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Per fortuna in questo periodo sono impegnata al massimo con il lavoro e non seguo molto né facebook né le notizie, ma vivendo in questo mondo anche quando non le cerchi sono le notizie che tuo malgrado ti invadono la vita. Mi sono ripromessa di non parlare troppo di politica sui social (spesso mi gira la ciribiricoccola e vorrei dire la mia, ma a dirla si rischia di sbraitare o sbranare, quindi anche no, grazie)
Oggi però mi sono decisa a scrivere una breve nota provando a riflettere – sia pur sommariamente – su ciò che sta accadendo, che è cosa grave.
Cominciamo dal titolo: vi sarete chiesti, se siete su questa pagina, cosa c’azzecchino Salvini e Saviano con il Mulino bianco.
Presto detto: il marketing e la pubblicità hanno ormai strategie molto sofisticate per indurci a comprare al supermercato un prodotto piuttosto che un altro e in tutti questi anni Il mulino bianco è diventato un marchio simbolico, sinonimo di prodotti che fanno famiglia, con tutto ciò che nell’immaginario collettivo questa parola porta con sé: i biscotti della nonna, le merendine della mamma, la farina sullo spianatoio, la colazione tutti insieme.
Nella vita reale quelle famiglie ormai non esistono più, le famiglie sono disgregate, ma la pubblicità ottiene comunque i suoi effetti, perché è sempre bello sognare.
Ebbene esiste anche il marketing politico, ed esiste ormai da tempo. Non sono più i contenuti, le visioni di insieme, la vita dei cittadini e i loro problemi a essere “politici”: ci sono i team che sanno da che parte bisogna rivolgersi, che studiano e mettono a punto strategie di comunicazione.
Basta spararla grossa, basta scegliersi il bersaglio giusto, basta parlare alla pancia più che alla testa e il gioco è fatto. Questo Salvini, abilissimo, lo ha capito benissimo e noi tutti siamo complici di questo gioco al massacro inaugurato da quando è al governo, lo siamo ogniqualvolta condividiamo un suo post o una notizia che lo riguarda dandogli voce, risonanza.
Salvini è il lupo che mangerà tutti gli agnelli, avremmo dovuto fare di tutto per impedirgli di essere là dove sta, a qualsiasi costo, ma sappiamo che così non è stato. E qui non mi imbriglio in polemiche che dal mio punto di vista vorrebbero essere analisi ma so già che di là dilaga la presunzione del “vai avanti cretino”, ovvero la convinzione che se ti lascio fare il cretino io nel frattempo mi riorganizzo e quando avrai fatto la tua figura di cacca completa io sarò lì pronto a braccarti. Quante volte abbiamo pagato cara questa “strategia” che torna comoda non al paese ma ai politici che ormai di “politico” nel senso nobile del termine non hanno più niente?
Peccato si facciano sempre i conti senza l’oste, perché l’oste, dicono i numeri, sta ogni giorno di più con Salvini. Bel capolavoro davvero.

Salvini ha sparato contro Saviano; devo ammettere che in tutti questi anni di Saviano ho apprezzato fino in fondo soltanto il video con cui si è difeso, il tono con cui ha dato a Salvini del “BUFFONE”, e non importa se in passato io abbia avuto come tanti mille riserve su Saviano.
L’attacco a Saviano è strumentale, voleva ottenere un fine in virtù della popolarità di Saviano e quel fine è stato raggiunto: l’invasione sui mezzi di comunicazione tutti è assicurata. Più la cazzata è alta, più la diffusione aumenta. Il giorno dopo è toccato ai vaccini, il giorno prima era la chiusura dei porti. Non c’è una visione politica, c’è solo la strumentalizzazione del problema per la propria onnipresenza.

Salvini dice abbiamo un problema di sicurezza: e la stragrande maggioranza degli italiani voilà, si sentono minacciati. Un paese è debole quando si sente minacciato, è fragile, incapace di distinguere il vero dal falso, lo slogan dal problema.
Eppure a pensarci bene Salvini ha ragione: è vero che abbiamo un problema di sicurezza, ma non quella che racconta lui. Le case crollano in un’Italia sempre più tremante, il cemento mafioso depotenziato ha invaso il belpaese. I paesi sotto gli acquazzoni diventano alluvionati in mezza giornata, le strade e i ponti non tengono. Stiamo franando, in tutti i sensi.
È di quella messa in sicurezza che avremmo davvero bisogno, non di essere protetti dalle presunte invasioni barbariche dei migranti, noi, popolo di migranti.
Quali sono i nostri veri problemi? Qualcuno, quando pubblica o condivide un post per dar fiato alle polemiche effetto mulino bianco, se lo chiede? Sono davvero queste le emergenze?
E ancora: c’è qualcuno che dice a Salvini con quali voti è stato eletto al sud, visto che di questo va tanto fiero? Qualcuno – dai 5 stelle all’opposizione – sa dare nomi e cognomi e appartenenze a questa vittoria di Pirro? Se lo dico io qua potrei essere denunciata, ma chi ha il ruolo politico di vigilare mi aspetto la faccia. Perché li conosciamo, almeno qui.

Dunque di cosa si parla? Del nuovo che avanza? Dei neri che invadono clandestinamente le nostre città? Le nostre periferie? Ma quanto hanno fatto comodo all’operoso nord e all’agricolo sud quella manovalanza a basso costo? Sono loro a rubare il lavoro? O non è forse chi il lavoro lo dà che sfrutta per i propri lauti guadagni?
Siate meno ipocriti, andate a guardare nel vostro sacchetto della spazzatura, guardateci dentro: quanto avete buttato, sprecato oggi, ieri, domani? Se conosceste un po’ storia, ma appena un poco, sapreste che ciò che voi oggi buttate allegramente è ciò che abbiamo sottratto negli ultimi secoli a intere popolazioni. Altro che aiutiamoli a casa loro. Ogni due giorni appare un nuovo miliardario e l’1% della popolazione più ricca si è intascato l’82% della ricchezza prodotta in un anno. Mentre 789 milioni di persone sono in “povertà estrema”, cioè la fame assoluta (dati Osservatorio dei diritti, andateveli a cercare)
La coperta non è corta, è distribuita male: aumentano i miliardari e aumenta la povertà. Fatevi due conti e due domande. Se andate a magiare al ristorante, di solito alla fine non è che mangiate gratis, vi portano il conto.

Uomini, donne, bambini che scappano da guerre per le quali noi li abbiamo armati. E adesso? Vorreste forse starvene tranquilli dietro la vostra tastiera e sbraitare e sbranare in santa pace? Avete la soluzione in tasca?
A ciascuno le proprie responsabilità. Io non sto né con Salvini né con Saviano. Io dico soltanto che forse dovremmo smetterla di dar voce agli slogan che tornano utili a chi comanda impunito. Diamo voce ai problemi veri di questo paese, non andate in chiesa a battervi il petto dopo aver scritto un post razzista o dare fiato al vostro odio per una sinistra che ahimè non esiste più (e questo è il dramma), perché si rischia di essere patetici, oltre che – perdonatemi – un tantino ignoranti.

Stiamo camminando indietro come i gamberi, ed è ormai troppo tempo, è ora di svegliarsi.
Le famiglie del mulino bianco sono un’invenzione e noi siamo irretiti dalle invenzioni, ci piacciono, ci sono sempre piaciute, dormiamo un sonno drogato.

Adesso fatelo, andate a guardare nel vostro sacchetto, osservateli un attimo i vostri rifiuti. Ci troverete tante risposte a domande che non siete abituati a farvi, ma che sono necessarie come i dubbi che non arrivano mai. E i dubbi, guai a non averli.

