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E’ da qualche giorno che medito di scrivere ciò che penso alla vigilia del prossimo voto del 4 Marzo. Lo faccio qui e lo archivio tra i passi liberi del mio blog personale perché su fb, dove mi pure mi piace ogni tanto dire la mia, mi rendo conto che è sempre più difficile farlo senza essere attaccati o fraintesi.
Mai come in quest’ultimo periodo sento parlare di “politica”: quando entri nel bar a prendere un caffè, quando cammini per strada e ci sono persone lì ferme a chiacchierare e capti frammenti di discorsi, al supermercato, nelle case, nei luoghi di lavoro, ovunque.
Questo tuttavia non accade perché cresce la partecipazione. Mi sono fatta l’idea che accade perché tutti in casa abbiamo una tv dove oramai i politici sono guest star a qualsiasi ora del giorno e della notte. Non siamo noi che andiamo verso la politica perché ci teniamo, ci interessa o ci crediamo. E’ la politica che invade i nostri spazi, i nostri tempi, le nostre case e in definitiva le nostre menti.
Avverto nei discorsi molta disillusione, talvolta amarezza, delusione e una tale stanchezza che le posizioni in prevalenza sono in sostanza tre: o la rassegnazione del non voto (tanto sono tutti uguali) o l’idea che o la va o la spacca (voto i 5Stelle perché se dobbiamo affondare tanto vale azzerare tutto e poi vedremo, tanto peggio di così non può andare) o l’idea che la propria appartenenza politica consapevole sia in assoluto la migliore, quindi cosa vuoi capire tu?
Devo dire che tra le tre trovo fastidiosa proprio quest’ultima: sono lontani i tempi dei confronti, della dialettica, della discussione e quindi dell’approfondimento, tutto si riduce a uno scontro presuntuoso in cui o stai con me o sei contro di me e se sei contro non capisci niente. I toni sono il segno dei tempi della politica mediatica, fatta con i tweet e i post su fb.
Molti intorno a me dicono che non andranno a votare, cosa che ritengo in ogni caso decisamente sbagliata.

Io vorrei raccontare quello che negli ultimi tempi è successo a me.
La politica è sempre stata tra le mie passioni, non l’ho mai fatta attivamente, tranne in gioventù, ma di certo mi accendo ancora adesso per le cose in cui credo.
Da quando sono tornata a vivere in Calabria mi sono avvicinata a Sinistra Italiana con la voglia di “fare qualcosa” perché non appartengo in ogni caso alla categoria di quelli che stanno sul divano a dire che non si può più credere a niente e nessuno.
Mi capita di essere attaccata perché a volte (forse molte volte) sono un’antirenziana della prima ora che non perde occasione per criticare il capetto PD. Di solito l’accusa è del tipo: non attacchi la destra e attacchi la sinistra, la veemenza con cui attacchi Renzi dovresti usarla per altri e peggiori bersagli.
A volte la saccenteria che ritrovo in amici e conoscenti del PD, devo dire che non ha pari: la colpa dello sfascio sarà la vostra, se vincerà Salvini ce l’avrete sulla coscienza, se i 5 stelle che non sapranno governare andranno in Parlamento ne pagheremo le conseguenze e tu che punti il dito sarai colpevole. Tutto sempre basato sulla contrapposizione, sull’idea di voto utile, di governabilità, del meno peggio e via discorrendo
Non sto qui fare la storia di Renzi, della sua ascesa politica, del suo porsi come accentratore, del rottamatore che ha portato un partito che già il ruolo della sinistra lo aveva perso verso una deriva ancor più liberista della destra (perché votare le copie se puoi votare l’originale?)
Da insegnante posso fare un esempio: se nella scuola scioperano il 95% dei docenti contro una legge che la credibilità della scuola ha finito per sfasciarla, tu che sei promotore di quella legge (e Walter Tocci, DEL PD lo ha detto, ripetuto e scritto – riportando l’iter di quella “riforma” nel suo La scuola le api e le formiche, Donzelli Editore) qualche autocritica la fai o no? NO, la legge è stata approvata, così com’era, con il risultato che ha perso anche il referendum sulla Costituzione che voleva cambiare. Dunque? Evviva la democrazia? Ma cos’è la destra cos’è la sinistra, cantava Gaber.
Come potrete votare, per dire, Casini – uno che è andato a destra e sinistra andata e ritorno – a Bologna?

È poi successo che in vista delle elezioni SI si è unita a LeU e la cosa sulle prime mi è parsa perfino buona e giusta (con le dovute riserve, ad esempio D’Alema… beh, anche no)
Con la formazione delle liste però, anche il meccanismo di LeU non è stato quello che, almeno io, mi sarei aspettata: dal basso, espressione dei territori. Le candidature sono state decise dall’alto e blindate.
Nello stesso periodo mi è capitato di partecipare ad un incontro pubblico di Potere al popolo, sono curiosa di natura, sono andata lì per ascoltare, a cercare di capire cosa stesse succedendo.
Ebbene, mi sono trovata in mezzo a giovani (ma non dicono che non hanno più interesse per la politica?), ragazzi, ragazze, e la prima a prendere la parola è stata una diciottenne e udite udite parlava di politica, come riportarla tra i suoi coetanei disinteressati, cosa fare, come attrezzarsi.
Molti di quei “giovani” per la verità sono persone che la politica la fanno da anni, ma in altro modo: nelle associazioni, nell’impegno in difesa dell’ambiente, nel tornare alla terra in questa terra dove se vuoi lavorare te ne devi andare, nelle carceri, negli sportelli di assistenza medica gratuita. Tante realtà che esistono perché ancora qualcuno crede in qualcosa che si chiama solidarietà, in un mondo in cui ormai tutti ci facciamo gli affaracci propri e dove le differenze sono sempre più grandi: poveri e ricchi, bianchi e neri, meritevoli e raccomandati figli di papà.

Un paio di settimane dopo sono tornata nello stesso posto in occasione della presentazione delle liste e sapete come ha esordito colui che coordinava l’incontro? Noi siamo quelli a cui è stato derubato il futuro.
Io, lì nel mezzo, mi sono all’improvviso sentita vecchia e responsabile, e tutto quello che ho sentito quella sera (giovani ricercatori universitari, precari di ogni genere, tutti) era vero. Vero e sacrosanto.
Ed ho avvertito anche una sorta di scossa elettrica che attraversava la sala, era da tempo che non la sentivo: una voglia, un impeto, un entusiasmo che ho vissuto come un dono.
Sarò un’idealista, ma quello che ho pensato tornando a casa è stato che non se ne può più della disillusione, del catastrofismo, della politica pensata come “ciò che è utile” anziché come risposta ai bisogni reali delle persone: uomini, donne, bambini, tutti.
C’è un progetto che inizia e non finirà certo il 4 marzo, perché si sa che i risultati non pagheranno, ma è un progetto che andrà avanti.

