi prescrivere gli accertamenti e i controlli che le segnerò. Poi non le resta che mettersi a dieta e fare del moto, magari si rivolga a uno specialista. Vedrà, in poco tempo tornerà come nuovo. La saluto adesso. L’infermiera l’accompagnerà per le dimissioni, là potrà anche ritirare il referto e le indicazioni per il suo medico curante.»
Enea era confuso, il dottore aveva parlato ostentando una sicurezza fredda, lui invece avrebbe voluto fare domande e chiedergli  di restare, non voleva tornarsene a casa da solo e rimanere da solo e rimuginare da solo e spaventarsi da solo. Si sentiva cacciato via.
L’infermiera solerte lo prese per una braccio, facendogli cenno di alzarsi. Attraversarono un corridoio,c’erano pazienti ovunque, in piedi, seduti, in barelle. La maggior parte di loro – notò Enea – aveva qualcuno accanto. Poi entrarono in una piccola sala, l’infermiera gli disse di aspettare il suo turno e, una volta ritirata la busta, sarebbe potuto andare.
«Va via?» Chiese Enea senza quasi volerlo a quell’infermiera giovane e sbrigativa.
«Lei non ha più bisogno, stia tranquillo, può tornare a casa.»
Enea si lasciò andare sulla sedia. Quanto ci sarebbe stato da aspettare? In cuor suo sperava fosse un’eternità, là dentro si sentiva al sicuro.
«Può tornare a casa» Aveva detto l’infermiera. Anche lei voleva sbarazzarsi di lui al più presto, questa era la verità, tutti sembravano volersi sbarazzare di lui.
Già! posso tornare a casa, ma il fatto è che io non ci voglio tornare a casa. Lo so come a va a finire. Va a finire che mi sembra di impazzire in quella casa fottuta. Se solo me ne potessi star qui, in un letto d’ospedale, dove qualche estraneo che non hai vergogna di chiamare ti soccorre se hai bisogno di una fottutissima pillola, o di un maledetto schifosissimo pasto, che è sempre meglio delle porcherie che ingurgito in quantità industriali. Forse dovrei farmi ricoverare, una di quelle belle cliniche dove ti disintossicano. Ma  quelle non le passa  la ASL, quelle te le devi pagare. E con che cosa la pago io? Puttana maledetta, tutto mi hai portato via, anche la dignità, anzi, soprattutto la dignità, ad essere precisi. Io non voglio altro che fartela pagare, al diavolo le stronzate che mi dicono tutti. L’unico istinto vitale che mi morde dentro è la voglia di fartela pagare, stronza….»
«Enea Longo?» La voce dallo sportello lo colse di soprassalto mentre si leccava i pensieri.
«Sono io.»
«Il suo referto… venga, deve firmare. Metta una firma qui.»
Enea si avviò, prese la penna che gli stava allungando l’impiegato, una bic nera, e firmò il foglio bianco: e-n-e-a-l-o-n-g-o- , gli sembrò di firmare la sua condanna con tanto di nome e cognome.
«Arrivederci.» L’impiegato riprese la penna senza neanche alzare la testa, ritirò il foglio e lo mise in una scatola, prendendo subito un’altra pratica, come un robot. Enea lo guardò e si chiese di che colore avesse gli occhi, quale espressione contenessero, se a casa avesse dei figli e una moglie, se quella notte aveva scopato. Per un attimo ebbe l’impulso di strozzarlo, ma fu solo un attimo. Non era lui che voleva strozzare in realtà. Prese la sua busta e si incamminò all’uscita.
L’aria fuori gli sembrò insopportabilmente calda, camminò lentamente, era uscito di casa la sera prima in ambulanza pensando di avere un infarto, non aveva con sé né soldi né documenti, avrebbe potuto fermarsi in un angolo sotto il colonnato e sembrare un senzatetto, un barbone  qualsiasi.
