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Anna Magnani in Bellissima, di Luchino Visconti, 1951

Alzi la mano a chi non è mai successo.

La prima volta che sono stata molestata avevo undici anni. Erano molestie verbali di un adulto che mi diceva cose irripetibili. I miei genitori mi spedivano in sicurezza a prendere parte alle prove dello spettacolo che si teneva ogni anno nella mia città per carnevale. Cantavo benino e lui era un musicista del complesso che ci accompagnava. Mi ha inseguito per anni dicendomi porcherie delle quali ho imparato il significato mio malgrado.

La seconda volta che sono stata molestata fu da parte del ragazzino che non accettava che l’avessi lasciato. Mi portò con una scusa credibile in vespa in mezzo a un bosco e mi salvò il fatto che avevo un paio di jeans con la cerniera difettosa e per tenerla su l’avevo chiusa con una spilla da balia. Quell’espediente mi permise di darmela a gambe. Per fortuna non eravamo troppo lontani dal bar dove adolescenti come noi trascorrevano il loro tempo di ozio in vacanza in un luogo di villeggiatura.

La terza volta che sono stata molestata era uno fuori di testa che mi seguiva spesso, avevo si e no quindici anni. Una sera rientrando a casa si infilò nel portone dietro di me e mi mise le mani addosso, dappertutto. La porta di casa mia al secondo piano era aperta e l’unica cosa che mi venne in mente fu che non poteva farmi niente di brutto, dovevo difendermi da sola, se avessi urlato i miei genitori col cavolo che mi avrebbero fatto uscire da lì in poi o tornare la sera (io potevo rientrare massimo alle otto) da sola. Lui era invasato, alla fine gli ho dato uno spintone e mi sono precipitata su per le scale. Mi ha inseguita perfino lì, con mio padre sulla porta insospettito dal tempo che stavo impiegando a salire. Non ce l’ho fatta a nasconderlo, lui vide l’ombra precipitarsi giù per le scale ed io ero troppo spaventata. Cercai perfino di minimizzare.

La quarta volta che sono stata molestata è stato da parte di un conoscente. Avevo circa ventitré anni e vivevo a Firenze, in quel periodo a casa ero da sola. Mi sentii male e chiamai mia sorella, non c’erano i cellulari. Lei non rispondeva, chiamai un suo amico medico che avrebbe dovuto essere con lei. Non era così ma lui si precipitò a casa mia. Fu una cosa che sgradevole è dire poco, forse rivoltante sarebbe più corretto. Non so nemmeno come abbia fatto a metterlo alla porta. Era l’appendice, tra l’altro, ma non fu lui a diagnosticarlo.

Poi infiniti altri episodi, compreso il direttore della filiale dove avevo il conto della mia agenzia, una vita fa, che un giorno piombò senza appuntamento in ufficio, cosa che a suo dire faceva “per conoscere meglio i clienti”, così mi disse. Non ci provò, c’erano altri uffici e c’era gente, ma mi fece capire chiaramente che avrebbe potuto essermi d’aiuto. Sono stracerta che se fossi stata da sola l’avrebbe fatto con i fatti, queste cose le capisci al volo.

Diciamo la verità, noi impariamo a difenderci perché è così che funziona. E non c’è verso: è una stramaledetta questione culturale che inizia da troppo lontano ed è dura a morire.

E proprio perché è una questione culturale andrebbe trattata con toni più consoni. Dopo lo scandalo di Asia Argento, cosa ben diversa, ecco che comincia l’eco delle notizie italiane. Io non riesco a essere del tutto solidale con la velina che ora denuncia quanto accaduto trenta anni fa. Perché da donna che ha sempre cercato perfino di scrivere di queste cose, indagando l’impossibile e il possibile, quella per me rappresenta la sconfitta di tutte le donne. Come sono una sconfitta le madri e le figlie che si scannano ai concorsi di bellezza. Sono i simboli stessi di quella cultura che ora vorrebbero denunciare, ci stanno dentro fino al collo. Non ce la faccio, perdonate, a considerarle eroine.

Noi che facciamo i falsi moralisti dando credito a una stampa che su queste notizie ci va a nozze non per difendere la vittima, o presunta tale, ma per creare lo scandalo anche dove non c’è.

Noi che abbiamo perfino eletto il re dei porci, colui che aveva l’harem delle fanciulle che volevano fare facile carriera e rischiamo di rieleggerlo come se niente fosse, senza ritegno.