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downloadNegli ultimi giorni l’articolo di Michele Serra (ambiguo o provocatorio lascio a voi il giudizio) ha scatenato il solito balletto di polemiche sui social e sui giornali. Non mi interessa qui ri-parlare dell’argomento. E’ che mi convinco sempre di più che a parlare di “scuola” dovrebbero essere soltanto quelli che nella scuola ci vivono tutti i giorni e sanno di cosa si sta parlando, soprattutto oggi.
Del fattaccio di Lucca rimbalzato ovunque, dai social ai tg, si è detto di tutto: punizioni esemplari, famiglie assenti, educazione che è andata a farsi benedire, l’autorevolezza degli insegnanti andata a male e via discorrendo. Una cosa e il suo contrario, a seconda di come la si guardi.
Io la guardo da insegnante e vorrei dire una cosa semplice: che al di là di tante parole, sempre le stesse quando emergono fatti di cronaca, esiste una sola, facile soluzione. Tanto facile da non essere mai – ma guarda un po’ – contemplata.
Se avrete a pazienza di leggere il racconto che pubblico di seguito, vi anticipo che non mi sono sforzata a inventare la storia di Vladimiro: l’ho infiocchettata, ma la vicenda che lo riguarda è vera.
Nel racconto che ne faccio, gli insegnanti (che stanno sullo sfondo, non mi interessava raccontare una situazione scolastica ma soltanto la storia di Vladimiro) sembrano essere inadeguati a comprendere il suo disagio e Vladimiro è potenzialmente pericoloso, potrebbe essere il sedicenne di Lucca e forse anche peggio. Il fatto che per quest’ultimo sia intervenuta l’autorità giudiziaria è una sconfitta della scuola, ma ATTENZIONE, non perché gli insegnanti siano inadeguati (che per carità, ci sono in giro e parecchi) ma perché vuol dire che per l’ennesima volta la scuola non ha alcuna credibilità (alla faccia anche del Ministro Fedeli che invoca le bocciature).
Il fatto è, o voi tutti che non avete mai messo piede in un’aula scolastica, che di Vladimiro ce ne sono a migliaia e se quello che si dice sull’assenza delle famiglie è vero, spesso il problema è che Vladimiro non ha proprio famiglia.
Qual è allora la soluzione semplice cui accennavo qualche riga più sopra? E beh, miei cari, sono più di vent’anni che ci ammorbano con le “riforme” che di ri-forme non hanno un bel niente. Ci hanno reso dei burocrati stanchi che a ogni tornata di nuovo ministro si sentono dire che devono “formarsi”, ci hanno rovesciato addosso quantità di competenze che non hanno nella pratica alcun valore se non quello di obbligarci a riempire carte.
Vladimiro ad esempio a scuola sarebbe un BES: un bisogno educativo speciale, ovvero avrà una programmazione che dirà che è un alunno in difficoltà e una volta che l’avremo scritto saremo ritenuti a posto. L’importante è che siano a posto le carte, come si dice spesso.
Vladimiro potrebbe essere anche un DSA, ovvero avere un disturbo specifico dell’apprendimento. Avete idea di quanti ne arrivino ogni anno in una classe con questo tipo di certificazioni? Iperattivi, dislessici, disgrafici, discalculici? E giù altre carte da riempire, altri “patti” da far firmare alle famiglie, altri impegni che assumiamo a trattare quei ragazzi secondo  i loro bisogni specifici. Peccato che ad esempio se la quantità dei DSA cresce esponenzialmente, noi non siamo dotati dei pc che la legge e le carte dicono dovremmo usare perché quelli sono ragazzi che non sanno scrivere, per dirne una.
E allora eccole le soluzioni semplici: invece di spendere miliardi in corsi di formazione inutili, a mantenere baracconi senza alcun beneficio, a finanziare l’INVALSI, etc etc., voi lassù (e anche voi che non avete mai messo piede in un’aula) sappiate che basterebbe soltanto che di Vladimiro in una classe ce ne fossero soltanto quindici, invece di 25, 28, 30, 32 e a volte 33.
Quelle sono condizioni in cui nessuno di noi può più lavorare, educare, seguire i ragazzi come meriterebbero.
Potremmo rendere Vladimiro un uomo, dargli gli strumenti per crescere adeguatamente, aiutarlo a scoprire ciò che vuole diventare e farlo diventare quel che desidera. Magari un latinista, invece che un manovale, perché è un fatto che questo sistema lo espelle dalla scuola. Allora però, poi non mi fate fare il corso di formazione sul disagio e la lotta alla dispersione scolastica con la psicologa che mi racconta le favolette indiane, perché lì, sappiatelo,  mi incazzo. Come mi incazzo guardando un video in cui un adolescente fa il gradasso con un insegnante impotente. Lo avete permesso, avete creato tutte le condizioni perché ciò accada.
Io, come migliaia di miei colleghi – perché esiste nei fatti una buona scuola, ben prima del genio della lampada  – a Vladimiro ci tengo, ma nelle classi pollaio si possono solo crescere batterie di polli destinati al banco del supermercato, buoni per consumare ed essere consumati.

Soltanto meno alunni per classe, questa sarebbe l’unica, vera cosa da fare. Ma se si facesse di che parlerebbero poi i Serra, i Crepet, le Mastrocola, le Tamaro e anche voi?

 

MI CHIAMO VLADIMIRO, HO SEDICI ANNI

È la sesta ora e non ne posso più. Lento è ancora lì alla lavagna che fa cerchi e triangoli, ma cosa c’ha nella testa? Se invece di darci le spalle si voltasse e si guardasse intorno si accorgerebbe di come vanno le cose. Stancanelli è al cellulare che gioca, Muraro chatta con la fidanzata, Mattei sta sprofondando nel sonno eterno. Non ce n’è manco uno ad ascoltarlo. A parte Ferraro e Muraca, che si sa, nella vita non hanno un cazzo da fare quindi studiano e sono i cocchi dei professori. In tutte le classi ci sono quelli come Ferraro e Muraca, che poi sono quelli che fanno sentire i professori onnipotenti, giusti insomma.
Le gambe sotto il banco mi tremano, sono già due volte che Vauro mi chiede di smettere. Dice gli sembra ci sia un terremoto e si impressiona.
Vauro è il mio compagno di banco, un tipo mica tanto sveglio. Uno spilungone con gli occhiali e gli occhi chiari che quando parla lo fa senza muovere le mascelle. Sembra sia mosso da un ventriloquo. Credo me l’abbiano messo accanto perché mi considerano agitato, per usare un eufemismo, così con lui non posso parlare. Cosa gli vuoi dire a uno che si chiama Vauro e sta impalato sei ore su sei?
Una volta gliel’ho anche chiesto da dove venisse quel nome strano, io pensavo di aver capito male, credevo si chiamasse Mauro. Invece no, ha specificato lui con aria da precisino, Vauro. Con la V. Poi ho capito a malapena che era il nome di suo nonno. Bella scoperta! Il novanta per cento della popolazione porta il nome del proprio nonno, è che io Vauro non l’avevo mai sentito prima.
Comunque tutto sommato gli è andata bene. Figuriamoci se il nonno si fosse chiamato che so, Evaristo o Ermenegildo.

«Allora, tutto chiaro?»
Lento si è voltato di scatto, nell’aula c’è stato un sussulto simultaneo, come un’onda. Tutti hanno fatto sparire i cellulari sotto il banco, via i giochi, il fantacalcio, le foto porno, le fidanzate in linea. Tutti con gli occhi puntati alla lavagna e i quaderni davanti. Mattei al secondo banco il sussulto non ce l’ha avuto. Si è addormentato proprio. Si è svegliato perché il compagno di banco gli ha dato una gomitata. Ha sollevato la testa e si è guardato intorno. Sembra una bertuccia intorpidita che ha avuto un brusco risveglio. Soltanto Ferraro e Muraca rispondono un sì convinto. Talmente convinto che il professore si va a sedere soddisfatto.