Io confesso di essere un po’ stanca per mettermi in gioco attivamente, questo riguarda la mia vita personale, ma sono fermamente convinta che abbiamo un debito da saldare con il futuro: la speranza di riprendere un cammino che ridimensioni gli squilibri sociali ed economici, che ci rifaccia fare un passo indietro perché stiamo distruggendo il mondo, la fede, la natura, noi stessi.
C’è bisogno di dignità, di rispetto e lavoro (come diceva Pertini, senza giustizia sociale non ci può essere libertà e questo è e dovrebbe essere l’unico valore della sinistra), di farla finita con le crisi che pagano soltanto i deboli, i lavoratori, un ceto medio ormai impoverito e i precari ai quali si dice meglio precari che niente.

Ci sono dei punti del programma che non mi convincono, ma questo non è importante. Credo sia importante riprendere a respirare e intravedere un futuro diverso da quello che si prospetta per milioni di giovani che ci stanno alle spalle.
Io ho deciso di voltarmi indietro e riprendere a camminare, convinta come sono che la speranza è, prima di tutto, un dovere morale.

Per questo voterò Potere al Popolo.

 

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Mi sono messo nei tuoi panni. Ieri sono andato al supermercato e ho comprato un secchio nuovo, quello che c’era in terrazza era ormai un rottame,  roso dal caldo e dal sole di quest’estate.
Ho anche comprato uno straccio e un detersivo disinfettante, almeno così dice l’etichetta. Non potendo disinfettare il sangue nel quale ancora circola la vita di ieri , ho pensato che era l’ora di lavare questi pavimenti che calpesto ogni giorno da quando te ne sei andata.
Ho anche messo le lenzuola pulite al letto, dopo quasi due mesi.
Non l’avevo fatto perché speravo tu tornassi e sapevo che sarebbe stata la prima cosa che tu avresti fatto. Avresti messo tutto in lavatrice e li avresti stesi al sole e nel letto la notte ci sarebbe stato profumo di fresco e di pulito.
Ma non sei tornata.
Così mi sono armato di pazienza e l’ho fatto, devo dire decentemente. Ho anche aggiunto una coperta, che qui la notte comincia a essere più freddo. L’ho trovata in garage, in una cassapanca, c’erano certe strisce sparse qua e là che odoravano vagamente di lavanda.
Sono tante le cose che devo cercare, ero convinto di avere tutto sotto controllo, ma ci sono mille piccole cose delle quali non m’importava e che adesso mi accorgo sono necessarie.
E pensare che tra i due eri tu quella distratta, la smemorata. Non trovavi mai niente, dimenticavi dove avevi lasciato le chiavi, le carte di credito, gli occhiali. Io ero l’antidoto alla tua distrazione. Perfino le medicine dimenticavi di prendere.
Mi sembrava fosse questo il senso della vita a due, quando con il tempo si diventa l’uno il supporto dell’altro. Ma la vera questione è che pensavo di essere io a guidare la baracca. La mia, la tua, la nostra vita.
Adesso mi guardo intorno e tutto è capovolto. Ogni regola, ogni abitudine, ogni sentimento è sovvertito, costretto come sono a misurarmi con una prospettiva fatta di solitudine e di vuoto.
Stamattina, ad esempio, ho fatto la doccia. Mi sto sforzando di tenere pulito, ma i bordi stanno diventando neri, ho notato lingue di calcare che si stanno allungando minacciose lungo tutto il perimetro. Le pareti sono un mosaico opaco di gocce che lasciano implacabili le tracce del loro passaggio. Tu lo dicevi sempre. Io non sopportavo che nei fine settimana tu sprecassi il tempo in quelle pulizie idiote. Rispondevi che qualcuno doveva pur farlo. Ribattevo che nessuno lo chiedeva.
Adesso risento la tua voce “Se non lo facessi più – dicevi – forse ti accorgeresti che qualcuno lo deve pur fare.”

Avevi ragione. Adesso mi accorgo della differenza. Quelle macchie odiose danno la misura dei giorni che passano. Dell’ingiuria del tempo. Sto facendo del mio meglio per non lasciare andare tutto in malora.
In cucina con le pulizie ho maggiori difficoltà, forse per via dell’uso, visto che devo mangiare almeno due volte al giorno. Al supermercato ho anche comprato un detersivo sgrassante. L’ho usato, ieri, non risplende come promette la pubblicità ma quanto meno – dopo aver sommato nelle ultime settimane incrostazioni e patacche – è pulito.
Un po’ come il cuore, il mio. Almeno è quello che ho pensato strofinando le chiazze di caffè, le gocce di sugo rosso di pomodoro, il bianco latteo dell’acqua dopo che c’hai cotto il riso. È sorprendente ci siano preparati chimici che dosati in piccola quantità su spugnette abrasive possano cancellare qualsiasi cosa. Sarebbe così difficile inventare qualcosa di simile anche per gli esseri umani con il nostro livello di progresso?
Lo so, nel mondo scoppiano bombe all’improvviso, ci sono bambini in mezzo alle guerre, ho perso amici spazzati via dal cancro. Insomma, c’è di peggio. Io sono vivo, e almeno fisicamente sto bene.
Solo che è dura svegliarsi ogni giorno e prepararsi a una quotidiana resa dei conti. Lo ammetto, non ero preparato a tutto questo. Le foto, ad esempio. Sono là dove sono sempre state, eppure basterebbe nasconderle, levarle di torno. Io invece non ho cambiato di un millimetro la disposizione degli oggetti. È tutto lì esattamente dove stava. A parte la polvere, quella sì sta cambiando l’aspetto delle cose. Però la polvere non mi dispiace, è come se pulviscolo dopo pulviscolo si depositasse ovunque, con leggerezza. Arriva a coprire ogni cosa e la protegge, la pone in uno stato di attesa.
Anche per questo tengo le finestre chiuse, perché l’aria non la sposti. Sì. Le finestre è bene siano chiuse. E’ così che proteggo la polvere, la mia vita, la tua.

Perché tu torni. Lo so che torni.

