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Archive for the ‘ISTANTANEE’ Category

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La mente è un marchingegno strano, in questo momento mi ronza in testa una vecchia canzone, quella che faceva in via dei matti numero zero. Peccato però io non stia andando in una casa molto carina senza soffitto e senza cucina. Sto andando in via Benedetto Croce al numero 240 in un posto dove non sono mai stato.
Scendo dell’autobus con le gambe che mi tremano, per fortuna non devo fare molta strada perché  l’ufficio è proprio dietro l’angolo. Ho come la sensazione di essere osservato, quasi che tutti conoscano la mia faccia e  sappiano dove sto andando e perché. Dovrò abituarmi a questa condizione. A questo senso di perdita, di umiliazione.
Di fronte alla vetrata del numero 240 ho un attimo di esitazione, un lieve capogiro, come se dietro quella porta ad attendermi ci fosse un girone dell’inferno. Io non voglio entrarci, penso.

Vorrei gridare, chiedere aiuto. Invece resto fermo, composto. In realtà la rabbia sarebbe più forte della rassegnazione, ma la rassegnazione è l’unica carta che ti è concessa di giocare. L’ho capito negli ultimi giorni.
Mi decido a entrare. Dentro c’è un odore insopportabile di umidità e detersivo scadente, di polvere accumulata negli angoli e sulle scartoffie accatastate. Mi dirigo al distributore automatico di numeri e sfilo il mio. Ho il 18, non ho idea dei tempi di attesa. Vedo una sedia libera, mi siedo senza alcuna voglia di guardarmi intorno. Non voglio vedere le facce di quelli come me.

È accaduto troppo in fretta, non riesco ad accettarlo, ammesso che si possa accettare l’idea di essere senza lavoro alla mia età, due figli ancora piccoli e un mutuo da pagare. Anche se non è solamente una faccenda di soldi. È che quando ti arriva quella stramaledetta lettera scritta in un burocratichese  freddo, mediocre e impersonale, vorresti andare direttamente dal tuo capo e dirgli: con questa ti ci pulisci il culo!
Proprio io, noto a tutti per la pazienza e la mitezza. All’improvviso mi sento inutile. Impieghi anni per costruirti un’identità, impegnarti nel far bene quello che sai fare e sei pagato per fare, ti senti di far parte di un meccanismo che gira, poi, basta un secondo, e TAC, tutto annullato. Sei niente, non hai fatto niente, anni buttati via, tu stesso sei stato buttato via.
È una sensazione orrenda.
Mi accorgo che accanto a me c’è un ragazzo di colore, mi chiedo se è qui per lo stesso motivo. Forse per lui non è così tragico: è giovane, forte, magari scampato a chissà quale guerra. Un sussidio è sempre meglio di ciò che aveva nel suo paese. Ma poi io che ne so? Io appartengo alla schiera di quelli che sono sempre stati dall’altra parte, al sicuro, nella mia poltrona di fronte al monitor del mio ufficio.

Ed ora invece eccomi qui, sbattuto in mare da un’ondata mi dimeno come un naufrago in balia delle correnti, tutto quello che ho fatto e imparato non serve più a niente. Alzo gli occhi verso il pannello elettronico, vedo che tra un po’ è il mio turno. Sto per diventare un numero, una pratica. Metteranno un timbro da qualche parte ed è fatta. Quale numero sarò nell’esercito di quelli come me? Voglio dire, quanti saremo? Migliaia.
Migliaia di manichini senza un volto né un nome né una storia.

