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Archive for the ‘DIARIO SCOLASTICO’ Category

downloadNegli ultimi giorni l’articolo di Michele Serra (ambiguo o provocatorio lascio a voi il giudizio) ha scatenato il solito balletto di polemiche sui social e sui giornali. Non mi interessa qui ri-parlare dell’argomento. E’ che mi convinco sempre di più che a parlare di “scuola” dovrebbero essere soltanto quelli che nella scuola ci vivono tutti i giorni e sanno di cosa si sta parlando, soprattutto oggi.
Del fattaccio di Lucca rimbalzato ovunque, dai social ai tg, si è detto di tutto: punizioni esemplari, famiglie assenti, educazione che è andata a farsi benedire, l’autorevolezza degli insegnanti andata a male e via discorrendo. Una cosa e il suo contrario, a seconda di come la si guardi.
Io la guardo da insegnante e vorrei dire una cosa semplice: che al di là di tante parole, sempre le stesse quando emergono fatti di cronaca, esiste una sola, facile soluzione. Tanto facile da non essere mai – ma guarda un po’ – contemplata.
Se avrete a pazienza di leggere il racconto che pubblico di seguito, vi anticipo che non mi sono sforzata a inventare la storia di Vladimiro: l’ho infiocchettata, ma la vicenda che lo riguarda è vera.
Nel racconto che ne faccio, gli insegnanti (che stanno sullo sfondo, non mi interessava raccontare una situazione scolastica ma soltanto la storia di Vladimiro) sembrano essere inadeguati a comprendere il suo disagio e Vladimiro è potenzialmente pericoloso, potrebbe essere il sedicenne di Lucca e forse anche peggio. Il fatto che per quest’ultimo sia intervenuta l’autorità giudiziaria è una sconfitta della scuola, ma ATTENZIONE, non perché gli insegnanti siano inadeguati (che per carità, ci sono in giro e parecchi) ma perché vuol dire che per l’ennesima volta la scuola non ha alcuna credibilità (alla faccia anche del Ministro Fedeli che invoca le bocciature).
Il fatto è, o voi tutti che non avete mai messo piede in un’aula scolastica, che di Vladimiro ce ne sono a migliaia e se quello che si dice sull’assenza delle famiglie è vero, spesso il problema è che Vladimiro non ha proprio famiglia.
Qual è allora la soluzione semplice cui accennavo qualche riga più sopra? E beh, miei cari, sono più di vent’anni che ci ammorbano con le “riforme” che di ri-forme non hanno un bel niente. Ci hanno reso dei burocrati stanchi che a ogni tornata di nuovo ministro si sentono dire che devono “formarsi”, ci hanno rovesciato addosso quantità di competenze che non hanno nella pratica alcun valore se non quello di obbligarci a riempire carte.
Vladimiro ad esempio a scuola sarebbe un BES: un bisogno educativo speciale, ovvero avrà una programmazione che dirà che è un alunno in difficoltà e una volta che l’avremo scritto saremo ritenuti a posto. L’importante è che siano a posto le carte, come si dice spesso.
Vladimiro potrebbe essere anche un DSA, ovvero avere un disturbo specifico dell’apprendimento. Avete idea di quanti ne arrivino ogni anno in una classe con questo tipo di certificazioni? Iperattivi, dislessici, disgrafici, discalculici? E giù altre carte da riempire, altri “patti” da far firmare alle famiglie, altri impegni che assumiamo a trattare quei ragazzi secondo  i loro bisogni specifici. Peccato che ad esempio se la quantità dei DSA cresce esponenzialmente, noi non siamo dotati dei pc che la legge e le carte dicono dovremmo usare perché quelli sono ragazzi che non sanno scrivere, per dirne una.
E allora eccole le soluzioni semplici: invece di spendere miliardi in corsi di formazione inutili, a mantenere baracconi senza alcun beneficio, a finanziare l’INVALSI, etc etc., voi lassù (e anche voi che non avete mai messo piede in un’aula) sappiate che basterebbe soltanto che di Vladimiro in una classe ce ne fossero soltanto quindici, invece di 25, 28, 30, 32 e a volte 33.
Quelle sono condizioni in cui nessuno di noi può più lavorare, educare, seguire i ragazzi come meriterebbero.
Potremmo rendere Vladimiro un uomo, dargli gli strumenti per crescere adeguatamente, aiutarlo a scoprire ciò che vuole diventare e farlo diventare quel che desidera. Magari un latinista, invece che un manovale, perché è un fatto che questo sistema lo espelle dalla scuola. Allora però, poi non mi fate fare il corso di formazione sul disagio e la lotta alla dispersione scolastica con la psicologa che mi racconta le favolette indiane, perché lì, sappiatelo,  mi incazzo. Come mi incazzo guardando un video in cui un adolescente fa il gradasso con un insegnante impotente. Lo avete permesso, avete creato tutte le condizioni perché ciò accada.
Io, come migliaia di miei colleghi – perché esiste nei fatti una buona scuola, ben prima del genio della lampada  – a Vladimiro ci tengo, ma nelle classi pollaio si possono solo crescere batterie di polli destinati al banco del supermercato, buoni per consumare ed essere consumati.

Soltanto meno alunni per classe, questa sarebbe l’unica, vera cosa da fare. Ma se si facesse di che parlerebbero poi i Serra, i Crepet, le Mastrocola, le Tamaro e anche voi?