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13 gennaio 2013 alle ore 21:43

 Non ricordo bene che giorno fosse, uno della fine dell’anno 2009. Natale era passato e Capodanno era alle porte.

Mi aggiravo nella casa semibuia come un’ombra muta. Poi ho cominciato ad accendere tutte le luci, ad una a una ho illuminato tutte le stanze, nel vano tentativo di affogarci dentro, tutte o una sola non avrei saputo; forse avrei scelto quella nella quale ero cresciuta. Lì dentro c’erano tutti i miei vent’anni. Il vecchio armadio di legno scuro.
“Questo lo mettiamo in camera tua”, aveva decretato mia madre.
“Come in camera mia? Sto’ catrabbio??”
Ero arrabbiata, non mi andava, proprio non mi andava che l’armadio della vecchia camera da letto dei miei finisse nella mia. E siccome non mi piaceva, la prima cosa che ho fatto è stata prendere dei colori, per giunta inadatti, ad olio, e su un’anta ho dipinto un enorme fiore giallo e rosso, con le foglie verdi. Una cosa orribile. Come rovinare un vecchio armadio e poi darti della cretina. Ma tant’è, il danno era fatto.

Guardo il fiore, poi lo specchio, dentro c’è il riflesso del mio letto.
Questa è l’ultima notte che passo qua dentro. I miei bagagli sono pronti. Domani riprendo il treno e vado via. Come decine di volte negli anni. Ma questa volta è diverso.
Percorrendo il corridoio ce l’ho con mio padre. Avrebbe potuto comprarla questa casa, ma lui era così. Un uomo d’altri tempi, tutto d’un pezzo. La casa che avevamo abitato da sempre apparteneva al Ministero di Grazia e Giustizia. Per mio padre, Cavaliere dello stato, era una specie di chiesa. Non si chiede, si è grati, si sta in silenzio, non si imbroglia e soprattutto non si mischiano le carte. Non si approfitta mai, perfino quando avrebbe potuto. Mai.
Ora che è morta mia madre la casa se la riprendono.

Vago per il corridoio ed entro nello studio: la libreria e la scrivania  le prenderà mio fratello, sul divano qualcuno ha già sparso dei libri. Mi metto a rovistare: ci sono libri di scuola, una grammatica greca, una vecchissima versione dell’Iliade, nera con le scritte gialle e rosse. Sfoglio qualche libro. Li rimetto a posto. Io ho deciso che l’unica cosa che porterò via sarà il battipanni di mia madre, quello di legno. Non voglio altro. Solo perchè mi piace e non se ne trovano più così.

A un tratto, mentre scorro i libri, nell’ultimo ripiano in fondo a destra, tra un libro e l’altro, non so come, la vedo. E’ un’agendina piccola, vecchia, nera. La prendo, pagine piene di una  scrittura minuscola e fitta. Riconosco la scrittura illeggibile di mio padre sulle pagine ingiallite.

1943

Sono emozionata, me la rigiro tra le mani. Quanto tempo è che questa cosa ha girato per casa? Quante case ha cambiato? Quante ere ha visto? Come mai è finita qui? Io la conosco mia madre, fissata com’era coi cimeli, se questa l’avesse vista sarebbe stata nel suo comodino, in una busta con il rosario e le immaginette della Madonna e di Santa Rita, la santa dell’impossibile, diceva sempre, quella a cui puoi chiedere qualsiasi grazia.

Leggo: “primo giorno dell’anno… trascorso sotto la vita militare, mentre il santo natale l’ho trascorso a casa, il Capodanno sotto le armi, nella Caserma “A. Guidoni” in Benevento

Sorrido: eri così preciso.
Continuo a leggere, qualche pagina dopo: “mentre tutti i giovani fanno una vita spensierata per me non è la stessa cosa. Vado a casa e subito ritorna il buon umore.. Perché? Eppure a casa la mia vita non è facile, non riesco a capire perché qui debba avere questa malinconia. Questo è il mio carattere. Pazienza. Per non prendersela bisognerebbe essere filosofi. Purtroppo la pazienza non è il mio forte.”

1943: mio padre aveva 22 anni, stava finendo la guerra, lui l’aveva vista poco, si vantava sempre di non aver mai sparato un colpo. Era distaccato in Puglia in qualche ufficio, non so bene.
Mi sembra incredibile. Chiamo mia sorella, le dico: lo sai cosa ho trovato?

Il giorno dopo, in treno, quel diario l’ho letto tutto. In alcuni punti la scrittura è a lapis, quasi andata, comprerò poi una lente di ingrandimento per poterla decifrare.
Dentro c’è la storia di mio padre: l’ansia che lo divorava per la lontananza dalla sua famiglia. Sua madre era morta che aveva appena 11 anni quando lui era il più grande di 6 figli. Poco dopo mio nonno li aveva abbandonati e se n’era fatta un’altra di famiglia. Da quel momento mio padre aveva sempre lavorato  e fatto di tutto, ma la cosa strana è che non smise mai, mai, di inseguire suo padre, di volere a tutti i costi che fosse un padre per i suoi fratelli. E lo comprendo leggendo queste pagine. Il suo pensiero fisso era obbligare suo padre a fare il padre.
Forse per questo per tutta la vita quest’uomo ha fatto da padre a tutti: ai suoi fratelli, ai fratelli di secondo letto, a noi. E persino a suo padre. Prima che morisse lo costrinse a riconoscere un figlio illegittimo, me lo ricordo quel giorno, al funerale, questo nuovo zio venuto da Roma.

Finalmente ho ricevuto due lettere da casa. Una di Ezio e l’altra dei fratellini. Non hanno ricevuto tutte quelle che ho loro inviato. Mi dispiace molto che mio padre non si interessi dei fratellini. Ezio lavora molto. Povero ragazzo! Si è dovuto caricare quasi tutto il peso della famiglia. Fatta solita passeggiata.”
Dentro c’è la storia di un uomo che mai è stato ragazzo.
Ho ricevuto una cartolina illustrata da zia Adelina. Riscosso il vaglia. Tutta la giornata in ufficio. Il tempo piove. Il mare è in burrasca. Io dalla finestra l’ho osservato per  più di dieci minuti. Le onde si accavallano l’una sull’altra e vanno a infrangersi sugli scogli mandando su della schiuma bianca. Sembra sapone che si scioglie.”