Le storie degli imprenditori, quelle sì finiscono sui giornali, ma a noi nessuno viene a fare domande. Noi non facciamo notizia. Magari accade se qualcuno si ammazza. Ecco, quel disperato che sui giornali ci finisce, con nome e cognome. Ma sai che gloria! Dura il tempo per bruciare una notizia.
Per il resto siamo numeri, apparteniamo a statistiche.
Ecco, è il mio turno, mi avvio. Mi sento stanco. Mi siedo di fronte a un’impiegata e sono a disagio. Lei non è pagata per comprendermi, ha fretta. Mi mette sotto gli occhi un modulo, devo riempirlo. Dati anagrafici, cosa chiedo, cosa dichiaro, stato di disoccupazione, mi impegno a. Non è così difficile. Sono dati, cifre, crocette nelle caselle. È facile. Semplice.
Restituisco il modulo, ho letto si chiama scheda anagrafica del lavoratore. Mi vengono date delle istruzioni per il futuro. Il futuro. Mi viene da ridere. E questa obesa con la coda di cavallo mi sta dando anche le istruzioni. In caso di. Se ricevesse. Se accadesse. Annuisco senza parlare. Ho solo voglia di andarmene.
Quando esco però non so dove andare. Non c’è un posto dove vorrei essere. Cammino senza meta, senza curiosità. Da oggi dunque sono ufficialmente disoccupato. Devo abituarmi all’idea. Devo fare amicizia con questo pensiero, con questa nuova condizione. Al momento è l’unica cosa che posso fare per non impazzire.
Poi – chissà – magari mi verrà la voglia di studiare come si costruisce una bomba, perché tutto questo non accade per caso. Non è il destino o la sfortuna. C’è chi ha la responsabilità di tutto questo. Io so di chi è la colpa.
Credo di avere diritto alla rabbia, visto che quelli che parlano di me, di noi, in definitiva sono laureati alla Bocconi e in tv fanno la loro figura. Avrò un volto, avrò un nome, avrò una storia anch’io.

Cammino e penso che non voglio essere  un numero nelle loro fottute statistiche da salotto televisivo.

Dedico questo racconto a Michele, 30 anni, che il 31 gennaio si è tolto la vita, stanco della precarietà e di rifiuti. Michele ha lasciato una lettera nella quale parla di “furto della felicità”, di tentativo di fare “del malessere un’arte”. Dice di aver resistito fino a che ha potuto.

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino”.

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Il Vecchio e il Nuovo (Marco Zaini)

“Vi prego, lo lascio a voi, abbiatene cura. È giovane e inesperto”
“Non preoccupatevi per me, io so cavarmela. Piuttosto è a lui che dovete pensare. È stanco.”
Era così che il vecchio e nuovo, secondo un antico cerimoniale, si disputavano l’attenzione.
Mentre discutevamo educatamente passò di lì un giovane. Alzò gli occhi dal cellulare e si tolse le cuffie, curioso. Si fermò qualche secondo, giusto il tempo per concludere che quelle erano inutili chiacchiere.
“Fatela finita checcazzo! – sbottò senza troppi complimenti – giocatevela a poker e affidatevi alla sorte”. Scrollò le spalle e se ne andò.
“A poker? – disse il vecchio – io non ho mai imparato il poker, forse ha ragione, avrei dovuto. Ora per me è tardi per imparare.”
“Se è per questo non potrei neanch’io. Non so neanche cos’è il poker! Però se lei non l’ha imparato allora vuol dire che non era una cosa utile.” Disse il nuovo.
Giunse una donna, aveva lo sguardo malinconico, lunghi capelli e un vestito celeste. Guardò prima il vecchio, poi il nuovo e infine disse:
“Io vi amo entrambi. Il figlio più grande non è diverso da quello più piccolo. Io non potrei mai scegliere di chi avere maggior cura.” Così detto fece una carezza prima al vecchio poi al nuovo e passò oltre, sollevata.
Il vecchio e il nuovo si guardarono in silenzio e in quell’istante si sentirono figli di una stessa madre, dunque fratelli.
“Ha ragione la donna – disse il vecchio – non c’è differenza tra noi. Dobbiamo restare uniti.”
“Eh no! C’è, c’è eccome – si intromise la voce di un uomo canuto giunto da chissà dove – tu sei vecchio e lui no. Le vostre direzioni sono inconciliabili. C’è un solo punto di incontro, ma non fatevi illusioni, dura un attimo. E in quell’attimo anche il giovane diventerà subito vecchio. Fareste meglio a salutarvi in fretta. Siete destinati a separarvi per sempre.”
Sul volto del vecchio e del nuovo comparve un’espressione desolata e una lacrima scese dai loro occhi. Il vecchio mestamente si voltò e all’improvviso comprese che aveva sulle spalle un peso insopportabile, segno che per lui stava arrivando la fine. Il giovane lo guardò e comprese come doveva sentirsi, lui al contrario era così leggero che avrebbe potuto volare. E forse per questo aveva paura di essere lasciato solo.
Fu proprio in quel momento che arrivò un bambino.
“Perché siete così tristi? – Chiese.
“Perché stiamo per separarci per sempre.” Disse il nuovo.
“E perché dovete separarvi per sempre?” continuò il bambino.
“E’ la legge del tempo”. Rispose il vecchio.
“E cos’è la legge del tempo?”. Fece eco il bambino.
“Sei troppo giovane per capire. La conoscerai anche tu, ma a tempo e luogo dovuti.” Concluse il vecchio.
“Va bene, non posso imparare la legge del tempo, ma se siete tristi un rimedio c’è. Io quando sono triste faccio un gioco. Dunque perché non giocate per rallegrarvi? Ecco, prendete queste – tirò fuori dalle tasche due maschere – indossatele e prendetevi per mano. Poi fate un girotondo e cantate. “
Il bambino mise al vecchio la maschera del nuovo e al nuovo la maschera del vecchio.
“Chi è il nuovo e chi è il vecchio? Se nessuno lo sa prendervi non potrà.” Canticchiò il bambino allontanandosi.
“Chi è il nuovo e chi è il vecchio? Se nessuno lo sa prenderci non potrà.” Cominciarono a cantare il vecchio e il nuovo girando in tondo. Presero a ridere, a saltellare e a canticchiare. Chi è il nuovo e chi è il vecchio? Se nessuno lo sa prenderci non potrà.