Il mondo dei ragazzini, a ben guardare, è pieno di modelli come questi, le loro chat strabordano di foto di ragazzine nude o mezze nude che mandano una foto a uno e si ritrovano condivise con centinaia, che usano il corpo e lo fanno parlare male, malissimo, senza il rispetto necessario per sé stesse.

È una stramaledetta questione culturale.

Quando non dovremo più difenderci, allora sì sarà veramente cambiato qualcosa. Ma a quel momento le veline svestite, provocanti, coi culi per aria (qui soltanto assunte a simbolo) saranno sparite?

 

 

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NOVEMBRE

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La malinconia, che per me è un sentimento affatto negativo,  arriva ogni anno su un vagone che si chiama Novembre. Ha la bellezza delle foglie un attimo prima che cadano, dei cieli tersi quando il tempo è sereno, della pioggia che ci racconta l’inverno che verrà.
Su quel vagone la malinconia ci conduce in un luogo dove è probabile siamo già stati, lì a volte ci sentiamo al sicuro, lontani dal chiasso e dalle parole di troppo.
Quando ero bambina novembre era l’estate di San Martino . Nei miei ricordi ci sono giornate di sole e i giorni di vacanze, i biscotti che si mangiavano caldi appena sfornati. Profumavano di zucchero e di madre.
Il due di novembre mia madre mi portava con sé al cimitero, andavamo innanzi tutto a trovare il nonno, suo padre. È stato così che ho fatto amicizia con la morte: andando su e giù per le tombe dietro a mia madre che lasciava fiori nei vasi già colmi. Non avevo ancora chiara la percezione di cosa significasse perdere qualcuno. Quando morì mio nonno per me era un bel vecchio elegante,  mi portarono a vederlo e lei, mia madre, volle che gli dessi un bacio. Non mi piacque affatto baciare quella pelle fredda, ma non piansi. Credo pensai che fosse normale che si potesse morire alla sua età.
Così di fronte alla sua foto sulla lapide stavo tranquilla, aspettando che mia madre pregasse. Invece ero invece attratta da ciò che succedeva intorno. C’erano donne anziane vestite di nero, molte si portavano una sediolina da casa e stavano sedute di fronte a una tomba. Piangevano, accarezzavano la foto e avevano grandi fazzoletti di cotone per asciugare le lacrime. Qualcuna recitava litanie così laceranti da spezzare l’aria in due, perfino troppo, almeno per me. C’erano fiori di ogni tipo e colore, profumi intensi e centinaia di candele accese. In alcuni vicoli al contrario regnava il silenzio, forse morti antichi che nessuno piangeva più.
Mia madre mi teneva per mano per timore che potessi perdermi nella confusione. Aveva fiori per ogni tomba dove ci fosse qualcuno da ricordare in quel giorno, ma quelli più belli erano per sua madre, che aveva perso da ragazza. All’epoca non capivo perché non stesse accanto a mia nonno, suo marito. Lei non l’ho conosciuta, è rimasta una foto ovale in bianco e nero, un viso ignoto che non ho mai collocato nello spazio e nel tempo.
Di ritorno dal cimitero, dove si andava a piedi lungo una strada di campagna, c’erano ancora biscotti e la tv dei ragazzi, come in un giorno di festa come si deve.

Poi per molti anni, da ragazza e da adulta, ho smesso di andare al cimitero e novembre era solo novembre. Da bambina potevo essere amica della morte perché non la comprendevo. Crescendo l’idea del nulla dopo la morte non mi ha mai portato e cercare un contatto con il marmo freddo, unitamente a un certo rifiuto della ritualità.

Invece un giorno ci sono tornata, in quello stesso cimitero dove andavo da bambina con mia madre. C’era il sole e la collina era rivolta verso il mare, una striscia visibile all’orizzonte tra gli ulivi. Credo però siano stati i ranuncoli gialli in fiore, avevano un’aria così festosa, come la primavera che stava per arrivare. La foto di mio padre mi sorrideva, quella l’ho scelta io perché è una delle rare foto in cui quel ragazzo diventato uomo troppo presto sorride. Al contrario di mia madre, che sorridente era di natura, ed è così che abbiamo voluto la vedesse chiunque arrivasse e portarle un saluto. Ha il rossetto rosso, il suo colore preferito ed è bella e vanitosa così com’era in vita.