Oggi ho avuto una bella sorpresa. Un mio amico mi ha detto che oggi è l’ultimo giorno di Carnevale. Dove sono arrivato! Non so più neanche i giorni festivi. E quali giorni! Chi dimentica mai il carnevale, giorni di allegria e di tripudio?”
Leggeva, leggeva molto, mio padre, appunta meticolosamente tutti i libri, titolo, autore, commento.
Oggi ho ricevuto una lettera di Rossetti una di Lilia ed una cartolina postale di Moreno. Non ho risposto a nessuno. Forse domani andrò in missione a Vibo Valentia. In questo caso risponderò a tutti al ritorno. In serata, mentre guardavo la luna brillare nel firmamento, avuto una voglia matta di andare a passeggio, sono rimasto a leggere.
Studiava: voleva prendere il diploma che non aveva potuto prendere (e che prenderà). Segna  tutte le spese per i testi che acquista.
Oggi sono uscito ed ho comprato “Morfologia latina” del Ferrone

Camminava, amava camminare: ci sono riportate le impressioni delle sue passeggiate, che sembrano davvero l’unica cosa che riusciva a dargli pace.
Andava molto al cinema e qualche volta a teatro: riporta i titoli dei film  e degli spettacoli, e i commenti
La cosa che mi colpisce è che a quel tempo, nonostante la guerra, le poste funzionavano: scrive una notevole quantità di lettere e cartoline e altrettante ne riceve, giorno per giorno appunto a chi e cosa scrive e cosa riceve e da chi.
Poi, nell’ultima pagina, il ragazzo triste, il 31 di quell’anno, alla fine di un anno “denso di avvenimenti dolorosi” scrive:
mezzanotte mi ha sorpreso dalla famiglia Renda“….
Beh, lì c’era mia madre, era a casa di mia madre. Chissà se è iniziata quella sera.
Mia sorella la sera in cui ho trovato questo diario mi disse nella sua ingenuità che forse avrei dovuto darlo a mio fratello, il maggiore di noi.
“Perché mai?” . Ho risposto.
Forse esistono le coincidenze, non saprei dirlo: ma quella sera, la mia ultima sera in quella casa che amavo e che dovevo lasciare, io trovo qualcosa che mio padre voleva trovassi, e non altri ma io. Per anni era stata sepolta da qualche parte e quella sera era rispuntata fuori, tra le mie mani.
Solo io e lui sappiamo il perché.

Di sicuro quella era la mia “eredità”. Ne sono convinta.
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Mi chiamo Ernesto, sono in un bosco e ho davanti un uomo morto.
Ho le gambe paralizzate, i piedi rigidi come fossero infilati in un blocco di cemento, la salivazione assente.
Sono un uomo di media cultura, pertanto sono in grado di ritenere che in questo preciso istante il mio organismo stia valutando l’entità della minaccia. Per questo motivo tremo anche se sono immobile. Non posso vedermi, ma credo di essere pallido, devo avere un colorito ceruleo.
Non voglio dire pallido come un morto perché sono in piedi, non agisco, ma posso pensare. Morto è quello lì che mi sta davanti.
Sto sperimentando anche i sudori freddi, perché avverto freddo anche se sto sudando copiosamente. I brividi sono leggere scosse elettriche a fior di pelle.
In pratica sono sottoposto a una tempesta emotiva.
Lo so come funziona, cazzo! Sono un medico, neolaureato, ma pur sempre medico. Queste sono modificazioni fisiologiche del sistema nervoso autonomo. Quando le parti e i meccanismi funzionano a regime, noi siamo una macchina perfetta.
L’ipotalamo in questo momento la fa da padrone, regola le funziona del corpo. Si è azionato l’ormone delle emergenze, la corticotropina, quello che predispone alla lotta, o quanto meno alla fuga.
Siamo esseri forniti di un sistema di neurotrasmettitori che in situazioni simili regola i livelli della paura. Però negli umani c’è la razionalità, ovvero ciò che ci suggerisce le opzioni di scelta. Questa però nel mio caso deve essere andata a farsi fottere.
Io dovrei essere perfettamente in grado di gestire la paura, perché so che quello che mi sta accadendo: è un cortocircuito del sistema nervoso riconducibile a ciò che gli esseri viventi provano di fronte a un evento spiacevole imprevisto.
Però diciamolo: questa non è paura. Io mi sto proprio cacando sotto.
Chi avrebbe potuto mai pensarlo: ho affittato una casa vicino al bosco, avevo bisogno di un po’ di vita sana e solitaria. Ero qui per camminare e rimettermi in forma con la necessità di disintossicarmi e guarda tu in che guaio mi sono cacciato.
E quella bella idea di non portare il cellulare, di darsi alla vita primitiva? Ma vaffanculo. Un cellulare in questo momento sarebbe la mia salvezza.
Sul fatto che quello sia morto non c’è alcun dubbio, ma non deve essere un morto qualsiasi. Voglio dire, se fosse un contadino infartuato non me ne starei immobile a cacarmi sotto. Mi sarei già avvicinato, l’avrei spostato, avrei visto la sua faccia.
Ma questo qui ha un abito grigio, i mocassini di pelle nera, i calzini grigi, al polso ha un orologio imponente (da qui non riesco a vedere bene la marca, ma si capisce che è di quelli seri).
È riverso in un fosso, ne vedo la nuca riccioluta, ha una capigliatura nera, folta. Deve essere giovane, e secondo me anche bello. Beh… doveva essere giovane perché morto è morto di sicuro.
E cosa ci fa uno vestito Armani (non so se sia un Armani, ma un vestito pregiato lo è certamente, si vede dalla stoffa, neanche si è spiegazzata) riverso in un fosso di un bosco?
Ve lo dico io, questo non è venuto qui per passeggiare, questo o l’hanno ammazzato qui o l’hanno prima ammazzato e poi hanno lasciato il cadavere qui. Tempistica perfetta: giusto in tempo per farmi in regalo questa scarica di adrenalina.
A ben vedere però propendo per la seconda ipotesi: lo devono aver fatto fuori altrove, a guardarlo da qui sembra pulito, non c’è sangue né tracce di buchi di fuoriuscita di proiettili.
Come mi diceva mia nonna? Quando hai paura morditi la lingua, così senti male e la paura scompare. Che teoria del cazzo. Mia nonna era una che diceva un sacco di cazzate, altroché. In barba a quella che si dice la saggezza dei vecchi.
E non c’è proprio nessuno qui, oltre a me e al morto. Si sentono solo versi di uccelli che fino a ieri mi sembravano i canti di un paradiso perduto mentre oggi avessi se una carabina li farei fuori tutti. Tacete che siamo all’inferno cazzo!
Porca miseria. Sono proprio un inetto, stronzo, gelido cacasotto. Mi dovrei muovere, andare a chiedere aiuto, avvertire la polizia. Questo avrà una famiglia che lo starà cercando. Non deve essere tanto che è qui però. Ieri non c’era, per cui ce l’hanno portato stanotte. Toccare non lo posso toccare, che con le impronte non si sa mai.
Se vado dai carabinieri potrebbero insospettirsi, cazzo, sono pur sempre un medico, neolaureato, ma pur sempre un medico. Possibile – mi diranno – che non ha avuto l’istinto di intervenire, di voltarlo, di appurarne la morte o di soccorrerlo perfino se fosse stato in tempo? E io che rispondo? Che pur essendo un medico (neolaureato però, non scordiamocelo) sono rimasto paralizzato dalla paura? Rideranno di me, diranno che ho sbagliato professione. E il guaio è che non hanno mica torto.