Ma quando finisce? Non ne posso più. Mancano venti minuti e sembrano un’eternità. L’ultima ora non passa mai.
«Allora per la prossima volta fate gli esercizi a pagina 238, dal numero 1 al 10.» Lento neanche alza gli occhi e passa dal libro al registro, dove va a segnare i compiti per venerdì, quando avremo il piacere di rivederlo per due ore di fila. Non si accorge che nessuno ha segnato niente, nemmeno abbiamo tirato fuori i diari, a parte Ferraro e Muraca ovviamente. Alcuni perché gli esercizi li copieranno da Ferraro e Muraca altri perché tanto c’è il gruppo su whatsapp dove se hai voglia puoi sapere anche quanti peli ha Lento sul culo (per la cronaca: non sono io maleducato, è che è proprio questo il linguaggio della chat).

Intanto si sono fatte le due meno dieci, se Dio vuole questa tortura sta per finire. Io sto seduto all’ultimo banco. Mi alzo e vado alla porta. Almeno comincio a sgranchirmi le gambe.
«Martena mancano ancora dieci minuti alla campanella, quindi va’ a sedere al tuo posto. E levati quelle cuffie!»
«Ma prof, mancano pochi minuti!»
«Martena ho detto vai a sedere al tuo posto. Immediatamente! Altrimenti giuro ti tengo qui altri dieci minuti dopo il suono della campanella.»

Eccolo il professor Lento, lento di nome e di fatto, che prova a fare il grosso con me mentre sono qui che fremo aspettando che suoni l’ultima campanella. E sì che lo sa che con le minacce ci vado a nozze.
Ora che ci penso però ho presentato tutti tranne me: mi chiamo Vladimiro Martena, detto Villi, che è il mio soprannome da sempre ma non chiedetemi perché, non lo so. È un po’ come il nome di Vauro. Ho sedici anni, bocciato una volta alle scuole medie, in terza per la precisione, sono il classico disadattato. Quelli come me hanno il marchio di fabbrica, ovunque vadano.
La mia specialità a scuola è collezionare note sul registro, le colleziono come trofei, in quelle non mi batte nessuno. A me della scuola non me frega un cazzo, ci vengo se no mi mandano i carabinieri a casa. Dicono che ho l’”obbligo”. E allora se mi obbligano a starci poi però non mi devono rompere le palle se “disturbo la lezione”, come recitano decine di note a penna rossa in mio onore.
L’ora prima di Lento abbiamo fatto italiano, non ho idea su che cosa fosse la lezione perché come al solito avevo le cuffie. Di nascosto ascolto sempre la musica. A un certo punto la prof mi ha interpellato. Io ovviamente non l’ho sentita. Così sì è avvicinata mentre io guardavo la pioggia cadere fuori dalla finestra.
«Martena.»
Sento una mano che mi scuote.
«Martena, dico a te!»
Io mi sono levato una cuffia e ho alzato la testa. L’ho guardata come si guardano gli extraterrestri credo, lei non si è nemmeno arrabbiata.
«Ma che fai, invece di imparare qualcosa ascolti la musica?»
«Mi scusi prof. È che non mi sento bene.» Ho farfugliato.
«Non è un buon motivo per starsene con le cuffie a dormire sul banco mentre c’è una lezione.»
Non sapevo cosa dire. Non so mai cosa dire quando mi colgono in flagrante. Più che altro credo sia perché non me ne importa niente.
La Bertini mi ha guardato severa poi si è girata ed è andata verso la cattedra. Sulla via del ritorno ha sparato la seguente frase:
«Il fatto è, cari ragazzi, che voi non volete capire che la scuola, lo studio, sono fatica. La scuola è una palestra, vi allena, perché anche fuori da qui domani sarà così. Fatica. E voi è con questa parola che non andate d’accordo. La vita è dura, in nulla si riesce senza soffrire. E badate che è dura per tutti. Solo lo studio potrà darvi delle sicurezze.»
Ecco, quando parlano così, io mi chiedo se recitano, se lo dicono perché lo devono dire o cosa. Insomma non è possibile che credano veramente a queste stronzate.
Fatto sta che mi è venuto da ridere. E ho riso. Sia chiaro, non una risata sguaiata. Una risatina, diciamo così, una cosa innocua. Però la Bertini mi ha sentito. Beccato. E lì si è arrabbiata.
«Martena che fai ridi? Sono cose che ti fanno ridere? Se tu avessi ascoltato la lezione avresti saputo che stavamo parlando di un poeta come Leopardi che è a voi che si rivolge. È a voi adolescenti che dice queste cose. Ma lui che fa? – si rivolge alla classe – lui ride – poi di nuovo a me – ma cosa avrai da ridere?»
«Niente, non ridevo per lei»
«E allora per cosa? Per Leopardi?»
«No. Però… insomma, vengo a scuola per sentirmi dire che la vita è dura? Che tutto è fatica? Ho sedici anni, prof, io mi voglio divertire.»
Ecco, mi ero tolto un bel peso dallo stomaco.
«E allora vai, Martena, vai a divertirti fuori. Così impari a essere insolente come il tuo solito.»
Mi sono alzato mentre lei prendeva la penna e annotava sul registro “Martena viene allontanato dall’aula perché si rivolge all’insegnante in modo insolente:” Le conosco a memoria queste formule. Sono cinque anni che le vedo e sono sempre le stesse anche se scritte da individui diversi.
Me ne esco, tra gli sguardi un po’ invidiosi dei miei compagni che continueranno a sentirsi le prediche della Bertini su quanto abbia sofferto Leopardi per rimanere a futura memoria.
Insomma stamattina mi sono beccato la quinta nota dell’anno, e siamo appena a dicembre.