Da quel momento al cimitero ci sono tornata spesso. Ho fatto pace con l’idea che loro abitassero lì. Talvolta sono andata a parlarci e quel marmo ogni volta era meno gelido. È vero che noi umani abbiamo bisogno di consolazione quando le persone care non ci sono più accanto. Ma è così che si fa, mi sono detta.
Ogni volta nel tragitto vago con lo sguardo tra le foto e le date, osservo la morte naturale nel suo ciclo di vita e quella implacabile senza possibilità di consolazione.
Quando vado via il sole e gli ulivi sembrano dire che quello in fondo è un bel luogo dove riposare. E mi dà un senso di pace.
E tutte quelle vite, decine, centinaia, migliaia di vite, sembrano sussurrare alle mie spalle: “Torna a trovarci qualche volta. Ti offriremo dei fiori, qualche ricordi e un caffè”. Anche se non sarà novembre.

 

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Cara Ministra,

so che questa mia non le giungerà mai. Non diventerà un post virale che le arriverà a solleticare il dubbio che a volte voi ministri dell’istruzione altro non fate che sparare cazzate, una sorta di gara a chi la dice più grossa per arrivare agli organi di informazione come novelli salvatori della scuola pubblica.

Dunque lei ha detto “Il 15 settembre partirà un gruppo di lavoro con le migliori e i migliori esperti del Paese per rivedere le indicazioni nazionali e intervenire su cosa le nostre studentesse e i nostri studenti studiano a scuola”.

A questo verrà affiancato un gruppo che servirà a chiarire l’utilizzo di smartphone e tablet degli studenti in classe, intervenendo sulle attuali circolari, risalenti a un periodo troppo lontano da oggi. “E promuovendo – aggiunge – un uso consapevole e in linea con le esigenze didattiche. Questo gruppo avrà 45 giorni per pubblicare delle linee guida chiare ed efficaci per le scuole”

Intanto vorrei chiederle su quali basi lei sceglierà le migliori e i migliori esperti del Paese, perché – mi consenta (come diceva un inquilino di palazzo) – quando utilizzate la parola esperto a noi insegnanti sale la febbre a 40. Per non parlare della locuzione linee guida. A me fa venire in mente il ragazzino del film Il Grande Cocomero affetto da una patologia per cui  il mondo circostante era fatto di linee e demarcazioni entro le quali muoversi, lo vedevi saltare ipotetiche corde, terrorizzato dal romperne qualcuna.

È buona norma, prassi consolidata, che gli esperti che mettono mano alle riforme, alle circolari, alle innovazioni (presunte) didattiche, nella scuola non c’hanno mai messo un alluce, non sanno niente degli adolescenti (se non quello che leggono sui trattati sociologici scontati come le minestre) e soprattutto non conoscono il lavoro che svolgiamo quotidianamente, del quale non avete mai né considerazione né rispetto.

Che lei mi venga a suggerire “l’uso consapevole” degli smartphone è presuntuoso (e questo in viale Trastevere è atteggiamento ostinato) e irrispettoso. Le dico francamente che è una sparata che come sempre reputa gli insegnanti un gregge che agisce secondo le direttive.

Io, ad esempio,  crede davvero stessi qui ad aspettare lei e la sua circolare? Ci prende per scemi? E’ da un pezzo che quest’uso consapevole tento (tentiamo, non solo la sola) di promuoverlo nelle classi, perché “il buon senso” mi ha portato a non demonizzare uno strumento che oramai i ragazzi usano con una tale regolarità che separarli è praticamente impossibile.

Tuttavia i risultati di questi tentativi, sappia anche questo, nella maggior parte dei casi, falliscono. Perché? Per farglielo capire le racconto un aneddoto.

Qualche anno fa mi trovavo all’aeroporto Vespucci di Firenze. In attesa dell’aereo vado a sedermi. Accanto a me c’era una giovanissima coppia di stranieri beatamente immersi nella lettura di un libro, ciascuno il prorpio. Dopo qualche minuto arrivano sei baldi adolescenti, tre coppiette (tre ragazzi e tre ragazzi). Si fanno notare per la caciara, per l’abbigliamento griffato e succinto, poi si separano e si siedono. Le tre ragazze alla nostra destra, i ragazzi alla nostra sinistra. Tempo dieci secondi, tutti e sei avevano in mano il cellulare, cominciano a spippolare come dei pazzi, ognuno per conto proprio. Insieme, ma separati: dal cellulare.

Ecco, non ho potuto fare a meno di notare la tristezza di quell’immagine, con quei ragazzi stranieri al centro con un libro in mano, e gli altri sei con lo sguardo piantato su un minuscolo monitor, persi chissà dove. Sei adolescenti che stavano andando in vacanza.