Da quanto tempo sono qui? Mi sorge un dubbio atroce: ma era poi davvero morto quando sono arrivato? Magari respirava ancora. O mio Dio, che supplizio! Basta. Devo fare il mio dovere di cittadino, tornare indietro andare a casa e avvertire.
“Pronto, polizia? Ho trovato un morto nel bosco.”
Già prevedo le conseguenze: generalità, deposizioni, si tenga a disposizione, il mio nome sul giornale. No, non sono disposto a questo. Non adesso.
E se l’avessero appena ammazzato? Se fosse una cosa tipo un regolamento di conti? Magari l’assassino o gli assassini potrebbero pensare che mi trovavo qui, acquattato da qualche parte. Che me ne andavo a funghi per il bosco e ho visto tutto. In tal caso sarei addirittura in pericolo.
No, no, per carità. Io non voglio problemi.
Potrei fare una telefonata anonima dal cellulare:
“C’è un morto nel bosco” Clic.
Facciano loro poi quello che devono fare. Ma forse sarebbe peggio. Oggi coi satelliti sanno tutto, ti rintracciano ovunque e comunque. Potrei destare sospetti.
Cazzo cazzo cazzo, ero in cerca di pace maledizione. Sono un medico, anche se neolaureato. Ho avuto un esaurimento nervoso. Mi sto curando, ancora non ne sono fuori.
Che, forse che un medico non può avere un esaurimento nervoso?
Mia moglie mi ha lasciato tre mesi fa, dopo sei di matrimonio e un anno di fidanzamento. No, dico, sei. Sei, amico. Sei fottuti mesi, e aggiungo che è stata lei a volersi sposare a tutti i costi. Aveva fretta, lei. Chiunque tu sia, sei bell’è e andato, ma io sto qua a tribolare, a chiedermi come ho potuto essere così coglione. È la vita una merda, non la morte, anche se la tua deve essere stata terribile.
Però potresti pure essertela andata a cercare, mica si finisce morti ammazzati con il vestito buono in un fosso, così, come niente. Pure tu qualcosa avrai combinato. Io invece ero un marito innamorato e fedele. Una persona onesta e perbene. E lei mi ha piantato in asso per un altro. Uno con cui aveva avuto una relazione. Mi ha sposato per ripicca, lui l’aveva lasciata. Ti rendi conto dove può arrivare la cattiveria? Io non la meritavo tutta questa sofferenza che mi ha mandato fuori di testa. Mi ha detto che il matrimonio era stato uno sbaglio, dopo sei mesi. Uno sbaglio, capisci? E io che non mi ero reso conto di niente. Mi sembrava che finalmente fosse cominciata la vita vera e invece ero soltanto la pedina di un piano: la laurea, la casa, il matrimonio, le prime guardie mediche. Non che mi piaccia fare il medico. Ho studiato medicina per far contento mio padre.
Ma ora non importa più. È crollato tutto, da un giorno all’altro, dopo che lei se n’è andata. La prima cosa che ho fatto quel giorno è stato scolarmi tutto l’alcool che c’era in casa. Poi dopo c’ho preso gusto a stordirmi. Uscivo di casa solo per comprare alcoolici, poi mi chiudevo in casa e staccavo i telefoni e davo il via alla festa.
Qui ci sono venuto per disintossicarmi, dicono che stia meglio. Camminare mi fa bene. Devo stancarmi per non sentire voglia di bere. Se cammino dimentico che razza di merda è la mia vita. Quindi caro amico, se tu te la passi male, anche per me non brilla di certo.
E sai qual è la differenza? Che tu avrai di sicuro una bella mogliettina che ti piangerà. La mia invece se la sta spassando con lo stronzo che se l’è ripresa.
Dovrei starci io al tuo posto, amico, lì, in quel fosso.

Sì, dovrei starci io in quel fosso. Tanto per non sentire l’istinto della bestia che vorrebbe uccidere e dimenticare il lupo mannaro che sono diventato.
Tanto vale dirtelo amico.
Tu sei il terzo che mi è capitato a tiro mentre avevo fame di sangue di uomo. E tu avevi la faccia da bastardo perfetta.
Hai sbagliato a darmi un passaggio oggi. Sono un medico, anche se neolaureato, io lo so come ammazzare i bastardi come te, basta un niente.
Quello che invece non mi piace è la paura che avverto dopo e il fatto che adesso debba scavare un’altra fossa e seppellirti. Non mi piace l’idea di te che diventerai come gli altri, vermi che mangeranno le radici, le foglie, le gemme degli alberi di questo bosco. Questo è il mio personale paradiso adesso, quando il lupo mannaro se ne va riesco a godere di tutta la sua bellezza.
Questo, amico, mi dispiace per te, è il posto dove sono venuto a cercare pace.