 

MI CHIAMO VLADIMIRO, HO SEDICI ANNI

È la sesta ora e non ne posso più. Lento è ancora lì alla lavagna che fa cerchi e triangoli, ma cosa c’ha nella testa? Se invece di darci le spalle si voltasse e si guardasse intorno si accorgerebbe di come vanno le cose. Stancanelli è al cellulare che gioca, Muraro chatta con la fidanzata, Mattei sta sprofondando nel sonno eterno. Non ce n’è manco uno ad ascoltarlo. A parte Ferraro e Muraca, che si sa, nella vita non hanno un cazzo da fare quindi studiano e sono i cocchi dei professori. In tutte le classi ci sono quelli come Ferraro e Muraca, che poi sono quelli che fanno sentire i professori onnipotenti, giusti insomma.
Le gambe sotto il banco mi tremano, sono già due volte che Vauro mi chiede di smettere. Dice gli sembra ci sia un terremoto e si impressiona.
Vauro è il mio compagno di banco, un tipo mica tanto sveglio. Uno spilungone con gli occhiali e gli occhi chiari che quando parla lo fa senza muovere le mascelle. Sembra sia mosso da un ventriloquo. Credo me l’abbiano messo accanto perché mi considerano agitato, per usare un eufemismo, così con lui non posso parlare. Cosa gli vuoi dire a uno che si chiama Vauro e sta impalato sei ore su sei?
Una volta gliel’ho anche chiesto da dove venisse quel nome strano, io pensavo di aver capito male, credevo si chiamasse Mauro. Invece no, ha specificato lui con aria da precisino, Vauro. Con la V. Poi ho capito a malapena che era il nome di suo nonno. Bella scoperta! Il novanta per cento della popolazione porta il nome del proprio nonno, è che io Vauro non l’avevo mai sentito prima.
Comunque tutto sommato gli è andata bene. Figuriamoci se il nonno si fosse chiamato che so, Evaristo o Ermenegildo.

«Allora, tutto chiaro?»
Lento si è voltato di scatto, nell’aula c’è stato un sussulto simultaneo, come un’onda. Tutti hanno fatto sparire i cellulari sotto il banco, via i giochi, il fantacalcio, le foto porno, le fidanzate in linea. Tutti con gli occhi puntati alla lavagna e i quaderni davanti. Mattei al secondo banco il sussulto non ce l’ha avuto. Si è addormentato proprio. Si è svegliato perché il compagno di banco gli ha dato una gomitata. Ha sollevato la testa e si è guardato intorno. Sembra una bertuccia intorpidita che ha avuto un brusco risveglio. Soltanto Ferraro e Muraca rispondono un sì convinto. Talmente convinto che il professore si va a sedere soddisfatto.

Ma quando finisce? Non ne posso più. Mancano venti minuti e sembrano un’eternità. L’ultima ora non passa mai.
«Allora per la prossima volta fate gli esercizi a pagina 238, dal numero 1 al 10.» Lento neanche alza gli occhi e passa dal libro al registro, dove va a segnare i compiti per venerdì, quando avremo il piacere di rivederlo per due ore di fila. Non si accorge che nessuno ha segnato niente, nemmeno abbiamo tirato fuori i diari, a parte Ferraro e Muraca ovviamente. Alcuni perché gli esercizi li copieranno da Ferraro e Muraca altri perché tanto c’è il gruppo su whatsapp dove se hai voglia puoi sapere anche quanti peli ha Lento sul culo (per la cronaca: non sono io maleducato, è che è proprio questo il linguaggio della chat).

Intanto si sono fatte le due meno dieci, se Dio vuole questa tortura sta per finire. Io sto seduto all’ultimo banco. Mi alzo e vado alla porta. Almeno comincio a sgranchirmi le gambe.
«Martena mancano ancora dieci minuti alla campanella, quindi va’ a sedere al tuo posto. E levati quelle cuffie!»
«Ma prof, mancano pochi minuti!»
«Martena ho detto vai a sedere al tuo posto. Immediatamente! Altrimenti giuro ti tengo qui altri dieci minuti dopo il suono della campanella.»

Eccolo il professor Lento, lento di nome e di fatto, che prova a fare il grosso con me mentre sono qui che fremo aspettando che suoni l’ultima campanella. E sì che lo sa che con le minacce ci vado a nozze.
Ora che ci penso però ho presentato tutti tranne me: mi chiamo Vladimiro Martena, detto Villi, che è il mio soprannome da sempre ma non chiedetemi perché, non lo so. È un po’ come il nome di Vauro. Ho sedici anni, bocciato una volta alle scuole medie, in terza per la precisione, sono il classico disadattato. Quelli come me hanno il marchio di fabbrica, ovunque vadano.
La mia specialità a scuola è collezionare note sul registro, le colleziono come trofei, in quelle non mi batte nessuno. A me della scuola non me frega un cazzo, ci vengo se no mi mandano i carabinieri a casa. Dicono che ho l’”obbligo”. E allora se mi obbligano a starci poi però non mi devono rompere le palle se “disturbo la lezione”, come recitano decine di note a penna rossa in mio onore.
L’ora prima di Lento abbiamo fatto italiano, non ho idea su che cosa fosse la lezione perché come al solito avevo le cuffie. Di nascosto ascolto sempre la musica. A un certo punto la prof mi ha interpellato. Io ovviamente non l’ho sentita. Così sì è avvicinata mentre io guardavo la pioggia cadere fuori dalla finestra.
«Martena.»
Sento una mano che mi scuote.
«Martena, dico a te!»
Io mi sono levato una cuffia e ho alzato la testa. L’ho guardata come si guardano gli extraterrestri credo, lei non si è nemmeno arrabbiata.
«Ma che fai, invece di imparare qualcosa ascolti la musica?»
«Mi scusi prof. È che non mi sento bene.» Ho farfugliato.
«Non è un buon motivo per starsene con le cuffie a dormire sul banco mentre c’è una lezione.»
Non sapevo cosa dire. Non so mai cosa dire quando mi colgono in flagrante. Più che altro credo sia perché non me ne importa niente.
La Bertini mi ha guardato severa poi si è girata ed è andata verso la cattedra. Sulla via del ritorno ha sparato la seguente frase:
«Il fatto è, cari ragazzi, che voi non volete capire che la scuola, lo studio, sono fatica. La scuola è una palestra, vi allena, perché anche fuori da qui domani sarà così. Fatica. E voi è con questa parola che non andate d’accordo. La vita è dura, in nulla si riesce senza soffrire. E badate che è dura per tutti. Solo lo studio potrà darvi delle sicurezze.»
Ecco, quando parlano così, io mi chiedo se recitano, se lo dicono perché lo devono dire o cosa. Insomma non è possibile che credano veramente a queste stronzate.
Fatto sta che mi è venuto da ridere. E ho riso. Sia chiaro, non una risata sguaiata. Una risatina, diciamo così, una cosa innocua. Però la Bertini mi ha sentito. Beccato. E lì si è arrabbiata.
«Martena che fai ridi? Sono cose che ti fanno ridere? Se tu avessi ascoltato la lezione avresti saputo che stavamo parlando di un poeta come Leopardi che è a voi che si rivolge. È a voi adolescenti che dice queste cose. Ma lui che fa? – si rivolge alla classe – lui ride – poi di nuovo a me – ma cosa avrai da ridere?»
«Niente, non ridevo per lei»
«E allora per cosa? Per Leopardi?»
«No. Però… insomma, vengo a scuola per sentirmi dire che la vita è dura? Che tutto è fatica? Ho sedici anni, prof, io mi voglio divertire.»
Ecco, mi ero tolto un bel peso dallo stomaco.
«E allora vai, Martena, vai a divertirti fuori. Così impari a essere insolente come il tuo solito.»
Mi sono alzato mentre lei prendeva la penna e annotava sul registro “Martena viene allontanato dall’aula perché si rivolge all’insegnante in modo insolente:” Le conosco a memoria queste formule. Sono cinque anni che le vedo e sono sempre le stesse anche se scritte da individui diversi.
Me ne esco, tra gli sguardi un po’ invidiosi dei miei compagni che continueranno a sentirsi le prediche della Bertini su quanto abbia sofferto Leopardi per rimanere a futura memoria.
Insomma stamattina mi sono beccato la quinta nota dell’anno, e siamo appena a dicembre.