La campanella ormai sta per suonare e io devo correre. Il suono dell’ultima campanella è l’unica cosa che mi piace della scuola. Sei ore con il culo su una sedia e sentire stronzate di cui non mi frega niente. Oggi piove pure porca vacca e devo andare a casa di mia madre che sta in centro. Devo camminare una mezz’ora buona a passo svelto prima di arrivarci. Quando arrivo là i giorni in cui esco da scuola alle due i miei fratelli sono già a tavola che mangiano, ma non è colpa mia se esco tardi e la scuola è in culo al mondo. A tavola ci sarà il solito piatto di pasta coperto con un piatto fondo, la pasta sarà già fredda e collosa da fare schifo, ma quando hai fame va bene tutto. Butto giù con il fiatone e punto.
Anche mangiare, tocca farlo di corsa. Mia madre se ne sta lì in piedi davanti alla lavatrice in preda all’ansia perché non vede l’ora che finiamo e ci leviamo di torno.
Il pranzo da mia madre è a tempo, come una bomba ad orologeria. Alle tre, massimo tre e mezzo, dobbiamo essere fuori da casa sua.
Dice che deve pulire tutto per bene prima che arrivino le “clienti”. Secondo lei a sedici anni mi bevo la storiella che fa la manicure, cioè che farebbe belle le mani e lisci i piedi delle signore bene di questa città, a casa sua.
Io lo so cosa fa mia madre. Fa la puttana. Ecco perché ha fretta di mandarci via. Riceve i “clienti” di pomeriggio. Come l’ho saputo non importa, non è stata una bella scoperta. Devo ammettere che molte volte ho avuto la tentazione di nascondermi e spiare gli uomini che si scopano mia madre, ma poi non l’ho mai fatto. Alla fine mi sono convinto che è un lavoro come un altro.
In fondo non me ne frega niente da dove vengono quei quaranta, a volte cinquanta, euro che mia madre mi dà ogni settimana, che per quattro fanno circa centosessanta euro, nel senso che io sono il secondo di quattro figli maschi: Mirko ha un anno più di me, poi c’è Alberto che ne ha dodici ed Enzino che ne ha nove e tra noi è quello che ha sofferto di più quando mia madre se n’è andata, più di un anno fa.
A dire il vero anch’io l’ho odiata, anche se poi quando ho cominciato a vedere qualche soldo ho pensato che in fondo era meglio così. La nostra casa, quella in cui siamo rimasti a vivere con mio padre, non è neanche una casa, è una vecchia catapecchia di pietra alla periferia di questa città.
Mio padre è disoccupato da tre anni e come se non bastasse è pure invalido, ha le gambe mosce e per muoversi deve usare le stampelle, non ho mai capito bene perché. È così da quando sono nato.
Comunque mia madre ha fatto bene a lasciarlo, è uno schifo d’uomo, quando non è pieno di vino è pieno di birra. O dorme o beve. O in alternativa si incazza con noi perché sa che mia madre ci dà dei soldi e a lui quelli che prende da non so dove non gli bastano per ubriacarsi tutto il giorno.
All’inizio ho pensato che ci stava che mia madre se ne andasse per via di mio padre, erano sempre urla e botte, ma non capivo perché avesse abbandonato anche noi.
Poi però dopo ho capito. Mia madre s’è sistemata mica male, s’è fatta un appartamento piccolo ma decente, e di sicuro con il lavoro che fa non ci può tenere con lei, almeno questo mi piace credere perché a dirla tutta non so se vorrebbe farlo, visto che a parte darci da mangiare a pranzo e allungarci qualche soldo non si preoccupa un granché di quel che facciamo. Per il resto dobbiamo arrangiarci. Lei non chiede mai niente, né della scuola, né della salute, né dei cazzo dei problemi che hanno gli adolescenti che ormai tutti ne parlano tranne lei. Persino la strizzacervelli della scuola dove mi hanno spedito un paio di volte.
In effetti l’unico motivo per cui vengo a scuola tutte le mattine è che non mi va di stare in quella cazzo di casa che puzza, a scuola mi rompo le palle ma almeno non c’è quella puzza di vino e sudore che c’è a casa mia. Né c’è mio padre, che a vederlo, con quelle stampelle e la pancia che sembra una mongolfiera, non è che faccia una bella impressione.

La campanella ora sta davvero per suonare e io come ho detto se voglio mangiare devo correre.
Prima di congedarmi però voglio farti i miei complimenti.
A chi, mi chiedi? Ma a te, sì, proprio a te. A te, lettore che stai leggendo e sei arrivato fin qui. Complimenti.
Però anche tu non hai capito niente, come tutti del resto. Tu sei convinto che io sia uscito dalla mente di quella che qui sopra ha messo il suo nome, come la chiamate? Autrice? Invece ti sbagli. Lei c’ha messo solo le parole giuste per far tornare i discorsi (non le cose, che quelle comunque non tornano).
Ma io. Io. A te che mi leggi. Te lo devo dire. Sappi che io sono vero.

La campanella è suonata, io devo andare, anzi, devo correre. Nella foga di uscire ho spintonato qualcuno, non so manco chi. Sento il professor Lento alle mie spalle che sta urlando….
«Martena, sempre il solito, sei proprio un animale!»

Fanculo Lento, tu e tutti gli animali come te.

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Un paio di volte all’anno con un gruppo di amici con i quali trascorrevo l’estate da ragazza ci incontriamo, pur vivendo sparsi per l’Europa. Ieri – giornata del meeting, come lo chiamiamo – grazie a uno di noi siamo andati a Riace.
E’ una bella giornata di sole, a Riace si arriva salendo per una strada stretta che si inerpica sulla collina, in questa stagione i prati sono verdi e pieni di fiori. Noi in macchina parliamo e ridiamo, come accade sempre quando ci ritroviamo.
A Riace ci aspetta Mimmo Lucano, il sindaco, un uomo che ormai da più di quindici anni si è dedicato anima corpo sangue e sudore al suo progetto di far rivivere il suo paese natale ormai per lo più abbandonato. Con questo progetto, riuscito, è diventato suo malgrado famoso, suo malgrado nel senso che se lo senti parlare ti accorgi che la notorietà e l’interesse di personaggi famosi come, per citarne uno, Wim Wenders, non l’hanno minimamente scalfito. Parla come un fiume in piena.
Tuttavia non è lo stesso Mimmo Lucano che andai a sentire due anni fa all’Abbazia di Corazzo, in occasione della manifestazione “Una montagna di pace”. Ci porta al piccolo bar e ci offre il caffè. Fuori sul porticato ci sono seduti anziani che parlottano al sole.
La prima cosa che dice è che è stanco, che la sua famiglia si è disgregata, se ne sono andati tutti. Non sa che fare, sua figlia non sta bene, avrebbe bisogno di lui. La tentazione di mollare tutto è forte.
Poi però ci dice “andiamo a vedere” e non appena si muove realizzi che quell’uomo “é” il suo sogno e per quanto provato cammina con passo spedito verso il suo villaggio, ansioso di mostrarci cosa accade a Riace.
Entriamo così nel villaggio globale, dove parte delle vecchie case di emigranti che non sono più tornati e ridotte a catapecchie sono state restaurate e dove sono stati creati laboratori e botteghe.
20180330_120224Entriamo nella prima: il laboratorio di tessitura con i vecchi telai, ci sono due donne giovani e un bimbo bellissimo in una carrozzina. Una parla solo francese, l’altra nel suo italiano stentato ci dice che è scappata dal Camerun, marito morto, un figlio del quale non ha più notizie perché preso dalla famiglia di lui. Mimmo ci dice che Becky Moses, la ragazza di 26 anni morta tra le fiamme nell’incendio di Rosarno stava qui, lavorava qui. A dicembre aveva ricevuto un diniego alla richiesta d’asilo e aveva dovuto lasciare Riace, nonostante lui si fosse battuto e opposto. Era finita nel ghetto di Rosarno e lì è morta.
Cos’ha fatto Mimmo Lucano a Riace? Si è inventato una moneta di carta, i migranti che arrivano possono spenderla nei negozi, i quali poi verranno saldati con i soldi dei finanziamenti.
Cos’ha di particolare il sistema Riace? In primo luogo ha ridato vita a un paese ormai morto: i bambini sono tornati a scuola, un medico in pensione fa volontariato e hanno aperto un ambulatorio medico, sono stati creati laboratori per aprire le botteghe e creare economia. In poche parole non assistenza, ma accoglienza. Il primo passo verso un’integrazione reale. A Riace i migranti lavorano insieme ai volontari e alle persone del posto, non sono relegati in strutture ghetto, fuori dai centri abitati perché nessuno li veda e nessuno possa sapere come vivono con quei famosi 35 euro che lo stato paga provvisoriamente per loro. Qui insomma con il loro carico di storie pesanti hanno ripreso a vivere, ad abitare case, a mandare i figli a scuola. ad avere una possibilità.
Mentre visitiamo le botteghe Mimmo parla, parla. Non si dà pace, ci mostra quello che fanno e ci chiede: perché a me hanno mandato un’ispezione? Perché devo subire un procedimento penale sostanzialmente sulla base di un sospetto, ovvero come fa Mimmo Lucano a mandare avanti progetti su progetti e fare quello che sta facendo con quei famosi 35 euro? Perché è da qui che parte tutto. Come fanno a bastargli? Lo hanno accusato di parentopoli: sua moglie è andata a vivere altrove e ora fa le pulizie in una scuola, i due figli se ne sono andati. La sua vita personale è il prezzo che ha pagato.
Entriamo verso l’ora di pranzo nella casa di Donna Rosa e diciamo che però il pranzo lo vogliamo pagare. Già prima in una bottega abbiamo preso delle cose che non ha voluto che pagassimo: “soldi, soldi, siete abituati a comprare tutto”, ci ammonisce. Ovviamente non paghiamo.
Dopo ci porta vedere il progetto per la raccolta rifiuti porta a porta, un terrazzamento dove sono state costruite casette nelle quali stanno gli asini che portano in giro per la raccolta, stanno terminando una parte che servirà per il riciclo. Da qui ci mostra la casa dove è stato Wim Wenders. In fondo si vede il mare, tra le gole delle montagne.
Andiamo poi alla sede dell’associazione, guardiamo il film, Il volo, io non l’avevo mai visto, lui si va a sedere in un angolo e da una scatola prende delle banconote e le divide, fa dei mucchietti per noi.
Poi ci sediamo intorno al tavolo, le tessere del mosaico del suo sfogo cominciano a comporre l’immagine chiara: ci legge la relazione degli ispettori che gli hanno mandato a trovare l’inghippo per metterlo in un angolo, ma la relazione ha parole di elogio di ciò che a Riace è stato realizzato. Ma la cosa strana è che questa relazione, che gli era dovuta, a lui non l’hanno mandata, ha dovuto richiederla alla procura per averla. Non solo, i finanziamenti sono bloccati, a tutti hanno liquidato il 2016 e stanno liquidando il 2017, a tutti tranne che a Riace. Finanziamenti bloccati senza uno straccio di motivazione, senza una carta che dica perché. Loro continuano a telefonare e nessuno risponde.
Tutti siamo basiti, ma tutti ci diamo la stessa spiegazione: prima la domanda, a chi dà fastidio Riace, poi la risposta. Qui è stato dimostrato che con i pochi finanziamenti (perchè stiamo parlando di decine di migliaia di euro, non centinaia) si possono fare un sacco di cose partendo dall’idea che i migranti non sono affari o merce di scambio, ma esseri umani (cosa che lui ripete ossessivamente, non si dà pace) non è che ne spendi 15 per mantenerli fino a che qualcuno non gli dà un calcio in culo e ti trattieni il resto con sistemi facili da intuire (fatturazioni false, false consulenze e così via)
E’ provato: si vede e si sente.
Da ultimo andiamo a visitare il frantoio: dovrebbe partire a settembre, un macchinario imponente. L’idea è di ridare vita agli uliveti abbandonati e cominciare a produrre anche l’olio.
Si sono fatte le sei e mezza, ci avviamo. Mentre usciamo dal villaggio globale c’è la chiesa, gli altoparlanti diffondono la funzione del venerdì santo. Neanche la chiesa, diciamo la verità, vuole bene a quest’uomo che il mondo ci invidia, il perché è fin troppo facile da intuire. Mentre penso che in fondo è un Cristo di oggi, lui sta raddrizzando un dipinto sul muro di una bottega “Gli aquiloni di Islamabad”, lo guarda e mi dice: bello vero? Annuisco, sì, è bello.
Lo salutiamo abbracciandolo, lo ringraziamo per la giornata e più o meno tutti gli diciamo che quello che ha fatto a Riace non può morire, che uno che è ha riscosso la sua fama troverà voce e voci a sostenerlo.
Mentre raggiungiamo la macchina notiamo un gruppo di adolescenti che ridono e scherzano, non hanno la pelle di un solo colore.