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Quello che vedete a petto nudo mentre fa volare la sua camicia per aria alle undici di sera, non corrisponde a ciò che pensate. Mi piacerebbe presentarvelo come una star su un palcoscenico: io sto nell’angolo di una quinta con il microfono in mano e lo annuncio a gran voce “Signori e signore, vi presento Bill Red”. E subito dopo su  quel palcoscenico compare l’artista che si esibirà per voi, tra gli applausi.
Invece, mi spiace deludervi, ma questo giovane uomo che si batte il petto dalla pelle liscia e ambrata non è una star e si chiama Vincenzo Papagna. Un cognome, dunque, piuttosto impegnativo.
La donna che vedete seduta nel piccolo soggiorno al primo piano di questa palazzina è Ernestina Gallo, coniugata Papagna, madre di Vincenzo. La poverina se ne sta seduta al buio nella stanza con i gomiti sul tavolo e i palmi della mani ben aperti sulle orecchie. Il tavolo è coperto da una tovaglia di plastica a piccoli quadri bianchi e marrone, unta, tagliuzzata qua e là. La stanza è spoglia, al limite dello squallore, oltre al tavolo di formica ci sono tre sedie di paglia e una di plastica. Nell’angolo di fronte al tavolo ci sta un mobile di truciolato rotto in più punti e sopra c’è un vecchio televisore. A completare l’arredamento c’è un mobile scuro, con i buchi che segnano il posto in cui prima stavano le maniglie delle ante che ora non ci sono più. Quei buchi, nella penombra della stanza,  sembrano occhi svuotati dalle orbite. In questa stanza due metri per tre non c’è nient’altro, eccezion fatta per un filo che pende dal soffitto a cui è attaccato un avanzo di lampadario di ceramica.
Ernestina non ha acceso la luce, sta cercando di tapparsi le orecchie per non sentire suo figlio Vincenzo che sotto la finestra sta dando il suo solito spettacolo. È tardi, i lampioni per strada sono accesi, illuminano la viuzza delle palazzine popolari al cui primo piano abita la famiglia Papagna. La strada è deserta, solo qualche macchina, di tanto in tanto, irrompe come il ronzio di un moscone vagante. È novembre e fa freddo, tutte le finestre sulla strada sono chiuse, le serrande abbassate.
“Puttana, tu non li offendi gli amici miei, hai capito?  Mi senti? Apri, maledetta!”
Ernestina sta sprofondando in quel buco nero che è la sua vergogna. I vicini come sempre staranno sentendo, qualcuno prima o poi chiamerà i carabinieri. Però lei la porta a suo figlio Vincenzo non gliela apre. Così quello se ne sta fuori a imprecare e bestemmiare, sferrando calci alla macchina parcheggiata proprio sotto la finestra. È l’astinenza, se non si fa perché non ha rubato e non ha soldi, allora beve, si ubriaca con gli amici della sua stessa specie e poi torna a casa in quello stato.
“Apri, fammi entrare, puttana la madonna! Nudo resto se non mi apri, mi piglio la polmonite per colpa tua, cretina.” Vincenzo urla e si batte il petto come una scimmia incazzata. Ha i capelli corti secondo la moda del momento,  un viso duro e butterato.
Intanto in camera da letto si sta svegliando Ottavio Papagna, marito di Ernestina e padre di Vincenzo. È stanco e non vorrebbe alzarsi. Ha la sveglia puntata alle quattro e mezza, l’ora in cui va a lavorare al mercato scaricando cassette fino alle otto di mattina in cambio di una quarantina di euro a nero, che più o meno equivale alla sopravvivenza della famiglia Papagna, salvo poi qualche lavoretto che Ottavio riesce a racimolare sporadicamente.
Ottavio Papagna quel figlio lo ammezzerebbe volentieri, se non fosse che per lui in galera non ci vuole proprio andare e questo non tanto per sé stesso – che a volte pensa che in galera almeno avrebbe pasti sicuri e un posto dove dormire in pace – quanto per Antoniuccio, la creatura che gli sta dormendo accanto nella culla, lui ha appena undici mesi e non ha colpa. Antoniuccio peraltro si è appena addormentato con le consuete difficoltà, visto che è un neonato che piange sempre.
Ottavio sente suo figlio per strada, ma tutto quello che può fare è girarsi su un fianco e sperare che Antoniuccio non si svegli.
“Se non mi fate entrare spacco tutto”.  Urla Vincenzo mentre dà calci al portone.
Farlo entrare vuol dire far entrare in casa Papagna la follia bestiale dell’uomo che non ha pensiero ma soltanto azione senza cervello, spinta da un puro istinto animale.
Vuol dire che una volta dentro Vincenzo picchierà sua madre, vorrà soldi, spaccherà quel che resta dei mobili vecchi.
Lui, Ottavio, chiuderà la porta a chiave per proteggere Antoniuccio che intanto però si sarà svegliato e piangerà quei pianti lunghi e spaventati dei bambini che l’uomo nero non lo vogliono manco sentire in lontananza. Lui dovrà prenderlo tra le sue braccia molli e grasse e cullarlo finché la furia di Vincenzo non si sarà placata.
Che andasse pure a farsi fottere quel figlio maledetto, che se lo prendesse il diavolo, la morte, la polizia, un delinquente qualsiasi suo pari. Che l’ammazzassero pure, lui non avrebbe aperto.
“Apritemi pezzi di merda. Quant’è vero Iddio spacco tutto.”