«Sparire per sempre… Ma se sparisco le faccio un favore, non deve affrontare neanche i sensi di colpa la stronza. Io invece voglio che mi veda, tutti i giorni, non m’importa mi veda in questo stato, basta che mi veda, perché quello che sono è il risultato di quello che mi ha fatto. Hanno un bel dire tutti che devo pensare a me, che devo rifarmi una vita, che la devo lasciar perdere. Ma quando una donna ti succhia il sangue e poi ti lascia senza una parola a marcire nel poco che non si è portata via della tua vita e delle tue cose non merita di essere lasciata in pace. Merita di avere la vita rovinata così come lei ha rovinato la mia»
«Enea… Enea….»
Dall’altra parte del marciapiede un uomo lo stava chiamando, Enea si voltò ma non riconobbe quel  volto che gli stava andando incontro.
«Enea Longo…. Ma sei proprio tu?»
Enea continuava a guardarlo inespressivo cercando un particolare in quell’uomo che gli ricordasse chi cazzo fosse.
Giorgio, Giorgio Martini, sono passati un po’ di anni, ma hai sempre la stessa faccia…»
Ecco chi era Giorgio, Giorgio Martini, lo sgobbone della VC, quello che gli passava sempre gli esercizi di latino. Ma come avrebbe potuto riconoscerlo, non c’era niente del ragazzo di trent’anni prima in quell’uomo in giacca e cravatta.
«Ti ricordi di me? Dire che viviamo nella stessa città ma non ci siamo più visti…»
«Davvero…. Sì adesso mi ricordo, davvero strano, non ci siamo più visti…»
«Bisognerebbe organizzarla prima o poi una bella rimpatriata della gloriosa VC, io qualcuno l’ho ritrovato su face book sai…. Il Bellini, il Grossi.. te li ricordi? Siamo usciti insieme qualche volta, ora che ti ho ritrovato si organizza… come ti butta? Sei sposato? Hai figli? Io lavoro in una finanziaria proprio qui all’angolo, ma guarda te che coincidenza. Sono sposato e ho due figli, maschi… e tu, dimmi un po’ di te..»
Ma era sempre stato così loquace sto cazzo di Martini? Non lo ricordava così, era un ragazzo timido e foruncoloso, ma forse è che quando rivedi i compagni di scuola tutti ti sembra fossero timidi e foruncolosi, Enea a malapena ricordava com’era lui ai tempi del liceo, figurarsi se poteva ricordarsi del Martini del Grossi e del Bellini, l’unico Bellini di cui al momento avesse memoria era il cocktail. Lui si era sempre tenuto alla larga dai ricordi, dal passato e dai rimpianti. Lui si era laureato ed era diventato uno psicologo e aveva incontrato una donna bella da levare il fiato, più giovane di dodici anni. Se l’era sposata con un impeto pari a quello dell’attaccante che fa il gol più spettacolare della sua carriera. Cazzo quant’era bella Liliana, con quei tratti orientali presi dalla madre e un corpo avvenente, i capelli lunghi e lucidi come seta, le labbra rosse e corpose che ti facevano venire voglia di mangiarle, i seni  piccoli e pieni con due capezzoli che diventano piccole cupole tra le dita… e ora tu Martini del cazzo ti presenti qui e mi chiedi come sto? Dieci anni fa dovevi chiedermelo… mi faccio le seghe pensando a quella puttana che mi ha lasciato con l’inganno Martini. Eh già… tu magari tua moglie manco te la scopi più, vi sedete alla tv la sera e vi bevete le stronzate delle fiction, lei è sfatta e tu ti sei fatto l’amante. Io no Martini, io avevo un lavoro una casa e una famiglia, avevo due figli, due maschi anch’io. Avevamo comprato una casa che per averla ci siamo indebitati fino al midollo, perché Liliana amava le