Se questo non le basta come esempio dei modelli culturali che NOI e il MERCATO stiamo fornendo loro, la invito a venire in una classe, a sollecitare un allievo che sta usando impropriamente il cellulare  (con il quale giocano, sono in costante comunicazione su instagram e whatsapp) a consegnarle il cellulare. Scoprirà che la scena avrà del paradossale, vedrà il panico sulla faccia dell’allievo, vedrà il cellulare sparire nella sua tasca dove lei non può mettere le mani, vedrà l’ansia da separazione quasi stia chiedendo di darle un pezzo della sua mano, della sua testa, del suo cuore.

Nella stragrande maggioranza dei casi sarà lui a vincere, a meno che lei non sia di quelli che si piazzano lì, poi lo prendano da un braccio, lo portino dalla dirigente e minaccino provvedimenti disciplinari. Il che presupporrebbe trascorrere gran parte delle lezioni in questo genere di attività.

Moltissime scuole non sono provviste di adeguate reti, per cui se lei proverà a chiedere ai ragazzi: cercate su google questo testo poetico, si sentirà rispondere che non ha giga sufficienti. Gli stessi alla fine della lezione, quando si abbassa la guardia per cinque minuti, correranno da lei per farle vedere qualche stupidissimo video su you tube per farla sorridere.

Cosa otterrà questa circolare? Siamo pratici:  ancora una volta perderemo credibilità, ci sentiremo rispondere: siamo autorizzati. Ormai li autorizziamo a far tutto.

E sia chiaro, non parla un’insegnante che demonizza la tecnologia, retrograda o che non sa usarla, la uso eccome, però – come ho detto una volta in classe – la differenza tra “me” e loro è che io so usare i loro strumenti, loro – di questo passo – non impareranno mai i miei, quelli che stanno nella testa, i meccanismi del cervello, quelli indotti dalla manualità della scrittura, quelli del pensiero critico di cui li stiamo privando a forza di crocette e di competenze.

Come vede non sono una bastian contraria. È solo che non se ne può davvero più.

Qualche giorno fa ho letto un interessante articolo di un insegnante, Franco Nembrini, per decenni professore di italiano e fondatore della scuola media libera “La Traccia” di Calcinate (provincia di Bergamo), il quale ha scritto:

“LA TECNOLOGIA. I giovani di oggi sono sottoposti ad una pressione sociale molto forte dovuta alla pubblicità e a nuovi modelli comportamentali, per questo il compito di guidarli verso l’età adulta spetta a «maestri più decisi e attrezzati di un tempo».

Nembrini è scettico sulle speranze risposte nei nuovi strumenti tecnologici, secondo lui sopravvalutati, utilizzati a scuola nel tentativo di catturare l’attenzione degli alunni. «Non funzionerà perché la vita dei ragazzi è già piena di tecnologia. Il suo uso esasperato li ha confinati alla solitudine. La sfida dell’insegnante sta nel proporre un’esperienza reale e diretta, che li spinga a mettere volontariamente da parte i cellulari o tablet e li appassioni ad un’avventura conoscitiva».

MEMORIA ESTERNA. Il pieno accesso al sapere tramite Internet, osserva Nembrini, ha portato i ragazzi a memorizzare meno informazioni. «Chiedi a un ragazzo chi è stato il primo presidente italiano dopo la Seconda Guerra Mondiale e lui trova la risposta con un click. Ma se gli ripeti la domanda la sera stessa, se ne è già dimenticato». Il rischio di una “memoria esterna” è estremamente insidiosa e assolutamente da non sottovalutare: «La perdita della memoria è una tragedia incalcolabile perché senza di essa, senza la storia, non si è uomini. Si diventa burattini facilmente controllabili dall’esterno».
Lei lo chiamerà questo insegnante tra i suoi “migliori esperti”?

Mi perdonerà se ne dubito.

Siamo stanchi minestra. Stanchi di direttive che ci trattano come idioti che non sanno quando fare o non fare una cosa, stanchi di esperti che ci raccontano come dev’essere la scuola e cosa dobbiamo e non dobbiamo fare.

Ci dia reti funzionanti, scuole attrezzate, sicure. Ci dia meno classi pollai. Ci dia risorse. Ci restituisca la credibilità sociale che meritiamo in funzione della gravosa responsabilità che rivestiamo come educatori. E si tenga le sue cazzate nel cassetto. Giusto per non levarci quel minimo di entusiasmo che ancora ci è rimasto quando entriamo in classe e abbiamo davanti universi sbandati, ai quali noi dovremmo indicare una direzione.

La saluto.