La campanella ormai sta per suonare e io devo correre. Il suono dell’ultima campanella è l’unica cosa che mi piace della scuola. Sei ore con il culo su una sedia e sentire stronzate di cui non mi frega niente. Oggi piove pure porca vacca e devo andare a casa di mia madre che sta in centro. Devo camminare una mezz’ora buona a passo svelto prima di arrivarci. Quando arrivo là i giorni in cui esco da scuola alle due i miei fratelli sono già a tavola che mangiano, ma non è colpa mia se esco tardi e la scuola è in culo al mondo. A tavola ci sarà il solito piatto di pasta coperto con un piatto fondo, la pasta sarà già fredda e collosa da fare schifo, ma quando hai fame va bene tutto. Butto giù con il fiatone e punto.
Anche mangiare, tocca farlo di corsa. Mia madre se ne sta lì in piedi davanti alla lavatrice in preda all’ansia perché non vede l’ora che finiamo e ci leviamo di torno.
Il pranzo da mia madre è a tempo, come una bomba ad orologeria. Alle tre, massimo tre e mezzo, dobbiamo essere fuori da casa sua.
Dice che deve pulire tutto per bene prima che arrivino le “clienti”. Secondo lei a sedici anni mi bevo la storiella che fa la manicure, cioè che farebbe belle le mani e lisci i piedi delle signore bene di questa città, a casa sua.
Io lo so cosa fa mia madre. Fa la puttana. Ecco perché ha fretta di mandarci via. Riceve i “clienti” di pomeriggio. Come l’ho saputo non importa, non è stata una bella scoperta. Devo ammettere che molte volte ho avuto la tentazione di nascondermi e spiare gli uomini che si scopano mia madre, ma poi non l’ho mai fatto. Alla fine mi sono convinto che è un lavoro come un altro.
In fondo non me ne frega niente da dove vengono quei quaranta, a volte cinquanta, euro che mia madre mi dà ogni settimana, che per quattro fanno circa centosessanta euro, nel senso che io sono il secondo di quattro figli maschi: Mirko ha un anno più di me, poi c’è Alberto che ne ha dodici ed Enzino che ne ha nove e tra noi è quello che ha sofferto di più quando mia madre se n’è andata, più di un anno fa.
A dire il vero anch’io l’ho odiata, anche se poi quando ho cominciato a vedere qualche soldo ho pensato che in fondo era meglio così. La nostra casa, quella in cui siamo rimasti a vivere con mio padre, non è neanche una casa, è una vecchia catapecchia di pietra alla periferia di questa città.
Mio padre è disoccupato da tre anni e come se non bastasse è pure invalido, ha le gambe mosce e per muoversi deve usare le stampelle, non ho mai capito bene perché. È così da quando sono nato.
Comunque mia madre ha fatto bene a lasciarlo, è uno schifo d’uomo, quando non è pieno di vino è pieno di birra. O dorme o beve. O in alternativa si incazza con noi perché sa che mia madre ci dà dei soldi e a lui quelli che prende da non so dove non gli bastano per ubriacarsi tutto il giorno.
All’inizio ho pensato che ci stava che mia madre se ne andasse per via di mio padre, erano sempre urla e botte, ma non capivo perché avesse abbandonato anche noi.
Poi però dopo ho capito. Mia madre s’è sistemata mica male, s’è fatta un appartamento piccolo ma decente, e di sicuro con il lavoro che fa non ci può tenere con lei, almeno questo mi piace credere perché a dirla tutta non so se vorrebbe farlo, visto che a parte darci da mangiare a pranzo e allungarci qualche soldo non si preoccupa un granché di quel che facciamo. Per il resto dobbiamo arrangiarci. Lei non chiede mai niente, né della scuola, né della salute, né dei cazzo dei problemi che hanno gli adolescenti che ormai tutti ne parlano tranne lei. Persino la strizzacervelli della scuola dove mi hanno spedito un paio di volte.
In effetti l’unico motivo per cui vengo a scuola tutte le mattine è che non mi va di stare in quella cazzo di casa che puzza, a scuola mi rompo le palle ma almeno non c’è quella puzza di vino e sudore che c’è a casa mia. Né c’è mio padre, che a vederlo, con quelle stampelle e la pancia che sembra una mongolfiera, non è che faccia una bella impressione.

La campanella ora sta davvero per suonare e io come ho detto se voglio mangiare devo correre.
Prima di congedarmi però voglio farti i miei complimenti.
A chi, mi chiedi? Ma a te, sì, proprio a te. A te, lettore che stai leggendo e sei arrivato fin qui. Complimenti.
Però anche tu non hai capito niente, come tutti del resto. Tu sei convinto che io sia uscito dalla mente di quella che qui sopra ha messo il suo nome, come la chiamate? Autrice? Invece ti sbagli. Lei c’ha messo solo le parole giuste per far tornare i discorsi (non le cose, che quelle comunque non tornano).
Ma io. Io. A te che mi leggi. Te lo devo dire. Sappi che io sono vero.