belle cose, la bella vita, la bella gente. E dopo la casa la villa in campagna, perché Liliana amava i cavalli e voleva che anche i suoi figli amassero i cavalli e il proprietario di quella tenuta aveva i cavalli Martini, pensa che stupido. Un uomo brutto come pochi, un coglione con i soldi e i cavalli. E li ho trovati io a letto insieme e quella notte me la sono scopata perché si ricordasse come si scopa, e lei godeva Martini, sapessi come godeva…. Se non fosse stato per quel corpo che mi faceva impazzire avrei dimenticato che era la madre dei miei figli e l’avrei ammazzata quella cagna ambiziosa. Adesso si prende anche la casa, io non riesco a pagare gli alimenti, Martini, peso centoventi chili e bevo, pensi potrei fare lo psicologo in queste condizioni? Ai miei figli faccio schifo, loro vanno a cavallo nella tenuta del loro nuovo padre e lei è diventata la padrona là dentro Martini e dice che non ho mai avuto spina dorsale, che non sono un buon padre, che non valgo niente….. e tu ti presenti adesso e mi chiedi come sto? Sto che sto tornando in uno schifo di appartamento in affitto dove devo raccogliere il vomito che ho lasciato ieri sera, birra e cioccolata,  e che  ho avuto quasi un infarto stanotte… vaffanculo Martini… vaffanculo…
«Enea… Enea.. ma ti senti bene….?…»
«Cosa?…. io? Sì, sto bene… scusa… scusa Martini, oggi è una giornata un po’ storta, magari ci sentiamo e ci vediamo un’altra volta»
Certo, certo… ma sei sicuro di star bene?»
«No, non sto bene affatto, ma ho un appuntamento con un paziente tra poco, sai, faccio lo psicologo, devo andare, scusa Martini, devo andare»
«Ti lascio il mio biglietto da visita, ci sono i miei numeri, chiamami mi raccomando, tu sei su face book? Davvero, organizziamo una sera anche con gli altri.»
«No, non ci sono su face book , ti chiamo magari, adesso devo andare, sono in ritardo. Mi ha fatto piacere Martini.»
«Anche a me Enea….. fatti sentire mi raccomando.»
Enea si incamminò e sentì che Martini alle sue spalle era rimasto immobile a guardarlo, perplesso. Faceva di sicuro pena anche a lui.
«La stessa faccia, ha detto che ho la stessa faccia, ma vaffanculo…. »
Diede un’occhiata al biglietto: Lucio Martini, Sales Account Executive. BMP.
«Che cazzo fa un sales account executive? Sei ancora lì che guardi Martini? E allora guarda, guarda che ci faccio con il tuo biglietto da visita del cazzo.»
Enea strappò il biglietto in due, quattro, sei pezzi pensando ai bigliettini con le versioni di latino che gli passava Martini. Poi se li buttò alle spalle.

 

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occhi_manga2«Ti prego Sauro, apri la bocca, non serrare i denti, sono due cucchiai di minestra, non mi fare diventare matta per due cucchiai di minestra che oggi non è giornata. Ecco, sì, così, lo vedi che se vuoi sei bravo? Apri, così, che è quasi finita.»
«Allora, come va oggi il nostro giovanotto?»
«Va che per mangiare è sempre un problema, sembra essere tornato indietro,  fa i capricci come i bambini.»
«Ma lo sai che ho l’impressione che lo fa più con te? Vero signorino? Facciamo le bizze con la mogliettina qui!»
«Ah ma se è così io il posto lo lascio volentieri a qualcun altro! Aspetta..  puliamo un po’ la bocca. Ora indovina un po’, c’è il frullato, l’ho fatto prima di venire Sauro, fresco e dolce come piace a te, c’ho messo anche la banana.»
«Vi lascio Nina, la flebo è a posto, se hai bisogno suona.»