Prof. Daniela Grandinetti

PS   ho davvero molte cose da fare. Se ho perso tempo per me prezioso nello scrivere questa mia, mi creda, è perché non se ne può davvero, ma davvero, più.

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La mente è un marchingegno strano, in questo momento mi ronza in testa una vecchia canzone, quella che faceva in via dei matti numero zero. Peccato però io non stia andando in una casa molto carina senza soffitto e senza cucina. Sto andando in via Benedetto Croce al numero 240 in un posto dove non sono mai stato.
Scendo dell’autobus con le gambe che mi tremano, per fortuna non devo fare molta strada perché  l’ufficio è proprio dietro l’angolo. Ho come la sensazione di essere osservato, quasi che tutti conoscano la mia faccia e  sappiano dove sto andando e perché. Dovrò abituarmi a questa condizione. A questo senso di perdita, di umiliazione.
Di fronte alla vetrata del numero 240 ho un attimo di esitazione, un lieve capogiro, come se dietro quella porta ad attendermi ci fosse un girone dell’inferno. Io non voglio entrarci, penso.

Vorrei gridare, chiedere aiuto. Invece resto fermo, composto. In realtà la rabbia sarebbe più forte della rassegnazione, ma la rassegnazione è l’unica carta che ti è concessa di giocare. L’ho capito negli ultimi giorni.
Mi decido a entrare. Dentro c’è un odore insopportabile di umidità e detersivo scadente, di polvere accumulata negli angoli e sulle scartoffie accatastate. Mi dirigo al distributore automatico di numeri e sfilo il mio. Ho il 18, non ho idea dei tempi di attesa. Vedo una sedia libera, mi siedo senza alcuna voglia di guardarmi intorno. Non voglio vedere le facce di quelli come me.

È accaduto troppo in fretta, non riesco ad accettarlo, ammesso che si possa accettare l’idea di essere senza lavoro alla mia età, due figli ancora piccoli e un mutuo da pagare. Anche se non è solamente una faccenda di soldi. È che quando ti arriva quella stramaledetta lettera scritta in un burocratichese  freddo, mediocre e impersonale, vorresti andare direttamente dal tuo capo e dirgli: con questa ti ci pulisci il culo!
Proprio io, noto a tutti per la pazienza e la mitezza. All’improvviso mi sento inutile. Impieghi anni per costruirti un’identità, impegnarti nel far bene quello che sai fare e sei pagato per fare, ti senti di far parte di un meccanismo che gira, poi, basta un secondo, e TAC, tutto annullato. Sei niente, non hai fatto niente, anni buttati via, tu stesso sei stato buttato via.
È una sensazione orrenda.
Mi accorgo che accanto a me c’è un ragazzo di colore, mi chiedo se è qui per lo stesso motivo. Forse per lui non è così tragico: è giovane, forte, magari scampato a chissà quale guerra. Un sussidio è sempre meglio di ciò che aveva nel suo paese. Ma poi io che ne so? Io appartengo alla schiera di quelli che sono sempre stati dall’altra parte, al sicuro, nella mia poltrona di fronte al monitor del mio ufficio.

Ed ora invece eccomi qui, sbattuto in mare da un’ondata mi dimeno come un naufrago in balia delle correnti, tutto quello che ho fatto e imparato non serve più a niente. Alzo gli occhi verso il pannello elettronico, vedo che tra un po’ è il mio turno. Sto per diventare un numero, una pratica. Metteranno un timbro da qualche parte ed è fatta. Quale numero sarò nell’esercito di quelli come me? Voglio dire, quanti saremo? Migliaia.
Migliaia di manichini senza un volto né un nome né una storia.