Forse che con le maschere l’attimo traditore di cui aveva parlato poco prima l’uomo canuto, non riconoscendoli, li avrebbe lasciati in vita entrambi? O forse avrebbero potuto davvero scambiarsi le destinazioni, così che il vecchio andasse verso il nuovo e il nuovo verso il vecchio? Ma se così fosse stato, il vecchio sarebbe stato in grado di percorrere il sentiero del nuovo, avrebbe avuto il suo stesso entusiasmo? E il nuovo, sarebbe stato giusto farlo soccombere e condannarlo prima ancora di esistere?
Ma nella danza che il bambino aveva indicato come rimedio, per il vecchio e il nuovo non c’era più posto per le domande. Ballavano, bevevano e si stordivano. Non si capiva più dove finisse la malinconia e iniziasse l’allegria, la felicità e l’infelicità, la gioia e l’amarezza. Chi fosse l’uno e chi fosse l’altro. Tutto si era mescolato.
Nessuno avrebbe potuto dire chi fosse il vecchio e chi fosse il nuovo.
E in quella baldoria che tanto faceva così bene a entrambi, tuttavia non si accorsero che sotto i colpi dei loro passi di danza, c’era qualcosa che stava soccombendo.
Il vecchio e il nuovo nella frenesia di sopravvivere entrambi senza cedere l’uno il passo all’altro, indossando i panni mascherati di Ieri e del Domani, stavano uccidendo Oggi.
Senza neanche essersi accorti della sua presenza.

 

(Buon Anno a tutti)

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John-Chillingworth

Da  bambina quando mio padre tirava fuori le assi di legno dal ripostiglio, quello era il segnale. Significava: è giunta l’ora di fare il presepe. Et voilà, iniziava il divertimento. L’architettura del presepe variava a seconda della stanza dove si decideva di posizionarlo e dallo spazio che quindi poteva prendere. Era sempre  grande, con strade, case, luci e ruscelli. Ed era sempre bellissimo, vuoi perché mia madre andava sempre a Catanzaro a comprare pastori, case, pecore e galline, oppure  palline di vetro soffiato per l’albero molto particolari (c’erano Yoghi e Bubu, la Lavanderina e Calimero, la navicella spaziale e Armstrong astronauta,  un numero imprecisato di variopinte cicogne a clip, i moschettieri e via discorrendo). L’albero era sempre incorporato al presepe. La seconda fase erano le scintille che io e mio fratello accendevamo davanti al presepe, la terza gli zampognari per le strade e nelle case. Ed era Natale.