La campanella è suonata, io devo andare, anzi, devo correre. Nella foga di uscire ho spintonato qualcuno, non so manco chi. Sento il professor Lento alle mie spalle che sta urlando….
«Martena, sempre il solito, sei proprio un animale!»

Fanculo Lento, tu e tutti gli animali come te.

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Fuori ricomincia a piovigginare e oggi è una giornata un po’ così. Malinconica.
Poi accade che ricomincio a correggere il plico dei compiti e ne sfilo uno, lo leggo, lo correggo e mentre scorro le righe mi rendo conto che a volte i temi dei ragazzi sono incredibili atti di fiducia.
Si parla di abolire il tema, di adottare i riassunti, di incentrare l’attenzione sulla comprensione del testo. Tecnicamente è giusto e sacrosanto.
Però è anche vero: come farei io a scovare gli animi inquieti, quelli che hanno bisogno di un’attenzione diversa, senza conoscerli? Perché è anche questo che noi insegnanti di Lettere a volte facciamo, è attraverso di noi che passano le menti e quello che c’è dentro, nel profondo, non perché siamo diversi, semplicemente perché a noi talvolta scelgono di rivelarsi: hanno davanti un foglio bianco e l’occasione di raccontarsi e spesso di raccontare quella parte di sé difficile da svelare perfino ai compagni.
Per questo ho deciso di condividere degli stralci di questo tema, perché se da un lato il testo di questo ragazzo mi ha intristito, e molto, dall’altro non sapevo dove stava e ora lo so.
Dopo più di vent’anni ancora di fronte a certi testi mi commuovo e non è il mio innato istinto di crocerossina o, peggio, quello materno (me lo sono sentito rimproverare più di una volta da qualche collega, con una certa mancanza di tatto), è proprio che credo nella mia professione. So per esperienza che se un ragazzo scrive un tema così, qualcosa ti sta dicendo, di sé, del suo mondo, della sua solitudine. E tu che fai? Gli dai un voto e ti volti dall’altra parte? Non io.
Forse sbaglio, e ad ogni modo (anche se può sembrare inopportuno, ma lo faccio nella piena convinzione che non lo sia) questi sono stralci del tema. Voglio precisare che sono come lui li ha scritti. Finora per me lui (sono la sua insegnante da settembre) era soltanto uno che scriveva maluccio, con molte carenze, come si sottolinea nei temi.
E a voi adulti chiedo: quale la responsabilità? Dove si ferma quella di un’insegnante?
“Oggi tutti siamo tecnologici, ma la mia generazione – quella del 2000 – è stata rovinata dai social network e ne parlo da testimone. Si va dal lecchinaggio all’umiliazione della persona. Hanno attaccato le nostre menti, perché in un’età in cui ancora non si pensa con la propria testa, quando si può essere plagiati facilmente.
In poche parole hanno creato un gregge di pecore in cui la società ha il ruolo del pastore, hanno creato uno spettacolo di marionette in cui il burattinaio muove i fili e dice cosa indossare, cosa mangiare, come comportarsi, come parlare. Così con una mano ti danno i soldi che dovrebbero servire per vivere e infilano le altre cinque dita nel nostro portafogli, imponendoci cosa comprare per essere all’altezza, siamo tutti omologati.
Fin da piccolo mi sono dovuto abituare a rinunciare a tutto perché a casa arrivavano sempre pochi soldi. Quando sei un bambino queste cose ti pesano, arrivi a invidiare gli altri. Crescendo queste cose pesano ancora, ma capisci di essere impotente. Ma quello che ti fa soffrire non è più la mancanza di beni materiali, ma il fatto di non poter coltivare appieno i propri sogni. La cosa che più mi fa incavolare è quando vedi persone che hanno tutte le possibilità di questo mondo e non combinano niente, mentre io che ho intenzione di realizzare un piccolo sogno devo fare sacrifici su sacrifici per avere una piccola possibilità di riuscita.
Un’altra cosa che mi fa incavolare sono le persone che ti allontano perché non vesti firmato o solo perché pensi con la tua testa. Non è bello quando degli stupidi pregiudizi ti allontanano e magari più cerchi di avvicinarti a loro più vieni respinto. Ci resti male, ti chiedi se la colpa è tua.
E’ così che ho preso la decisione di isolarmi, e forse è una cosa negativa, anzi spesso lo è, perché ho pensieri che mi fanno odiare il mondo intero. Questo avviene di notte, quando inizi a pensare come sarebbe bello se, come sarei felice se, finchè non torni nel mondo reale e capisci che è tutta un’illusione.
A volte apprezzi la solitudine, è come guardare le cose da un altro punto di vista, da un’altra prospettiva. Allora inizi a notare persone, particolari di ogni singola cosa, e ne sei felice.
Mi rendo conto d’essere andato fuori tema, d’altronde non mi importa più del voto, non è un voto che stabilisce la propria intelligenza.
Concluderò dicendo a chi dice che i soldi non fanno la felicità che sbaglia di grosso: è semplicemente una persona che non ha provato la povertà, perché senza soldi si litiga e si vive male, ne sono testimone tutti i giorni nella mia famiglia.
In questo mondo tecnologico nel quale abbiamo tutte le comodità e vogliamo essere uguali agli altri non possono mancare i soldi, perché fanno la differenza, fanno la felicità, la fanno eccome.”
Ho trovato questo testo di una dignità che mi ha commosso. Non credo che da domani lo guarderò come ho fatto fino a ieri. Questione di complicità e di rispetto.

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Cara Ministra,

so che questa mia non le giungerà mai. Non diventerà un post virale che le arriverà a solleticare il dubbio che a volte voi ministri dell’istruzione altro non fate che sparare cazzate, una sorta di gara a chi la dice più grossa per arrivare agli organi di informazione come novelli salvatori della scuola pubblica.

Dunque lei ha detto “Il 15 settembre partirà un gruppo di lavoro con le migliori e i migliori esperti del Paese per rivedere le indicazioni nazionali e intervenire su cosa le nostre studentesse e i nostri studenti studiano a scuola”.