Le storie degli imprenditori, quelle sì finiscono sui giornali, ma a noi nessuno viene a fare domande. Noi non facciamo notizia. Magari accade se qualcuno si ammazza. Ecco, quel disperato che sui giornali ci finisce, con nome e cognome. Ma sai che gloria! Dura il tempo per bruciare una notizia.
Per il resto siamo numeri, apparteniamo a statistiche.
Ecco, è il mio turno, mi avvio. Mi sento stanco. Mi siedo di fronte a un’impiegata e sono a disagio. Lei non è pagata per comprendermi, ha fretta. Mi mette sotto gli occhi un modulo, devo riempirlo. Dati anagrafici, cosa chiedo, cosa dichiaro, stato di disoccupazione, mi impegno a. Non è così difficile. Sono dati, cifre, crocette nelle caselle. È facile. Semplice.
Restituisco il modulo, ho letto si chiama scheda anagrafica del lavoratore. Mi vengono date delle istruzioni per il futuro. Il futuro. Mi viene da ridere. E questa obesa con la coda di cavallo mi sta dando anche le istruzioni. In caso di. Se ricevesse. Se accadesse. Annuisco senza parlare. Ho solo voglia di andarmene.
Quando esco però non so dove andare. Non c’è un posto dove vorrei essere. Cammino senza meta, senza curiosità. Da oggi dunque sono ufficialmente disoccupato. Devo abituarmi all’idea. Devo fare amicizia con questo pensiero, con questa nuova condizione. Al momento è l’unica cosa che posso fare per non impazzire.
Poi – chissà – magari mi verrà la voglia di studiare come si costruisce una bomba, perché tutto questo non accade per caso. Non è il destino o la sfortuna. C’è chi ha la responsabilità di tutto questo. Io so di chi è la colpa.
Credo di avere diritto alla rabbia, visto che quelli che parlano di me, di noi, in definitiva sono laureati alla Bocconi e in tv fanno la loro figura. Avrò un volto, avrò un nome, avrò una storia anch’io.

Cammino e penso che non voglio essere  un numero nelle loro fottute statistiche da salotto televisivo.

Dedico questo racconto a Michele, 30 anni, che il 31 gennaio si è tolto la vita, stanco della precarietà e di rifiuti. Michele ha lasciato una lettera nella quale parla di “furto della felicità”, di tentativo di fare “del malessere un’arte”. Dice di aver resistito fino a che ha potuto.

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino”.

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Non si scrive mai per sé stessi, chi lo afferma dice una menzogna. Io l’ho fatto appena ho cominciato a praticare la scrittura più seriamente e non ne vado fiera.
Quando, come nel mio caso, si scrive perché da qualche parte ti si presenta un personaggio, una storia, uno stimolo, non sei salva fino a che non ha preso vita, forma e fattezze.
Se poi, sempre come nel mio caso, non si rincorre il famigerato quarto d’ora di celebrità accompagnato dall’ambizione di vedersi pubblicati, i concorsi sono un ottimo modo per mettersi in discussione, in gioco, per verificare se quella storia dice qualcosa, racconta qualcuno, arriva a destinazione.
Un attore non studia sette camicie per imparare una parte e poi salire su un palcoscenico senza avere pubblico davanti, sarebbe fatica inutile e sprecata. Se ha passione si prepara con scrupolo, non pensa a quanto numeroso sarà il pubblico che lo ascolterà. Uno o cento sarà lo stesso. Ma quell’uno deve esserci.
Ecco perché vincere un premio fa piacere e ogni premio ha una storia a sé nel proprio personale percorso. Ne ho vinti abbastanza e ognuno mi ha lasciato dentro qualcosa di nuovo e diverso.
Il premio che mi è stato conferito dall’Associazione  I fili di Arianna di Marcellinara è per me significativo perché lo vinco in Calabria, nella mia terra, dove sono tornata a vivere.
Mi piace perché è un’associazione femminile molto attiva in questo piccolo comune calabro, che promuove la scrittura di genere e in generale la cultura delle donne e per le donne e per me, che di donne spesso scrivo, è essere a casa.

Stella non è il mio nome è il racconto con cui ho vinto, sentirlo leggere da Rosina Paonessa mi ha emozionato, e come sempre accade, non mi sembrava di averlo scritto. Mi ha però emozionato di più la motivazione, che racchiude davvero quello che ho cercato di raccontare.
Quando mi danno un microfono in mano per parlare di me, sento la mia voce arrivare da fuori e non riesco ad ascoltarmi, mi va in pappa il cervello, per questo, visto che non l’ho fatto, ringrazio qui l’Associazione I fili di Arianna, la sua Presidente Maria Francesca Donato e la Coordinatrice Silvana Scerbo che mi hanno accolto con calore e, infine, la presentatrice della serata, Donatella Soluri, che è stata bravissima. Grazie anche a Daniela Rabia che con il suo romanzo Matilde ha vinto la sezione Romanzi Editi, è una forza della natura, una persona così vitale che merita tutta l’attenzione.
Da ultimo vorrei segnalare, oltre alla bella cerimonia organizzata (senza trascurare il buffet che vi assicuro merita la menzione!), alcune coincidenze che continuano a seguirmi: il premio era dedicato alla Poetessa calabrese scomparsa Giusy Verbaro, era presente la famiglia che ha ritirato una targa; a lei hanno dedicato un breve filmato, lei che ha vissuto tra Firenze e Soverato, che ha amato la Calabria natia e la Toscana, sua terra d’adozione. Il mare calabrese e il Duomo di Firenze mi hanno detto: qui, adesso, lei, tu.