Intanto la Rai ha prodotto una fiction con Beppe Fiorello che da quando questa storia è iniziata è rimasta bloccata, non è andata in onda, chissà perché. In compenso tra qualche settimana a Riace ci sarà Roberto Iacona che ne farà il suo racconto.
Io, nel mio piccolo, se siete arrivati a leggere fin qua vi chiedo di condividere questo racconto, di fare uso buono dei social per fare passaparola, perchè una voce si perde, tante voci gridano e arrivano lontano. Grazie fin d’ora a chi lo farà.

Un amico ha detto a Mimmo: tu incarni il nostro sogno degli anni ’70. Noi abbiamo solo sognato, tu l’hai realizzato.

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Un articolo che spiega abbastanza bene
http://www.repubblica.it/venerdi/articoli/2017/09/26/news/sindaco_riace-176573285/

UN TEMA

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Fuori ricomincia a piovigginare e oggi è una giornata un po’ così. Malinconica.
Poi accade che ricomincio a correggere il plico dei compiti e ne sfilo uno, lo leggo, lo correggo e mentre scorro le righe mi rendo conto che a volte i temi dei ragazzi sono incredibili atti di fiducia.
Si parla di abolire il tema, di adottare i riassunti, di incentrare l’attenzione sulla comprensione del testo. Tecnicamente è giusto e sacrosanto.
Però è anche vero: come farei io a scovare gli animi inquieti, quelli che hanno bisogno di un’attenzione diversa, senza conoscerli? Perché è anche questo che noi insegnanti di Lettere a volte facciamo, è attraverso di noi che passano le menti e quello che c’è dentro, nel profondo, non perché siamo diversi, semplicemente perché a noi talvolta scelgono di rivelarsi: hanno davanti un foglio bianco e l’occasione di raccontarsi e spesso di raccontare quella parte di sé difficile da svelare perfino ai compagni.
Per questo ho deciso di condividere degli stralci di questo tema, perché se da un lato il testo di questo ragazzo mi ha intristito, e molto, dall’altro non sapevo dove stava e ora lo so.
Dopo più di vent’anni ancora di fronte a certi testi mi commuovo e non è il mio innato istinto di crocerossina o, peggio, quello materno (me lo sono sentito rimproverare più di una volta da qualche collega, con una certa mancanza di tatto), è proprio che credo nella mia professione. So per esperienza che se un ragazzo scrive un tema così, qualcosa ti sta dicendo, di sé, del suo mondo, della sua solitudine. E tu che fai? Gli dai un voto e ti volti dall’altra parte? Non io.
Forse sbaglio, e ad ogni modo (anche se può sembrare inopportuno, ma lo faccio nella piena convinzione che non lo sia) questi sono stralci del tema. Voglio precisare che sono come lui li ha scritti. Finora per me lui (sono la sua insegnante da settembre) era soltanto uno che scriveva maluccio, con molte carenze, come si sottolinea nei temi.
E a voi adulti chiedo: quale la responsabilità? Dove si ferma quella di un’insegnante?
“Oggi tutti siamo tecnologici, ma la mia generazione – quella del 2000 – è stata rovinata dai social network e ne parlo da testimone. Si va dal lecchinaggio all’umiliazione della persona. Hanno attaccato le nostre menti, perché in un’età in cui ancora non si pensa con la propria testa, quando si può essere plagiati facilmente.
In poche parole hanno creato un gregge di pecore in cui la società ha il ruolo del pastore, hanno creato uno spettacolo di marionette in cui il burattinaio muove i fili e dice cosa indossare, cosa mangiare, come comportarsi, come parlare. Così con una mano ti danno i soldi che dovrebbero servire per vivere e infilano le altre cinque dita nel nostro portafogli, imponendoci cosa comprare per essere all’altezza, siamo tutti omologati.
Fin da piccolo mi sono dovuto abituare a rinunciare a tutto perché a casa arrivavano sempre pochi soldi. Quando sei un bambino queste cose ti pesano, arrivi a invidiare gli altri. Crescendo queste cose pesano ancora, ma capisci di essere impotente. Ma quello che ti fa soffrire non è più la mancanza di beni materiali, ma il fatto di non poter coltivare appieno i propri sogni. La cosa che più mi fa incavolare è quando vedi persone che hanno tutte le possibilità di questo mondo e non combinano niente, mentre io che ho intenzione di realizzare un piccolo sogno devo fare sacrifici su sacrifici per avere una piccola possibilità di riuscita.
Un’altra cosa che mi fa incavolare sono le persone che ti allontano perché non vesti firmato o solo perché pensi con la tua testa. Non è bello quando degli stupidi pregiudizi ti allontanano e magari più cerchi di avvicinarti a loro più vieni respinto. Ci resti male, ti chiedi se la colpa è tua.
E’ così che ho preso la decisione di isolarmi, e forse è una cosa negativa, anzi spesso lo è, perché ho pensieri che mi fanno odiare il mondo intero. Questo avviene di notte, quando inizi a pensare come sarebbe bello se, come sarei felice se, finchè non torni nel mondo reale e capisci che è tutta un’illusione.
A volte apprezzi la solitudine, è come guardare le cose da un altro punto di vista, da un’altra prospettiva. Allora inizi a notare persone, particolari di ogni singola cosa, e ne sei felice.
Mi rendo conto d’essere andato fuori tema, d’altronde non mi importa più del voto, non è un voto che stabilisce la propria intelligenza.
Concluderò dicendo a chi dice che i soldi non fanno la felicità che sbaglia di grosso: è semplicemente una persona che non ha provato la povertà, perché senza soldi si litiga e si vive male, ne sono testimone tutti i giorni nella mia famiglia.
In questo mondo tecnologico nel quale abbiamo tutte le comodità e vogliamo essere uguali agli altri non possono mancare i soldi, perché fanno la differenza, fanno la felicità, la fanno eccome.”
Ho trovato questo testo di una dignità che mi ha commosso. Non credo che da domani lo guarderò come ho fatto fino a ieri. Questione di complicità e di rispetto.