A questo verrà affiancato un gruppo che servirà a chiarire l’utilizzo di smartphone e tablet degli studenti in classe, intervenendo sulle attuali circolari, risalenti a un periodo troppo lontano da oggi. “E promuovendo – aggiunge – un uso consapevole e in linea con le esigenze didattiche. Questo gruppo avrà 45 giorni per pubblicare delle linee guida chiare ed efficaci per le scuole”

Intanto vorrei chiederle su quali basi lei sceglierà le migliori e i migliori esperti del Paese, perché – mi consenta (come diceva un inquilino di palazzo) – quando utilizzate la parola esperto a noi insegnanti sale la febbre a 40. Per non parlare della locuzione linee guida. A me fa venire in mente il ragazzino del film Il Grande Cocomero affetto da una patologia per cui  il mondo circostante era fatto di linee e demarcazioni entro le quali muoversi, lo vedevi saltare ipotetiche corde, terrorizzato dal romperne qualcuna.

È buona norma, prassi consolidata, che gli esperti che mettono mano alle riforme, alle circolari, alle innovazioni (presunte) didattiche, nella scuola non c’hanno mai messo un alluce, non sanno niente degli adolescenti (se non quello che leggono sui trattati sociologici scontati come le minestre) e soprattutto non conoscono il lavoro che svolgiamo quotidianamente, del quale non avete mai né considerazione né rispetto.

Che lei mi venga a suggerire “l’uso consapevole” degli smartphone è presuntuoso (e questo in viale Trastevere è atteggiamento ostinato) e irrispettoso. Le dico francamente che è una sparata che come sempre reputa gli insegnanti un gregge che agisce secondo le direttive.

Io, ad esempio,  crede davvero stessi qui ad aspettare lei e la sua circolare? Ci prende per scemi? E’ da un pezzo che quest’uso consapevole tento (tentiamo, non solo la sola) di promuoverlo nelle classi, perché “il buon senso” mi ha portato a non demonizzare uno strumento che oramai i ragazzi usano con una tale regolarità che separarli è praticamente impossibile.

Tuttavia i risultati di questi tentativi, sappia anche questo, nella maggior parte dei casi, falliscono. Perché? Per farglielo capire le racconto un aneddoto.

Qualche anno fa mi trovavo all’aeroporto Vespucci di Firenze. In attesa dell’aereo vado a sedermi. Accanto a me c’era una giovanissima coppia di stranieri beatamente immersi nella lettura di un libro, ciascuno il prorpio. Dopo qualche minuto arrivano sei baldi adolescenti, tre coppiette (tre ragazzi e tre ragazzi). Si fanno notare per la caciara, per l’abbigliamento griffato e succinto, poi si separano e si siedono. Le tre ragazze alla nostra destra, i ragazzi alla nostra sinistra. Tempo dieci secondi, tutti e sei avevano in mano il cellulare, cominciano a spippolare come dei pazzi, ognuno per conto proprio. Insieme, ma separati: dal cellulare.

Ecco, non ho potuto fare a meno di notare la tristezza di quell’immagine, con quei ragazzi stranieri al centro con un libro in mano, e gli altri sei con lo sguardo piantato su un minuscolo monitor, persi chissà dove. Sei adolescenti che stavano andando in vacanza.

Se questo non le basta come esempio dei modelli culturali che NOI e il MERCATO stiamo fornendo loro, la invito a venire in una classe, a sollecitare un allievo che sta usando impropriamente il cellulare  (con il quale giocano, sono in costante comunicazione su instagram e whatsapp) a consegnarle il cellulare. Scoprirà che la scena avrà del paradossale, vedrà il panico sulla faccia dell’allievo, vedrà il cellulare sparire nella sua tasca dove lei non può mettere le mani, vedrà l’ansia da separazione quasi stia chiedendo di darle un pezzo della sua mano, della sua testa, del suo cuore.

Nella stragrande maggioranza dei casi sarà lui a vincere, a meno che lei non sia di quelli che si piazzano lì, poi lo prendano da un braccio, lo portino dalla dirigente e minaccino provvedimenti disciplinari. Il che presupporrebbe trascorrere gran parte delle lezioni in questo genere di attività.

Moltissime scuole non sono provviste di adeguate reti, per cui se lei proverà a chiedere ai ragazzi: cercate su google questo testo poetico, si sentirà rispondere che non ha giga sufficienti. Gli stessi alla fine della lezione, quando si abbassa la guardia per cinque minuti, correranno da lei per farle vedere qualche stupidissimo video su you tube per farla sorridere.

Cosa otterrà questa circolare? Siamo pratici:  ancora una volta perderemo credibilità, ci sentiremo rispondere: siamo autorizzati. Ormai li autorizziamo a far tutto.

E sia chiaro, non parla un’insegnante che demonizza la tecnologia, retrograda o che non sa usarla, la uso eccome, però – come ho detto una volta in classe – la differenza tra “me” e loro è che io so usare i loro strumenti, loro – di questo passo – non impareranno mai i miei, quelli che stanno nella testa, i meccanismi del cervello, quelli indotti dalla manualità della scrittura, quelli del pensiero critico di cui li stiamo privando a forza di crocette e di competenze.

Come vede non sono una bastian contraria. È solo che non se ne può davvero più.

Qualche giorno fa ho letto un interessante articolo di un insegnante, Franco Nembrini, per decenni professore di italiano e fondatore della scuola media libera “La Traccia” di Calcinate (provincia di Bergamo), il quale ha scritto:

“LA TECNOLOGIA. I giovani di oggi sono sottoposti ad una pressione sociale molto forte dovuta alla pubblicità e a nuovi modelli comportamentali, per questo il compito di guidarli verso l’età adulta spetta a «maestri più decisi e attrezzati di un tempo».

Nembrini è scettico sulle speranze risposte nei nuovi strumenti tecnologici, secondo lui sopravvalutati, utilizzati a scuola nel tentativo di catturare l’attenzione degli alunni. «Non funzionerà perché la vita dei ragazzi è già piena di tecnologia. Il suo uso esasperato li ha confinati alla solitudine. La sfida dell’insegnante sta nel proporre un’esperienza reale e diretta, che li spinga a mettere volontariamente da parte i cellulari o tablet e li appassioni ad un’avventura conoscitiva».