La vedete quella ragnatela nera sulla finestra della cucina? A prima vista,  sotto il riflesso della luce dei lampioni, fa effetto. Sembra un insetto gigante, una creatura mostruosa dalle lunghe zampe nere abbarbicata sul vetro. Ma non è quello che sembra. Se guardate meglio vedrete che è un vetro spaccato con un buco al centro, è stato rattoppato alla bell’è meglio con del nastro isolante nero perché non c’erano i soldi per cambiarlo, quel vetro. Ebbene, è stato un pugno di Vincenzo, che ne è uscito tra l’altro con la mano incredibilmente intatta, fatta eccezione per qualche graffio.
“Fatemi entrare o vi ammazzo!”
Vincenzo scuote il portone con entrambe le mani, i vetri spessi e smerigliati tremano contro il metallo. A questo punto qualcuno nella palazzina accende la luce nelle scale, è il segno che sta cominciando a perdere la pazienza.
Ernestina in soggiorno si tappa le orecchie, preme ancora più forte le mani sulle tempie. È piena di odio verso Ottavio, suo marito, che i pugni dal figlio li ha sempre presi come e quanto lei, ma mai li ha saputo restituire. Un uomo debole e inutile, Ottavio. Aveva sposato un poveraccio incapace per sfuggire alle botte di suo padre e guarda cosa ne aveva ricavato. Oltretutto dopo che Ottavio aveva perso il lavoro, ormai da un anno e mezzo, se n’era stato per giorni interi a letto a dormire ed era stata lei a campare la famiglia come poteva, lavando scale che puzzano di piscio di cane per due miseri soldi.
E come se non bastasse era arrivato anche Antoniuccio, figlio di Angela,  la più giovane della famiglia Papagna. Era rimasta incinta di chissà quale cane tra quelli che se la scopavano per soldi, che lei questo faceva. Angela si fa vedere di rado a casa, quando lo fa è solo per sputare tutto il veleno che ha in corpo contro la madre. Si accerta ogni volta che le finestre siano ben aperte e che tutti possano sentire perché sia chiaro che razza di vita di merda sia quella della madre, vita che lei, tende a sottolineare con orgoglio, non farà mai. Lei da quel letame ne è fuori perché, al contrario degli altri in quella casa, lei fa soldi. Di cosa pensino gli altri non le importa un fico secco.
Di solito alla fine di quelle visite Angela lascia qualcosa per suo figlio Antoniuccio, che a mala pena prende in braccio, e quando lo fa è come se avesse tra le mani un tizzone ardente. Poi se ne va, non senza prima aver finito di lapidare sua madre con miseri improperi, che la colpa di tutto secondo Angela sarebbe la sua, anche se nessuno ha mai capito perché.
Ernestina lo sa che sua figlia fa la puttana e puttana le urla puntualmente mentre Angela le volta le spalle girando sui suoi tacchi altissimi, che con la sua figura minuta la fanno sembrare un trampoliere ubriaco.
Ebbene è questa la vita di Ernestina. Chissà quale maledizione le aveva riservato quei figli, pensava ogni tanto, stanca di avere sempre peccati da scontare a causa loro.
Vincenzo è ancora là fuori, a petto nudo,  il freddo non lo sente. Lei invece in casa lo sente eccome. Intravede il figlio sotto la finestra che cerca di saltare. Lo sa che sua madre è al di là dei vetri, seduta, nel buio. Lo sa che sta sentendo.
Poi qualcuno nella palazzina decide che è ora di farla finita e apre il portone, che se lo prendessero in casa, quel pazzo drogato, e la facessero finita.
Vincenzo appena sente il rumore metallico della serratura che scatta balza dentro come una lepre. Si attacca al campanello dell’appartamento e suona senza fermarsi. Nessuno in casa si muove, anche questo fa parte del copione, e per fortuna stasera Antoniuccio sembra dormire un sonno clemente.
Vincenzo impreca, poi si lancia per le scale, fa di corsa i due piani della palazzina e subito dopo ridiscende. Quando è in questo stato i vicini lo temono. Mentre scende continua a frantumare tra le gengive sdentate parole incomprensibili. Poi di nuovo si attacca al campanello e tira calci alla porta.
Ernestina in soggiorno si alza e piange.

Ernestina ha quarantadue anni ma sembra molto più vecchia, molte volte pensa che morirà di crepacuore e per quelli come lei non è poi una gran tragedia.
Come sempre ha paura e spera di sentire la sirena della polizia, come talvolta accade, oppure la voce di un santo, perché in cuor suo lo sa che solo un miracolo potrebbe far cambiare le cose. Peccato che ai miracoli ha smesso di crederci da un pezzo.
Questa sera ha nascosto il portafoglio nella spazzatura, avvolto in una busta di plastica. Dentro ci sono venti euro e qualche spicciolo.
Mentre Ottavio la sente alzarsi dalla sedia e muovere i suoi passi strascicati verso la porta, fa scattare la serratura della camera da letto e guarda Antoniuccio che dorme. Sa che a momenti si sveglierà. Poi si siede sul letto e lo sguardo si perde nel vuoto.
Ed è a questo punto che Ernestina, tremando, apre la porta.

 

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Anna Magnani in Bellissima, di Luchino Visconti, 1951

Alzi la mano a chi non è mai successo.

La prima volta che sono stata molestata avevo undici anni. Erano molestie verbali di un adulto che mi diceva cose irripetibili. I miei genitori mi spedivano in sicurezza a prendere parte alle prove dello spettacolo che si teneva ogni anno nella mia città per carnevale. Cantavo benino e lui era un musicista del complesso che ci accompagnava. Mi ha inseguito per anni dicendomi porcherie delle quali ho imparato il significato mio malgrado.

La seconda volta che sono stata molestata fu da parte del ragazzino che non accettava che l’avessi lasciato. Mi portò con una scusa credibile in vespa in mezzo a un bosco e mi salvò il fatto che avevo un paio di jeans con la cerniera difettosa e per tenerla su l’avevo chiusa con una spilla da balia. Quell’espediente mi permise di darmela a gambe. Per fortuna non eravamo troppo lontani dal bar dove adolescenti come noi trascorrevano il loro tempo di ozio in vacanza in un luogo di villeggiatura.

La terza volta che sono stata molestata era uno fuori di testa che mi seguiva spesso, avevo si e no quindici anni. Una sera rientrando a casa si infilò nel portone dietro di me e mi mise le mani addosso, dappertutto. La porta di casa mia al secondo piano era aperta e l’unica cosa che mi venne in mente fu che non poteva farmi niente di brutto, dovevo difendermi da sola, se avessi urlato i miei genitori col cavolo che mi avrebbero fatto uscire da lì in poi o tornare la sera (io potevo rientrare massimo alle otto) da sola. Lui era invasato, alla fine gli ho dato uno spintone e mi sono precipitata su per le scale. Mi ha inseguita perfino lì, con mio padre sulla porta insospettito dal tempo che stavo impiegando a salire. Non ce l’ho fatta a nasconderlo, lui vide l’ombra precipitarsi giù per le scale ed io ero troppo spaventata. Cercai perfino di minimizzare.

La quarta volta che sono stata molestata è stato da parte di un conoscente. Avevo circa ventitré anni e vivevo a Firenze, in quel periodo a casa ero da sola. Mi sentii male e chiamai mia sorella, non c’erano i cellulari. Lei non rispondeva, chiamai un suo amico medico che avrebbe dovuto essere con lei. Non era così ma lui si precipitò a casa mia. Fu una cosa che sgradevole è dire poco, forse rivoltante sarebbe più corretto. Non so nemmeno come abbia fatto a metterlo alla porta. Era l’appendice, tra l’altro, ma non fu lui a diagnosticarlo.

Poi infiniti altri episodi, compreso il direttore della filiale dove avevo il conto della mia agenzia, una vita fa, che un giorno piombò senza appuntamento in ufficio, cosa che a suo dire faceva “per conoscere meglio i clienti”, così mi disse. Non ci provò, c’erano altri uffici e c’era gente, ma mi fece capire chiaramente che avrebbe potuto essermi d’aiuto. Sono stracerta che se fossi stata da sola l’avrebbe fatto con i fatti, queste cose le capisci al volo.