«Grazie Angela…. Attento Sauro che t’ho visto sai, con quegli occhi.. quando vuoi li giri eh! Lo so, Angela è carina e a te le donne sono sempre piaciute. Dai che finiamo il frullato così ci rilassiamo un po’… bravo ecco, così, questo ti piace. Servito e riverito, e chi sta meglio di te? Adesso ti alzo il letto, appena mangiato è meglio se stai su… ecco fatto, va bene? Vado in bagno a lavare lo posate…. Lo sai? Mi senti da qui? Mauro ha preso cinque a matematica e sei al compito di italiano. Secondo me questa professoressa di italiano lo sta aiutando, voti così a italiano non li ha mai presi. Per via della dislessia sai…. Te lo ricordi? Lui però continua a rifiutare una certificazione, io l’avrei fatta, ma lui dice che vuol farcela da solo, che non gli va d’essere considerato una specie di handicappato. Io gliel’ho detto che non c’entra niente, ho cercato di spiegarglielo, ma è testardo quel ragazzo. Chissà da chi avrà preso. Comunque questa insegnante dice che è ammirevole lo sforzo che fa per scrivere, anche se studiare dice studia poco. E lo vedo anch’io che fa poco o niente. Dicono tutti che è sveglio, ma non si impegna. Però Sauro, non so cosa ne pensi tu, ma io non me la sento di forzarlo. Povero ragazzo, con te chiuso qua dentro e una nonna a casa che vegeta nel letto è un miracolo che non sia per strada a drogarsi. Se va così così a scuola chi se ne importa, no?
Ma sì…. che ne sai tu… che scema, ancora mi illudo tu possa rispondermi. Non mi guardare con quegli occhi Sauro, ti prego. È il medico che dice ti devo parlare e ti devo raccontare tutto, dice che questo fa bene a te e secondo lui farebbe bene anche a me. Che ti devo dire? Non lo so, ma lo faccio. Metto a posto le posate e mi siedo anch’io. Ah! Devo ricordarmi di portare via il sacchetto con la biancheria sporca che ieri l’ho lasciato nell’armadio.
No, stai tranquillo, non sto andando via. C’è Mauro che è rimasto a casa con mamma. Solo metto il sacchetto fuori così me ne ricordo… ecco fatto.
Cosa credi?   Se mi siedo qui mi riposo un po’ anch’io. Sono così stanca Sauro, non riesco nemmeno a dirlo, ma almeno a te posso dirlo no? Non è facile per niente. Ah… quasi dimenticavo, Gimmi  per qualche giorno non viene, sta studiando come un matto, ha un esame grosso la prossima settimana. Mi ha anche detto il nome… il nome, insomma, sì, la materia… la testa non mi regge più… non me lo ricordo. Non ti senti un po’ orgoglioso? Gimmi sta andando bene all’università, gli piace proprio e riesce anche bene. Tu ne saresti contento, cioè… ne sei contento, vero Sauro? Ti prego, prova ogni tanto a fare uno sforzo, un cenno, dimmi in qualche modo che capisci quello che ti sto dicendo… mi guardi mi guardi….
Dammi la mano Sauro, prova a stringerla un po’. Mi senti? La senti la mia mano? Lo so Sauro, ho il viso invecchiato, perfino troppo per la mia età. Non sono più la ragazza di una volta, ma quella non posso farla tornare. Credimi, se potessi lo farei Sauro.  Ma sono sempre io. Te le ricordi come mi chiamavi quando eri in vena di tenerezze? Malandrina. La mia malandrina dicevi. Lo sai? Certe sere resto seduta al buio in cucina, magari i ragazzi sono fuori e c’è un bel silenzio. Allora cerco di sentire la tua voce… quando i bambini dormivano e tu spuntavi alle mie spalle e mi dicevi “che dici malandrina, ci mettiamo a letto?” Io lo sapevo cosa significava.
Adesso mi sembra sia successo secoli fa, in un’altra vita, come se fossimo stati costretti a lasciare la nostra casa per traslocare in un’altra, da una casa che ci piaceva e che avevamo scelto a una che non ci piace per niente. Ma sai qual è la cosa che più mi dà fastidio Sauro? Che mi sono rassegnata, non sono più nemmeno arrabbiata  come prima. La casa non mi piace ma è quella e ci devo stare, non ho scelta.