MEMORIA ESTERNA. Il pieno accesso al sapere tramite Internet, osserva Nembrini, ha portato i ragazzi a memorizzare meno informazioni. «Chiedi a un ragazzo chi è stato il primo presidente italiano dopo la Seconda Guerra Mondiale e lui trova la risposta con un click. Ma se gli ripeti la domanda la sera stessa, se ne è già dimenticato». Il rischio di una “memoria esterna” è estremamente insidiosa e assolutamente da non sottovalutare: «La perdita della memoria è una tragedia incalcolabile perché senza di essa, senza la storia, non si è uomini. Si diventa burattini facilmente controllabili dall’esterno».
Lei lo chiamerà questo insegnante tra i suoi “migliori esperti”?

Mi perdonerà se ne dubito.

Siamo stanchi minestra. Stanchi di direttive che ci trattano come idioti che non sanno quando fare o non fare una cosa, stanchi di esperti che ci raccontano come dev’essere la scuola e cosa dobbiamo e non dobbiamo fare.

Ci dia reti funzionanti, scuole attrezzate, sicure. Ci dia meno classi pollai. Ci dia risorse. Ci restituisca la credibilità sociale che meritiamo in funzione della gravosa responsabilità che rivestiamo come educatori. E si tenga le sue cazzate nel cassetto. Giusto per non levarci quel minimo di entusiasmo che ancora ci è rimasto quando entriamo in classe e abbiamo davanti universi sbandati, ai quali noi dovremmo indicare una direzione.

La saluto.

Prof. Daniela Grandinetti

PS   ho davvero molte cose da fare. Se ho perso tempo per me prezioso nello scrivere questa mia, mi creda, è perché non se ne può davvero, ma davvero, più.

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When you’re a star,  you can do anything. Grab ‘em by the pussy. You can do anything (D. Trump)

Mi avvio a scuola contrariata, che in America abbiano potuto eleggere un tale babbeo mi pare il fondo del baratro. Non me ne importa un fico secco delle analisi politiche, neanche le voglio ascoltare le banalità che vomiteranno i media nelle prossime ore, tanto lo so che in meno di ventiquattr’ore troveranno una logica.

Entro nell’aula vuota, apro la finestra, mi siedo e guardo i banchi, mi godo quei pochi minuti di quiete, tra un po’ qui dentro si scatenerà l’inferno.
Sono in 3° C, qui nelle ultime settimane ho dichiarato guerra: una classe scomposta, disordinata, fare lezione qua dentro è diventato difficilissimo. Sono quasi tre mesi dall’inizio dell’anno e mi arrabatto tra urla, sequestri di cellulare, Dante, la Commedia e il Dolce Stil Novo. A questi non gliene frega niente. Ho persino scritto un patto d’aula, l’abbiamo concordato, l’hanno firmato tutti ed è in bella mostra sul muro. Non c’è verso.

All’improvviso mi balena un’idea, sta per suonare la campanella e loro stanno per arrivare. Io divido la lavagna in due colonne e su una comincio a scrivere versi dei vari sonetti, tutte le prime strofe di Cavalcanti, Guinizelli, Dante.
Loro arrivano nella solita baraonda, urla e strepiti miei e loro per sistemarsi. Sto ancora scrivendo, intimo loro di ricopiare tutto sul quaderno.
Sempre a scrivere“. Mi volto, fulmino con lo sguardo: “Stai zitto e scrivi.
Copiano tutto, per un po’ c’è un bel silenzio. Mi assicuro che abbiano scritto tutti, rileggo i versi. Ogni strofa è accompagnata dall’autore e dalla data di nascita.
Poi comincio a scrivere sulla seconda colonna: al primo verso si bloccano, spiazzati, al secondo cominciano a ridere, al terzo cominciano a capire, al quarto iniziano a suggerirmi loro quello che potrei scrivere. Riempiamo la seconda colonna con tutti gli improperi, le male parole, le espressioni a dir poco colorite che sono soliti pronunciare senza troppi freni o complimenti.
Così accanto a Tanto gentile e tanto onesta pare, o al Io voglio del ver la mia donna laudare, compare – Dio mi perdoni – in culo a mammata, mi hai cacato il cazzo e così via.
Non me ne vogliano Dante e Guinizelli e nemmeno i puristi e i benpensanti, ma a male estremi estremi rimedi, dice il proverbio. Di fronte a quella lavagna oggi ho messo a confronto due linguaggi, quello che dovrei insegnar loro e quello che usano, quello che si rifiutano di capire e quello che invece è il loro pane quotidiano. Ho parlato loro di gentilezza e cortesia, del bisogno di ritrovarle, ho tentato di far loro sentire la violenza di quelle espressioni, fuori contesto in un’aula di scuola.
E così per un po’ mi hanno seguito, e so che hanno capito. E’ servito? Beh, gli ultimi cinque minuti di lezione è ritornata la fanfara di sempre, sembravano usciti dalla bolla comunicativa che si era creata fino a cinque minuti prima. Sembrava svanito tutto.
Però so una cosa: che nel nostro lavoro bisogna sminare, a costo di saltare per aria, a volte. Bisogna levare le mine una dopo l’altra, perché è così che lavoriamo: in un campo minato.
E se oggi ho disinnescato qualche mina estremizzando la spiegazione di un argomento (che mi sta a cuore), ebbene, da idealista impenitente quale sono, penso che mina dopo mina è questo il lavoro che si deve fare per non fare vincere (come sta vincendo) l’ignoranza e la maleducazione sulla conoscenza, l’arroganza e la volgarità sulla decenza, la cafonaggine e l’inciviltà sulla cultura e la civiltà.

E in questo c’entra anche Trump.

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Il meraviglioso mondo della meritocrazia

Qualche giorno fa ero a chiacchierare con degli amici. Sotto gli alberi e davanti a un caffè siamo finiti a parlare di politica e di riforme. Tra gli argomenti anche quella scolastica. Lì mi sono scaldata. La coppia di amici sosteneva di avere un bambino dislessico e nella scuola elementare che frequentava non era stato adeguatamente supportato da una maestra anziana, dunque ben venga la valutazione degli insegnanti. Perché no? Capisco, se un’insegnante si dimostra inadeguata si deve poter intervenire. Peccato che questo non c’entri niente con il sistema di valutazione introdotto. Peccato che questo si poteva già fare.