Io sono felice di aver vissuto in una casa così, con l’odore di torrone e bucce di mandarino. I miei erano cattolici, ma in tutte le case, anche in quelle di atei o non praticanti il presepe e l’albero per lo più c’erano. E nessuno se ne faceva un problema.

Ora invece  sembra che la realtà debba sempre riflettersi in uno specchio deformante per cui diventa o si fa diventare qualcosa che non è, tipo quando una è magrissima e lì si vede grassa o viceversa.

Leggo che un preside si è dimesso per le polemiche che hanno fatto infuriare i genitori (e conseguente eco avuto sulla stampa) perché aveva deciso non ci sarebbero stati canti di natale a scuola per non urtare ragazzi di altre fedi religiose.

A parte che non si dimette un preside neanche se taglia la testa di un insegnante (ovvero esistono cose ben più gravi nelle scuole, soprusi compresi) ma questo –  perdonatemi –  cretino, non aveva niente di meglio per mettersi in mostra?

Ovviamente come non farsi mancare poi le polemiche politiche, in particolare quelle che non perdono occasione di strumentalizzare, come si dice, ogni cacatina di mosca?

Io il racconto del natale più bello l’ho ascoltato da due bambini molto piccoli, in Svizzera, durante una passeggiata in montagna. Quei bambini così piccoli conoscevano tutto della vita di Gesù, dalla sua nascita alla sua morte, parlavano della grotta in cui era nato, cosa aveva predicato e perché, avendo riscattato i poveri, fu crocefisso, compreso i “mandanti” di quella condanna. Mentre camminavano mi raccontarono un sacco di cose anche sulla Madonna e San Giuseppe,  tra storia vera e storia religiosa.

Ebbene, quei bambini erano figli di genitori atei e sfido chiunque a trovarne di così consapevoli che siano figli di genitori cattolici.

Il presepe, ad esempio, non è solo una tradizione cattolica, è un’arte. Ci sono in giro per l’Italia artigiani che per Natale nelle chiese, nelle scuole, nelle grotte naturali, nei vicoli dei paesi costruiscono vere e proprie opere d’arte. Che vogliamo fa’? Fermi tutti che è politicamente scorretto??

Ma ci faccia il piacere, diceva Totò….. mh250w

Io da adulta ripenso con serena nostalgia e gratitudine ai natali nella mia famiglia, eppure sono cresciuta lo stesso profondamente laica, nel pieno rispetto delle persone. Mia madre era una che aveva fatto la quinta elementare ma chiunque tu portassi a casa era benvenuto, l’accoglienza stava nella sua sensibilità e quindi nella sua cultura. Negli ultimi anni della sua vita era “cliente” di tutti i magrebini che vendevano per strada e spesso ne conosceva le storie.

E quei bambini di cui ho raccontato poc’anzi, sono figli di mio fratello, ateo, la cui madre è bravissima a raccontare loro le storie e la Storia.

È la conoscenza l’unico rimedio che abbiamo contro il pericolo dell’ignoranza, che produce danni ben più gravi delle dimissioni di un preside e dei mancati canti di natale dei bambini che peraltro, si sa, imparano soprattutto per emulazione.

 

 

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Ritratto di Olga in poltrona' dal Museo Picasso di Parigi

nudoingiardinoMA A TE QUALE PICASSO PIACE? (ovvero come tornare a sud)