Per questo mi piace concludere con dei suoi versi, bellissimi.

L’ala ci sfiora piano.
Sarà nadir o zenit il punto in cui converge l’umano col divino?
Come farsi toccare, benedire da intelligenze alate,
da fuoco che non brucia se l’esilio del cielo ci condanna?
Ma gli angeli dispongono tra cielo e terra
strategie di incontri e armonie di tracciati.
Loro sanno di cuori più di quanto i cuori stessi sappiano.
E dei cuori misurano percorsi riconoscendo i baratri.
E sanno delle voci.
Ne conoscono l’eco, gli alfabeti segreti ed i segreti suoni
perché la millenaria storia umana è un grande libro aperto alla memoria.

Giusi Verbaro (Da Il vento arriva da uno spazio bianco)

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When you’re a star,  you can do anything. Grab ‘em by the pussy. You can do anything (D. Trump)

Mi avvio a scuola contrariata, che in America abbiano potuto eleggere un tale babbeo mi pare il fondo del baratro. Non me ne importa un fico secco delle analisi politiche, neanche le voglio ascoltare le banalità che vomiteranno i media nelle prossime ore, tanto lo so che in meno di ventiquattr’ore troveranno una logica.

Entro nell’aula vuota, apro la finestra, mi siedo e guardo i banchi, mi godo quei pochi minuti di quiete, tra un po’ qui dentro si scatenerà l’inferno.
Sono in 3° C, qui nelle ultime settimane ho dichiarato guerra: una classe scomposta, disordinata, fare lezione qua dentro è diventato difficilissimo. Sono quasi tre mesi dall’inizio dell’anno e mi arrabatto tra urla, sequestri di cellulare, Dante, la Commedia e il Dolce Stil Novo. A questi non gliene frega niente. Ho persino scritto un patto d’aula, l’abbiamo concordato, l’hanno firmato tutti ed è in bella mostra sul muro. Non c’è verso.

All’improvviso mi balena un’idea, sta per suonare la campanella e loro stanno per arrivare. Io divido la lavagna in due colonne e su una comincio a scrivere versi dei vari sonetti, tutte le prime strofe di Cavalcanti, Guinizelli, Dante.
Loro arrivano nella solita baraonda, urla e strepiti miei e loro per sistemarsi. Sto ancora scrivendo, intimo loro di ricopiare tutto sul quaderno.
Sempre a scrivere“. Mi volto, fulmino con lo sguardo: “Stai zitto e scrivi.
Copiano tutto, per un po’ c’è un bel silenzio. Mi assicuro che abbiano scritto tutti, rileggo i versi. Ogni strofa è accompagnata dall’autore e dalla data di nascita.
Poi comincio a scrivere sulla seconda colonna: al primo verso si bloccano, spiazzati, al secondo cominciano a ridere, al terzo cominciano a capire, al quarto iniziano a suggerirmi loro quello che potrei scrivere. Riempiamo la seconda colonna con tutti gli improperi, le male parole, le espressioni a dir poco colorite che sono soliti pronunciare senza troppi freni o complimenti.
Così accanto a Tanto gentile e tanto onesta pare, o al Io voglio del ver la mia donna laudare, compare – Dio mi perdoni – in culo a mammata, mi hai cacato il cazzo e così via.
Non me ne vogliano Dante e Guinizelli e nemmeno i puristi e i benpensanti, ma a male estremi estremi rimedi, dice il proverbio. Di fronte a quella lavagna oggi ho messo a confronto due linguaggi, quello che dovrei insegnar loro e quello che usano, quello che si rifiutano di capire e quello che invece è il loro pane quotidiano. Ho parlato loro di gentilezza e cortesia, del bisogno di ritrovarle, ho tentato di far loro sentire la violenza di quelle espressioni, fuori contesto in un’aula di scuola.
E così per un po’ mi hanno seguito, e so che hanno capito. E’ servito? Beh, gli ultimi cinque minuti di lezione è ritornata la fanfara di sempre, sembravano usciti dalla bolla comunicativa che si era creata fino a cinque minuti prima. Sembrava svanito tutto.
Però so una cosa: che nel nostro lavoro bisogna sminare, a costo di saltare per aria, a volte. Bisogna levare le mine una dopo l’altra, perché è così che lavoriamo: in un campo minato.
E se oggi ho disinnescato qualche mina estremizzando la spiegazione di un argomento (che mi sta a cuore), ebbene, da idealista impenitente quale sono, penso che mina dopo mina è questo il lavoro che si deve fare per non fare vincere (come sta vincendo) l’ignoranza e la maleducazione sulla conoscenza, l’arroganza e la volgarità sulla decenza, la cafonaggine e l’inciviltà sulla cultura e la civiltà.