Io comprendo che dall’esterno le semplificazioni siano benvenute, che i mass media influenzino, che facilmente si sia indotti a dare giudizi frettolosi basati sulla propria esperienza o su ciò che si sente dire da chi non è all’interno del sistema scolastico, che disprezzare scuola e insegnanti sia diventato lo sport nazionale.

C’è un’acredine diffusa nei confronti degli insegnanti, che sembrano – a dire di molti – privilegiati: una volta conquistato il tanto agognato posto fisso con tre mesi di vacanza, sono inamovibili, come gran parte del pubblico impiego. Hanno diffuso prima le notizie degli inadempienti, hanno additato allo scandalo per poi poter sostenere che è giusto rimuovere chi non fa il proprio dovere, che è sacrosanto valutare l’operato dei “dipendenti”. La scuola non può essere da meno.

Come se essere contro QUESTO sistema di valutazione introdotto volesse significare essere contro qualsiasi tipo di valutazione. NO NO E POI NO.

Il sistema di valutazione introdotto, va detto, non ha nessun criterio oggettivo, né, sia chiaro, valuta i buoni insegnanti: la scelta dei criteri è affidata ai singoli comitati di valutazione composti da rappresentanti degli insegnanti, dei genitori, degli studenti e un esterno che dovrebbe sovrintendere, in tutto, mi pare, sette teste. È, in poche parole, del tutto arbitrario.

Faccio un esempio concreto: nella mia scuola i criteri che saranno adottati sono due. Non aver superato un limite di assenze e non aver ricevuto note disciplinari dalla dirigenza. Bene, si potrebbe pensare, abbasso gli assenteisti.

Piccolo episodio: durante quest’ultimo anno scolastico io ho ricevuto una nota disciplinare, si chiama ammonimento scritto. La dirigente ha ritenuto di procedere nei miei confronti perché in un giorno (ripeto, un solo giorno) di malattia, io mi sono recata dal medico ed ero assente alla visita fiscale. Tutti i miei documenti erano in regola, compresa l’attestazione del medico curante della mia presenza nel suo studio.  Ebbene, non c’è stato niente da fare, il procedimento, una volta attivato, non si è fermato.

Questo mi esclude dall’accesso al sistema di valutazione e quindi al bonus cui possono accedere i “meritevoli”. Ergo, io sono per questo sistema una cattiva insegnante, io sono messa fuori gioco. Io, se mai, me ne devo fregare e fare quello che sono chiamata a fare senza pensare al resto. Davvero un bel modo di motivare. Basta essere antipatici al/alla dirigente per mille motivi, o ai colleghi, per mille motivi.

Ho fatto il mio esempio perché è qui, lampante. Ma i casi sono infiniti perché l’arbitrarietà è infinita, questo sistema creerà di fatto la mediocrazia.  Non c’entra niente il saper insegnare, l’essere un insegnante capace,  fare il proprio dovere, essere all’altezza. È solo uno squallido modo per inserire un meccanismo di competizione al fine di spartirsi due misere lire.

Servirà questo sistema a designare e valutare i meritevoli? A migliorare la scuola? Servirà a dare una maestra migliore a quel ragazzo?

I danni di questi e altri meccanismi introdotti nella scuola sono già tra noi. Chiedere all’opinione pubblica di informarsi, capire, salvare la più grande istituzione alla quale si affida la formazione di uomini e donne , dei propri figli, sembra uno sforzo immane.

Personalmente comincio a essere stanca e stufa, mandare in malora quello che c’è di buono a favore di un nuovo che è vecchio stantio, chiedere un po’ di senso critico e di partecipazione è perfino troppo per tanti colleghi che guardano solo al proprio pezzetto, figurarsi a chi nella scuola non è e giudica in basse ai titoloni dei giornali o dei canali di informazione.

Io, dal mio angolo, continuerò soltanto a pensare che il mio dovere stia nella quattro mura di una classe davanti ad adolescenti sempre più difficili. Il resto lo lascio a chi vorrà prendersi le responsabilità di avallare questi sistemi.

L’era della condivisione e della collaborazione sta tramontando. Perfino Don Milani, colui il quale – pur con tutti i suoi difetti – ci ha lasciato una grande lezione, è lì, sconfitto.

E se quel bambino, badate, non avrà una maestra migliore perché  quella maestra è una di quelle “attive” e vicine alla dirigenza (ogni dirigente ha ormai il suo entourage), beh, saranno cazzi vostri.

Ecco. L’ho detto.

 