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E’ da qualche giorno che medito di scrivere ciò che penso alla vigilia del prossimo voto del 4 Marzo. Lo faccio qui e lo archivio tra i passi liberi del mio blog personale perché su fb, dove mi pure mi piace ogni tanto dire la mia, mi rendo conto che è sempre più difficile farlo senza essere attaccati o fraintesi.
Mai come in quest’ultimo periodo sento parlare di “politica”: quando entri nel bar a prendere un caffè, quando cammini per strada e ci sono persone lì ferme a chiacchierare e capti frammenti di discorsi, al supermercato, nelle case, nei luoghi di lavoro, ovunque.
Questo tuttavia non accade perché cresce la partecipazione. Mi sono fatta l’idea che accade perché tutti in casa abbiamo una tv dove oramai i politici sono guest star a qualsiasi ora del giorno e della notte. Non siamo noi che andiamo verso la politica perché ci teniamo, ci interessa o ci crediamo. E’ la politica che invade i nostri spazi, i nostri tempi, le nostre case e in definitiva le nostre menti.
Avverto nei discorsi molta disillusione, talvolta amarezza, delusione e una tale stanchezza che le posizioni in prevalenza sono in sostanza tre: o la rassegnazione del non voto (tanto sono tutti uguali) o l’idea che o la va o la spacca (voto i 5Stelle perché se dobbiamo affondare tanto vale azzerare tutto e poi vedremo, tanto peggio di così non può andare) o l’idea che la propria appartenenza politica consapevole sia in assoluto la migliore, quindi cosa vuoi capire tu?
Devo dire che tra le tre trovo fastidiosa proprio quest’ultima: sono lontani i tempi dei confronti, della dialettica, della discussione e quindi dell’approfondimento, tutto si riduce a uno scontro presuntuoso in cui o stai con me o sei contro di me e se sei contro non capisci niente. I toni sono il segno dei tempi della politica mediatica, fatta con i tweet e i post su fb.
Molti intorno a me dicono che non andranno a votare, cosa che ritengo in ogni caso decisamente sbagliata.

Io vorrei raccontare quello che negli ultimi tempi è successo a me.
La politica è sempre stata tra le mie passioni, non l’ho mai fatta attivamente, tranne in gioventù, ma di certo mi accendo ancora adesso per le cose in cui credo.
Da quando sono tornata a vivere in Calabria mi sono avvicinata a Sinistra Italiana con la voglia di “fare qualcosa” perché non appartengo in ogni caso alla categoria di quelli che stanno sul divano a dire che non si può più credere a niente e nessuno.
Mi capita di essere attaccata perché a volte (forse molte volte) sono un’antirenziana della prima ora che non perde occasione per criticare il capetto PD. Di solito l’accusa è del tipo: non attacchi la destra e attacchi la sinistra, la veemenza con cui attacchi Renzi dovresti usarla per altri e peggiori bersagli.
A volte la saccenteria che ritrovo in amici e conoscenti del PD, devo dire che non ha pari: la colpa dello sfascio sarà la vostra, se vincerà Salvini ce l’avrete sulla coscienza, se i 5 stelle che non sapranno governare andranno in Parlamento ne pagheremo le conseguenze e tu che punti il dito sarai colpevole. Tutto sempre basato sulla contrapposizione, sull’idea di voto utile, di governabilità, del meno peggio e via discorrendo
Non sto qui fare la storia di Renzi, della sua ascesa politica, del suo porsi come accentratore, del rottamatore che ha portato un partito che già il ruolo della sinistra lo aveva perso verso una deriva ancor più liberista della destra (perché votare le copie se puoi votare l’originale?)
Da insegnante posso fare un esempio: se nella scuola scioperano il 95% dei docenti contro una legge che la credibilità della scuola ha finito per sfasciarla, tu che sei promotore di quella legge (e Walter Tocci, DEL PD lo ha detto, ripetuto e scritto – riportando l’iter di quella “riforma” nel suo La scuola le api e le formiche, Donzelli Editore) qualche autocritica la fai o no? NO, la legge è stata approvata, così com’era, con il risultato che ha perso anche il referendum sulla Costituzione che voleva cambiare. Dunque? Evviva la democrazia? Ma cos’è la destra cos’è la sinistra, cantava Gaber.
Come potrete votare, per dire, Casini – uno che è andato a destra e sinistra andata e ritorno – a Bologna?

È poi successo che in vista delle elezioni SI si è unita a LeU e la cosa sulle prime mi è parsa perfino buona e giusta (con le dovute riserve, ad esempio D’Alema… beh, anche no)
Con la formazione delle liste però, anche il meccanismo di LeU non è stato quello che, almeno io, mi sarei aspettata: dal basso, espressione dei territori. Le candidature sono state decise dall’alto e blindate.
Nello stesso periodo mi è capitato di partecipare ad un incontro pubblico di Potere al popolo, sono curiosa di natura, sono andata lì per ascoltare, a cercare di capire cosa stesse succedendo.
Ebbene, mi sono trovata in mezzo a giovani (ma non dicono che non hanno più interesse per la politica?), ragazzi, ragazze, e la prima a prendere la parola è stata una diciottenne e udite udite parlava di politica, come riportarla tra i suoi coetanei disinteressati, cosa fare, come attrezzarsi.
Molti di quei “giovani” per la verità sono persone che la politica la fanno da anni, ma in altro modo: nelle associazioni, nell’impegno in difesa dell’ambiente, nel tornare alla terra in questa terra dove se vuoi lavorare te ne devi andare, nelle carceri, negli sportelli di assistenza medica gratuita. Tante realtà che esistono perché ancora qualcuno crede in qualcosa che si chiama solidarietà, in un mondo in cui ormai tutti ci facciamo gli affaracci propri e dove le differenze sono sempre più grandi: poveri e ricchi, bianchi e neri, meritevoli e raccomandati figli di papà.