Qualche anno fa, girovagando per le strade di Parigi, sono capitata per caso al Museo Picasso. Fino a quel momento non avevo mai apprezzato particolarmente Picasso, ma quella fu davvero un’esperienza entusiasmante perché là dentro ho davvero “compreso” Picasso senza bisogno di un esperto o di una guida, semplicemente seguendo il percorso delle opere disposte secondo l’evoluzione creativa del pittore. Lì si capisce il processo di sottrazione fino ad arrivare all’essenziale. Così quella famosa cazzata delle due linee che potrei fare anch’io tale ti appare: una colossale cazzata.
Dai ritratti capisci che grande pittore di talento fosse Picasso, la tecnica, la maestria. Ma evidentemente le belle pennellate, le belle forme, le fotografie perfette, le luci e le ombre che potevano solo imitare la realtà a un certo punto non lo hanno più soddisfatto. Non esprimevano appieno il rosicamento interiore, come lo chiamo io. Così i suoi quadri diventano sporchi, imperfetti, visionari, indecifrabili a occhio nudo, un’accozzaglia di linee, di forme, di elementi sformati e deformati che ti stanno davanti e ti sfidano, ti dicono: embè? Adesso che pensi?
Progressivamente l’arte perde armonia e apparenza di armonia ed esalta la domanda, il dubbio, l’incertezza, la contraddizione. Nella prima l’arte è bellezza e non c’è molto altro da dire, nella seconda la bellezza la devi andare a cercare, perfino quando ha le dimensioni della tragedia. Contemplazione nel primo caso, disordine e reazione nel secondo. Fosse anche quando ti incazzi perché non capisci.

Ho vissuto per trentacinque anni in una delle regioni più belle d’Italia, la Toscana. Non ho scelto di andarci o di rimanerci ma le cose sono andate così. Ed è andata benissimo, ne sono felice.
Ho vissuto per circa venticinque anni a Firenze e sebbene la amassi, avevo smesso di considerarla la città d’arte nella quale mi era stato dato il privilegio di vivere. Vivevo la periferia, il quartiere e la bellezza era sullo sfondo. Non sono mai riuscita a innamorarmi. Lo so, detta così sembra quasi una bestemmia. Il fatto è che la contemplazione per me è un momento di passaggio, un’istantanea ben riuscita, un’esperienza positiva ma fugace. Dentro rimane quella sensazione che la vita stia da un’altra parte, dietro le facciate, oltre i muri, dentro i vicoli, oltre le botteghe che ormai parlano lingue comprensibili ai turisti più che a te.
Mi sono poi trasferita in Mugello, per scelta, perché mi sono innamorata dei verdi, non il partito, proprio i colori. Una vallata meno antropizzata e meno cartolina del Chianti amato dai tedeschi. In Mugello ci sono tutte le tonalità di verde che esistono, si mescolano e si rincorrono. Nella stagione giusta è uno spettacolo che di per sé è sufficiente a dare un senso all’esistenza individuale. Però.
Però era ancora contemplazione. Come se il respiro c’è perché ci deve essere, è necessario per sopravvivere, è una funzione. Ma perché fosse vita e sollievo mi mancava qualcosa.
Così ho saltato il fosso, triplo salto con avvitamento, devo ricominciare tutto daccapo. A sud. Di nuovo.
Adesso il mio occhio è più critico, più consapevole, meno incline a digerire ciò che non va come fosse una fatalità.
Ma il respiro.
Il respiro è tornato.
Si insinua nel groviglio di linee e forme in cui cercare una bellezza nascosta ben bene, che quasi sempre qui sta accanto alla peggiore bruttura.
Sta nella contraddizione che mi rappresenta e mi fa sentire a mio agio, sta nei dubbi che pungolano assillanti tra i panni stesi ad asciugare al sole e si vedono, gonfi di vento e di presunzione di esistere impunemente. Qui niente esiste se non te lo vai a cercare. Ma c’è. Come la spazzatura sul ciglio della strada e poi le rovine dell’Abbazia. Come l’anziana che ti guarda con sguardo materno mentre ti porge una fettona di torta alta un palazzo senza neanche sapere il tuo nome. O come quell’uomo seduto al bar con lo sguardo torvo dal quale è meglio non accettare un caffè.
Qui vado a caccia. Mi arrabbio fino allo spasimo e mi riprendo. Mi faccio domande e ho le risposte. Qui non ci sono cartoline da spedire ma qualche secolo di storia andato a male. Qui l’antico è vecchio e nessuno se n’è mai preso cura abbastanza. Qui ci stanno le vittime e i colpevoli.
Eppure il mare è cristallino e la montagna è dolce e aspra, i borghi sono nascosti e l’aria è profumata. Ma tutto questo c’è solo se sei disposto a muovere il culo e andartelo a cercare. Qui niente è scontato. Niente.