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292327_3379118724675_2055997630_nDi recente ho fatto una breve intervista a Eraldo Affinati sul suo libro L’uomo del futuro dedicato alla figura di Don Milani. Alla mia domanda se ancora oggi nella scuola così come sta cambiando la figura di Don Milani possa ancora dire qualcosa Affinati mi ha risposto così:
“Credo di sì. Rompere la finzione pedagogica, fare sul serio, non limitarsi a spiegare il programma e mettere i voti, ma guardare negli occhi i propri studenti: queste richieste potrebbero essere state formulate anche oggi, nell’epoca dei test di valutazione. Don Lorenzo non ci ha lasciato un metodo da praticare, ma uno spirito da vivere.”
Il ministro Giannini ha firmato il decreto per l’assegnazione del bonus agli insegnanti che introduce il merito: in tutto 200 milioni di euro che confluiranno nell’apposito fondo che permetterà, in media, a ciascun dirigente scolastico di poter disporre di 23 mila euro da assegnare agli insegnanti più meritevoli. Sarà il preside ad assegnare il bonus ai docenti secondo i criteri decisi dall’apposito nucleo di valutazione che sarà da lui stesso presieduto e avrà nell’organo tre insegnanti, due genitori (nelle scuole dell’infanzia, elementari e medie) o un genitore ed un alunno (nelle scuole superiori) e un membro esterno scelto dall’Ufficio scolastico della regione.
Nei fatti sarà il Dirigente ad avere l’ultima parola e sappiamo bene che non tutti saranno all’altezza di questo delicatissimo compito che introduce nella scuola una ulteriore divisione tra insegnanti di serie a e di serie b senza che si sia capito quale sia veramente il criterio per giocare in una serie o l’altra (o meglio è piuttosto chiaro, ma non trasparente)
Walter Tocci a questo proposito nel suo La scuola: le api e le formiche dice una cosa illuminante: “come possa misurarsi la ricaduta macroeconomica dei poteri del preside è un mistero rivelato solo agli economisti di palazzo. Le basi scientifiche di questa previsione sono paragonabili a quelle dell’oroscopo.”
E mai espressione fu più azzeccata se andiamo a vedere come saranno distribuiti questi soldi (che non si possono dare a pioggia e neanche dividere tra pochi eletti)
Le incongruenze generate nei sistemi che applicano logiche di mercato all’istruzione scolastica sono già emerse nei paesi che hanno cominciato prima di noi, non si poteva almeno sfruttare il vantaggio di evitare di ripetere errori?
Se si innalza la professionalità dell’insegnante migliora la sua capacità di regolare l’azione educativa. Se il preside è una figura autorevole può contribuire al miglioramento dell’offerta formativa. Se il buon governo dello stato e degli enti locali si prende cura delle scuole, si rafforza la loro responsabilità verso l’interesse collettivo. Si migliora l’equità del sistema, si ottengono buoni risultati per l’apprendimento, come dimostrano tanti studi internazionali. (W. Tocci)
Se il merito è una parola che una sua dignità, la meritocrazia nel potere ha il suo alleato naturale. Il merito si sposa con la libertà. Si studia per non piegare la testa, per migliorare la propria vita. Il merito non ama la gerarchia.
Solo chi vive nella scuola con un buon grado di partecipazione alla vita scolastica e di consapevolezza sa quali grigi scenari apre la corsa all’accaparramento di quel riconoscimento economico che nel sistema attuale non valuta la qualità dell’insegnamento o l’innovazione didattica, ma andrà a favore di tutti coloro che si dispongono alla destra e alla sinistra della corte del re nelle funzioni ritenute indispensabili dal re stesso. So che è sbagliato generalizzare: le varianti sono tante, ma questo non sposta l’asse di fondo della scelta che è stata fatta, che introduce un criterio di “concorrenza” e di pugnalate alle spalle in una istituzione dove dovrebbe prevalere lo spirito di collaborazione e il lavoro di equipe.
Brutta strada quella lastricata dalle lingue che leccano. Lasciano una scia di bava simile a quella delle lumache in amore.
Lo spirito da vivere di cui parla Affinati mi appare sempre più lontano, mi dà tristezza.

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Scuola e quotidiani combattimenti

Oggi oscillazioni umorali dal basso al bassissimo all’alto, andata e ritorno. Ci sono giornate lunghe e faticose costellate dalle solite frustrazioni e straordinari incitamenti.
Durante la lezione in terza ho chiesto ai ragazzi di fare una relazione sulla visita in un’azienda del luogo svolta il giorno prima. Alla fine del lavoro le abbiamo corrette insieme.
Il dato che mi ha colpito e fatto riflettere è il seguente: i toni entusiastici con i quali hanno descritto questa attività, a cominciare dalla disponibilità dei due colleghi che li hanno condotti sul posto con le loro auto, alla disponibilità dimostrata dai titolari e dai dipendenti dell’azienda che hanno mostrato loro macchinari in funzionamento e slides illustrative dei procedimenti, al brodo di giuggiole per il piccolo buffet di dolci, salati e succhi di frutta che hanno offerto loro alla fine della visita, senza tralasciare l’omaggio di una borsa con dentro penne e block-notes che si sono prodigati anche a mostrarmi.
Dalle loro parole e dai loro sguardi ho capito soprattutto che è stata la considerazione che li ha resi attenti, partecipi e contenti di aver fatto questa esperienza.
La considerazione è in effetti spesso la chiave del successo nella relazione tra docente e allievo. I ragazzi sono abilissimi a distinguere i docenti ai quali di loro in fondo importa relativamente da quelli che hanno a cuore il loro personale destino. E’ inutile girarci intorno, questo mestiere senza empatia non si può fare, è inutile bluffare, quella è una qualità che non si inventa o c’è o non c’è. E quando non c’è fa danni tangibili.
Considerazione ed empatia appunto.
Nell’intervallo incontro la collega incaricata di funzione strumentale (non finirò mai di stupirmi per queste qualifiche da macchietta) la quale mi dice che ha avuto l’incontro con la dirigente per l’organizzazione di un incontro tra le quinte e uno scrittore. Un libro importante, un autore prestigioso, un’occasione notevole e soprattutto gratuita.
Problemi: la pratica deve seguire l’iter, va fatto un progetto da presentare all’attenzione del dirigente.
Obiezione: abbiamo tempi brevi.
Risposta: non so che dire, l’iter è lungo e il dubbio è: i docenti leggeranno il libro per guidare gli allievi?
Che faccio, rido? Rido o piango?
Mi sale una rabbia infinita. E improperi a iosa. Sono forse i ragazzi la parte offesa? Sì, in primis, ma anche noi, noi docenti. Costretti e misurarci con cotanti inutili pericolosi frustranti meccanismi di un nuovo potere.
Nessuna capacità di giudizio, pur nella buona volontà e nella gratuità dell’azione, è riconosciuta ad insegnanti che vogliano rendere la scuola un luogo di promozione culturale e di crescita. Considerazione appunto. Vien voglia di mandare tutto a quel paese. E se vi capita di incontrare un insegnante che ha questo atteggiamento, sappiate che ne ha ben donde.

Poi alla quinta ora l’episodio spiacevole: i carabinieri a scuola. Anche a Borgo, in Toscana, i carabinieri a scuola li ho visti varie volte e sempre per lo stesso motivo: droga o furti. In questo caso si trattava di un furto ai danni di uno studente lavoratore di un’altra classe, una cifra considerevole, la sua paga a nero di un mese.
Spiacevole è stato vedere i ragazzi infilarsi in un’aula vuota per essere perquisiti, spiacevole è sentirsi impotenti.
Tutto stride in questo luogo sempre più fottuto.
Esci da scuola delusa.
Così sono certi giorni.
Sembra di combattere contro i mulini  a vento.
Un fallimento.
Con rima.

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