Un paio di settimane dopo sono tornata nello stesso posto in occasione della presentazione delle liste e sapete come ha esordito colui che coordinava l’incontro? Noi siamo quelli a cui è stato derubato il futuro.
Io, lì nel mezzo, mi sono all’improvviso sentita vecchia e responsabile, e tutto quello che ho sentito quella sera (giovani ricercatori universitari, precari di ogni genere, tutti) era vero. Vero e sacrosanto.
Ed ho avvertito anche una sorta di scossa elettrica che attraversava la sala, era da tempo che non la sentivo: una voglia, un impeto, un entusiasmo che ho vissuto come un dono.
Sarò un’idealista, ma quello che ho pensato tornando a casa è stato che non se ne può più della disillusione, del catastrofismo, della politica pensata come “ciò che è utile” anziché come risposta ai bisogni reali delle persone: uomini, donne, bambini, tutti.
C’è un progetto che inizia e non finirà certo il 4 marzo, perché si sa che i risultati non pagheranno, ma è un progetto che andrà avanti.

Io confesso di essere un po’ stanca per mettermi in gioco attivamente, questo riguarda la mia vita personale, ma sono fermamente convinta che abbiamo un debito da saldare con il futuro: la speranza di riprendere un cammino che ridimensioni gli squilibri sociali ed economici, che ci rifaccia fare un passo indietro perché stiamo distruggendo il mondo, la fede, la natura, noi stessi.
C’è bisogno di dignità, di rispetto e lavoro (come diceva Pertini, senza giustizia sociale non ci può essere libertà e questo è e dovrebbe essere l’unico valore della sinistra), di farla finita con le crisi che pagano soltanto i deboli, i lavoratori, un ceto medio ormai impoverito e i precari ai quali si dice meglio precari che niente.

Ci sono dei punti del programma che non mi convincono, ma questo non è importante. Credo sia importante riprendere a respirare e intravedere un futuro diverso da quello che si prospetta per milioni di giovani che ci stanno alle spalle.
Io ho deciso di voltarmi indietro e riprendere a camminare, convinta come sono che la speranza è, prima di tutto, un dovere morale.

Per questo voterò Potere al Popolo.

 

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Mi sono messo nei tuoi panni. Ieri sono andato al supermercato e ho comprato un secchio nuovo, quello che c’era in terrazza era ormai un rottame,  roso dal caldo e dal sole di quest’estate.
Ho anche comprato uno straccio e un detersivo disinfettante, almeno così dice l’etichetta. Non potendo disinfettare il sangue nel quale ancora circola la vita di ieri , ho pensato che era l’ora di lavare questi pavimenti che calpesto ogni giorno da quando te ne sei andata.
Ho anche messo le lenzuola pulite al letto, dopo quasi due mesi.
Non l’avevo fatto perché speravo tu tornassi e sapevo che sarebbe stata la prima cosa che tu avresti fatto. Avresti messo tutto in lavatrice e li avresti stesi al sole e nel letto la notte ci sarebbe stato profumo di fresco e di pulito.
Ma non sei tornata.
Così mi sono armato di pazienza e l’ho fatto, devo dire decentemente. Ho anche aggiunto una coperta, che qui la notte comincia a essere più freddo. L’ho trovata in garage, in una cassapanca, c’erano certe strisce sparse qua e là che odoravano vagamente di lavanda.
Sono tante le cose che devo cercare, ero convinto di avere tutto sotto controllo, ma ci sono mille piccole cose delle quali non m’importava e che adesso mi accorgo sono necessarie.
E pensare che tra i due eri tu quella distratta, la smemorata. Non trovavi mai niente, dimenticavi dove avevi lasciato le chiavi, le carte di credito, gli occhiali. Io ero l’antidoto alla tua distrazione. Perfino le medicine dimenticavi di prendere.
Mi sembrava fosse questo il senso della vita a due, quando con il tempo si diventa l’uno il supporto dell’altro. Ma la vera questione è che pensavo di essere io a guidare la baracca. La mia, la tua, la nostra vita.
Adesso mi guardo intorno e tutto è capovolto. Ogni regola, ogni abitudine, ogni sentimento è sovvertito, costretto come sono a misurarmi con una prospettiva fatta di solitudine e di vuoto.
Stamattina, ad esempio, ho fatto la doccia. Mi sto sforzando di tenere pulito, ma i bordi stanno diventando neri, ho notato lingue di calcare che si stanno allungando minacciose lungo tutto il perimetro. Le pareti sono un mosaico opaco di gocce che lasciano implacabili le tracce del loro passaggio. Tu lo dicevi sempre. Io non sopportavo che nei fine settimana tu sprecassi il tempo in quelle pulizie idiote. Rispondevi che qualcuno doveva pur farlo. Ribattevo che nessuno lo chiedeva.
Adesso risento la tua voce “Se non lo facessi più – dicevi – forse ti accorgeresti che qualcuno lo deve pur fare.”

Avevi ragione. Adesso mi accorgo della differenza. Quelle macchie odiose danno la misura dei giorni che passano. Dell’ingiuria del tempo. Sto facendo del mio meglio per non lasciare andare tutto in malora.
In cucina con le pulizie ho maggiori difficoltà, forse per via dell’uso, visto che devo mangiare almeno due volte al giorno. Al supermercato ho anche comprato un detersivo sgrassante. L’ho usato, ieri, non risplende come promette la pubblicità ma quanto meno – dopo aver sommato nelle ultime settimane incrostazioni e patacche – è pulito.
Un po’ come il cuore, il mio. Almeno è quello che ho pensato strofinando le chiazze di caffè, le gocce di sugo rosso di pomodoro, il bianco latteo dell’acqua dopo che c’hai cotto il riso. È sorprendente ci siano preparati chimici che dosati in piccola quantità su spugnette abrasive possano cancellare qualsiasi cosa. Sarebbe così difficile inventare qualcosa di simile anche per gli esseri umani con il nostro livello di progresso?
Lo so, nel mondo scoppiano bombe all’improvviso, ci sono bambini in mezzo alle guerre, ho perso amici spazzati via dal cancro. Insomma, c’è di peggio. Io sono vivo, e almeno fisicamente sto bene.
Solo che è dura svegliarsi ogni giorno e prepararsi a una quotidiana resa dei conti. Lo ammetto, non ero preparato a tutto questo. Le foto, ad esempio. Sono là dove sono sempre state, eppure basterebbe nasconderle, levarle di torno. Io invece non ho cambiato di un millimetro la disposizione degli oggetti. È tutto lì esattamente dove stava. A parte la polvere, quella sì sta cambiando l’aspetto delle cose. Però la polvere non mi dispiace, è come se pulviscolo dopo pulviscolo si depositasse ovunque, con leggerezza. Arriva a coprire ogni cosa e la protegge, la pone in uno stato di attesa.
Anche per questo tengo le finestre chiuse, perché l’aria non la sposti. Sì. Le finestre è bene siano chiuse. E’ così che proteggo la polvere, la mia vita, la tua.

Perché tu torni. Lo so che torni.

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13 gennaio 2013 alle ore 21:43

 Non ricordo bene che giorno fosse, uno della fine dell’anno 2009. Natale era passato e Capodanno era alle porte.

Mi aggiravo nella casa semibuia come un’ombra muta. Poi ho cominciato ad accendere tutte le luci, ad una a una ho illuminato tutte le stanze, nel vano tentativo di affogarci dentro, tutte o una sola non avrei saputo; forse avrei scelto quella nella quale ero cresciuta. Lì dentro c’erano tutti i miei vent’anni. Il vecchio armadio di legno scuro.
“Questo lo mettiamo in camera tua”, aveva decretato mia madre.
“Come in camera mia? Sto’ catrabbio??”
Ero arrabbiata, non mi andava, proprio non mi andava che l’armadio della vecchia camera da letto dei miei finisse nella mia. E siccome non mi piaceva, la prima cosa che ho fatto è stata prendere dei colori, per giunta inadatti, ad olio, e su un’anta ho dipinto un enorme fiore giallo e rosso, con le foglie verdi. Una cosa orribile. Come rovinare un vecchio armadio e poi darti della cretina. Ma tant’è, il danno era fatto.