Tutto è pura contraddizione.

Ed è per questo che la prossima volta che qualcuno mi chiederà: ma perché l’hai fatto? Ma cosa ti ha spinto a tornartene al sud? Ma ti sei ammattita? Io risponderò con una domanda: ma tu, quale Picasso preferisci?

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Quanto può inimagesfluenzare una scrittrice?

Virginia Woolf è un marchio a fuoco e non me ne compiaccio: molti anni fa ho subito la fascinazione del personaggio (oltre che dei suoi libri e della sua scrittura) tanto  da rifiutarla oggi.

Ho provato a rileggere alcune cose che vent’anni fa avevo divorato e mi sono andata convincendo che non andava più bene. L’ho rifiutata come le cose nocive, che sappiamo essere pericolose ed è meglio bandire. Troppe parole e troppa testa possono far male.

Le illusioni sono per l’anima ciò che l’atmosfera è per la terra. Toglietele quell’aria tenera, e la pianta morirà, i colori svaniranno. La terra su cui camminiamo è cenere estinta. È marga quella che calpestiamo, e ciottoli spietati ci feriscono i piedi. La verità ci annienta. La vita è un sogno. È il risveglio ad ucciderci. Chi ci deruba dei sogni ci deruba della vita… (da Orlando)

 Sono una grande dilettante nell’arte della vita, decisa a succhiare la mia arancia, e poi subito via come una vespa se il boccio su cui riposo appassisce (Diario)

Però, buon compleanno lo stesso Virginia!  (25 gennaio 1882 – 28 marzo 1941)

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Vuoi giocare con me?

bambina_araba_2013_olio_su_tavola_50_x_50_cmijiopMi chiamo  A.M.   e ho dieci anni, e tu?

Vuoi giocare con me?

Il gioco te lo insegno io, è  bellissimo.

Ti devi mettere addosso sotto i vestiti tante piccole macchinine, mi hanno spiegato che appena premi un bottone fanno i fuochi d’artificio.

E in questo modo anche tu diventi un fuoco d’artificio a forma di fiore alto nel cielo, tutti lo possono vedere e tu diventi una piccola martire che tutti adoreranno perché ha fatto una cosa giusta.

Mentre mi mettevano quelle cose sotto i vestiti ho pensato che mi dispiaceva perché mi sarebbe piaciuto vedermi da giù che effetto facevo, avrei voluto essere con i miei fratelli  e mia madre che mi avrebbero guardato alta nel cielo. Ma poi ho pensato che me lo avrebbero raccontato e mi sono sentita meglio.

Ero tutta eccitata, non vedevo l’ora, così sono andata in mezzo alla gente, al mercato, come mi avevano spiegato, perché il gioco funziona solo se tu fai tutto quello che ti dicono e devi stare attenta al bottone, lo devi premere al momento giusto, se no i fuochi d’artificio non funzionano e tu perdi e nessuno ti vuole più bene.

Vince chi fa il fuoco d’artificio  più bello.

Che dici, allora lo vuoi fare questo gioco con me?

 

 