Diciamo la verità, noi impariamo a difenderci perché è così che funziona. E non c’è verso: è una stramaledetta questione culturale che inizia da troppo lontano ed è dura a morire.

E proprio perché è una questione culturale andrebbe trattata con toni più consoni. Dopo lo scandalo di Asia Argento, cosa ben diversa, ecco che comincia l’eco delle notizie italiane. Io non riesco a essere del tutto solidale con la velina che ora denuncia quanto accaduto trenta anni fa. Perché da donna che ha sempre cercato perfino di scrivere di queste cose, indagando l’impossibile e il possibile, quella per me rappresenta la sconfitta di tutte le donne. Come sono una sconfitta le madri e le figlie che si scannano ai concorsi di bellezza. Sono i simboli stessi di quella cultura che ora vorrebbero denunciare, ci stanno dentro fino al collo. Non ce la faccio, perdonate, a considerarle eroine.

Noi che facciamo i falsi moralisti dando credito a una stampa che su queste notizie ci va a nozze non per difendere la vittima, o presunta tale, ma per creare lo scandalo anche dove non c’è.

Noi che abbiamo perfino eletto il re dei porci, colui che aveva l’harem delle fanciulle che volevano fare facile carriera e rischiamo di rieleggerlo come se niente fosse, senza ritegno.

Il mondo dei ragazzini, a ben guardare, è pieno di modelli come questi, le loro chat strabordano di foto di ragazzine nude o mezze nude che mandano una foto a uno e si ritrovano condivise con centinaia, che usano il corpo e lo fanno parlare male, malissimo, senza il rispetto necessario per sé stesse.

È una stramaledetta questione culturale.

Quando non dovremo più difenderci, allora sì sarà veramente cambiato qualcosa. Ma a quel momento le veline svestite, provocanti, coi culi per aria (qui soltanto assunte a simbolo) saranno sparite?

 

 

NOVEMBRE

novembre14

La malinconia, che per me è un sentimento affatto negativo,  arriva ogni anno su un vagone che si chiama Novembre. Ha la bellezza delle foglie un attimo prima che cadano, dei cieli tersi quando il tempo è sereno, della pioggia che ci racconta l’inverno che verrà.
Su quel vagone la malinconia ci conduce in un luogo dove è probabile siamo già stati, lì a volte ci sentiamo al sicuro, lontani dal chiasso e dalle parole di troppo.
Quando ero bambina novembre era l’estate di San Martino . Nei miei ricordi ci sono giornate di sole e i giorni di vacanze, i biscotti che si mangiavano caldi appena sfornati. Profumavano di zucchero e di madre.
Il due di novembre mia madre mi portava con sé al cimitero, andavamo innanzi tutto a trovare il nonno, suo padre. È stato così che ho fatto amicizia con la morte: andando su e giù per le tombe dietro a mia madre che lasciava fiori nei vasi già colmi. Non avevo ancora chiara la percezione di cosa significasse perdere qualcuno. Quando morì mio nonno per me era un bel vecchio elegante,  mi portarono a vederlo e lei, mia madre, volle che gli dessi un bacio. Non mi piacque affatto baciare quella pelle fredda, ma non piansi. Credo pensai che fosse normale che si potesse morire alla sua età.
Così di fronte alla sua foto sulla lapide stavo tranquilla, aspettando che mia madre pregasse. Invece ero invece attratta da ciò che succedeva intorno. C’erano donne anziane vestite di nero, molte si portavano una sediolina da casa e stavano sedute di fronte a una tomba. Piangevano, accarezzavano la foto e avevano grandi fazzoletti di cotone per asciugare le lacrime. Qualcuna recitava litanie così laceranti da spezzare l’aria in due, perfino troppo, almeno per me. C’erano fiori di ogni tipo e colore, profumi intensi e centinaia di candele accese. In alcuni vicoli al contrario regnava il silenzio, forse morti antichi che nessuno piangeva più.
Mia madre mi teneva per mano per timore che potessi perdermi nella confusione. Aveva fiori per ogni tomba dove ci fosse qualcuno da ricordare in quel giorno, ma quelli più belli erano per sua madre, che aveva perso da ragazza. All’epoca non capivo perché non stesse accanto a mia nonno, suo marito. Lei non l’ho conosciuta, è rimasta una foto ovale in bianco e nero, un viso ignoto che non ho mai collocato nello spazio e nel tempo.
Di ritorno dal cimitero, dove si andava a piedi lungo una strada di campagna, c’erano ancora biscotti e la tv dei ragazzi, come in un giorno di festa come si deve.

Poi per molti anni, da ragazza e da adulta, ho smesso di andare al cimitero e novembre era solo novembre. Da bambina potevo essere amica della morte perché non la comprendevo. Crescendo l’idea del nulla dopo la morte non mi ha mai portato e cercare un contatto con il marmo freddo, unitamente a un certo rifiuto della ritualità.

Invece un giorno ci sono tornata, in quello stesso cimitero dove andavo da bambina con mia madre. C’era il sole e la collina era rivolta verso il mare, una striscia visibile all’orizzonte tra gli ulivi. Credo però siano stati i ranuncoli gialli in fiore, avevano un’aria così festosa, come la primavera che stava per arrivare. La foto di mio padre mi sorrideva, quella l’ho scelta io perché è una delle rare foto in cui quel ragazzo diventato uomo troppo presto sorride. Al contrario di mia madre, che sorridente era di natura, ed è così che abbiamo voluto la vedesse chiunque arrivasse e portarle un saluto. Ha il rossetto rosso, il suo colore preferito ed è bella e vanitosa così com’era in vita.

Da quel momento al cimitero ci sono tornata spesso. Ho fatto pace con l’idea che loro abitassero lì. Talvolta sono andata a parlarci e quel marmo ogni volta era meno gelido. È vero che noi umani abbiamo bisogno di consolazione quando le persone care non ci sono più accanto. Ma è così che si fa, mi sono detta.
Ogni volta nel tragitto vago con lo sguardo tra le foto e le date, osservo la morte naturale nel suo ciclo di vita e quella implacabile senza possibilità di consolazione.
Quando vado via il sole e gli ulivi sembrano dire che quello in fondo è un bel luogo dove riposare. E mi dà un senso di pace.
E tutte quelle vite, decine, centinaia, migliaia di vite, sembrano sussurrare alle mie spalle: “Torna a trovarci qualche volta. Ti offriremo dei fiori, qualche ricordi e un caffè”. Anche se non sarà novembre.