Guardo il fiore, poi lo specchio, dentro c’è il riflesso del mio letto.
Questa è l’ultima notte che passo qua dentro. I miei bagagli sono pronti. Domani riprendo il treno e vado via. Come decine di volte negli anni. Ma questa volta è diverso.
Percorrendo il corridoio ce l’ho con mio padre. Avrebbe potuto comprarla questa casa, ma lui era così. Un uomo d’altri tempi, tutto d’un pezzo. La casa che avevamo abitato da sempre apparteneva al Ministero di Grazia e Giustizia. Per mio padre, Cavaliere dello stato, era una specie di chiesa. Non si chiede, si è grati, si sta in silenzio, non si imbroglia e soprattutto non si mischiano le carte. Non si approfitta mai, perfino quando avrebbe potuto. Mai.
Ora che è morta mia madre la casa se la riprendono.

Vago per il corridoio ed entro nello studio: la libreria e la scrivania  le prenderà mio fratello, sul divano qualcuno ha già sparso dei libri. Mi metto a rovistare: ci sono libri di scuola, una grammatica greca, una vecchissima versione dell’Iliade, nera con le scritte gialle e rosse. Sfoglio qualche libro. Li rimetto a posto. Io ho deciso che l’unica cosa che porterò via sarà il battipanni di mia madre, quello di legno. Non voglio altro. Solo perchè mi piace e non se ne trovano più così.

A un tratto, mentre scorro i libri, nell’ultimo ripiano in fondo a destra, tra un libro e l’altro, non so come, la vedo. E’ un’agendina piccola, vecchia, nera. La prendo, pagine piene di una  scrittura minuscola e fitta. Riconosco la scrittura illeggibile di mio padre sulle pagine ingiallite.

1943

Sono emozionata, me la rigiro tra le mani. Quanto tempo è che questa cosa ha girato per casa? Quante case ha cambiato? Quante ere ha visto? Come mai è finita qui? Io la conosco mia madre, fissata com’era coi cimeli, se questa l’avesse vista sarebbe stata nel suo comodino, in una busta con il rosario e le immaginette della Madonna e di Santa Rita, la santa dell’impossibile, diceva sempre, quella a cui puoi chiedere qualsiasi grazia.

Leggo: “primo giorno dell’anno… trascorso sotto la vita militare, mentre il santo natale l’ho trascorso a casa, il Capodanno sotto le armi, nella Caserma “A. Guidoni” in Benevento

Sorrido: eri così preciso.
Continuo a leggere, qualche pagina dopo: “mentre tutti i giovani fanno una vita spensierata per me non è la stessa cosa. Vado a casa e subito ritorna il buon umore.. Perché? Eppure a casa la mia vita non è facile, non riesco a capire perché qui debba avere questa malinconia. Questo è il mio carattere. Pazienza. Per non prendersela bisognerebbe essere filosofi. Purtroppo la pazienza non è il mio forte.”

1943: mio padre aveva 22 anni, stava finendo la guerra, lui l’aveva vista poco, si vantava sempre di non aver mai sparato un colpo. Era distaccato in Puglia in qualche ufficio, non so bene.
Mi sembra incredibile. Chiamo mia sorella, le dico: lo sai cosa ho trovato?

Il giorno dopo, in treno, quel diario l’ho letto tutto. In alcuni punti la scrittura è a lapis, quasi andata, comprerò poi una lente di ingrandimento per poterla decifrare.
Dentro c’è la storia di mio padre: l’ansia che lo divorava per la lontananza dalla sua famiglia. Sua madre era morta che aveva appena 11 anni quando lui era il più grande di 6 figli. Poco dopo mio nonno li aveva abbandonati e se n’era fatta un’altra di famiglia. Da quel momento mio padre aveva sempre lavorato  e fatto di tutto, ma la cosa strana è che non smise mai, mai, di inseguire suo padre, di volere a tutti i costi che fosse un padre per i suoi fratelli. E lo comprendo leggendo queste pagine. Il suo pensiero fisso era obbligare suo padre a fare il padre.
Forse per questo per tutta la vita quest’uomo ha fatto da padre a tutti: ai suoi fratelli, ai fratelli di secondo letto, a noi. E persino a suo padre. Prima che morisse lo costrinse a riconoscere un figlio illegittimo, me lo ricordo quel giorno, al funerale, questo nuovo zio venuto da Roma.

Finalmente ho ricevuto due lettere da casa. Una di Ezio e l’altra dei fratellini. Non hanno ricevuto tutte quelle che ho loro inviato. Mi dispiace molto che mio padre non si interessi dei fratellini. Ezio lavora molto. Povero ragazzo! Si è dovuto caricare quasi tutto il peso della famiglia. Fatta solita passeggiata.”
Dentro c’è la storia di un uomo che mai è stato ragazzo.
Ho ricevuto una cartolina illustrata da zia Adelina. Riscosso il vaglia. Tutta la giornata in ufficio. Il tempo piove. Il mare è in burrasca. Io dalla finestra l’ho osservato per  più di dieci minuti. Le onde si accavallano l’una sull’altra e vanno a infrangersi sugli scogli mandando su della schiuma bianca. Sembra sapone che si scioglie.”

Oggi ho avuto una bella sorpresa. Un mio amico mi ha detto che oggi è l’ultimo giorno di Carnevale. Dove sono arrivato! Non so più neanche i giorni festivi. E quali giorni! Chi dimentica mai il carnevale, giorni di allegria e di tripudio?”
Leggeva, leggeva molto, mio padre, appunta meticolosamente tutti i libri, titolo, autore, commento.
Oggi ho ricevuto una lettera di Rossetti una di Lilia ed una cartolina postale di Moreno. Non ho risposto a nessuno. Forse domani andrò in missione a Vibo Valentia. In questo caso risponderò a tutti al ritorno. In serata, mentre guardavo la luna brillare nel firmamento, avuto una voglia matta di andare a passeggio, sono rimasto a leggere.
Studiava: voleva prendere il diploma che non aveva potuto prendere (e che prenderà). Segna  tutte le spese per i testi che acquista.
Oggi sono uscito ed ho comprato “Morfologia latina” del Ferrone

Camminava, amava camminare: ci sono riportate le impressioni delle sue passeggiate, che sembrano davvero l’unica cosa che riusciva a dargli pace.
Andava molto al cinema e qualche volta a teatro: riporta i titoli dei film  e degli spettacoli, e i commenti
La cosa che mi colpisce è che a quel tempo, nonostante la guerra, le poste funzionavano: scrive una notevole quantità di lettere e cartoline e altrettante ne riceve, giorno per giorno appunto a chi e cosa scrive e cosa riceve e da chi.
Poi, nell’ultima pagina, il ragazzo triste, il 31 di quell’anno, alla fine di un anno “denso di avvenimenti dolorosi” scrive:
mezzanotte mi ha sorpreso dalla famiglia Renda“….
Beh, lì c’era mia madre, era a casa di mia madre. Chissà se è iniziata quella sera.
Mia sorella la sera in cui ho trovato questo diario mi disse nella sua ingenuità che forse avrei dovuto darlo a mio fratello, il maggiore di noi.
“Perché mai?” . Ho risposto.
Forse esistono le coincidenze, non saprei dirlo: ma quella sera, la mia ultima sera in quella casa che amavo e che dovevo lasciare, io trovo qualcosa che mio padre voleva trovassi, e non altri ma io. Per anni era stata sepolta da qualche parte e quella sera era rispuntata fuori, tra le mie mani.
Solo io e lui sappiamo il perché.

Di sicuro quella era la mia “eredità”. Ne sono convinta.
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