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Esci e hai voglia di riempirti gli occhi e il cuore, c’è un sole così pieno e discreto che camminare sarà una festa.
Il rumore dell’acqua del ruscello giunge allegro , è acqua che discende scaricando la sua forza a valle, argentata, con la sua impetuosità montanara.
Viene quasi voglia di tuffarsi in quell’acqua limpida, camminarci dentro, sui sassi lisci, puliti, levigati.
I balconi qui sono quadri dipinti, così fioriti, ricchi, colorati di tutti i colori che hanno i fiori nella loro stagione migliore.
Cammini e ti senti di visitare un mondo che sfiora la perfezione, è così come lo vorresti: tutto ti restituisce armonia, perfino il tè che prendi prima di metterti in cammino, così intenso e profumato, come la marmellata, che ha la giusta consistenza. Per fortuna che esistono posti così, posti nei quali sentirsi bene, umani, adeguati.
I sentieri poi sono segnati, puoi procedere tranquilla, le facce che incontri sorridono come la tua, ti salutano e tu rispondi, perché così si usa tra viaggiatori in cammino sui sentieri di montagna.
Molti usano le seggiovie o le funivie per andare in quota e godersi il sole, io preferisco sempre camminare, non amo le diavolerie come queste. Le apprezzo, ma non le amo. Non ho la smania di arrivare in vetta, di mettermi alla prova, le mie gambe fanno quello che sentono di fare e stop, quando non reggo mi fermo, mi siedo, mi guardo intorno, respiro, mi sento viva, avvisto, osservo i fiori e le piante spontanee. Guardo le cime maestose e mi sembra di essere appena un gradino sotto a D’io, che deve essere là, oltre quelle nuvole che squarciano un cielo cristallino, mollemente sbuffanti e così piene che pensi che lui da là osserva e sta comodo. Sì, D’io – se c’è – deve abitare qui e sorride paterno alle nostre ingenue fatiche di camminatori.
Quando la settimana in alta montagna è al termine, sei ritemprata e il tuo corpo ti ringrazia, tutto quassù è perfetto, hai speso bene i tuoi soldi, ovunque tu sia andato sei stato un turista soddisfatto.

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Invece camminare a sud è diverso, praticamente un altro mondo. Non è solo l’ambiente naturale che è differente, perché questo è assolutamente normale.
Il ruscello scorre sonnolento a valle, chiede acqua, eppure ti parla di freschezza nella sua ombrosità disordinata. Le sue parole sono prive di una qualsiasi articolazione regolare, è anarchico, dipende dal caso della pioggia, come del resto tutto qui.
Non ci sono nuvole immense, ma un cielo striato di un bianco puro che ti fa desiderare le nuvole, quelle vere, tonde e grasse. C’è una natura parsimoniosa intorno e ti arrabbi perché ne vedi l’abuso. Qualche rifiuto in giro, ad esempio, che ti dice che qui non ti vendono nessun quadro, nessun sentiero, nessuna merce di scambio.
007Qui se vuoi te la devi cavare, devi camminare e trovare la strada, magari perderti per poi ritornare.
Qui camminare richiede fatica, il respiro ha la difficoltà dell’ansia di qualcosa che sta lì in agguato pronto a colpirti: un cane randagio, un colpo di fucile, un sentiero sconnesso, perché è questo che ti raccontano del sud, tanto che ti si appiccica alla pelle e quando cammini è il tuo respiro che te lo racconta.
Qui camminare è “all’improvviso”. All’improvviso il bosco si distende e ci sono alberi le cui cime – e non tu – dialogano con D’io, tanto sono alti.
All’improvviso le felci sublimi e robuste sono un reticolato di tenero verde che riceve i raggi del sole così distintamente che tu quei raggi li puoi contare mentre si posano a baciare le piante, è un ordito di trine intessuto da mani di angelo che restituisce pace al respiro.
All’improvviso il ruscello è più prepotente e ti chiama, ti invita a ballare con lui, a levarti le scarpe e percorrerlo amico o magari tenertele e arrampicarti bagnandoti di dolcezza di acqua fresca e leggera.
All’improvviso gli alberi si fanno sculture, giganti diffidenti che valutano gli uditi attenti e perspicaci e custodiscono antichissimi segreti.
All’improvviso ti accorgi che hai camminato per ore senza incontrare un umano e neanche te ne sei accorto.
All’improvviso.
Qui devi saper conquistare, non c’è niente che ti venga offerto così, solo perché tu viandante passi da lì. Devi esplorare bestemmiare e incazzarti, perché qui D’io non c’è, non è come in quell’altro mondo a sorridere bonario e invisibile. Qui lo devi chiamare urlando e imprecando e non sei mai sicuro che ti risponda. Qui sei da solo contro il mondo, e senti che va bene così.
Qui manca l’armonia costruita dall’uomo, c’è l’anarchia di una natura selvaggia e innocente che ti chiede un passaggio e salvezza.
E tu sai che qui sarai salvo salvandola.
Qui – infine – c’è un respiro di vita ruvida e violenta che parla col diavolo. E poi con te.
parcE quando finisce, sei un passeggero ubriaco e incantato, inebriato dalla fame dei lupi mannari.

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