È dura Sauro. È dura. Ma già, tu che ne sai? Tu te ne stai qui, circondato da medici e infermieri che ti curano e ti lisciano il pelo, che ti tengono in vita…. Se almeno mi dicessero tu potessi tornare come prima. Che ne sai di quant’è faticoso là fuori da soli? Mamma sta anche peggiorando. Mi dicono tutti che dovrei prendere una badante. Facile a dirsi, come la pago una badante? Già riuscire a mantenerti qui è un miracolo, e meno male che i ragazzi si danno da fare. Mauro sta lavorando i fine settimana in una pizzeria, ma forse te l’avevo già detto questo. Insomma, loro s’arrangiano, poveri ragazzi. Avevo immaginato una vita diversa per loro.
È brutto quando vedi che la vita non è clemente e non puoi chiedere che lo sia solo per te, cioè io va bene, ma loro no… perché devono pagare un prezzo così alto?
Scusa Sauro, forse ti sto rattristando, ma se non parlo con te con chi parlo? Non so quello che provi, non capisco se hai emozioni, i medici mi dicono di sì, ma…
Ma, ma, ma… la verità è che ho dovuto accettare la malattia, per forza, siamo condannati tutti e due, tu ed io. Non ho nemmeno cinquant’anni e guardami come sono ridotta. Casa ospedale ospedale casa… chi se l’immaginava che sarebbe andata così Sauro? Sembravi così forte.
Va beh, facciamoci coraggio, io adesso devo andare, devo passare dal supermercato a fare la spesa e a ritirare le ricette dal dottore per mamma, anzi, dovrei anche passare in farmacia a prenderle le medicine.
Ci vediamo domani Sauro, te lo ricordi no che è giovedì e ho il turno lungo in ufficio, arrivo più tardi.
Dammi un bacio amore mio.»
Chiara posò le labbra su quelle di Sauro e per un secondo le sembrò che quelle tremavano al contatto con le sue. Ma fu solo un attimo. Sauro la guardò con i suoi occhi liquidi mentre si incamminava verso la porta. Chiara, come sempre, si voltò e gli fece cenno con la mano.

 

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nino_triste“Mi fa male la pancia non tanto male un poco, se mi metto a pancia in giù mi passa come dice mamma magari faccio qualche puzzetta Mi fa anche freddo  mi copro bene tutto vediamo se va meglio Anche la testa metto sì anche la testa sotto. No non riesco a respirare bene con la testa qua sotto Mi devo girare non ci posso stare con la pancia sotto mi fa male Mi siedo sul letto un pochino che magari mi passa Non mi piace questo pigiama mi stringe al collo sono cresciuto e mi sta piccolo, domani devo dirglielo a mamma che non mi sta più Magari glielo dico adesso quando viene per il bacio della buonanotte… però devo dormire è tardi e  lei non arriva, se non dormo domani a scuola poi sono nervoso.. oggi non è andata bene di nuovo dovevo dirlo a mamma dovevo dirle la verità, ma non mi ascolta mai… ma perché non arriva? È tutto in silenzio Elena si sentiva male ecco perché non viene Elena  ha la febbre e io lo so le moine che fa Elena quando è malata.. vuole che mamma dorme nel suo letto o forse è voluta andare lei nel lettone e io non me ne sono accorto.. che c’entra però mamma un bacio viene sempre a darmelo prima di dormire.. anche se Elena è andata nel lettone lei il bacio me lo veniva a dare lo stesso, ma non riesco a dormire  Domani a scuola non ci voglio andare dico che sto male anche se non è vero, non m’importa se mi porta dalla nonna meglio se m’annoio dalla nonna.. poi sto male davvero adesso anche se non è proprio mal di pancia non lo so cos’è. Va beh mi stendo  di lato, penso a una cosa bella vediamo se mi addormento… No il cuscino è duro.. non lo so se era duro pure prima ma perché mamma non viene? È buio… non ci riesco a dormire al buio se accendo la lampada forse è meglio.. poi magari mamma vede la luce e lo capisce che sono ancora sveglio se no pensa che dormo se ne va e non entra… oh si addormenterà prima o poi