E in questo c’entra anche Trump.

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Bob Dylan e Allen Ginsberg sulla tomba di Jack Kerouac

Ehi sì, da ieri ho capito che devo essere proprio invecchiata perché ho sperimentato che quella cosa che si chiama gap generazionale esiste davvero.
Dunque: De Andrè, per dire il primo che mi viene in mente, non è un musicista. Le sue cose migliori le ha fatte se affiancato da Mauro Pagani, Ivano Fossati, la PFM. Ma sui testi di De Andrè e su quello che hanno rappresentato molti potranno essere d’accordo: sono bellissimi.
Ho letto tante cose, forse troppe, e vorrei tralasciare per un attimo il fatto che il nobel è stato dato a qualcuno che con la letteratura non c’entra niente.
Molti, sui 35/40 anni, dicono è proprio che Dylan, non mi piace, è noioso e via discorrendo. Insomma, neanche musicalmente o come cantautore varrebbe una cicca.
C’è però un aspetto: se dai un premio così prestigioso, può darsi che ci stia che tu lo stia dando a una forma d’arte che ha espresso qualcosa di davvero significativo, una cosa che ha inciso su generazioni, a un terremoto culturale.
Qualcosa che ha rotto uno schema, che ha innovato, che non è UNA forma espressiva pura (letteratura in questo caso) ma tante insieme.
Io sono figlia di un tempo che aveva ereditato gli anni ’60 e ’70, sono cresciuta nella musica e con la musica, che non era fine a sé stessa.
Dylan proviene da un solco tracciato ad esempio da Woody Guthrie prima di lui, ovvero quei folk singers che per la prima volta affermavano il valore della parola, della musica come veicolo di idee, quelli che ti fermavi ad ascoltare per cose che dicevano, non per la musica che suonavano, o non soltanto. E questo Bob Dylan ha continuato a fare, sempre: ha parlato di diritti civili, di ingiustizie, di solitudini, di storie di neri che finivano in carcere, come Hurricane, condannato perchè era nero, non perchè fosse colpevole, visto che poi l’innocenza è stata provata.
Alla Marcia su Washington con Marrin Luther King, lui c’era. Censurato dalla TV, lasciò uno show perchè voleva cantare una canzone potenzialmente diffamatrice nei confronti di un’associazione anticomunista. Lui c’era.
Non continuo. Non voglio dare lezioni, né fare la maestrina.
Questo forse era ieri e oggi è un’altra storia e io magari sono ieri.
E’ solo che mi pare che la canzone nel vento che si canta agli scout basti per giudicare BOB DYLAN, il che è un po’ pochino.
Ci sono particolari momenti storici in cui il mondo della cultura dà (e deve dare) dei segnali), anche Dario Fo prese il Nobel tra mille contestazioni in pieno governo Berlusconi.
Anche di lui si disse che era un guitto che non c’entrava con la letteratura, mentre magari Mario Luzi sì, quella Alta, quella con la C maiuscola.
Qualche giorno fa un amico americano mi ha detto: Hilary è pericolosa per l’America, Trump per l’intero globo terrestre e universi paralleli.
Dunque forse guardare un pochino più in là del proprio naso, allargare la mente, fare capriole spericolate, è ciò che la Cultura dovrebbe fare, qualsiasi forma abbia. Fuori dal salotto e anche fuori da facebook. Fuori dalle puzze sotto il naso e dai Critici con la C maiuscola dei quali nessuno conosce i nomi al di là di pochi addetti ai lavori.
Non è questione di Roth che meriterebbe il nobel o Murakami o McCarthy.
E’ questione di ciò che incide ee ciò che incide per me, non è ciò che incide per i più.
Non mi si fraintenda, che donna di Lettere sono: ma un libro eccelso di Roth può aver cambiato la prospettiva di molti. Ora moltiplicate questi molti per centinaia, generazioni che erano in strada, non su fb. E avrete il risultato.
Ecco perchè a me il Nobel a Dylan piace. Assai.
“Per essere un poeta non è necessario scrivere. Ci sono poeti che lavorano nelle stazioni di servizio. Non mi definisco un poeta perché non amo quella parola. Sono un artista del trapezio” (B. Dylan, 1965)