quella smaniosa.. quando fa così Elena la odio, non aveva tanta febbre.. il termometro l’ha preso papà l’ha detto ma non me lo ricordo Forse era alta davvero quindi mamma va bene se sta un pochino con lei… comunque domani a scuola non ci voglio andare non lo voglio vedere Leonardo… non si deve avvicinare un’altra volta a me Era colpa sua oggi ma la maestra se la prende sempre con me… poi racconta a mamma cose sempre diverse e la colpa è sempre mia… non mi credono che Leonardo mi dà fastidio lui lo fa apposta a prendermi le cose le sue ce l’ha ma prende sempre le mie, oggi mi ha sporcato il foglio per dispetto lo so che era per dispetto Io so disegnare e lui no che ci posso fare io? Avevo fatto un disegno più bello e me l’ha rovinato… io forse dovevo dirglielo alla maestra cosa aveva fatto… non gli dovevo strappare il quaderno ma ero arrabbiato mi fa sempre dispetti brutti.. e poi lui mi ha spinto e se cadevo mi facevo male perché mi ha spinto forte Potevo pure battere la testa anzi meglio se la battevo così almeno mi credevano… si va beh il pugno gliel’ho dato ma era perché mi volevo difendere.. lui è più bravo di me a raccontare bugie  Però ora è la terza volta che mi puniscono…. Uffa avevo detto dovevo pensare a una cosa bella per dormire non a Leonardo che poi sto ancora male Ma quando resto da solo in classe per punizione e tutti vanno fuori per l’intervallo è una cosa brutta… non te la dimentichi poi… io non me la dimentico… poi ci penso tutte le volte Forse lo dovrei dire che è una cosa brutta e poi non ho fatto niente perché ci finisco io in punizione e lui mai? Quando tornano tutti dentro poi sono tutti contenti e nessuno mi guarda sembra divento invisibile e mi guardano tutti in modo strano Vorrei raccontare le cose a mamma ma si arrabbia sempre prima di farmi parlare ascolta sempre la maestra e a me non chiede mai niente Elena è piccola a lei non li fanno i dispetti ma a me sì poi lei si prende le carezze e io le sgridate.. adesso vado e glielo dico che non riesco a dormire.. ma se poi Elena è lì e non mi parlano ci resto più male…. Forse mamma non viene più, s’è addormentata con Elena… ho sentito che la mamma di Leonardo ha telefonato e mamma ha detto che era dispiaciuta ma che ne sa lei Leonardo è furbo furbo e il pugno se lo meritava… mi sa che mamma non viene è tardi e io non riesco a dormire e mi vengono solo pensieri brutti quelli belli non mi vengono… sto scomodo e mi fa caldo… sono sudato forse ho la febbre pure io… è un virus non viene più…. Forse pensa che sono un figlio che non mi voleva… Ma non è che sono grande io… no non ci vado domani a scuola poi litigo di nuovo e non ci voglio stare in punizione un’altra volta.. sono arrabbiato e poi se sono nervoso lo picchio Leonardo tanto lui non la finisce di farmi i dispetti.. però non riesco proprio a dormire.. e io voglio dormire… voglio dormire… voglio domire… no tanto non dormo.. conto le pecore forse, certe volte funziona… una due tre quattro cinque… lo so che si è portata Elena nel lettone… ma pure io mi sento male… non riesco a dormire… poi mi dice che sono più grande e che stiamo scomodi e che devo tornarmene a letto… ma io mi sento male… e lei s’è pure scordata di venirmi a dare il bacio della buonanotte Io mi alzo e ci vado tanto non dormo….”

Mirko scende giù dal letto e corre a piedi scalzi lungo il corridoio buio, spalanca la porta della camera da letto,  dentro è buio, non riesce a vedere chi ci sia nel letto, ma la porta della camera di Elena era aperta quindi pensa che lei dev’essere lì nel mezzo a mamma e papà.

«Mamma…. ho mal di pancia forte…. Non riesco a dormire….

Mirko trema e, con la mano che a mala pena arriva alla maniglia, rimane nella penombra ad aspettare la risposta.

 

 

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